Fonte: Reg. “S. Pietro Morti 1817-1860”, f. 140r:

  1. P. ANTONINO SCIACCA, Agostiniano
    Die vigesima quarta ejusdem [Junii 1860].
    Frater Antoninus Sciacca filius jug. Sancti, et Rosae di Bella aetatis ann. 24 obiit in agro repentine in C. S. M. E. ejusque corpus sepultum fuit in Ecclesia S. Augustini, ubi erat monachus”.
  2. SANTO SCIACCA
    “Eodem [Die vigesima quarta ejusdem] [Junii 1860]
    Sanctus Sciacca vir Rosae di Bella aetatis suae ann. 71 in agro obiit repentine in C. S. M. E. ejusque corpus sepultum fuit in Ecclesia S. Joseph”.

  3. D. ANGELO SCARDAMAGLIA
    “Eodem [Die vigesima quarta ejusdem] [Junii 1860]
    Angelus Scardamaglia vir Mariannae Sciacca aetatis suae ann. 46 in agro repentine obiit in C. S. M. E. ejusque corpus sepultum fuit in Ecclesia S. Jospeh”.

  4. FRANCESCA SCARDAMAGLIA
    “Eodem [Die vigesima quarta ejusdem] [Junii 1860]
    Francisca Scardamaglia filia jug. Angeli, et Mariannae Sciacca aetatis suae ann. 17 in agro repentine obiit in C. S. M. E. ejusque corpus sepultum fuit in Ecclesia S. Jospeh”.

Curiosi atti di morte di quattro persone che, a prima vista, sembrano essere decedute per una pura fatalità. Lo stesso giorno: 24 giugno 1860. Lo stesso luogo:  ‘in agro’. La stessa circostanza: repentineColpiti da un fulmine? Altro evento naturale? Nessun accenno alla circostanza tragica in cui hanno contemporaneamente perso la vita! Per quale motivo? Neutri e freddi atti notarili? Eppure in altri atti si riporta spesso la circostanza della morte. Si vuole coprire qualcuno?


Tutto si chiarisce dalla lettura del SARDO, anche se, come al solito, solo generici accenni senza fare nomi. Perché questa omertà? Scrive a distanza di quasi mezzo secolo. Riporta certamente tradizioni orali ancora molto vive. Non ha ritenuto di consultare l’archivio parrocchiale.

” […] Esordivano le loro terribili gesta col recarsi a Catena in contrada Cerro, a diroccare i muri della proprietà di un certo Sciacca, perchè usurpo. Lo Sciacca tentò opporsi, difendendo il fatto suo da quei forsennati, acciecati da satanico furore, lo uccidono a colpi di scure, e non si arrestano, se non hanno tutti massacrati i membri di quella pacifica famigliuola, non risparmiando nemmeno una fanciulla di eccelsa bellezza, e un giovine frate, da fresco unto sacerdote. […]”.

Per comprendere meglio la circostanza che porta a questa strage, è utile riportare tutto il contesto in cui avviene.

Fonte: VINCENZO SARDO SARDO, Castiglione città demaniale e città feudale. Sue vicende storiche attraverso i secoli, (Con Proemio di F. NICOTRA), PALERMO, Tipografia DOMENICO VENA, 1910, pp. 99-108.

Scrive nel capitolo IX (Rivolta di Messina 1674 – Vittorio Amedeo II di Savoia re di Sicilia – Guerra del 1719 – Opposizione ai dritti del Principe – Fatti del 1860.), paragrafo V:

