All’ingresso del Cimitero di Castiglione di Sicilia (CT), appena entrati sulla sinistra, si trova un vecchio monumento funebre circondato da un inferriata in ferro battuto. Accoglie le spoglie mortali di Suor Anna Geromina Mazzi (F.S.A), nata a S. Benedetto del Tronto il primo agosto del 1852, morta a Castiglione di Sicilia (CT) il 16 maggio 1925, all’età di 73 anni (cfr. Archivio parrocchiale …).

Vi si dice che fu per “35 anni Superiora dell’Orfanotrofio R. M. di cui divenne insigne Benefattrice“.

Le Figlie di S. Anna destinate al nascente Orfanotrofio arrivano nel 1885. Già dalla fine di ottobre 1881 una loro comunità era ospitata dal ‘Municipio’ in un piano del Monastero delle Benedettine. “Le trattative per la presenza delle Figlie di S. Anna a Castiglione di Sicilia iniziano il 30 settembre 1880 con Lettera dell’arciprete Vincenzo Sardo alla Fondatrice Rosa Gattorno. Si chiedono tre Suore per l’istruzione delle giovanette e si offre un compenso di L. 500 ciascuna. Il 17 ottobre 1880 l’Arciprete Vincenzo Sardo scrive nuovamente a Madre Rosa Gattorno presentando qualche difficoltà per la quarta Sorella proposta dalla Madre. La trattativa riprende con lettera in data 16 febbraio 1881 del Vescovo di Acireale Mons. Gerlando M. Genuardi che prega la Fondatrice di accettare la richiesta del Municipio di Castiglione: mantenere lo stipendio totale annuo di L. 1500 anche se vengono mandate quattro Sorelle e non tre come era stato richiesto. Il 6 marzo 1881 l’Ing. Giuseppe Lamonica, Assessore delegato per l’istruzione, ringrazia Madre Rosa Gattorno (con una lettera ufficiale ed una privata nella medesima data) per aver accolto la richiesta del Municipio di inviare tre Suore maestre per le scuole femminili.
Per abitazione delle Suore e per le scuole viene destinato il monastero delle Benedettine e poiché questo è abitato dalle monache si ricorre alla S. Sede per il permesso di disporre di una parte del monastero (Lettera dell’Ing. Lamonica del 17 luglio 1881). Gli ambienti vengono arredati a spese del Municipio e dei cittadini.
Le Suore arrivano a Castiglione negli ultimi giorni di ottobre 1881. Sono:
Sr. A. DELLA CARITÀ GARIBALDI – superiora e maestra
Sr. A. CLETA GIACOBINI – maestra
Sr. A. CIRILLA COSTA – maestra
Sr. A. ZOÉ – cuciniera […] (cfr. Archivio FSA).

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Dall’archivio delle Figlie di S. Anna (Roma, Via Merulana) viene inviato una scheda sull’Orfanotrofio con una sua cronistoria in occasione del primo centenario della loro presenza a Castiglione di Sicilia. Sono otto pagine dattiloscritte, stese dalla superiora Sr. A. Camilla Colangelo. Si tratteggia in modo particolare la figura di Suor Anna Geromina Mazzi, seconda superiora dell’Orfanotrofio, dopo  Sr. A. Gennarina Lovisolo.

[1] LA COMUNITÀ DELL’ORFANOTROFIO REGINA MARGHERITA
CASTIGLIONE DI SICILIA
NEL I CENTENARIO DELLA CONGREGAZIONE “FIGLIE DI S. ANNA”
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

[…]

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Cfr. Giuseppe Lamonica, illuminato benefattore di Castiglione di Sicilia di RODOLFO AMODEO

Il maestoso fabbricato che domina il lato di levante di Castiglione, opera di insigne architetto, costruito da grande benefattore Castiglionese – Can. G. Coniglio – e destinato a monastero delle Benedettine, dopo la soppressione degli ordini religiosi, per iniziativa dell’Ing. Giuseppe Lamonica e di munifici cittadini Castiglionesi, venne destinato a sede di un erigendo orfanotrofio, che sotto il titolo e l’alto patronato dell’augusta Regina Margherita doveva accogliere ed ospitare le giovanette di Castiglione orfane o prive della assistenza dei genitori.

Lo scopo filantropico dell’erigenda opera, il significato e l’indirizzo che intendeva darsi all’istituto: educazione, istruzione, convivenza delle fanciulle povere ed abbandonate in unico convitto, venne accolto dalla popolazione con vero entusiasmo e fu una nobile gara di tutti i cittadini che collaborarono per la buona riuscita dell’opera intrapresa.

Nell’anno 1884 fu possibile costituire l’Orfanotrofio in Ente Morale con personalità giuridica, con decreto reale, sui fondi destinati dal Can. Coniglio.

