Ad una parrocchia si appartiene perchè si vive o si risiede nel suo territorio (domicilio, quasi-domicilio):

[Codice di Diritto Canonico]
Can. 102 – §1. Il domicilio si acquista con la dimora nel territorio di qualche parrocchia o almeno di una diocesi, tale che o sia congiunta con l’intenzione di rimanervi in perpetuo se nulla lo allontani da quel luogo, o sia protratta per cinque anni completi.
§2. Il quasi-domicilio si acquista con la dimora nel territorio di qualche parrocchia o almeno di una diocesi, tale che o sia congiunta con l’intenzione di rimanervi almeno per tre mesi se nulla lo allontani da quel luogo, o sia protratta effettivamente per tre mesi.
§3. Il domicilio o il quasi-domicilio nel territorio di una parrocchia è detto parrocchiale; nel territorio di una diocesi, anche se non in una parrocchia, diocesano.


Ad una Parrocchia non si appartiene per scelta, per affetto o perchè si è amici del Parroco.
Si può frequentare una parrocchia in maniera episodica, per compiti professionali, perchè chiamati ad esprimere una propria competenza: in tutti questi casi non si appartiene comunque a quella Parrocchia (Comunità), ma si continua ad appartenere alla Parrocchia nel cui territorio si abita (domicilio, quasi domicilio) e si vive stabilmente. Per questo: non si possono ricevere, dare o assumere in quella Parrocchia (Comunità) compiti che spettano di diritto solo ai fedeli di quella Parrocchia, soprattutto quando riguardano ambiti strettamente pastorali.

La Parrocchia nel Codice di Diritto Canonico

Can. 515 – §1. La parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’àmbito di una Chiesa particolare, la cui cura pastorale è affidata, sotto l’autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore.

Can. 518 – Come regola generale, la parrocchia sia territoriale, tale cioè che comprenda tutti i fedeli di un determinato territorio; dove però risulti opportuno, vengano costituite parrocchie personali, sulla base del rito, della lingua, della nazionalità dei fedeli di un territorio, oppure anche sulla base di altri criteri.

Can. 519 – Il parroco è il pastore proprio della parrocchia affidatagli, esercitando la cura pastorale di quella comunità sotto l’autorità del Vescovo diocesano, con il quale è chiamato a partecipare al ministero di Cristo, per compiere al servizio della comunità le funzioni di insegnare, santificare e governare, anche con la collaborazione di altri presbiteri o diaconi e con l’apporto dei fedeli laici, a norma del diritto.

Can. 529 – §1. Per adempiere diligentemente l’ufficio di pastore, il parroco cerchi di conoscere i fedeli affidati alle sue cure; perciò visiti le famiglie, partecipando alle sollecitudini dei fedeli, soprattutto alle loro angosce e ai loro lutti, confortandoli nel Signore e, se hanno mancato in qualche cosa, correggendoli con prudenza; assista con traboccante carità gli ammalati, soprattutto quelli vicini alla morte, nutrendoli con sollecitudine dei sacramenti e raccomandandone l’anima a Dio; con speciale diligenza sia vicino ai poveri e agli ammalati, agli afflitti, a coloro che sono soli, agli esuli e a tutti coloro che attraversano particolari difficoltà; si impegni anche perché gli sposi e i genitori siano sostenuti nell’adempimento dei loro doveri e favorisca l’incremento della vita cristiana nella famiglia.

§2. Il parroco riconosca e promuova il ruolo che hanno i fedeli laici nella missione della Chiesa, favorendo le loro associazioni che si propongono finalità religiose. Collabori con il proprio Vescovo e con il presbiterio della diocesi, impegnandosi anche perché i fedeli si prendano cura di favorire la comunione parrocchiale, perché si sentano membri e della diocesi e della Chiesa universale e perché partecipino e sostengano le opere finalizzate a promuovere la comunione.

Can. 536 – §1. Se risulta opportuno a giudizio del Vescovo diocesano, dopo aver sentito il consiglio presbiterale, in ogni parrocchia venga costituito il consiglio pastorale, che è presieduto dal parroco e nel quale i fedeli, insieme con coloro che partecipano alla cura pastorale della parrocchia in forza del proprio ufficio, prestano il loro aiuto nel promuovere l’attività pastorale.

Can. 537 – In ogni parrocchia vi sia il consiglio per gli affari economici che è retto, oltre che dal diritto universale, dalle norme date dal Vescovo diocesano; in esso i fedeli, scelti secondo le medesime norme, aiutino il parroco nell’amministrazione dei beni della parrocchia, fermo restando il disposto del can. 532.


