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Posted: 5 febbraio 2012 Author: 
Insediamento e architettura religiosa dai bizantini ai normanni nella media valle dell’Alcantara: la Cuba di Castiglione
Sessioni fotografiche – 25 luglio 2010 (Fuji S2pro, Kodak DCS Pro/N + Nikon Nikkor AFS 17 35 F2.8); 2004 (Nikon fM10 + Nikkor 35 70 F3.5/4.5)
Rapporti ambientali – L’edificio sorge lungo la valle dell’Alcantara, non lontano dalla rocca di Castiglione, in una pianura coltivata ad alberi da frutto e vigneti.

giu5225Descrizione storica – La cosiddetta Cuba di Castiglione rimane, ad oggi, uno degli edifici religiosi siciliani più intriganti e misteriosi. La costruzione per decenni ha attirato studiosi, sia italiani, sia stranieri, che invano hanno tentato di fornire valide spiegazioni sul perchè della presenza di un edificio religioso isolato al centro della Valle dell’Alcantara e sull’epoca in cui esso venne effettivamente costruito o ricostruito. Le maggiori difficoltà provengono dalla mancanza di dati storici. Le fonti, infatti, tacciono sull’edificio e solo indirettamente è stato possibile ricavare informazioni sul territorio circostante la chiesa e comunque non più indietro della seconda metà dell’XI sec. d.C. Un documento in particolare, l’atto di fondazione o ricostruzione del monastero del S. Salvatore della Placa, riedificato per volontà dell’abate Chremes e per interessamento del conte Ruggero, databile al 1093 d.C. 1) 2) 3), riporta un elenco dei territori limitrofi all’abitato di Castiglione e posti sotto il diretto controllo del monastero basiliano.

Fra le contrade menzionate, parrebbe esservi l’accenno a due chiese diroccate e successivamente ricostruite per volontà del medesimo Chremes. Questa notizia è stata uno dei pilastri fondanti della tesi portata avanti dal Freshfield 4), studioso che, durante i primissimi anni del XX secolo, mostrò un profondo interesse storico e artistico per la chiesa. Egli volle, infatti, riconoscere nei due edifici religiosi, distrutti e poi ricostruiti, sia l’attuale piccola chiesa di S. Nicolò, vicino il paese di Francavilla, sia la chiesa di S. Domenica di Castiglione. L’attribuzione, di conseguenza, permise al Freshfield di avanzare una datazione della “Cuba” ad epoca normanna e precisamente durante i primi decenni del regno del Conte Ruggero. E’ comunque doveroso ricordare come Freshfield avesse se non dubbi, almeno serie difficoltà nell’identificare sul terreno la toponomastica menzionata nell’atto del 1093, a causa di una conoscenza dei luoghi e delle contrade limitrofe a Castiglione molto parziale 5). All’incertezza delle fonti storiche Freshfield tentò di sopperire attraverso un’analisi il più possibile completa del dato architettonico. Lo studioso attenzionò alcune particolarità costruttive, soffermandosi soprattutto sulla presenza di due absidiole, che nella chiesa di Castiglione pare fossero state utilizzate in sostituzione delle absidi laterali 6).

Questa soluzione edilizia è presente, in Sicilia, in altri edifici sacri, ad esempio nelle chiesa di S. Maria di Mili, edificata agli inizi del regno normanno, nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Agrò, sempre in provincia di Messina, e nella chiesa di S. Alfio presso S. Fratello 7). Nel mondo bizantino simili soluzioni architettoniche trovano gli esempi più antichi presso la piccola cappella di S. Thecla a Costantinopoli, edificata durante il regno di Isacco Comneno, tra il 1057 e il 1059 d.C., presso la chiesa della Madre di Dio ad Hosios Loukas 8) (risalente al X sec. D.C.), infine in una chiesa di Amphissa, dedicata ad H. Sotir 9) 10) e costruita intorno al 1080 d.C. Si ricordi che forme simili di absidiole o nicchie si possono osservare anche in chiese normanne costruite specificatamente per il rito latino. Esempi del genere si possono infatti osservare presso S. Giovanni degli Eremiti e S. Maria Maddalena a Palermo, presso la chiesa cistercense di S. Maria di Refesio a Burgio (Agrigento) e all’interno della cappella del Castello di Favara, in provincia di Agrigento 11). Freshfield, avendo unito i pochi dati storici con l’attento studio dell’architettura dell’edificio, giunse alla conclusione che la Cuba di Castiglione fosse sia una grangia del relativamente vicino monastero basiliano del S.Salvatore della Placa sia, come già detto, che la piccola chiesa fosse il frutto di una ricostruzione di epoca normanna attraverso l’impiego di architetti levantini giunti in Sicilia a seguito dei normanni nel 1061 d.C. In relazione a quest’ultima affermazione, Freshfield non fu in grado di presentare alcuna prova, se non quella legata alla singolarità architettonica della “Cuba”, la cui forma si discostava dalle contemporanee chiese di rito latino costruite durante il primo trentennio di regno del Conte Ruggero 12).