La prima Commissione Amministrativa dell’Ente, per come si legge nella prima deliberazione esistente in archivio, del 2 luglio 1885, era costituita dai benemeriti Castiglionesi che maggiormente avevano voluto il sorgere dell’Opera Pia: nelle persone dei sigg: Giovanni Sardo Turcis presidente, Avv. Mario Sardo Planeblanco e Ing. Giuseppe Lamonica.

Con tale deliberazione la Commissione deliberava di affidare l’incarico per l’amministrazione, l’educazione e la istruzione delle orfanelle alle Suore della Congregazione “Figlie di S. Anna” istituita dalla pia fondatrice S. A. Rosa Gattorno, che in breve volger di anni dalla sua fondazione tanti lusinghieri consensi aveva raccolti, sia negli Istituti, sia negli ospedali e sia negli educandati che amministrava o gestiva e larga messe di vocazioni aveva conseguita.

Con lettera della Madre Generale Rosa Gattorno, che si conserva in archivio, la richiesta venne benevolmente accolta e le ‘Figlie di S. Anna’ fin d’allora presero possesso dell’Orfanotrofio.

La prima Superiora che resse l’Istituto rispondeva al nome di Sr. A. Gennarina Lavasolo[sic: Lovisolo], verso la quale la Commissione Amministrativa ha parole di alto elogio come maestra e come direttrice “per la solerzia, abilità ed esattezza con la quale ha provvisto a tutta la fornitura della mobilia, vestiti e tutto per l’impianto dell’Istituto”. (Delib. 25/XII/1885).

Cfr. Giuseppe Lamonica, illuminato benefattore di Castiglione di Sicilia di RODOLFO AMODEO

[2] Al primo Presidente Giovanni Sardo Turcis successe l’Ing. Giuseppe Lamonica, fervente cattolico, insignito del titolo di Cavaliere dell’ordine di S. Gregorio Magno, devoto ammiratore della Madre Rosa Gattorno, iscritto quale ‘Figlio’ secolare di S. Anna, e fu cosciente testimone delle virtù divinatorie della Madre Rosa.

In occasione di una sua visita in Messina alla Madre in compagnia di due delle sue figliuole: Carmela e Maria Catena, allora giovanette, la Madre Rosa guardandole entrambe, ebbe a predire: “Una di queste due fanciulle si farà suora” ed alla domanda dell’Ing. Lamonica ebbe ad indicare la Maria Catena.

Figlie della Carità con il loro abito tradizionale – Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

A distanza di alcuni anni da tale predizione la Maria Catena prese il velo delle Figlie della Carità di S. Vincenzo di Paola [sic: de’ Paoli]; è morta qualche anno fa, dopo oltre mezzo secolo di fecondo e santo apostolato.

Un’altra delle sue figliuole, Concetta, tuttora vivente all’età di 84 anni, ebbe la vera fortuna di avere per madrina di cresima la madre Rosa, della quale naturalmente è devotissima ed alla quale raccomanda sempre nelle sue preghiere la numerosa discendenza di figli e nipoti.

Alla Superiora Lovisolo successe nella direzione dell’Orfanotrofio Sr. A. Geronima Mazza, la quale per essere stata per diverso tempo vicina e coadiuvatrice della Madre, per averla seguita nelle visite ai diversi Istituti, ne impersonava maggiormente i caratteri e ne seguiva più da vicino gli esempi.

Sr. A. Geronima Mazza può dirsi sia stata la vera fondatrice dell’Orfanotrofio, al quale impresse l’indirizzo voluto dalla Madre Rosa, dedicandosi con ogni cura ed a volte con vero sacrificio alla vita dell’Opera Pia, che fece fiorire, meritando la riconoscenza delle piccole ricoverate ed il plauso delle Autorità.

Nel lungo e felice periodo che diresse l’Istituto (dal 1892 al 1925) istituì corsi di taglio, cucito, ricamo ecc. ai quali intervenivano le fanciulle esterne, le quali nello stesso tempo ricevevano dalla Superiora e dalle Suore suggerimenti ed esempi per la loro formazione cristiana e consigli per il loro avvenire.

Favorì la devozione del pane di S. Antonio di Padova che veniva diviso ai poveri in ogni 13 del mese. A tale scopo era esposta in chiesa una cassetta per ricevere l’obolo necessario all’acquisto del pane, che veniva diviso fra le orfanelle ed i poveri. Vi fu un mese però che la raccolta nella cassetta era tanto magra da non consentire neppure l’acquisto del pane per i soli poveri. Rimase talmente interdetta che inginocchiatasi ai piedi della statua di S. Antonio lo invocò ad alta voce, ritenendo che nessuno la sentisse, perchè l’indomani le facesse trovare [3]almeno il denaro necessario per il pane dei poveri. L’indomani, 13 del mese, si trovò nella cassetta tanto denaro da poter comprare il pane per i poveri, per le orfane e rimase del denaro per il mese successivo.