Can. 545 – §1. Ogni volta che risulta necessario o opportuno ai fini della adeguata cura pastorale della parrocchia, al parroco possono essere affiancati uno o più vicari parrocchiali, i quali si dedicano al ministero pastorale come cooperatori del parroco e partecipi della sua sollecitudine, mediante attività e iniziative programmate con il parroco e sotto la sua autorità.

§2. Il vicario parrocchiale può essere costituito perché presti il suo aiuto nell’adempiere tutto il ministero pastorale e, in questo caso, o per tutta la parrocchia o per una parte determinata di essa o per un certo gruppo di fedeli; oppure può anche essere costituito per assolvere uno specifico ministero contemporaneamente in più parrocchie determinate.

Can. 546 – Perché uno sia validamente nominato vicario parrocchiale, è necessario che sia costituito nel sacro ordine del presbiterato.

Can. 547 – Il vicario parrocchiale è nominato liberamente dal Vescovo diocesano, dopo aver sentito, se lo ritiene opportuno, il parroco o i parroci delle parrocchie per le quali è costituito, e inoltre il vicario foraneo, fermo restando il disposto del can. 682, §1.

Can. 548 – §1. Gli obblighi e i diritti del vicario parrocchiale sono definiti, oltre che dai canoni del presente capitolo, anche dagli statuti diocesani come pure dalla lettera del Vescovo diocesano, ma sono determinati in modo più specifico dalle disposizioni del parroco.

§2. A meno che nella lettera del Vescovo diocesano non si disponga espressamente altro, il vicario parrocchiale è tenuto all’obbligo, per l’ufficio che esercita, di aiutare il parroco in tutto il ministero parrocchiale, fatta eccezione per quanto riguarda l’applicazione della Messa per il popolo; è anche tenuto all’obbligo di supplirlo, quando è il caso, a norma del diritto.

§3. Il vicario parrocchiale riferisca regolarmente al parroco le iniziative pastorali programmate e in atto, in modo che il parroco e il vicario o i vicari siano in grado di provvedere, con impegno comune, alla cura pastorale della parrocchia, di cui insieme sono garanti.

Can. 549 – Se il parroco è assente, a meno che il Vescovo diocesano non abbia provveduto in modo diverso a norma del can. 533, §3 e a meno che non sia stato costituito l’amministratore parrocchiale, si osservino le disposizioni del can. 541, §1; in tal caso il vicario è tenuto anche a tutti gli obblighi del parroco, fatta eccezione per l’obbligo di applicare la Messa per il popolo.

Can. 550 – §1. Il vicario parrocchiale è tenuto all’obbligo di risiedere nella parrocchia oppure, se è stato costituito per più parrocchie contemporaneamente, di risiedere in una di esse; tuttavia, per una giusta causa, l’Ordinario del luogo può permettere che risieda altrove, soprattutto se si tratta di una casa comune per più presbiteri, purché ciò non rechi pregiudizio all’adempimento delle funzioni pastorali.


La Diocesi di Acireale, divisa in 18 Comuni, comprende queste Parrocchie: ogni fedele può appartenere ad una sola di queste Parrocchie (Comunità). A nessun fedele è riconosciuto il diritto di scegliere/frequentare stabilmente una Parrocchia di suo gradimento, né può importunare/sostituire i fedeli che legittimamente appartengono, per diritto, a quella determinata Parrocchia (Comunità).

