Appello-1936-pw
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APPELLO

Proposto dal Rev. Sac. Dott. VINCENZO PLATANIA, da Castiglione
di Sicilia, innanzi la S. Congregazione del Concilio per lo annulla-
mento o la revoca del decreto di remozione emesso da S. E. il
Vescovo di Acireale. [16/09/1936]

FATTO

Nei primi di agosto 1913 fui invitato dal compianto Mons. Arista, Ve-
scovo di Acireale, a lasciare il Seminario, allora molto fiorente, ove ero stato
quale insegnante di varie discipline e Vice-Rettore da quasi tredici anni, per
andare a prendere le redini della arcipretura di Castiglione di Sicilia.
Le condizioni finanziarie della Parrocchia di Castiglione di Sicilia erano
veramente disastrose.
Sua Eccellenza Mons. Arista. di S. memoria. pochi giorni dopo il mio
possesso canonico, avvenuto il 14 settembre 1913, e non prima per non farmi
[sic] mi annunziava che i debiti della Parrocchia, oltre alle rendite, distratte e da
ricostituirsi, fondi alienati, canoni reluiti senza impiego di capitali, ammontava
a somme considerevoli. Per tali debiti il Vescovo mi fece sottoscrivere una
obbligazione, che conservasi alla Curia Diocesana del tenore seguente:
«Il sottoscritto Sac. Vincenzo Platania, Arciprete Parroco di Castiglione
di Sicilia, con la presente scrittura da valere come atto pubblico, dichiara:
«1) Che il debito della Parrocchia di Castiglione di Sicilia fin’oggi am-
monta a L. 68221 e cent. 89 (lire sessantottomila duecento ventuno e cent. ot-
tantanove) dovute a Mons. Vescovo Giovanni Battista Arista, che le ha antici-
pate per salvare l’amministrazione trovata in soqquadro durante la gestione
del defunto Parroco ad evitare ulteriori danni ai beni parrocchiali.
«2) Che si obbliga di corrispondere dai beni delle Chiese di Castiglione
al creditore monsignor Arista gli interessi a scalare sul detto credito al

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cinque per cento.
«3) Che si obbliga di estinguere il superiore debito al più presto possi-
bile sui beni e sui risparmi delle Chiese di Castiglione, che risulteranno an-
nualmente dai bilanci approvati allo scopo dall’Ordinario Diocesano».
Lire sessantottomila al 1913 era una somma ingente certo non inferiore a
lire duecentomila al valore di oggi.
L’introito di tutti i beni della Parrocchia era di appena diecimila lire,
perché i fondi delle Chiese erano stati concessi in locazione per nove anni
e per detta somma.
Con tale introito dovevansi pagare gl’interessi del debito in L. 3261 e
con le rimanenti 6749 si doveva far fronte a tutte le spese della Parrocchia,
pagamenti di tasse, mantenimento di culto, spese di cultura ecc. ecc.
Il culto nelle Chiese languiva, le funzioni erano state alcune del tutto
soppresse, altre ridotte, il clero scarsamente retribuito; si doveva fare eco-
nomia su tutto e su tutti. Né i fedeli si commuovevano per tale stato di
cose e venivano in aiuto, conoscendo e deplorando i motivi di tale dis-
sesto finanziario.
Io rimasi scoraggiato: lo stesso Vescovo, il quale prima che io accet-
tassi ii [sic] beneficio, non so perché, mi nascose la verità dei fatti che io non
conoscevo perché assente da Castiglione, dopo pochi giorni del mio pos-
sesso canonico, mi disse testualmente così:
Lei è giovane e per tutta la vita pagherà debiti.

Condizione anormale e malsicura dei beni della Parrocchia
Prima del 1916 quasi tutti i beni della Parrocchia di Castiglione di
Sicilia comparivano legalmente come proprietà di persone private.
I beni della Chiesa di S. Pietro e Paolo, che sono i più importanti, si
trasmettevano da Parroco a Parroco come privati ed anche ai parenti
degli stessi Parroci.
Quelli della Chiesa S. Giacomo erano affidati a persone laiche e per
lo più ad una sola famiglia e le proprietà si trasmettevano da padre a figlio.