Questo episodio è stato raccontato da Sr. A. Pudenziana, che non vista poté assistere alla fiduciosa invocazione della Superiora Geronima.

Spesso era solita raccontare gli episodi ai quali aveva assistito stando in compagnia della Fondatrice nelle lunghe peregrinazioni per l’apertura e l’incremento delle nuove case.

Ricordava che una sera andando a dormire si era accorta che la Madre portava i cilizi e venne rimproverata con le parole: “Figgea [sic!] cosa guardi?”

Più importante l’episodio che viene narrato nel 2° Volume della vita di Rosa Gattorno a pag. 264, che la Superiora Geronima spesso raccontava alle consorelle: “Nel 1885 morì a Pistoia il Rev. Canonico Biagini D. il quale donò la sua casa al nostro Istituto; io fui presente alla sua morte perchè io e la Comunità abitavamo nello stesso palazzo.

Dopo la morte del Canonico si avvertivano degli insoliti rumori per la casa, che ci mettevano paura perchè temevamo che fossero prodotti dai parenti per minacciarci del fatto che erano stati diseredati dallo zio.

La Madre Gattorno di passaggio da Pistoia si fermò nella nostra casa per una settimana e potè sentire gli insoliti rumori che noi avvertivamo, ma non sembrò darsi pensiero di questo fatto. Il giorno che doveva andar via dopo la S. Messa si trattenne a lungo in Cappella e quando io andai ad avvertirla che la carrozza era pronta, non rispose e seguitò a pregare in ginocchio. Dopo circa mezzora sollecitata dalla segretaria mi recai nuovamente nella Cappella e la trovai in preghiera nella stessa positura che l’avevo lasciata ed alle mie replicate domande non diede segno di risposta, talchè mi allontanai ed attesi che uscisse dalla Cappella. Dopo alcun tempo si recò in camera sua e mi fece chiamare e presami per mano mi condusse nuovamente in Cappella, ove fattami inginocchiare accanto a lei mi chiese: “Senti una voce? – conosci di chi è?” Io che avevo avvertito una voce come di persona che si lamentasse forte, risposi: “sì, Madre, è la voce del Canonico” e rimasi sconvolta e presa da panico. Ma la Madre mi rassicurò e mi disse che l’anima del Canonico aveva bisogno delle nostre preghiere per liberarsi dallesofferenze del Purgatorio. La Madre poco dopo partì e noi da quel giorno non tralasciammo di pregare per l’anima del Canonico e non si avvertirono più gli strani rumori che prima si sentivano.

Negli scritti della detta Superiora Geronima Mazza si leggono questi particolari:

“Appena entrata nell’Istituto e conosciuta la Madre [4]Rosa, ebbi l’impressione di una santa e sempre per tale la ritengo. Nei suoi discorsi e nel portamento si rilevavano quella fede, quella speranza e quella carità che la animavano, nonchè le rare virtù di cui era adorna: prudenza, giustizia, temperanza, fortezza. Molti sono i fatti a me noti che possono certificare le sue eroiche virtù, essendo stata sua compagna in diversi viaggi nell’occasione di aprire nove case.

Nel 1880 trovandomi nella Casa Madre di Piacenza, mentre parlavo con lei, la vidi in estasi per oltre un’ora dinanzi all’immagine del Transito di S.Giuseppe. Quando si riebbe alla mia domanda rispose con umiltà: – figliuola mi vince il sonno – ed alla mia replica: – con gli occhi aperti?- si limitò a sorridere.

Nel 1882 mi trovavo a Piacenza nel gabinetto della Madre dalla quale ero stata chiamata da Pistoia ov’ero superiora ed in presenza mia e delle due segretarie la Madre ebbe uno svenimento, dal quale riavutasi mi chiamò accanto a sè e presami una mano che mi strinse forte mi disse: “Fatti accompagnare da Sr. A. Fulgenzia e parti subito” – Per dove? – risposi io. Lei non potè rispondere subito e dopo pochi minuti: “Parti subito per Orbetello e là io ti scriverò. Non far parola con alcuno di ciò che è successo”. Nè io nè le altre consorelle sapevamo cosa fosse avvenuto, ma la Madre aveva avvertito in ispirito che le due superiore dell’Ospedale e dell’Istituto, Sr. A. Eufrosina e Sr. A. Giacomina erano fuggite via ed avevano abbandonate le due case.