[99] Ma l’opera dei carbonari in Castiglione, secondava incoscientemente le perverse tendenze del basso popolo, che per nulla educato ed informato del nobile ideale che tutta la penisola invadeva, intendeva essere arrivata l’ora di un totale mutamento sociale, e con esso l’opportunità di far fortuna. Triste e dolorosa fu l’eco della rivoluzione del 1860 in Castiglione, che nella sua breve durata, (lunga di ambasce e di timori per il ceto dei civili) diversi fatti di sangue furono consumati.
Io non so se questi fatti sono da imputarsi alla ignoranza, che sovrana regnava in questi contadini, o a loro naturale malvagità!
E’ da considerare, però, che vissuti per tanti secoli sotto la schiavitù feudale, dalla quale appresero a riguardare la classe dei nobili quale principale origine dei loro mali (non a torto, perchè i fatti ne confermavano le idee, ed il governo [100] ne sanciva ed approvava gli abusi) l’alba della rivoluzione che promettevagli un orizzonte terso e lucente di aura … ed innovatrice, ne offuscò le idee, ne deviò i sentimenti, ne ubbriacò gli animi.
Il desiderio da secoli nudrito, avvervasi, finalmente … concetto di Dante trovava maturi i tempi, e l’Italia insorse unanime a cacciare gl’intrusi stranieri, che l’avevano per lungo tempo, dilaniata ed immiserita, solo volendo restare libera regina, fra i due mari e sotto un solo dominio.
La Sicilia, immolando la sua autonomia, oggetto di lusinghe e benessere negli antichi tempi, ad essa univasi entusiasticamente, e nei primi dell’aprile del 1860 scoppiava in Palermo la rivoluzione, da dove man mano propagavasi in tutta l’isola.
Molti paesi della Sicilia trassero profitto, per rivolgersi contro i ricchi, con animo determinato di ucciderli, e impadronirsi dei loro averi.
Nella provincia di Catania; Trecastagne, S. Filippo d’Agira, Bronte e Castiglione, furono i paesi più efferati per i fatti di sangue che vi si consumarono [1].
In Castiglione l’aura rivoluzionaria penetrava con le idee avanzate di ardenti giovanotti, studenti in Catania, i quali, avvenuti colà i primi fatti, si affrettavano rimpatriare, per organizzare qualche cosa di buono in pro della causa della unità nazionale.
Il loro intendimento era nobile e patriottico.
Sorse per loro iniziativa il comitato rivoluzionario, e ne affidarono la presidenza al signor Giuseppe Felsina; e improvvisata la prima bandiera tricolore, sventolò sull’alto del Castelluzzo.
Veniva poco appresso Antonino Savoia, membro del Comitato rivoluzionario di Messina, per consegnare a questo Comitato formalmente, la bandiera tricolore. Si portarono ad incon [101] trarlo il Sindaco, un dabbene dottore ma assai timido, il Pretore, borbonico impenitente, il Comitato e gran popolo. L’incontro avvenne a S. Giacomo [2], dove il Sindaco toglievasi a malincuore la bandiera, che un pò per uno portarono col Pretore, fino alla chiesa madre; dove giunti venne impartita solenne benedizione.
Poco appresso passava Luigi Pellegrino, che assodava la rivoluzione in queste contrade.
Ma una cattiva piega pigliava la rivolta in Castiglione.
Un artigiano castiglionese, ubbriaco delle nuove idee, in relazione intima col comitato rivoluzionario di Messina (al quale serviva spesso da corriere, molto addentro in tutto quello che si macchinava in seno ad esso), andava seminando la zizzania nel basso popolo, aizzandolo contro il ceto dei nobili, dicendolo causa precipua dei mali del popolo. Fu desso che portò la sediziosa rivolta in Castiglione. In casa sua, difatti, e sotto la sua direzione tutti i caporioni del movimento, la maggior parte contadini, riunivansi nottetempo, a congiurare in danno dei nobili.
Conoscevasi nel paese questa conventicola, e si era cercato attirare il capo di essa adescandolo col nominarlo membro del comitato, e col regalargli delle somme, per far sì che la rivolta non avvenisse. Il tristo da un lato intascava il denaro, e dall’altro non lasciava di spingere gli animi.
Maturati i loro tenebrosi propositi, e certamente aiutati dal Savoia, dal quale forse ricevettero l’ordine di insorgere, togliendo a pretesto la rivendica degli usurpi dei terreni comunali, muoveansi queste masse. Fu questa l’esca per trarsi dietro tutto l’intero ceto dei contadini, e la scintilla che fece divampare il terribile incendio della rivolta.
Esordivano le loro terribili gesta col recarsi a Catena in [102] contrada Cerro [3], a diroccare i muri della proprietà di un certo Sciacca, perchè usurpo.