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Ciò era causa di gravissimi inconvenienti, dispendii e pericoli di andare
perduti, come è andato per molti fondi, che oggi sono stati davvero irrepara-
bilmente perduti. Ciò fu anche causa del pagamento delle somme anticipate,
come sopra si è detto, da Mons. Arista.
I fondi delle Chiese, se allora fossero stati intestati alla Parrocchia, non
sarebbero stati colpiti dai creditori personali del Parroco.
Dietro tale stato di cose io rivolsi istanza al Vescovo nei seguenti termini:
Eccellenza Rev.ma
«Lo stato deplorevole che si è dovuto lamentare nell’amministrazione
parrocchiale di Castiglione si deve esclusivamente a ciò: «possedere beni fi-
duciari» non denunziati al Governo e perciò rappresentati da terze persone.
La Chiesa ha dovuto subire gravissime iatture; si aggiunga la grande dif-
ficoltà di trovare persone di fiducia a cui trasmettere i beni stabili delle
Chiese. Si fa noto anche alla E. V. le ernome [sic] spese che si debbono pa-
gare ogni qualvolta avviene il passaggio della proprietà.
Domandato il parere del Prof. Pietro De Logu della R. Università di Cata-
nia, mi ha risposto che la maggiore garanzia di cui possono essere circon-
dati i beni ecclesiastici nell’attuale stato di legislazione è riposta nella costitu-
zione di essi beni come parrocchiali ed annetterli all’ente Parrocchia».
Alla sopradetta istanza ho unita la seguente relazione nella quale espo-
nevo i motivi, che mi spingevano a fare tale domanda:
Primo motivo. – Risparmio continuo di rilevanti somme, occorrenti
nella trasmissione delle proprietà con vendite o atti testamentari, per il re-
lativo pagamento della tassa di vendita o successione.
Difatti il fondo Sovaro, appartenente alla Chiesa di S. Pietro e Paolo,
dal 20 luglio 1874 sino al 1910, cioè nello spazio di appena trentasei anni,
fu soggetto a ben sei passaggi cioè: 1) L’arciprete G. B. Calì con testa-
mento del 20 luglio 1874 lasciava l’intero fondo suddetto per mettà al Sa-
cerdote Vincenzo Sardo Turcis e per l’altra mettà al Sacerdote Francesco

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Ferrara. 2) La mettà di Vincenzo Sardo Turcis, passò al Signor Giovanni
Sardo e sorella Giuseppina per testamento del 13 Ottobre 1886. 3) In se-
guito il Sacerdote Francesco ferra per atto del 4 gennaio 1903 devolse
la sua mettà al sig. Giovanni Sardo Turcis. 4) Questi, per atto del 7 feb-
braio 1903, acquistò la porzione della sorella Giuseppina e così divenne
proprietario dell’intero fondo. Eletto Arciprete il nipote di lui, Sac. Vin-
cenzo Sardo Camardi, nel 1900, per rivendicare il fondo che il detto Si-
gnor G. Sardo non voleva cedere, dovette intentare una forte lite, che du-
rò parecchi anni, e costò alla Parrocchia più di lire diecimila.
Finalmente, il Sig. G. Sardo Turcis, minacciato dalla pena della sco-
munica da S. E. Monsignor Genuardi, cedette il fondo all’Arciprete Vinc.
Sardo Camardi con atto di vendita del 16 aprile 1904 (5° passaggio).
In seguito, messo in pericolo il predetto fondo e minacciato dai nu-
merosi creditori dell’Arciprete Sardo Camardi, fu imposto dal vescovo al
detto Arciprete Sardo Camardi di vendere il sudetto fondp a Mons. Pa-
squale Pennisi Alessi; ciò che fu fatto nel 1909, 2 febbraio, con atto in
notar Carbonaro (6°. passaggio).
Secondo motivo. – Difficoltà di trovare persone di fiducia che voles-
sero assumere tale responsabilità.
Terzo motivo. – Pericolo permanente e rischio di andare perduti i
fondi o per qualche morte improvvisa o per malizia di qualche erede.
L’esperienza ci insegna che a Castiglione molti dei beni fiduciari sono
andati perduti per sempre.
Non contento di ciò pregai Monsignor Vescovo che volesse chiedere
un parere alla S. Congregazione del Concilio, la quale in data 21 Gennaio
1915 /N. di Protoc. 207-15) rispondeva nei seguenti termini:
«Ill.mo e Rev.mo Monsignore,
«Esaminato quanto circa le condizioni del patrimonio formante la
dote della Parrocchia di Castiglione in cotesta Diocesi ha esposto la S. V.