L’approccio degli studiosi che si confrontarono con la chiesa nei decenni successivi alla visita del Freshfield, non si discostò molto dal binario tracciato dallo studioso anglossassone. La preoccupazione maggiore fu quella di trovare una collocazione cronologica che fosse il più possibile precisa. Fu così che si stabilì una linea di confine fra coloro i quali vedevano nella Cuba un esempio di architettura bizantina, forse frutto degli ultimi anni di occupazione imperiale del territorio del Valdemone 13) 14), e coloro che comunque giudicavano l’edificio il risultato della commistione di generi architettonici tipica dell’epoca normanna 15) 16), giungendo a datare la chiesa anche al tardo XII sec. d.C. Risulta quantomeno curioso che non si affrontasse con maggiore attenzione la problematica relativa alla destinazione della chiesa. Pochi, infatti, discussero in maniera approfondita sul rito officiato all’interno della “Cuba”. Si trattava veramente del rito ortodosso, così come aveva sostenuto il Freshfield, pensando all’edificio come ciò che rimaneva di un metochio? Oppure l’edificio, proprio per la sua singolare forma, non era altro che una chiesa rurale o una grangia di un monastero latino, lì edificato per favorire la trasmissione del cristianesimo latino in quell’angolo sperduto della Sicilia? Freshfield non poteva rispondere a queste domande, poiché agli inizi del XX sec. la conoscenza della Sicilia bizantina e normanna era appena agli albori e gli studi sul medioevo greco, sia storici, sia archeologici, erano ancora pioneristici.

Alcuni aspetti architettonici della Cuba hanno da sempre contribuito a favorire l’ipotesi che si trattase di un edificio di culto tipicamente ortodosso. Si è già accennato alle absidiole presenti lungo le parte di sud-est e nord-est, ma è anche doveroso porre l’accento sulle dimensioni della chiesa, estremamente ridotte e tali da accogliere pochi monaci, uniformando l’edificio all’andamento di progressiva diminuizione delle comunità cristiano/greche di Sicilia durante la conquista e successiva dominazione musulmana 17). Solo agli inizi della dominazione normanna il monachesimo ortodosso sembra ottenere una notevole promozione per intercessione del Conte Ruggero e, in seguito, del figlio Ruggero II. A partire dal 1080 e fino al 1130 si assiste ad un’intensa attività legata all’edificazione di monasteri greci in tutta la Sicilia, soprattutto orientale e con maggior concentrazione in Valdemone.

La Valle dell’Alcantara diventa territorio protagonista e la fondazione o meglio la rifondazione del S. Salvatore della Placa è solo un esempio fra tanti. Non a caso il corso del fiume Alcantara è costellato di ruderi di antiche chiese, poco studiate e tutte fumosamente datate ad epoca bizantino/normanna. Si ricordino la Cuba di Malvagna e le chiese di Imbischi, Iannazzo e S. Anastasia, tutte site a pochi chilometri dalla Cuba di Castiglione e in qualche modo connesse fra loro. Non lontano potrebbe trovare posto anche il monastero di S. Giovanni di Sichro 18), fondato o rifondato nel 1131 e della cui consistenza, soprattutto territoriale, nulla si conosce. Le citate chiese rurali potevano essere alle dipendenze del monastero di S. Giovanni, compresa la Cuba di Castiglione, che sorge a circa 5 chilometri ad est. Sia che si tratti di neofondazioni o di semplici ricostruzioni negli stessi luoghi di antichi monasteri bizantini, un elemento di fermezza è dato dal fatto che tutti gli edifici religiosi della zona e, più in generale, del Valdemone sono di origine normanna 19).