Lo Sciacca tentò opporsi, difendendo il fatto suo da quei forsennati, acciecati da satanico furore, lo uccidono a colpi di scure, e non si arrestano, se non hanno tutti massacrati i membri di quella pacifica famigliuola, non risparmiando nemmeno una fanciulla di eccelsa bellezza, e un giovine frate, da fresco unto sacerdote.
Rientrati in Castiglione quei tristi, che pretesero essere guidati da un ricco signore castiglionese, che a viva forza e con minacce avevano voluto per capo (per la parvenza della giustizia e per coonestare le scelleraggini loro) recaronsi alla chiesa di Maria SS. della Catena, a ringraziarla dell’eccidio che avevano consumato, (umana cecità!) senza incontrare ostacoli di sorta!
I nobili, visto l’irrompere della plebaglia ubbriaca, che non ebbe più freno, rinserravansi nelle loro abitazioni, pigliando le dovute precauzioni, per difendersi dal furore di essa; se difesa poteva opporre un ceto limitatissimo di numero, a tutto un popolo spinto al parossismo della ferocia! Fortuna che ancora l’azione del popolo svolgevasi nelle campagne, ad integrare le proprietà del Comune, diroccando muri, recidendo alberi secolari, abbattendo case, e distruggendo quanto si frapponeva al conseguimento della sua idea; come seguiva, qualche giorno appresso gli eccidii avvenuti a Catena, nelle apriche campagne di Montedolce!
Dopo questi fatti, i facinorosi che si erano lordati di sangue innocente, sospettando che dei ragguagli potevano essere inviati dai nobili all’autorità superiore, pretesero di volere aperti i dispacci postali, e conoscerne il contenuto, prima di esere spediti a destinazione. Una folla enorme, di contadini al solito, (i maestri tenevano per il ceto dei nobili) recossi sotto la casa del felsina, presidente del Comitato, tumultuando e [103] minacciando che voleva aperta la posta. Ma il Felsina, fattosi al balcone con gran sangue freddo, restò fermo e inflessibile nella negativa, non si fece imporre dal suo agitarsi furibondo e minaccevole; disse no e fu no.
La calca, dominata dalla volontà ferrea del Felsina, ma non domata, allontanavasi dimessa e scontenta, mugghiando come il mare in tempesta. Fu stabilito dai capi, nella seguente notte, di chiudere tutti gli sbocchi del paese, piantonarli e non far sortire chicchessia.
L’indomani infatti, vide il Felsina presentarsi innanzi il procaccio postale sbigottito, perchè un gruppo di contadini armati fino ai denti, che si trovava a guardare la via nominata della Scalazza, l’avean fatto tornare sui suoi passi significandogli con minaccie che dal paese non si usciva né da lui, né da altri.
Il Felsina, che non impauriva di fronte ai grandi pericoli, ma l’affrontarli gli dava vantaggio, ingrandendolo e rendendolo terribile agli avversari, udito il rapporto del procaccio, con quell’audacia che sapeva di temerità e con la naturale impassibilità, sue speciali prerogative, senz’altro compagnia che due corte pistole, che per costume tenea sempre montate nelle tasche della lunghissima giacca, che d’ordinario indossava, si avviò a Scalazza.
La sua presenza sconcertò invero i facinorosi che si trovavano alla guardia di quel posto.
Tentarono opporsi anche al Felsina per la partenza del procaccio postale, mostrarono i denti, e li minacciarono coi tromboni, di cui lo fecero anche segno. Ma questa volta dovettero cedere, la posta partì e dei codardi nessuno si mosse.
Era inutile, la persona del Felsina li soggiogava e qualunque ostacolo infrangevasi alla presenza di quella volontà eroica risolutiva.
Sullo scorcio del luglio, il D.r Giuseppe Sardo Ruggeri accompagnato da un piccolo drappello di nobili, maestri e contadini recavasi a Milazzo, (dove arrivava qualche giorno dopo la sanguinosa battaglia ivi combattuta) a fare omaggio [104] al generale Garibaldi, rendendosi interprete dei sentimenti di questo popolo plaudente.
Presentavagli una somma in denaro, (onze cento della cassa del Comune), molti polli, qualche capo di bestiame bovino, e sfilaccie per i feriti. Garibaldi l’accolse benevolmente e lo ringraziò del gentile pensiero dei Castiglionesi.
Si riteneva qui generalmente, che quest’atto avesse calmato gli animi del popolo infuriato.
Ma la sua mira speciale era tentare un colpo decisivo su tutto il ceto dei nobili; e l’avea preparato per la notte della Madonna del Carmine, (che si è soliti qui festeggiare l’ultima domenica di luglio).