Rimasi colpita da quel fatto e, recatami ad Orbetello, messo in ordine l’Ospedale lasciai quale superiora Sr. A. Fulgenzia e ritornai a Pistoia nel mio Istituto, ove mi ammalai gravemente. Per 9 mesi dovetti stare a letto, giugnendo in fin di vita, tanto per quanto dovettero amministrarmi la Estrema Unzione. Il Dottor Chiappelli pensò bene di inviare un tlegramma alla Madre annunziando la mia prossima fine. Ella rispose per lettera: “Non dubitate, S. Anna non la farà morire, è ancora giovane e deve lavorare per l’Opera nostra. Se fossi sicura della sua morte non sarei mancata di volare al suo fianco”. Ed inviò la sua benedizione.

Nel 1883 mi recai nella stessa Casa di Piacenza per conferire con la Madre per affari che interessavano la mia Comunità. Ivi giunta appresi dalla suora portinaia che Ella era gravemente ammalata e non poteva ricevere nessuno. Rimasi addoloratissima e recatami in Cappella piangevo e pregavo per la sua salute. Con mia grandissima sorpresa mi vidi chiamare da una suora, la quale mi disse che la Madre mi attendeva in camera sua.

[5]Introdotta nella sua stanza, ebbe a dirmi: “Figliuola perchè piangi? – non ti affliggere, perchè io soffro ma non morrò. Dimmi piuttosto cosa desideravi”.

Nessuno si era accorto della mia presenza nella Casa ad eccezione della suora portinaia, la quale nulla aveva riferito alla Madre della mia presenza, quindi sono certa che Ella dovette avvertire in ispirito la mia presenza nella Casa e lo scopo della mia visita.

Nel 1884 mi ero recata a Piacenza ed avevo lasciato a Pistoia le sorelle in ottima salute. Alcune ore dopo il mio arrivo la Madre mi fece chiamare e mi disse: “Figliuola corri subito a Casa, perchè c’è una suora gravemente ammalata”. Alle mie meraviglie la Madre insistette: “Parti subito”. Tornata immediatamente a Pistoia trovai che Sr. A. Rufina era già morta e le sorelle le preparavano i fiori. Potei stabilire che nella stessa ora nella quale la Madre mi aveva sollecitato a partire, l’anima della suora era volata al Cielo!

Molte furono le guarigioni operate dalla Madre Rosa ed alle quali io personalmente assistei, a volte è bastato il semplice segno della croce apposto dalla Madre sulla fronte della inferma od un lieve tocco sul capo per guarire.

Per abituarci a sopportare cristianamente le infermità in Casa era solita dirci: “Figliuole, la CAsa ove vi sono sorelle inferme sono visitate da Dio e c’è la sua benedizione. La vedevo pregare sempre di giorno e di notte, fare penitenza per i peccatori.

Chiudeva lo scritto con la seguente testimonianza:

Dichiaro in verità e fede e pronta a giurare sulla deposizione di ciò che ho scritto,

Abbiamo riportato quanto sopra per lumeggiare maggiormente la figura ispirata ed angelica della superiora Geronima, che diresse tanto sapientemente l’Orfanotrofio per 33 anni, ove santamente morì il 16 maggio 1925 alla età di 73 anni.

Il suo corpo riposa nel cimitero di Castiglione, meta di mesti pellegrinaggi di tutte le sue allieve e di quanti la conobbero durante la sua vita, essendo larga di consigli, di conforto e di aiuto a tutte coloro che l’avvicinavano. Le prime suore che coadiuvarono la Superiora Geronima furono Sr. A. Metodia e Sr. A. Cesarina, morte entrambe in giovanissima età in Castiglione.

[…]

[7] A P P E N D I C E

Attualmente l’Orfanotrofio “REGINA MARGHERITA” è retto dalla sottoscritta Sr. A. Camilla Colangelo coadiuvata dalle Suore: Sr. A. Vilfreda Corvaja Vice-Superiora e maestra di ricamo, Sr. A. Odilia Di Giovanni ASSISTENTE delle ragazze e guardarobiera e insegnante di maglieria, Sr. A. Arcangela Garufo cuciniera e per l’Asilo Infantile Sr. A. Germana Pompei.Le ragazze ospitate nell’Istituto sono in numero di 40. Oltre l’educazione che ricevono nell’Istituto godono della possibilità dell’insegnamento delle Scuole Pubbliche (scuole elementari, scuole Medie, Magistrali) integrati dalla istruzione “taglio, cucito, maglieria, ricamo e lavori donneschi che ricevono nell’Istituto per prepararle ad essere buone madri di famiglia.

Dobbiamo ricordare con vera gratitudine che le attuali condizioni dell’Orfanotrofio sono state profondamente migliorate in conseguenza dell’intervento di Autorità Statali (Sua Eccellenza Strano Prefetto di Catania e dalle Autorità Politiche (Onorevole Scelba, Onorevole Corrado Terranova, l’Onorevole Franco Coniglio).