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nella sua dell’otto corr., anche questa S. Congregazione è di avviso essere
opportuno che i beni della Parrocchia stessa, intestati ora a persone pri-
vate, si facciano riconoscere come parrocchiali e s0intestino legalmente al
beneficio al quale appartengono.
«A tal fine si accordano alla S. V. tutte le facoltà necessarie ed oppor-
tune ed augurandole ogni bene dal Signore mi professo della S. V. aff.mo
come fratello
Card. CassettaPrefetto
Mons. Vescovo – Acireale. O. Giorgi – Segretario

Lo stesso parere era stato espresso dalla medesima Congregazione in
altra lettera del 20 novembre 1909 (N. Prot. 4601-5) diretta allo stesso
Mons. Arista, in cui è detto: «La S. Congregazione osserva non essere
prudente che gl’immobili salvati (dal dissesto finanziario della passata am-
ministrazione) restino lungamente intestati a persona di fiducia sia per le
enormi spese di successione sia per o pericoli da parte dei parenti.
«Intanto colla dovuta stima ho l’onore di professarmi Aff.mo come
fratello
Card. Gennari – Prefetto
Roma 20 novembre 1909.

Non si capisce come dietro tale parere così esplicito non si curò di
attuarlo e solo Mons. vescovo prese in esame la questione al 1914, quan-
do io la sollevai, come è detto sopra.
Per attuare il passaggio dei beni fiduciari alla Parrocchia diedi inca-
rico al Prof. De Logu ed al mio procuratore legale Avv. G. Camardi.
La causa durò più di un anno e superate le innumerevoli difficoltà
che si frapponevano, non badando a spese e a sacrfici, il 112 luglio 1916
i fondi passavano definitivamente alla parrocchia per atto di devo-
luzione emesso dal Tribunale Civile di Catania.
Se non fosse intervenuto questo atto, dappoichè il 16 luglio 1916, cioè

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appena quattro giorni dopo, avveniva improvvisamente a Roma la morte
di Mons. Pennisi, vi sarebbe stato il 7°. passaggio col pagamento della
successione computata in circa L. 18 mila.
Si è oggi risparmiata un’altra forte tassa di successione alla morte
del compianto Barone Salvatore Pennisi di Floristella.
Furono anche devoluti alla Chiesa di S. Giacomo con lo stesso atto
tutti quei beni, dei quali compariva proprietario il Sac. Mario Sardo, che
con atto del dì 27 gennaio 1902 li aveva acquistati dai sigg. Sanginisi.
Se non fosse avvenuto quell’atto di devoluzione alla morte del sudcetto
Sac. Mario Sardo, avvenuta pochi anni fa, sarebbero succeduti i numerosi
nipoti e si sarebbe dovuta pagare un’enorme tassa di succesione (Lire
10000) che fu così risparmiata.

Rivendica dei beni
Tra i beni perduti sotto le passate amministrazioni vi era un fondo in
contrada Vena di Galluzzo, appartenente alla Chiesa filiale di S. Antonio
Abate. Da circa 10 anni ho intentato una lite di rivendica.
Questa è stata aspra e difficile, però ha avuto esito favorevole e già mi
trovo in possesso di detto fondo che ha un vaore di circa L. 20.000
mentre la Chiesa percepiva solamente una annua prestazione di L. 25.

Ricostituzione della rendita Calì – Sardo a favore dei chierici poveri.
Tra le rendite impiegate dal Mons. Arista per pagare i debiti della Par-
rocchia vi era quella lasciata dall’arciprete G. B. Calì Sardo a favore dei
chierici poveri. Detta somma in L. 25.800, che col permesso della S.
Sede era stata distratta, fu ricostituita da me, depositando alla Curia il
relativo capitale.

Cause sostenute in favore della Parrocchia.
1.) Nel gennaio 1915 col Ricevitore del Registro di Liguaglossa per inde-

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bita tassa di quota di concorso. Dopo fatto il ricorso al ministero delle Finan-
ze la causa fu vinta dalla Chiesa e la atssa fu ridotta da L. 1600 a L. 800.
2.) Col Comune di castiglione, che richiedeva dalla Chiesa di S. Gia-
como un censo in natura (nocciola), io, vinsi la causa e liberai la Chiesa
del detto canone.
3.) Altra causa nel 1920 col Ricevitore del Registro di Linguaglossa per
sovratassa applicata indebitamente alla Opera Pia del Sac. Giuseppe Coni-
glio, amministrata dal Parroco.
La causa ebbe esito favorevole.
Ultimamente recandomi a Roma, facendo ricorso alla Amministrazione del
fondo per il culto, scongiurai il pagamento di una tassa di L. 6000.