Avevano i furibondi stabilito incendiare il fienile di Don Carlo Ciprioti, civile; dar l’allarme dell’incendio a suono di campana, (come è qui usanza) per chiamare in soccorso la gente, e attirare così tutti i nobili (che pronti sono ad accorrere in simili circostanze) coglierli alla sprovvista, e farne strage per le vie e nelle loro stesse abitazioni.
Circa 60 erano i contadini congiurati, riuniti nella diruta chiesa di S. Giacomo, che a notte inoltrata doveano portare a compimento il triste disegno. Quando improvvisamente, forse per miracolo della Vergine SS. del Carmine, si scatena un furiosissimo temporale che li sbanda tutti, e impedisce che il tremendo eccidio abbia luogo.

castiglione-di-sicilia

I più efferati, rimasti in numero di pochi, visto fallire il colpo, si avviano a Pietramarina e a Virzella [4], ove sapeano trovarsi il signor Gaetano Abbate e il signor Giuseppe Tuccari che figuravano fra i primi della loro scellerata lista, e sfogare su di essi la bile. Non trovarono il primo, che eludendo la vigilanza del proprio servo, segugio degl’insorti, pigliava il largo, rifugiandosi a Linguaglossa. Ma il Tuccari, malgrado avesse ricevuto un primo avvertimento nell’andata a Milazzo, ove mancò poco non venisse [105] assassinato, credevasi sicuro a Virzella, e lì si era ridotto con tutta la famiglia.

Era già inoltrata l’ora di quella notte fatale, ed il Tuccari ed i suoi erano da un pezzo sepolti nel sonno; quando ripetuti colpi echeggiarono alla porta d’ingresso. Si desta di soprassalto la famigliuola, ed il Tuccari, ignaro del destino che attendevalo, balza dal letto e così in mutande come si trovava schiude la finestra, per rendersi ragione di chi avesse bussato in maniera così poco urbana. Ma n’ebbe in risposta un colpo di pistola che foravagli la guancia, facendolo cader riverso, e privo di sensi nel mezzo della stanza. Grande fu lo scompiglio e lo spavento delle donne; alla caduta del marito, padre e genero, che ritennero morto. La di lui suocera, che in quell’istante si trovava ad aprire, cercò di rabbonire quei forsennati, ma in buon punto, quello stesso che l’aveva colà condotti e che la faceva da capo e da guida, e che ancora non aveva del tutto spenti i sentimenti di umanità, volle evitare altri delitti, e persuasi i compagni della morte del Tuccari, non avendo più a far nulla in quella casa, che aveano funestato con la morte e il dolore, impose loro di partire e l’un dopo l’altro dileguarono.
Solo il capo, dopo allontanati i compagni, accortosi che il Tuccari era leggermente ferito gli apprestò le prime cure, e dopo compito quest’atto pietoso, si affrettò raggiungerli.