Ma soprattutto la gratitudine e la perenne riconoscenza dell’Orfanotrofio, va al grande Benefattore Avv. Paolo Zingali Tetto Castiglionese, di nobile cuore e di paterni sentimenti verso quest’opera Pia, che ha favorito in ogni tempo con sussidii in danari e generi, e soprattutto con la donazione di un vasto comprensorio di terreni nel Comune di Lentini, e la donazione di un palazzo in Berlino, dalla vendita del quale si sono realizzati 11.500.000 lire con le quali si è costituito un fondo per l’assistenza delle orfanelle che si licenziano dall’Istituto.

La detta somma impiegata in buoni del tesoro, con la rendita del 5% dà la possibilità annualmente di ricavare dagli interessi le somme necessarie per costituire doti di maritaggio a favore delle orfanelle che passano in matrimonio, oppure delle orfanelle che dopo essere state per almeno sei anni nell’Istituto vengono licenziate per raggiunti limiti di età.

L’Attuale Amministrazione, che ha prodigato cure indefesse per sostenere le fortune di questa opera Pia, rimasta gravemente danneggiata e nel fabbricato e nei beni mobili dalla guerra, è composta: Avvocato Ruggero Sardo Presidente fin dal 1947, coadiuvato dai Signori Di Carlo Fausto e Giannetto Lorenzo (Commissari di Amministrazione e dal Ragioniere Papa Giuseppe Cassiere, tutti dipendenti dalla Fidecommisseria Coniglio, in persona dei Signori Sacerdote Salvatore Savoca, Arciprete parroco di Castiglione e Signor Francesco Tuccari.

[


Altra tomba di una figlia di S. Anna si trova vicino alla Cappella della Confraternita della Madonna della Catena: Suor ANNA BLANDINA FIOCCA, nata a Zebbulo (Pavia)mil 24 maggio 1852, morta a Castiglione di Sicilia il 14 settembre 1937 (cfr. Archivio parrocchiale …). Altre due Suore vengono nominate nella memoria dei suor A. Camilla Colangelo: “[…] Le prime suore che coadiuvarono la Superiora Geronima furono Sr. A. Metodia e Sr. A. Cesarina, morte entrambe in giovanissima età in Castiglione.” (Cfr. Archivio parrocchiale …).

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Gli Orfanotrofi di S. Annibale M. Di Francia

Fonte: Mario Di Pasquale, Il Padre degli orfani, Curia Generalizia dei Rogazionisti • Roma
P. ANGELO SARDONE R.C.I. Postulatore Generale dei Rogazionisti

 S. Annibale Maria Di Francia – Il Padre degli orfani 

Presentazione

Messina, Quartiere Avignone, ai lati della città-bene: in un cortile ripulito e profumato da un eucaliptus che domina sovrano, un nugolo di bambini, forse per un bisticcio avvenuto fra di loro, piagnucola dimesso. Ad un tratto entra silenziosamente Padre Annibale con il cappello in testa, ferraiolo e lembi distesi. I ragazzetti gridano: Il padre, il padre! e gli corrono incontro festosi, battendo le mani. Il Padre sorride, apre il mantello e mentre i frugoli si cacciano sotto felici dice: «Andiamo, andiamo, camminiamo così!». Ed a passi misurati, come trascinando i ragazzi sotto il ferraiolo, fa il giro del cortile.

Una scena consueta in quella terra maledetta, inizio di una sceneggiatura interessante che vede protagonista il sacerdote che con la sua carità ed il suo carisma ha sposato la causa della povertà del più ripugnante dei quartieri di una Messina ottocentesca che amalgama sfarzo e miseria, ricchezza e povertà estrema, nobili e accattoni. Proprio in quel quartiere Padre Annibale fissò stabilmente la sua dimora tra i poveri. In mezzo a quelle stamberghe senza luce, irruppe per lui la luce di Dio: rigenerare spiritualmente e materialmente quel luogo fino a renderlo centro di irradiazione di buon costume, assistenza e carità per i poveri, gli orfani, i piccoli.