Ricostituzione del canone Stancanelli.
Sotto la passata amministrazione il Barone Stancanelli da Novara aveva
pagato il capitale di un annuo canone, dovuto alla Chiesa filiale d S. Mar-
co, però il capitale depositato, per incuria o altro motivo, non fu reim-
piegato e così il canone era andato disperso.
Io ottenni dal barone, il quale era anche responsabile per non avere
curato il reimpiego del detto capitale, una nuova somma e così fu rico-
stituito il canone perduto con un titolo del Debito Pubblico, che trovasi
depositato alla Curia Vescovile.

Difesa dei diritti della Chiesa nella questione della Cappellannia
Laicale Bonerba.
È nota la questione che si trascina da diversi anni e che è stata og-
getto di una causa presso la S. Congregazione del Concilio.
Il Sacerdote Bellino si trattenne un fondo appartenente alla detta cap-
pellania. Era facile la rivendica, avendo lo zio di lui, Sac. Gaetano Pla-
tania, lasciata e depositata presso la Curia Diocesana una dichiarazione che
quel fondo si apparteneva alla Chiesa.

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Non si volle usare tale mezzo facile.
Il parroco, che si è attirato tutte le ire ed odiosità del Sac. Bellino, ha
sostenuto i diritti della Chiesa, non curandosi delle calunnie e di di tutte le
persecuzioni scagliate contro di lui, sol perché egli richiesto dai Vescovi
e dalla Congregazione ha apprestato i documenti per la difesa del sopra-
detto fondo.
Prego l’Ecc.mo Vescovo ed il Venerabile Consiglio Diocesano ad esa-
minare la condotta del sottoscritto, tenuta in tale questione perché, chiariti
i fatti che sono stati travisati, si faccia eseguire la decisione della Congrega-
zione, che impose al Bellino il pagamento di lire sedicimila, della quale
somma si sono pagate solamente Lire 5 mila.

Sistemazione del servizio parrocchiale e miglioramento del clero.
È stato mio pensiero costante rivolgere le mie cure a migliorare il servi-
zio parrocchiale, trovato in completo disordine, affidando gli uffici più impor-
tanti della Parrocchia, specialmente l’amministrazione dei Sacramenti a sacer-
doti che ne assumessero l’intera responsabilità, mentre prima col metodo
del turno si lamentava un grave disservizio con danno delle anime. Destinai
un sacerdote ad ogni Chiesa per la celebrazione delle messe ed altre fun-
zioni ad orario fisso. Così gli uffici della così detta Comunia, che si pre-
stavano a turno, vennero distribuiti con regolarità.
Nello stesso tempo, anno per anno ho migliorato, elevando sino a
venti volte di più, quel meschino compenso che prima avevano i Signori
Cappellani. Per tali miglioramenti fatti al Clero ho riscosso dai Vescovi
la piena ammirazione.

Mantenimento dei chierici in Seminario.
Ho avute mosse delle critiche per aver mantenuto molti chierici nel
seminario diocesano. Confesso che per tale mantenimento ho speso somme
non indifferenti ed anche ho dovuto supplire all’inadempienza degli impegni

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dei padri di famiglia per parte della retta.
Però io credo che nonostante le defezioni avvenute (il che è naturale)
sono sicuro che da qui a pochi anni la parrocchia così estesa, avendo 5
borgate distanti dal paese, e bisognosa di sacerdoti, avrà in gran parte rin-
novato il suo clero, raggiungendo il numero di 6 sacerdoti.