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CHE COS’É LA PARROCCHIA

Tutti facciamo parte di una parrocchia e sappiamo in qualche modo che cosa sia. Vorremmo ora approfondire un poco la nostra conoscenza per poterla anche servire meglio.
– Il termine ” parrocchia” deriva dal greco paroikìa, che significa “abitazione presso”. Chi abita presso qualcuno non è stabile, è uno straniero, uno che non ha lì la sua casa.
Abramo, esule in Egitto, era un pàroikos, un forestiero, uno che sta fuori della sua terra.
Parrocchia significa dunque “abitazione provvisoria “, “dimora temporanea” e questo si applica molto bene alla Chiesa locale: è infatti per il cristiano una comunità di passaggio.
Già S. Paolo diceva: “non abbiamo qui una città stabile, ma cerchiamo quella futura ” (1) .
La parola parrocchia perciò ci ricorda che siamo una comunità di pellegrini, che viaggiano insieme verso la vera patria, il Cielo, e si aiutano a raggiungerla. Un po’ come il Popolo ebreo in cammino verso la Terra Promessa (2).
Quindi il termine parrocchia ci richiama il “santo viaggio”, che da anni cerchiamo di percorrere (3).
La Christifideles laici delinea la parrocchia: “Essa è l’ultima localizzazione d ella Chiesa, è in un certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alla case dei suoi figli e delle sue figlie” (4). È la Chiesa che vive sul posto.
“La parrocchia – continua lo stesso documento – non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio, è piuttosto “la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito d ‘unità” è “una casa di famiglia, fraterna ed accogliente”” (5); e “la casa aperta a tutti e al servizio di tutti, o, come amava dire il papa Giovanni XXIII, “la fontana del villaggio” alla quale tutti ricorrono per la loro sete” (6). Non è dunque un paese o la chiesa in muratura, ma una vita che trabocca, una convivenza spirituale da costruire giorno per giorno.
Viene in mente la qualifica che S. Agostino dava alla Chiesa (e la parrocchia è Chiesa nel territorio): la Chiesa e carità, è agape.
Paolo VI diceva: “la parrocchia è un prodigio sociale, una bellezza sociale… Qui siete uniti da una rete di rapporti spirituali, qui vi volete bene… vi unisce il vincolo della carità… Badate che questo è il cemento che fa di una popolazione cosi varia e cosi diversa e cosi sparsa un cuor solo e un ‘anima sola ” (7).
– Il nuovo Codice di Diritto canonico definisce la parrocchia: “una comunità di fedeli” (8).
È interessante rifarsi al significato originario della parola “comunità” .
Alcuni autori fanno derivare questa parola dal latino cummunus: mettere insieme i propri doni. La parrocchia è la comunità dove si vive la condivisione dei beni e dei talenti e si fa di tale comunione un dono al mondo (9).
Infatti “l ‘originaria vocazione e missione” della parrocchia è “essere nel mondo luogo della comunione dei credenti, e insieme segno e strumento della vocazione di tutti alla comunione” (10).
La parrocchia è comunità se, come in una famiglia, si fanno circolare i beni, si mettono in comune le proprie capacità, si vive l’uno per l’altro, ci si aiuta e ci si ama scambievolmente.
Cosi la parola “comunità” sottolinea l’esigenza di una spiritualità collettiva, che stimoli a vivere la reciprocità e la comunione sul modello della vita della Trinità.
– Se vogliamo comprendere meglio che cos’è la parrocchia dobbiamo rifarci alla realtà profonda della Chiesa. “È necessario – leggiamo ancora nella Christifideles laici – che tutti riscopriamo il vero volto della parrocchia, ossia il “mistero” stesso della chiesa presente e operante in essa” (11).
– La Chiesa è Cristo che continua nei secoli, il Suo Corpo mistico! Ricordiamo la frase di S. Bonaventura: “Dove sono due o tre uniti nel nome di Cristo, li e la Chiesa” (12). E lì è presente Gesù.
Parrocchia è dunque presenza di Cristo fra gli uomini (13). È una porzione di popolo di Dio, che gode della presenza di Gesù e del suo Spirito, perché unita nel suo nome. “La parrocchia – scrive Paolo VI – attua la Sua ( di Gesù) presenza in mezzo ai fedeli, e in tal modo lo stesso popolo cristiano diventa, si può dire, sacramento, segno sacro, cioè, della presenza del Signore” (14).
E Giovanni Paolo II spiegava: “Voi siete una parrocchia prima di tutto, grazie al fatto che Cristo è qui, in mezzo a voi, con voi, in voi ” (15) .
È bello quanto dice Gerard Rosse a questo proposito: “la comunità cristiana è, sulla terra, il modo attuale di Gesù Risorto di avere relazioni con gli uomini, di entrare in contatto con l’umanità, di agire nella storia”. Essa “costituisce per il mondo degli uomini la presenza “visibile” della persona del Risorto” ( 16).
Chiara ci invitava a fare della parrocchia una comunità viva, che sia veramente Regno di Dio vissuto.
Una parrocchia “Regno di Dio” è una comunità dove si vive la vita del Cielo, la vita della Trinità che è vita d’amore reciproco, e dove si avverte la presenza di Dio. Una comunità dove si può respirare – come è stato detto – una boccata d’aria fresca del Paradiso, e l’atmosfera del Paradiso è l’Amore, lo Spirito Santo (17).
Allora tanti potranno scoprire in essa “il castello esteriore”, tutto illuminato, dove Gesù vive in mezzo al suo popolo.


Fonte: CHE COS’É LA PARROCCHIA

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