Questo dato, pur non assurgendo a paradigma, potrebbe in parte giustificare la collocazione temporale della Cuba di Castiglione al periodo normanno. Alla luce degli ultimi studi, se alcune caratteristiche richiamano più o meno direttamente la tradizione religiosa bizantina, altre sembrano irrimediabilmente legate al periodo normanno, sebbene la Cuba appaia come un edificio dalle grandi singolarità. Un elemento da tenere in considerazione è la centralità della pianta della chiesa, elemento tipico delle costruzioni ortodosse. In Sicilia si conserva almeno un esempio di edificio religioso a pianta centrale a croce greca inscritta, la chiesa del S. Salvatore di Rometta 20) 21), edificata tra il IX e il X sec. d.C. Nell’Italia meridionale vi sono almeno un altri due esempi di chiese a pianta centrale, la Cattolica di Stilo e S. Marco a Rossano 22).

Pur condividendone la pianta, la “Cuba” mantiene comunque una certa assialità attraverso la divisione in tre navate dell’aula, assente negli esempi citati. D’altronde la tripartizione dell’aula è elemento comune agli edifici sacri basiliani costruiti sotto il dominio normanno. Non a caso, secondo gli studi più recenti 23), altri elementi di similitudine si troverebbero tra la chiesa a pianta basilicale del SS. Pietro e Paolo di Agrò e la Cuba di Castiglione. Sebbene, infatti, la chiesa di Agrò si caratterizzi per una pianta longitudinale, essa possiede una cupola centrale in grado di produrre un equilibrio visivo tra pianta centrale e pianta assiale, caratteristica che, in un certo qual modo, sarebbe presente anche nella Cuba di Castiglione, le cui tre navate, però, risultano contratte in tal modo da essere contenute all’interno di una pianta quadrata. La cupola centrale e occidentale dei SS. Pietro e Paolo di Agrò avrebbe un altro elemento in comune con la “Cuba”, da ricercarsi nella tecnica edilizia utilizzata. La copertura centrale della chiesa di Castiglione sembrerebbe sorretta da una tecnica muraria comune nel mondo islamico e nota con il termine di “muqarnas” 24) o “nido d’ape”; anche le due cupole (e i relativi tamburi) della chiesa di Agrò appaiono sorrette da un accorgimento simile, ma geometricamente più complesso. Studi recenti sostengono che le similitudini fra le due chiese relativamente all’utilizzo dei “muqarnas” andrebbe oltre il semplice dato ornamentale e toccherebbero in maniera consistente anche funzionalità strettamente strutturali.

Questa riflessione aumenterebbe di valore se confrontata con altri esempi siciliani. Al momento, infatti, gli esempi più antichi di “muqarnas” siciliani trovano luogo presso la Cappella Palatina 25), all’interno del Palazzo Reale di Palermo, e si datano tra il 1132 e il 1143. Si tratta comunque di elementi puramente decorativi, che arricchiscono il soffitto in legno intagliato della cappella, senza svolgere funzioni di tipo strutturale. A fronte della funzione ornamentale dei “muqarnas” presenti in edifici religiosi della Sicilia occidentale, è stato ipotizzato che nell’est dell’isola il motivo architettonico si sviluppasse in maniera del tutto indipendente, svolgendo in questa parte di Sicilia mansioni più specificatamente strutturali, essendo utilizzati per sostenere volte e cupole 26). Purtroppo si è ancora all’oscuro sulla nascita di questa tecnica edilizia. Si ritiene possibile che la derivazione sia musulmana ed è noto che questo motivo architettonico sia stato introdotto nell’architettura mediterranea solo intorno all’XI sec. d.C. o comunque contestualmente al consolidarsi del dominio arabo nel Mediterraneo 27) 28).

