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Fonte GASPARE MANNOIA su La Sicilia, sabato, 21 aprile 1990:
“[Titolo: sotto la foto della chiesa S. Nicola]

 

Una chiesa abbandonata presso Castiglione. Tesoro d’arte tra le macerie
I muri dell’edificio, dedicato a San Nicola,
sono ricoperti da pitture bizantine forse opera
di un grande artista di passaggio

gaspare-mannoiaCASTIGLIONE DI SICILIA – L’appassionante lettura di un libro di Enzo Grasso, che ha per ambiente d’azione il paese di Castiglione di Sicilia ed i suoi dintorni, ci ha spinto a «ritornare» su quei luoghi, solo immaginati attraverso la lettura del dramma di un paese attanagliato dalla paura di un esercito in ritirata, disposto, sempre per paura, a tutto. Eravamo spinti dallo stesso desiderio che prova chi, svegliandosi da un incubo, ha la necessità di ritrovare l’equilibrio psichico smarrito, con l’approvazione della realtà presente.
Fu così che un pomeriggio domenicale ci ritrovammo a percorrere la tortuosa strada che dalla costa ionica serpeggia in direzione della alle incisa profondamente dallo scorrere delle fredde acque del fiume Alcantara.
Lungo il percorso, poco prima di arrivare al bivio dopo il quale la strada comincia ad inerpicarsi per raggiungere Castiglione, sulla sinistra, ci colpì la presenza di una chiesetta in stato di totale abbandono, eppure carica di valori non comuni tanto da lasciare un segno nella memoria, che nello stesso si arricchì delle bellezze ambientali e dei monumenti che furono teatro immaginario delle vicende del libro.

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Interno, dopo giugno 2003

Ritornare, ora, sugli stessi luoghi per rivedere, come unica cosa, la chiesetta lungo l’Alcantara, rimette in moto ormai consuete sensazioni di risentimento verso le Istituzioni che permettono che il nostro patrimonio culturale si dissolva per indolente incuria.
A richiamare la nostra attenzione sul monumento è un giovane pittore di icone bizantine, sudamericano, che ha scelto di vivere alcuni anni a Castiglione per ritrovarsi nelle radici degli avi, qui nati.
Estroso, sospettoso ed entusiasta, come si conviene agli artisti, Carlos si mostra la «sua scoperta» con dovizia di particolari come stesse davanti a frettolosi e disinteressati esaminatori, senza immaginare, invece, l’avidità con la quale cerchiamo di carpire ogni pur piccolo dettaglio del suo sapere.

Sostiamo brevemente in ammirazione, davanti alla chiesa, sotto una grande quercia cresciuta con vigore tra le fessure del duro basalto e notiamo che la costruzione si presenta come un puro volume, dalle pareti ormai prive di intonaco, realizzate in pietrame lavico, con intervalli di assise regolari rese piane dall’uso di cocciame, ed appena ornate dalla pietra serena che ne demarca le eleganti aperture. Entriamo, con qualche agile salto, dalla porta secondaria, che si apre, nel alto sud, sul corso del fiume e ci troviamo dentro un vano tutto scialbato di chiaro, privo di copertura.

Nella parete rivolta ad est si trova l’unica nota aggiuntiva alla semplice capanna: una nicchia absidale parzialmente occultata, in basso, dal volume ingombrante di un altare. Tutt’intorno: travi marce; vecchie lamiere chiodate ad assi; ferri vecchi in gran confusione; sudiciume ed erbacce. In tanto squallore temiamo, per un attimo, di aver tralasciato la parte più importante, costituita dalla parte esterna. Ma già, il nostro agiografo, montato sopra l’altare, e fornitosi di un secchio d’acqua comincia a mostrarci la sua scoperta bagnandola: infatti sotto la scialbatura di stucco bianco si intravvedono, con l’acqua, zone di colore. Sul catino absidale si nota, ma in modo ancora confuso, l’immagine affrescata del Cristo pantokrator rivelato meglio da alcune zone ripulite, con l’asportazione, dello strato di stucco, sia in direzione del viso che della mano destra nell’atto di benedire; altre «zone spia» mostrano i piedi, altre, figure di angeli che sorreggono il Cristo.

Per aiutarci a capire meglio, Carlos ci schizza velocemente su di un foglio, la posizione che nell’arte bizantina occupa ogni singola figura nel contesto di una Deesis, confrontando, nel contempo, con quanto andiamo scoprendo nell’abside. E’ così che più in basso notiamo brani di figure di santi Apostoli che fanno ali alla vergine. La decorazione non si limitava alla sola abside, invade tutto l’interno con ieratiche figure di santi, fra i quali si nota, chiara, quella di San Nicola cui la chiesa è dedicata. E’ chiaro che si tratta di un ciclo di affreschi di notevole importanza artistica, appartenenti alla cultura figurativa bizantine che ha lasciato una profonda impronta nella tradizione pittorica siciliana anche dopo l’avvento della dominazione araba e successivamente normanna, durante la quale venne edificata la chiesa.

La composizione pittorica, pur rifacendosi a coevi esempi di decorazione chiesastica del meridione, nel nostro caso non può non riportarci ai grandi cicli musivi bizantineggianti che rivestono le più note chiese di Cefalù e Monreale dove le immagini riflettono tutta la problematica, in atto ancora nel secolo XII, a proposito della venerazione della divinità attraverso l’immagine dell’inimmaginabile.
Non è facile comprendere, ai giorni nostri, la grande spiritualità delle icone dell’arte bizantina; ci viene più naturale fare riferimento a un pittore del Seicento spagnolo come Bartolomè Esteban Murillo per pensare alla Vergine che tiene in braccio il suo Bambino. Nei riguardi delle icone e di tutta l’arte  bizantina assumiamo un atteggiamento critico sentendoci, per ignoranza, più smaliziati, notandone la rigidezza e la mancanza di proporzioni fra le varie parti, non considerando che si tratta di un modo rigoroso di ritrarre l’immaginario divino senza aggiungere a questo nulla che non fosse già codificato dalla tradizione pittorica riconosciuta dalla Chiesa come venerabile e per tanto sacra dopo il riconoscimento e la benedizione sacerdotale.

L’abilità con la quale sono tracciate le figure emerse nei pochi dettagli scoperti, dimostra che ci troviamo probabilmente dinanzi ad un artista che lavorò in Sicilia a contatto con i mosaicisti che operavano nel Palermitano. Ipotizzare, secondo Carlos, che l’opera sia da attribuire addirittura proprio ad uno di questi artisti che sulla strada del ritorno si sia fermato in questa zona per eseguire, in pochi giorni, la decorazione della chiesa con ancora il ricordo delle preziosità dell’oro dei mosaici monrealesi, sembrerebbe auspicabile ma anche probabile.
Di certo, la cultura figurativa bizantina in Sicilia non aveva mai interrotto la propria tradizione e lo dimostrano le numerose testimonianze di pittura parietale che sono state rinvenute nelle tante chiese rupestri, dell’area orientale della Sicilia, dove spesso furono riadattate antiche tombe a camera di epoca preistorica per essere destinate a luoghi di culto cristiano-bizantino.

Gli affreschi della chiesa di san Nicola, presso Castiglione, rappresentano un monumento importante dell’arte pittorica siciliana, forse l’ultimo che abbia parlato un linguaggio figurativo peculiare, avulso da influssi esterni e vanno recuperati con la massima urgenza prima che ulteriori guasti ne compromettano ogni valore.

Gaspare Mannoia

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