Il problema dell’assistenza e della difesa dei valori morali e civili, soprattutto per i piccoli e i poveri, era ben noto alla città di Messina, nella quale non mancavano istituzioni di carità e di beneficenza. Numerosi enti ecclesiastici, Ordini Cavallereschi qui, durante il Medioevo, avevano ospizi rinomati. Della stessa carità furono animate nel corso del tempo le Confraternite laicali, sottomesse all’autorità ecclesiastica, nell’esercizio dell’assistenza ai poveri e ai piccoli. La storia ne ha tramandate diverse: la Confraternita dei Verdi che nel 1400 amministrò l’Ospedale dei trovatelli; quella degli Azzurri che nel 1543 fondò un Conservatorio per le donne convertite; quella dei Bianchi che nel 1622 raccoglieva ed educava le fanciulle disperse; quella dei Rossi che nel 1542 avviò due ricoveri, per i fanciulli poveri e le fanciulle. Governo, Comune e privati iniziarono altre istituzioni di beneficenza ed assistenza soprattutto per bambini abbandonati: il Convitto Margherita (1739) per educare le fanciulle popolane, il Convitto Cappellini (1775), ricovero per la povera gente, e dove, a fine ottocento, si raccoglievano giovinetti, figli di genitori ignoti ed orfani di tutta la provincia, per essere avviati alle arti. Sotto il regime liberale a seguito della rivoluzione del 1860, sorsero per iniziativa privata altri istituti di beneficenza: tre Asili d’infanzia che accoglievano circa 600 bambini; l’Orfanotrofio Schmalzer-D’Arrigo (1885) e la Piccola Casa delle Povere Figlie del Cuore di Gesù (1890) per le fanciulle povere e derelitte; l’Orfanotrofio per l’Infanzia abbandonata, per le figlie povere del morti del colera del 1887; l’Orfanotrofio femminile del camilliano P. Giuseppe Sòllima (1881) poi incorporato in quello del Di Francia.

In questo panorama di carità, a cominciare dal 1878, si pone il Padre Di Francia. Entrato nel quartiere Avignone, fu immediatamente attratto dalla situazione di estrema povertà dei bambini e delle bambine. Si tuffò nelle miserie del quartiere e lo rigenerò pagando di persona con incomprensione, beffe, insulti e riluttanze, per più di 50 anni durante i quali si fece questuante in Messina e dintorni. Unitamente alle iniziative di carità che escogitava per il soccorso e l’aiuto dei poveri e agli orfani (pranzi dei poveri, fiera e passeggiate di beneficenza), quelle che hanno lasciato il segno della sua carità e perpetuano il suo nome nel tempo, sono gli Orfanotrofi femminili e maschili.

La loro genesi storica è situata entro gli anni 1882 e 1883.

Ai primi mesi del 1882 fu presentata a Padre Annibale una bambina bisognosa di ricovero, poi una seconda, una terza. Egli pensò all’istituzione di un orfanotrofio nelle casette in un angolo delle stradette. L’Istituzione ufficiale dell’Orfanotrofio femminile avvenne l’8 settembre 1882. Non avendo collaboratori affidò le bambine a Suor Domenica, una monaca di casa, terziaria domenicana. Verso la fine del 1883 le orfane erano 24. Dopo due anni la direzione passò nelle mani di un’altra laica, da poco convertita al Cattolicesimo, la signora Laura Jensen Bucca.

Oltre un anno dopo, all’angolo opposto dove era sorto l’Orfanotrofio femminile, in un vasto magazzino arredato di letti, mobili ed accessori convenienti, Padre Annibale impiantò l’Orfanotrofio maschile. La domenica 4 novembre 1883, raccolse quattro ragazzi, li presentò al Signore con apposite preghiere e, in maniera molto modesta, senza inviti, in famiglia, Padre Annibale diede inizio all’Orfanotrofio maschile. L’esito, almeno inizialmente, fu disastroso: forse la notte stessa del loro ricovero o nei primi giorni, quei quattro monelli se la svignarono portando con sé lenzuola, coperte, stoviglie e quanto capitò loro fra le mani. Amara fu la delusione e la desolazione del Padre Annibale. Non si scoraggiò: trovò altri ragazzi e con essi ricominciò l’Opera.

Sin dai primi tempi gli Orfanotrofi furono posti sotto la protezione di Sant’Antonio di Padova e si cominciò ad intessere un rapporto affettivo con tanti devoti antoniani che si affidavano alle preghiere degli orfanelli e promettevano pane ad onore del taumaturgo padovano. Dal 1906 nella stampa e nella dizione ufficiale gli Orfanotrofi del Di Francia erano contrassegnati dall’epiteto antoniani.

A volte Padre Annibale dava l’impressione di spingersi troppo innanzi nell’accettare orfani, ma egli rispondeva: «Forse hanno ragione, ma così io son fatto: sento talmente vivo l’interesse di salvare l’orfanità derelitta e pericolante, che non posso fermarmi, né posso mettermi in mano il compasso del freddo calcolatore» (Minuta di lettera scritta dal Di Francia perché fosse inviata dal Sindaco di Oria al Prefetto di Lecce, 5 marzo 1911, in Scritti, vol. 41, p. 93).