E’ comunque certo che almeno in Sicilia i Normanni abbiano deciso di adottare questo motivo a “nido d’ape”, sfruttandone appieno le caratteristiche ornamentali e strutturali. I “muqarnas” della Cuba di Castiglione potrebbero rappresentare, dunque, un ulteriore prova della costruzione dell’edificio tra l’XI e il XII sec. d.C. La presenza di volte a crociera come copertura delle tre navate dell’aula è un altro elemento utilizzato dalle analisi più recenti al fine di collocare la chiesa di Castiglione all’interno della dominazione normanna. Pare che la crociera non fosse del tutto sconosciuta nel mondo bizantino, per quanto essa non venisse quasi mai utilizzata in successione 29), così come è possibile osservare presso la Cuba e, soprattutto, nell’architettura romanica. Esempi pare si possano osservare presso la chiesa di S. Maria Libera di Aquino, in Campania, e nelle chiese siciliane di Favara e Altofonte 30), ove le volte a crociera si presentano a formare la copertura delle navate senza soluzione di continuità. La copertura delle navate offrirebbe un’altra singolarità tipica del romanico tra XI e XII sec., l’utilizzo di mensole di pietra per supportare le volte, tecnica non adottata nell’architettura bizantina.

Parallelismi si potrebbero nuovamente proporre, all’interno dell’architettura normanna in Sicilia, con la chiesa di Agrò e con la chiesa della SS. Trinità di Delia 31), non lontano da Castelvetrano. Gli studi dell’ultimo ventennio hanno anche giudicato altre due caratteristiche architettoniche della Cuba, i due pilastri a “T” che separano il santuario dall’aula tripartita e la decorazione policroma delle finestre, come elementi tipici dell’architettura normanna sia nell’isola, sia nel sud Italia, piuttosto che propriamente bizantina. I due pilastri a “T” contengono due rispettive cavità, nelle quali un tempo si immagina alloggiassero altrettante colonnette di materiale pregiato (presumibilmente marmo). La caratteristica, che si riscontra in chiese normanne come nelle absidi della cattedrale di Catania, nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Itala e presso S. Giovanni dei Lebbrosi a Palermo, risulterebbe rara nelle chiese isolane di epoca bizantina. Solo la Cappella Bonajuto o chiesa del S. Salvatore 32) 33), datata tra il VII e il IX sec. d.C. presenterebbe questa speciale decorazione. Si sottolinei, comunque, che chiese di epoca costantinopolitana in Sicilia ne sopravvivono in numero largamente inferiore rispetto a quelle edificate durante il regno normanno. La decorazione policroma, che caratterizza, presso la Cuba, gli archi delle finestre per mezzo di una composizione alternata di blocchi di pietra lavica, di laterizi rossi e di calcare bianco, ha certamente antica origine e potrebbe avere inizio già nel periodo tardo romano, caratterizzando anche l’alto medioevo 34).

In ambito bizantino 35) la policromia parrebbe poco diffusa e, comunque, prediligerebbe un’alternanza di filari di mattoni rossi con un singolo filare composto da pietra monocroma. Di conseguenza, anche in questo caso si è voluto trovare, per gli archi policromi della Cuba di Castiglione, elementi di paragone con edifici normanni presenti in nell’Italia meridionale, come la cattedrale di Salerno 36), e, in Sicilia, la chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Agrò e l’Annunziata dei Catalani 37) a Messina. E’ possibile che questo tipo di decorazione abbia origine nel mondo islamico, poiché pare vi siano esempi simili in edifici del Nord Africa, come le finestre della cupola della Grande Moschea di Tunisi 38), databile tra la fine del X e gli inizi dell’XI sec. d.C. L’analisi storica e strutturale sembrerebbe portare ad una sola conclusione possibile, che la “Cuba” di Castiglione sia un edificio religioso costruito in epoca normanna. Sebbene, infatti, alcuni elementi strutturali, quali la pianta centrale, la grande cupola, le absidiole laterali, siano in grado di legare la chiesa al rito ortodosso, altre caratteristiche, come la presenza di “muqarnas” a sostenere la cupola, la tripartizione dell’aula, la decorazione policroma delle finestre, l’esistenza di colonnine ricavate dai pilastri che scandiscono l’inizio del presbiterio dalla fine dell’aula, appaiono spostare la cronologia dell’edificio molto in avanti, giungendo fino ad un arco di tempo compreso tra il 1080 d.C., anno in cui si datano le prime fondazioni o rifondazioni di monasteri basiliani in Sicilia 39), e il 1131 d.C., anno in cui si daterebbe la fondazione del S. Salvatore di Messina, che definisce il consolidamento ma anche l’inizio del lento declino del cristianesimo greco in Sicilia. Purtroppo non è del tutto possibile accettare simili conclusioni senza riflettere su alcune considerazioni dalle quali risulta difficile prescindere.