Lavori materiali e straordinari compiuti nelle diverse Chiese dal
1913 ad oggi.
Non riporto qui l’elenco dei lavori ed opere materiali compiuti duran-
te la mia gestione. Solo accenno agli importanti restauri fatti nella Chiesa
Madre. Ricostruzione della torre del campanile, impianto elettrico in tutte
le Chiese. Fornitura di sedie nuove. Costruzione di un salone per la sede
di un circolo Giovanile Cattolico. Costruzione in gran parte della Chiesa
nella Borgata Gravà. Costruzione dell’orologio da torre nella Chiesa del
Carmine, ecc. ecc.
Però i maggiori lavori sono stati eseguiti nella Chiesa di Maria SS.
della Catena, Patrona di Castiglione, che sono i seguenti:
1.) Completamento e decorazione a stucco; 2.) Cantoria con ringhiera;
3.) Pavimento nuovo di marmo in tutta la Chiesa (600 metri quadrati);
4.) Doppio zoccolo di marmo; 5.) Balaustra di marmo; 6.) Altare maggiore;
7.) Cappella; 8) Sopraltare anche di marmo, ecc. ecc., lavori necessari non po-
tendo restare la Chiesa incompleta. Di tutti questi lavori, reclamati viva-
mente dai fedeli, fu data perizia e collaudo, che conservasi in quest’Archi-
vio Parrocchiale, da Cav. Ing. Pietro Grassi, di f. m.

Tenuta in economia dei fondi della Parrocchia. vantaggi che ne son
derivati.
Al 1918, cessata la locazione dei fondi della Chiesa per la somma di
L. 10.000 riebbi i detti fondi che cominciai a coltivare ed amministrare
direttamente, tenendoli in economia. Non solo così ho potuto ottenere un
maggior rendimento, ma ho potuto migliorare le condizioni dei fondi stessi.

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Ho fatto nuove piantaggioni, spesso mi sono recato sul luogo per sor-
vegliare i lavori di coltura.
Tale metodo è stato pienamente approvato dai miei Ecc.mi Vescovi.
Il frutto pendente annualmente è stato da me concesso ad asta pub-
blica con l’assistenza del Notaio o di un altro legale e credo che tutto si
è fatto con la maggiore regolarità, come potrà vedertsi dai bilanci annuali.

Condizioni attuali dell’amministrazione della Parrocchia
Da circa sette anni questa Parrocchia, le cui rendite sono costituite da
beni immobili, ha dovuto subire come tutti gli altri proprietari, le tristi con-
seguenze della crisi. Le imposte, rimaste elevate, ed anche aumentate, co-
me al tempo quando furono applicate, e i prodotti ribassati ad un terzo
del prezzo, hanno fatto sì che quanto si ricava non basta per pagare le
sole tasse. Si aggiunga il danno avuto da due forti grandinate, la prima
nel 1930 e la seconda il 1932 e la grande difficoltà di riscuotere i crediti,
ragione per cui si devono ritardare i pagamenti.
Qualunque riserva, non sarebbe stata capace a scongiurare tale incon-
veniente, che del resto lamentano tutti, anche i più ricchi proprietari.

Somme pagate per il debito della passata amministrazione.
Le somme pagate a Mons. Vescovo per il debito della Parrocchia la-
sciato dal mio predecessore arciprete Vincenzo Sardo Camardi, compresi
gl’interessi, ammontano finora a più di Lire 80.000.
Ho voluto far precedere la minuta esposizione delle condizioni in cui
trovai la Parrocchia perché tali condizioni contribuirono in massima parte
a creare lo stato di cose di cui dirò appresso: Stato di cose non imputa-
bile sotto nessun verso e per nessun motivo a me.
Il mio passato di onestà, di probità assoluta, di correttezza insupera-
bile aveva trovato pieno riconoscimento in attestazioni di personalità auto-
revoli e di alti Prelati ed il semplice fatto di essere stato prescelto dal com-
pianto Mons. G. B. Arista per salvare e reggere una amministrazione in