L’indomani di questi fatti il Felsina, animato dal suo coraggio consueto, rivolge un caldo e fiero appello ai nobili, incitandoli alle armi, per difendersi da quella canaglia che avea dato di volta, da cui nulla di buono aveano da sperare.
Unico fu il grido di assentimento e tutti vecchi e giovani, sotto la direzione del Felsina, che avevano acclamato capo di quel piccolo esercito improvvisato, furono subito in armi, e uniti e pronti se ne stavano nella sede del circolo dei nobili, che avevano scelto a loro cittadella.
La reazione del ceto dei civili, fu una contrarietà inaspettata pei contadini. Ma il capo di essi, che sperava in quelli di Messina, rinfocolava il loro ardore che andava attenuandosi.

[106] La misura era colma, l’orgasmo era generale e i giovani nobili non sapeano più tenersi a freno; un energico ese… occorreva per calmare i bollenti spiriti dei rivoltosi. E a tanto era stato prescelto dal destino il più furibondo di essi. Triste arnese era costui, che si era vantato di saziar l’odio suo implacabile nel sangue dei nobili, dei quali voleva mangiarne anche il cuore!
Saliva egli, l’indomani della organizzazione dei nobili alla piazza tutto solo con aria smargiassa da conquistatore. Quando lungo la via venne avvertito di non avanzarsi perchè nel casino vi erano riuniti tutti i nobili, armati fino ai denti e non tirava buon vento per la sua persona. Ma egli petulantemente, con una scrollata di spalle, aggiungendo con la bocca una smorfia molto significativa « di me ne infischio » proseguì per la sua via. Appena all’angolo della piazza, vide l’atto minaccioso di qualcuno dei nobili e allora capi che l’avviso non era una favola, e in due salti fu nella immediata bottega di un barbiere; dove socchiudendo mezza porta credette sottrarsi alla sentenza inappellabile che attendevalo.
Ma il dottore in medicina signor Giuseppe Tuccari Dimarco, giovane ardito e di gran coraggio, lo affronta, e acchiappandolo per il panciotto (che per costume portava sempre di color scarlatto) lo tira fuori, come avesse fatto con un mucchio di cenci, dove fu fatto segno ad una salve completa di fucileria. Morì, manco a dirlo, sull’istante, restando all’impiedi addossato al muro, mostrandosi anche dopo morto in atto provocante e minaccioso.
Il cumulo di tanti avvenimenti richiamava finalmente l’attenzione del Governatore di Aci, il quale qui portavasi con intendimento di conciliare gli animi e rimettere l’ordine. Esige costui che i nobili avessero deposto le armi, rendendosi egli garante della sicurezza ed immunità del ceto. Il Felsina si rifiuta e si oppone per tutti. Il Governatore insiste, il Felsina allora rassegna le dimissioni da Presidente, ed esula dal paese. Il Dr. Tuccari Dimarco fu chiamato a sostituirlo.
Gli eccidii di Bronte, che furono i più terribili, attira [107] rono l’attenzione di Garibaldi, che vi mandava Nino Bixio nei primi di agosto, con sei compagnie di soldati piemontesi, e due battaglioni Cacciatori dell’Etna e delle Alpi.
Due battaglioni al comando del maggiore Dezza vennero qui, per ristabilire l’ordine, e circondato il paese e chiusi tutti gli sbocchi, operarono due o tre arresti; dopo 4 o 5 giorni andarono via senza nulla aver definito.
Gli animi accennavano a calmarsi, e l’ordine poco a poco ritornava, non già per la venuta dei garibaldini, ma per l’odor di polvere che ancora alitava per l’aere per l’avvenuta fucilazione di quel tristo.
Ai 9 di agosto, sotto la direzione del capitano I. Simone formavasi la Guardia nazionale [5], e solo allora l’ordine venne rimesso, e la tranquillità tornò in seno a questa popolazione [6].
Il capo della rivolta, dopo la fucilazione del suo maggiore aiutante, si era prudentemente allontanato da Castiglione, ma anche lontano, non cessava dal lavorar sotto cenere, lusingandosi ancora di riuscire nel sospirato colpo. Segreti informatori segnalavano agli ufficiali della guardia nazionale, che soccorsi in denaro, in armi e munizioni pervenivano al Capo da Messina; sperava questi nel ritorno dei garibaldini, che si diceva dovesse aver luogo nel 1862, per tentare l’ultimo e definitivo colpo.
Ripassarono difatti, i garibaldini al 1862 al comando del tenente generale La Porta; la guardia nazionale che non si fidava gran fatto di essi, credendo in un segreto accordo col capo dei rivoltosi, stette vigile e pronta per ogni impreveduta evenienza. Fermaronsi, fortunatamente, un giorno solo, e ripartirono, non avendo trovato il Capo.