Della Cuba ad oggi manca uno studio strutturale completo, soprattutto in considerazione dei due interventi di restauro, dei quali nessuna approfondita pubblicazione è stata prodotta. Da attenti rilievi si potrebbero discernere eventuali differenti fasi di costruzione, giacchè non è del tutto certo che l’attuale edificio sia il risultato, almeno nelle linee generali, di una sola volontà costruttiva. Accettando che la Cuba sia uno dei due edifici ricostruiti dall’abate Chremete, si verrebbe ad avvalorare l’ipotesi di una chiesa frutto di modificazioni successive. Infatti la riedificazione potrebbe aver tenuto conto dell’originaria forma dell’edificio, anche recuperandone parti e spiegando il perché di una chiesa a pianta centrale, ma con tripartizione dell’aula nettamente separata dal transetto, cupola decentrata e sorretta dalla tecnica a “muqarnas” tipica del mondo musulmano. L’ipotesi che la “Cuba” di Castiglione sia stata edificata durante il periodo normanno si basa anche sul famoso “Editto di Omar”, che proibiva ai cristiani di costruire nuove chiese e monasteri 40) 41). Già agli inizi degli anni 30 del XX sec. si riconobbe 42) 43) lo scritto come un apocrifo della metà dell’XI sec. d.C. E’ dunque più che mai possibile che in Sicilia, durante il dominio musulmano, si edificassero nuove edifici religiosi. Potrebbe essere il caso della S. Trinità di Delia, chiesa datata, in genere, al regno di Ruggero II e perfetta fusione di stile arabo e bizantino. L’edificio è a pianta a croce greca inscritta e sormontata da cupola moresca (oggi rossa). La perfezione delle proporzioni nulla lascia al caso e per tal motivo non è detto che sia necessariamente databile al regno normanno e che sia il prodotto di un nuovo stile normanno.

E’ poco probabile, infatti, che piccole comunità di monaci basiliani potessero accettare innovazioni edilizie tanto radicali in breve tempo, ben conoscendo soprattutto il conservatorismo del pensiero cristiano-greco. Vi è, al contrario, un’altra possibilità, che durante la dominazione musulmana non solo in Sicilia si edificassero edifici cristiani, ma anche che essi venissero costruiti attraverso un’assimilazione di stili e forme provenienti anche dall’Africa 44) 45). Questo spiegherebbe la presenza di “muqarnas” a sorreggere la cupola della “Cuba” di Castiglione, frutto di maestranze arabe sotto la dominazione musulmana o creazione di medesime maestranze sotto il regno normanno, da circa un secolo avvezze a costruire attraverso una commistione di stile architettonico sia cristiano, sia musulmano, stile in seguito divenuto largamente gradito ai governanti tra l’XI e il XIII sec. d.C. Da un’altra considerazione non è possibile prescindere. Essa è legata ad avvenimenti spesso analizzati con non grande interesse dagli storici: si allude alla temporanea riconquista della Sicilia orientale da parte del comandante bizantino Giorgio Maniace, tra il 1038 e il 1042 d.C. Nulla vieta di pensare, infatti, che la chiesa di S. Domenica sia stata costruita durante la dominazione araba, ma contestualmente all’impresa di Maniace. L’ipotesi, certamente suggestiva, potrebbe avere un fondamento di realtà, poichè la valle dell’Alcantara fu per il Maniace un terreno di battaglia tanto aspro e conteso, da lasciare memoria imperitura nell’attuale abitato di Maniace, non lontano da Bronte. L’opera di riconquista bizantina, nella Sicilia orientale particolarmente fruttuosa, si presume che prevedesse anche una conversione religiosa delle città, con conseguente costruzione o ricostruzione di chiese abbattute o trasformate in moschee. L’ipotesi trova conferma indiretta nell’importante “tipikon” del monastero del S. Filippo di Fragalà o Demenna 46). Nel testamento, infatti, si trova ricordo di una chiesa edificata per volontà di Maniace e dedicata alla Madre di Dio. Inoltre si ritiene possibile che anche lo stesso monastero di S. Filippo di Demenna affondi le proprie origini durante gli anni della riconquista bizantina 47).