Capisaldi dell’azione caritativa e pedagogica erano i princìpi del cosiddetto metodo preventivo, assunto direttamente da don Bosco e tradotto praticamente in un celebre Trattato degli Orfanotrofi scritto il 1926 per disciplinare l’assistenza degli orfani e considerato la magna charta del suo pensiero educativo ed organizzativo dell’Orfanotrofio. La sua era una «grande missione di doppia salvezza»: educare e salvare le fanciulle, gli orfani ed i giovani per strapparli alla perdizione dell’anima e del corpo, sottrarli nella più tenera età dall’abbandono: «Si consideri che togliere un orfanello o un’orfanella da un fatale avvenire e dargli le prosperità della vita spirituale e temporale, è un bene di vera redenzione che non si restringe a quell’anima solamente, ma porta con sé incalcolabili conseguenze di altri beni che si perpetuano di generazione in generazione!».

Elementi fondamentali erano l’educazione spirituale, il buono esempio delle suore e degli educatori: «Più che le parole, le loro azioni penetrino edificantissime nel tenero animo dei soggetti. Gl’insegnamenti a parola, siano i più savi che si voglia, svaniscono come fumo al vento dinanzi alle azioni non buone». E, ancora, la preghiera, la sorveglianza continua ed accurata, anche notturna, le regole da osservare per la buona disciplina durante le attività della giornata, la preparazione alla Comunione quotidiana. La carità doveva dipanarsi su un duplice binario, quello religioso e spirituale, e quello sociale ed umano. Accanto all’attenzione ed alla crescita nelle cose spirituali, era molto importante l’avviamento al lavoro, primo coefficiente di educazione, la condivisione degli orfani degli interessi maturati dal lavoro stesso, l’acquisizione di un mestiere che desse all’orfano che poi lasciava l’Istituto, una certa sicurezza di vita.

Gli orfanotrofi si moltiplicarono: a quelli aperti dal fondatore se ne aggiunsero altri nell’intera penisola e nel mondo al passo coi tempi.

Vi sono dei criteri che hanno da sempre regolato la pedagogia annibaliana e l’ordinamento degli orfanotrofi che si rivelano davvero lungimiranti ed attuali.

Il primo è che negli orfanotrofi antoniani erano accettati orfani e piccoli in stato di vera povertà e abbandono, senza badare a nazionalità, o al colore della pelle, o alla religione. I requisiti in preferenza erano i gra- di di povertà e di abbandoni, senza riguardo umano.

Il secondo è la preferenza a lasciare l’orfano fuori dell’Istituto, con i suoi di famiglia e là aiutarlo finanziariamente, se l’accoglienza ed il ricovero era determinato solo per la mancanza di mezzi materiali indispensabili al suo sostentamento e alla sua buona formazione. Infatti, «l’affetto familiare è insostituibile, ed è il più indicato per l’educazione».

In un tempo come il nostro nel quale si parla tanto di affidamento familiare ed il varo di alcune leggi statali ha reso necessario questo istituto, risuonano profetiche e pratiche alcune indicazioni che intorno al 1910 Padre Annibale confidava autorevolmente ad uno dei suoi più quotati e fidati interpreti nel campo dell’educazione e formazione degli orfani, il religioso Padre Carme- lo Drago, che fu poi Superiore Generale del- la Congregazione dei Rogazionisti e raccolse gli insegnamenti e i suoi ricordi nel libro Il Padre. Frammenti di vita quotidiana: «L’Istituto, per quanto possa essere ottimo e attrezzato sotto tutti i punti di vista, avrà sempre, più o meno, i suoi lati negativi, sia riguardo al numero degli alunni, sia per la diversità dei caratteri, sia per la separazione pratica dalla vita sociale, come pure per la mancanza di iniziative. Nel campo educativo, l’orfanotrofio è sempre un surrogato della famiglia. È quindi più o meno buono a seconda che ci si sforza di uniformare la vita dell’orfanotrofio alla vita della famiglia. Perciò i locali dell’orfanotrofio, il sistema disciplinare, il trattamento e le stesse preghiere, quanto più è possibile, occorre adattarle a quelle della famiglia».

Con questi criteri gli orfanotrofi antoniani di Padre Annibale sono andati avanti per quasi 125 anni, lasciando un profondo segno nella società e nella Chiesa ed aiutando migliaia di ragazzi e ragazze a divenire adulti non solo acquisendo un onesto mestiere ma soprattutto formandosi ad essere uomini e donne.

Agli orfani era dato il servizio della scuola e l’assistenza familiare sotto forma di convitto o semi-convitto.

Alcuni di quei primi bambini e bambine raccolti, furono messi a studiare, anche per raggiungere il traguardo del sacerdozio o della vita religiosa. Nel corso del tempo non sono diventate infrequenti le vocazioni sorte proprio nell’ambito degli orfanotrofi maschili e femminili, per non parlare di tante personalità emerite nel campo della pastorale ecclesiale e nella società. Sul finire degli anni quaranta sorse a Bari, il Villaggio del Fanciullo, sullo stile dell’esperienza americana di padre Flenegan, una struttura valida per la formazione civile, sociale ed umana di tanti ragazzi e giovani provenienti dalle situazioni incresciose del conflitto bellico. Accanto al Villaggio, la scuola di arti e mestieri, per un inserimento adeguato nella vita sociale, ed un conseguente lavoro sicuro.