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completo sfacelo e gravata da un passivo d far tremare le vene, er un
ambito quanto meritato riconoscimento della illibatezza del mio passato
stesso e delle mie capacità.
Tale riconoscimento, se da un lato appagò il mio desiderio di vedere
valutati equamente tutti i miei sacrifizi, la dedizione intera di me stesso
per la Chiesa, dall’altro mi servì di sprone a sempre meglio operare e mo-
strarmi grato e degno della fiducia che in me si riponeva.
Tutto acceso da tale volontà e sicuro della illimitata fiducia che in me
si riponeva, pensai e mi preoccupai più di aumentare lo attivo e provve-
dere ai bisogni spirituali, che badare alle inutili precisioni formali di bilan-
ci e rendiconti.
Ero tanto acceso dalla sacra fiamma di tutto fare per la Parrocchia che
ritenni di dovermene occupare come di cosa propria e, sicuro, forte e sere-
no della fiducia che in me si riponeva, lavorai indefessamente per il mag-
gior bene della Chiesa ed affidai la parte contabile ad un segretario: il Rev.
Sac. Stagnitta Carmelo.
Altri Vescovi successero a Mons. Arista e fui sempre confortato dalla
Loro fiducia.
Ed invero, tanto Mons. Cento quanto Mons. Colli fecero, per come era
Loro dovere, rispettivamente la propria ispezione di controllo.
Di entrambi nulla mi fu comunicato, il che significa che nulla di irre-
golare fu trovato sul mio conto, altrimenti mi si sarebbero dovuti fare dei
richiami per gli opportuni provvedimenti.
Successo l’attuale vescovo Mons. Russo, fidente di trovare anche in
Lui l’incoraggiamento, la fiducia che avevo trovato negli altri Vescovi, cer-
to di aver ben meritato dalla Chiesa, forte di tutti i vantaggi veramente ri-
levanti dalla mia fattività procurati, chiesi una ispezione.
Fui uno dei primi Parroci della diocesi che mi affrettai a domandare
la S. Visita Pastorale. Confidavo tanto nella presenza di S. E. il Vescovo.
Feci l’invito per il Maggio 1934, feci tutti i preparativi del caso per

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rendere i massimi onori, ma all’ultimo momento S. E. fu impossibilitato
di venire perché dovette recarsi in Randazzo, improvvisamente richiesto dai
P. Salesiani, per presenziare le feste in onore di S. Giovanni Bosco.
Mi affettai a reiterare l’invito per il Maggio 1953 e potei avere in
tale epoca l’ambita S. Visita Pastorale. Si era S. E. il Vescovo proposto
di trattenersi solo tre giorni, ma dietro mia viva preghiera mi concesse
benignamente di trattenersi un giorno di più.
Nel luglio 1934 intanto, ordinata dal Vescovo, si era svolta la chiesta
ispezione fatta da Mons. Vicario generale e dall’Arciprete Francesco Foti.
Essa durò due giorni, furono interrogati a lungo tutti i sacerdoti.
Sul merito di detta inchiesta, Mons. Vescovo rispondendo, in data 23
agosto 1934, ad una mia lettera colla quale mi lamentavo che i sudetti Mons.
Vicario generale e l’Arciprete Foti erano andati a pranzo presso un Istituto
anzicchè alla casa Canonica, così scriveva:
«La dimora di Mons. Vicario nell’Orfanotrofio è stata scelta per es-
sere più libero nel suo compito e per non dare agio ad altri commenti.
infine l’inchiesta, se così può chiamarsi, è stata fatta principalmente per
mettere in luce la posizione in modo da chiarire equivoci e migliorare i
rapporti del Clero locale con Lei. Nella certezza che ora ogni questione
sarà sciolta a maggior bene delle anime rendendo più libero il suo ministero,
coi sensi di stima La benedico nel Signore».
Dal tenore di tale lettera, improntata a paterna benevolenza, dovevo
dedurre che l’inchiesta non era stata a me contraria, come, del resto, non
avrebbe potuto essere contraria.
Non veniva, però, con tale lettera riconosciuta nella sua interezza gi-
gantesca la mia opera e, chiesto insistentemente quanto infruttuosamente il
risultato della inchiesta stessa, pregai Mons. Vescovo acchè si degnasse
fare altri accertamenti, che inviasse sul posto l’Avvocato della Curia, una
Commissione formata di tre membri tutti di fiducia del Vescovo ed anche
il Suo segretario, ecc.

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Dopo di ciò mi recai tante e tante volte in Acireale, mai fui chiamato,
mai interrogato.
Nulla mi si contestò, nulla mi si rimproverò.
Ciò per me era normale perché non ricordo mai durante la mia lun-
ga gestione di aver avuto dei richiami, dei rimproveri, degli appunti tanto
meno riguardo l’andamento della mia amministrazione.
Non è, poi, da parlare del mai abbastanza compianto Mons. Arista il
quale mi mostrò sino alla morte la Sua benevolenza e mai dimenticò il mio
atto di cieca ubbidienza nel lasciare, sia pure con grande dolore e sacrifizio,
il Seminario Vescovile.