[108] Costui, scovato qualche tempo prima con molta abilità dalla guardia nazionale, mentre veniva condotto al carcere malgrado fosse accompagnato da due Signori di rispettabile età e condizione, venne in mezzo di essi fucilato. Cadde in tal guisa, giustamente punito, il turbolento suscitatore della rivolta sediziosa in Castiglione.
Questo turbolento periodo ci fa apprendere, che il ceto unito e compatto, sotto la savia direzione del Felsina seppe energicamente frustrare le cattive intenzioni dei facinorosi, mostrandoci ancora una volta che l’unione fa la forza.
I viventi, eroi di tali giornate, son degni di venerazione perchè furon prodi e con il loro operoso coraggio, stabilirono un precedente di superiorità morale e materiale; mai fin adesso smentito, malgrado i tempi presenti siano molto di quelli dissimili.
Castiglione, con decreto ministeriale del 14 dicembre 1862, fu autorizzato aggiungere la qualifica di Sicilia, per esser distinto dagli altri Comuni omonimi, che numerosi vi sono nel regno; e così d’allora in poi vien chiamata.”


[1] BUTTA’, Da Boccadifalco e Gaeta.
[2] Era questa allora la migliore strada vetturale per la quale accedevasi a Castiglione. Non aveva ancora vie rotabili – Nacque più tardi il tronco che l’attaccò
alla via nazionale Randazzo – Piedimonte ecc.
[3] Territorio di Castiglione, in prossimità della stazione di Castiglione.
[4] Campagne nel territorio di Castiglione.
[5] V. doc. N. 17.
[6] Numero complessivo dei soldati della Guardia nazionale in Castiglione 454 cioè: prima categoria N. 138; seconda categoria (dai 30 ai 40 anni) N. 11; terza categoria N. 268, Militi di riserva N. 234. (Da elenchi che conservansi nell’archivio municipale).



– Scalazza
La strada che parte da Piano Fiera (Via Leopardi) e sale verso la contrada Saccheri (Portella – monte Colla).
[Notizie avute dal signor Giuseppe Barbagallo il 30 aprile 2008 – ore 19,00, Basilica.]

  • Sembra emergere dal testo un certo disprezzo del SARDO nei confronti di ‘contadini’ e ‘basso popolo’.
  1. Ma l’opera dei carbonari in Castiglione, secondava incoscientemente le perverse tendenze del basso popolo” (p. 99).
  2. Io non so se questi fatti sono da imputarsi alla ignoranza, che sovrana regnava in questi contadini, o a loro naturale malvagità!” (p. 99).
  3. Questo turbolento periodo ci fa apprendere, che il ceto unito e compatto, sotto la savia direzione del Felsina seppe energicamente frustrare le cattive intenzioni dei facinorosi, mostrandoci ancora una volta che l’unione fa la forza. I viventi, eroi di tali giornate, son degni di venerazione perchè furon prodi e con il loro operoso coraggio, stabilirono un precedente di superiorità morale e materiale; mai fin adesso smentito …” (p. 108)

Strane affermazioni! Una difesa a tutto campo della ‘classe’ di appartenenza (i nobili!).