Certamente altri edifici religiosi vennero costruiti ed è improbabile che Maniace e gli altri comandanti della spedizione ignorassero la Valle dell’Alcantara, importante via di comunicazione, oltre che fertile territorio. La Cuba di Castiglione attende ancora uno studio accurato e soprattutto indagini archeologiche utili a dare luce alle tante questioni irrisolte. Il territorio limitrofo alla chiesa presenta tracce di antica frequentazione e qua e là è ancora possibile leggere sul terreno la presenza di antiche opere di canalizzazione, utili a captare l’acqua del fiume Alcantara per usi irrigui. Certamente durante i primi anni del XX sec., periodo in cui Freshfield visitò l’edificio, potevano osservarsi tracce ben più numerose e, forse, altri resti di antichi edifici, come lo stesso studioso ebbe a vedere nei luoghi ove ancora oggi sorge l’altra Cuba, quella di Malvagna 48). Purtroppo lo sviluppo agricolo e la conseguente meccanizzazione hanno obliterato la maggior parte delle antiche testimonianze, risparmiando solo i luoghi cari alla cristianità.

Fotografie25 luglio 2010

Descrizione architettonica e topografica – l’edificio, che sorge isolato lungo la pianura alluvionale della valle dell’Alcantara, si compone, all’interno, di due parti distinte. Ad est trova luogo il santuario, composto da un abside semicircolare e, agli estremi lati del transetto, da due absidiole ricavate nello spessore murario e svolgenti funzione di protesis e diaconicon. Altri esempi di simile soluzione si possono osservare presso la vicina chiesa di S. Maria di Mili (Messina), o nella chiesetta del Castello di Maredolce (Favara, Palermo). L’abside di S. Domenica (o S. Domenico, così come riporta il Freshfield) presenta anche la particolarità di essere rafforzata, all’esterno, da semicolonne prodotte con blocchi di pietra lavica sovrapposti e sbozzati. Simile soluzione strutturale presentavano, in basso, anche i pilastri che fronteggiano l’abside e sui quali si imposta l’arco trionfale a tutto sesto che divide il transetto dall’aula. L’aula, a sua volta, è divisa in tre navate da un’altra coppia di pilastri sorreggenti altrettante arcate a tutto sesto. Interessanti si presentano anche le tre soluzioni utilizzate per la copertura dell’edificio. La porzione centrale del transetto e le navate laterali sono coperte da volte a crociera su mensole, che svolgono anche la funzione di contrafforti per la cupola che copre la navata centrale. Gli ambienti in corrispondenza del protesis e del diaconicon sono coperti da volte a botte. Interessante si presenta anche la soluzione architettonica utilizzata per sorreggere la cupola: si tratta della tecnica a “muqarnas”, di probabile origine islamica, diffusa in buona parte del Mediterraneo, presente in Sicilia in molti edifici di epoca normanno/sveva e, di conseguenza, elemento utile per la datazione dell’edificio. L’esterno della chiesa si presenta altrettanto articolato nelle forme e nei materiali. I lati settentrionale meridionale sono caratterizzati da due semipilastri per ciascun lato che trovano corrispondenza, all’interno, con i pilastri delle navate e del transetto. Anche l’abside presenta una coppia di lesene, specchiate anche sul prospetto principale e la cui funzione parrebbe di contrafforti. La fronte dell’edificio presenta due ingressi, quello centrale caratterizzato da un arco a tutto sesto con lunetta. Un ingresso laterale sinistro permette invece direttamente l’accesso alla navata laterale corrispondente. Sempre il prospetto principale è arricchito da un’ampia finestra, un tempo una grande bifora, dalla quale la chiesa trae la maggior quantità di luce. Della bifora sono ormai scomparse del tutto le colonne. E’ relativamente certo che la chiesa un tempo fosse precedute da un avancorpo. L’ipotesi era già stata espressa dal Lojacono 49), direttore dei lavori di consolidamento nel decennio tra il 1950 e il 1960. L’autore riteneva che la presenza di un nartece innanzi all’attuale ingresso potesse avere lo scopo di bilanciare l’architettura della chiesa, sbilanciata in avanti dalla scelta di fornire di copertura a cupola solo l’aula, tralasciando il transetto. Inoltre è possibile che i semipilastri di facciata avessero non solo funzione di contrafforti, ma anche di pilastri per una possibile struttura posticcia, costruita in materiale deperibile, come il legno. L’edificio sacro è anche un piccolo trionfo di policromia. La tecnica costruttiva è rappresentata essenzialmente da pietrame lavico leggermente sbozzato, inzeppato da frammenti di laterizi legati da una buona malta. I cantonali sono ovviamente rinforzati. Gli archi delle finestre sono vivacemente impreziositi da una tricromia composta da pietre bianche, laterizi e pietra lavica lavorata con perizia. Simile tecnica è presente anche nei due ingressi e nella piccola bifora in corrispondenza dell’abside.