In Italia, la legge 149 del 28 marzo 2001 ha decretato la chiusura degli orfanotrofi e il trasferimento dei minori in case-famiglia o presso famiglie affidatarie. Sembra una vera e propria rivoluzione che suscita perplessità e che ha coinvolto i soggetti: istituzioni, genitori naturali, comunità assistenziali, genitori affidatari, ma soprattutto i bambini, che si trovano loro malgrado in una questione certamente più grande di loro. Dal 31 dicembre 2006 in pratica, i ragazzi che non possono ritornare a vivere nella propria famiglia sono collocati in famiglie affidatarie e, ove ciò non è possibile, in comunità educative di tipo familiare. I giornali parlano di loro come senza famiglia, sospesi nell’attesa di un futuro, e giudicano il cambiamento incerto, che trova concretezza soltanto nei cavilli burocratici e solleva interrogativi e paure, incognite e scenari complessi e delicati, difficili da interpretare. Si tratta di lasciare alle spalle le grandi camerate (grandi e freddi contenitori di bambini, interpretazione di una concezione assistenziale e stantìa di accoglienza), il refettorio in comune, la rigida disciplina per andare incontro al sogno di una casa vera. Si intende garantire al ragazzo il diritto alla crescita all’interno di una famiglia: prima di tutto, se è possibile, quella d’origine, che, se versa in condizioni di indigenza, deve essere sostenuta ed aiutata dallo Stato; oppure un’altra famiglia o una persona singola, alla quale il minore possa essere affidato temporaneamente, per ricevere da essa il sostegno affettivo e morale, l’educazione, l’istruzione e il mantenimento necessari a garantirgli una crescita il più possibile serena e completa, in attesa di essere restituito al nucleo parentale d’origine, se e quando esso sarà in grado di tornare ad occuparsi a pieno regime del minore stesso. Ed inoltre, ove non sia possibile l’affidamento, è consentito l’inserimento del minore in una comunità di tipo familiare o, in mancanza, in un istituto di assistenza pubblico o privato, che abbia sede preferibilmente nel luogo più vicino a quello in cui stabilmente risiede il nucleo familiare di provenienza.

Il senso, si dice, dell’affido familiare è quello non di separare, ma creare un ponte tra le famiglie, per quasi 24.000 bambini e ragazzi, ospiti di istituti e in attesa di una diversa sistemazione, un percorso di famiglie in rete, che si aiutano e si sostengono.

In verità una esperienza di questo genere ormai da anni, in vista proprio della trasformazione della tipologia dell’Orfanotrofio, si è realizzata in uno dei più grandi orfanotrofi di Padre Annibale ad Oria (Br), l’Istituto antoniano maschile, laddove è stata creata una fitta rete relazionale con oltre 70 famiglie affidatarie che, attraverso un percorso formativo spirituale-pedagogico, collaborano con l’Istituto dal quale assumono i ragazzi a regime di vero e proprio convitto familiare. L’Orfanotrofio poi, è stato trasformato in casa-famiglia gestita da una cooperativa denominata C.Ed.Ro.: Centro Educativo Rogazionista.

Naturalmente è cambiato notevolmente il numero dei ragazzi ospiti.

Padre Annibale ha dato anzitempo risposte efficaci a questi interventi scegliendo le vie che allora gli erano consentite e che si sono rivelate comunque efficaci grazie a una impostazione pedagogica e religiosa di tutto valore. Ha guardato avanti con lungimiranza, ma, soprattutto, ha imperniato la sua azione educativa sui principi della fede, della moralità, della grazia, che gli hanno fatto vedere in ogni bambino il volto stesso di Gesù Cristo.

Con questi elementi vanno avanti i suoi figli che si sono adattati alla trasformazione epocale degli Orfanotrofi, ma che non hanno perduto il senso di una autentica carità fatta per amore di Cristo, come insegnato dal fondatore, verso i bambini, oggetto di un tenero e delicato amore, con quella ars artium e scientia scientiarum che richiede di essere psicologo, teologo, esperto conoscitore del cuore umano e santo per educare un bambino.

Su questa linea si muove lo studio di Mario Di Pasquale, conoscitore del pensiero di Sant’Annibale, appassionato ed intelligente interprete della sua pedagogia che, accanto ad alcuni essenziali elementi storici e didattici di Sant’Annibale, tesse in forma originale un commento ai celebri versi di Sant’Annibale Io l’amo i miei bambini e ripropone il titolo proprio riconosciuto al Santo dalla più genuina tradizione, de «Il Padre degli orfani».

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