  1. Ma il dottore in medicina signor Giuseppe Tuccari Dimarco, giovane ardito e di gran coraggio, lo affronta, e acchiappandolo per il panciotto (che per costume portava sempre di color scarlatto) lo tira fuori, come avesse fatto con un mucchio di cenci, dove fu fatto segno ad una salve completa di fucileria. Morì, manco a dirlo, sull’istante, restando all’impiedi addossato al muro, mostrandosi anche dopo morto in atto provocante e minaccioso.” (p. 106)

Chi era questo “triste arnese … che si era vantato di saziar l’odio suo implacabile nel sangue dei nobili, dei quali voleva mangiarne anche il cuore!” (p. 106)?
Si dovrebbe trovare traccia della sua morte nei registri dell’archivio parrocchiale. Si scriverà “obiit in platea repentine”?

enzo-patanè– Biografia di Vincenzo Sardo … Cfr. sito del signor Enzo Patanè, sezione Cultura. La foto che lo ritrae con la moglie si trova in quella scheda.

“AI MIEI VENERATISSIMI ZII
AVV. MARIO E CAV. IGNAZIO SARDO
CHE NELLA VIA DELLA VIRTU’ E DEL SAPERE
MI SONO STATI
SPRONE ED ESEMPIO
E NELLE VICENDE TURBINOSE DI MIA VITA
GUIDA E SOSTEGNO
CON PROFONDA E PERENNE GRATITUDINE
QUESTE PAGINE
O. D. C.” (p. 5)

a) Sono suoi zii l’avvocato Mario Sardo e il cavaliere Ignazio Sardo.
Da ricerche superficiali nell’archivio ecclesiastico nessuna notizia sembra emergere. Non si riesce a trovare la data di morte.
La mamma, stando al doppio cognome, è certamente una Sardo.

[Addita: venerdì 9 maggio 2008 – 13.20.09]
VINCENZO SARDO SARDO (21/10/1871 – …)
Dati biografici.

Non si riesce a trovare l’atto di morte.
Dovrebbero essere questi i dati di nascita e del matrimonio.
Nascita
Cfr. Reg. “S. Pietro Battesimi 1832-1879” [10], f. 236v:
Die vigesima secunda Ottobris 1871.
Ego Cappellanus D. Franciscus Ferrara baptizavi infantem heri natum ex jugalibus D. Josephi Sardo et D.ae Maria Catena Sardo cui nomen impositum Vincentius Maria. Patrini fuerunt D. Vincentius Sardo et D.a Rosa Sardo”.

Matrimonio
Cfr. Reg. “Matrimoni S. Marco 1881-1904” [22], f. 101v:

    1. Data: 18 aprile 1898
    2. Dispensa: “nulloque legitimo impedimento detecto, praeter secundi et tertii gradus consanguinitatis dispensati a S. Sede Apostolica per Litera datas Acis Regalis etc.
    3. Sacerdote: –
    4. Sposo: VINCENO SARDO, figlio di GIUSEPPE e MARIACATENA SARDO RUGGERI
    5. Sposa: SILVIA TUCCARI SARDO, figlia di MICHELE e FRANCESCA SARDO RUGGERI
    6. Luogo: Casa di abitazione della sposa.
    7. Testimoni: Sac. D. Mario Sardo e D. Salvatore Marziano.
    8. Postea eis ex ritu sanctae Matris Ecclesiae in Missae celebratione benedixit Reverendus Sac. D. Marius Sardo Ruggeri”.

 

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