Note
1.  R. Pirri 1733, pag. 1055
2.  C.A. Garufi 1899, pp. 7-93.
3.  E.H. Freshfield 1913/18, vol. 2, pp. 171-1724.
4.  E.H. Freshfield 1913/18, vol. 2, pag. 525.
5.  E.H. Freshfield 1913/18, vol. 2, pag. 1716.
6.  E.H. Freshfield 1913/18, vol. 2, pp. 53-547.
7.  C.E. Nicklies 1992, pp. 16-248.
8.  Krautheimer 1986, fig. 2979.
9.  G. Millet, 1916, fig. 140
10.  A.K. Orlandos 1935, pag. 183, fig. 2
11.  Di Stefano 1979, pp. 40-41, 86-87, 62-64, 95-97, 97-99
12.  E.H. Freshfield 1913/18, vol. 2, pp. 53-54
13.  B. Pace 1949, pp. 360 – 363
14.  P. Lojacono 1960, pp. 58-60
15.  S.L. Agnello 1962, pp. 104-106
16.  E.H. Freshfield 1913/18, vol. 2, pag. 49
17.  C. E. Nicklies 1992, pag. 17
18.  L.T. White 1938, pp. 16-29
19. C. Filangeri 1979
20. C. Autore 1934, pp. 54-63
21. Filangeri 1979, pp. 22-23
22. M Rotili 1980, pp. 108-116
23. C.E. Nicklies, pag. 19
24. U. Scerrato 1979, pag. 333
25. C. E. Nicklies 1992, pag. 24
26. C. E. Nicklies 1992, pag. 24
27. J.M. Bloom 1988, pp. 21-28
28. U. Scerrato 1979, pp. 328-333
29. R. Ousterhout 1989, pag. 75
30. Di Stefano 1979, pp. 95-99
31. G. Bellafiore 1990, pag. 132
32. G. Agnello 1952, pp. 116-129
33. S.L. Agnello 1962, pp. 58-59
34. J. Dodds 1990, pp. 95 e 164-165
35. R. Krautheimer 1986, pag. 442
36. M. D’Onofrio, V. Pace 1981, pp. 271-273
37. G. Bellafiore 1990, pag. 162
38. L. Golvin 1966, pp. 100-105
39. L.T. White 1938, pp. 70-72
40. A.S. Tritton, pp. 37-60
41. T.W. Arnold, pp. 66-67
42. T.W. Arnold, pag. 62
43. L. Caetani 1910, pag. 957, vol. III”
44. G. Patricolo 1880, pp. 51-66
45. L.T. White 1938, pag. 63
46. J. Thomas et al. 2000
47. J. Thomas et al. 2000
48. E.H. Freshfield 1918, vol. 1, pp. 8-10
49. P. Lojacono 1960, pag. 55 e seg


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Fotografie: Tutti i diritti riservati

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