*

Nel mentre fiducioso attendevo e nessuna comunicazione mi veniva
fatta, cominciai a sentire delle vociferazioni a mio carico.
Ciò mi indusse a richiedere con più insistenza il risultato dell’inchiesta.
Da questo momento cominciarono a pervenirmi parziali richieste da
parte di S. E. Mons. Vescovo, ma il risultato generale, il conteggio totale
fino a questo momento non ho potuto averlo.
Questo fatto ha generato degli equivoci che non si sarebbero avuti
se mi si fosse inviato il conteggio totale specificato con i relativi appunti
ai quali avrei esaurientemente risposto.
La prima comunicazione parziale pervenutami fu quella del 31 dic.
1935 con la quale si faceva riferimento a due oggetti: 1) Casa Polli-Cimino;
2) Lavori straordinari Chiesa S. Giacomo.
È bene ricordare che io non mi ero occupato del ramo contabile,
preoccupato com’era di salvare la Parrocchia e di procurare i massimi
vantaggi.
Che di conti io non mi ero occupato fu attestato con giuramento dal
Sac. Stagnitta.
Non potevo quindi essere chiamato responsabile di ciò che non ave-

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vo fatto, ma tuttavia, pur non sapendo con precisione come stessero le
cose, mi dichiarai pronto coprire qualunque eventuale danno.
Tanto premesso, mi si comunicava in merito alla questione con la
suddetta datata 31 dic. 1935: A) Che la permuta combinata con la riunione
del Consiglio di amministrazione del 12 luglio 1932, dopo un esame più
preciso, era risultata non solamente illecita ma specialmente invalida per-
chè, a norma dei Cann. 1530 par. I N. 3 3 1532 par. I J. C. essendo il
valore degli immobili di molto superiore alle L. 30.000, prima di stabilire
la permuta necessaria era l’autorizzazione della SS. Sede (richiesta ad vali-
ditatem).
B) Che per detta ragione veniva dichiarata nulla la detta decisione
e mi veniva ordinato di fare al più presto possibile l’atto di donazione
alla Chiesa Parrocchiale SS: Pietro e Paolo del tenimento di case Polli-Cimino.
Mi si impose la consegna della copia autentica di detto atto dentro
dieci giorni.
C) Che dopo la superiore sistemazione mi si sarebbe fatto un conteg-
gio particolare. Conteggio che sin’ora non si è potuto avere.
In merito alla seconda questione mi si che veniva accet-
tata la mia dichiarazione del 15 ottobre 1935 colla quale mi impegnavo,
coma avanti detto, di riparare qualunque eventuale danno, e mi veniva or-
dinato di rimettere dentro il 10 gennaio 1936 il corrispondente documento
legale che veniva alligato e che vale la pena riportare per intero:

Alligato 1. – Della presente dichiarazione una sia un carta da bollo
da L. 6, una in carta da bollo da L. 4 e due copie in carta libera. Le due
copie in carta libera devono essere integralmente manoscritte. Le prime
due possono essere anche dattilografate, purché siano munite della Firma.
Castiglione di Sicilia 1 gennaio 1936 – XIV
«Il sottoscritto Sac. Vincenzo Platania di fu Giuseppe e di Maria
Catena Piccione domiciliato e residente in Castiglione di Sicilia, a chiusura

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dei conti straordinari d’introito ed esito per i lavori compiuti nella chiesa
di S. Giacomo (Maria SS: della Catena) di Castiglione di Sicilia, ed a ti-
tolo di ogni eventuale questione, contestazione o controversia che possa
nascere dai medesimi o comunque dai lavori di costruzione, decorazione,
completamento, lavori in marmo, stucchi, ecc. ecc., compiuti in detta Chie-
sa, durante la gestione amministrativa del sottoscritto Sac. Vincenzo Pla-
tania e cioè dal 1914 a tutt’oggi, con la presente scrittura da valere come
atto pubblico dichiara quanto segue:
«1.) I conti straordinari di introito ed esito riguardanti la superiore
partita e presentati in data 18 luglio 1935 XIII con le seguenti risultanze:
Attivo L. 115004,47. Passivo: L. 193.751,32, si intendono chiusi al pareg-
gio, assumendo personalmente e solamente il sottoscritto Sac. Vincenzo
Platania, qualunque passività, onere ed altro verso terzi, proveniente dal
superiori lavori.
«2.) Nel caso che dopo ulteriori conteggile cifre di attivo e passivo
riferite come al numero precedente, dovessero variare in qualsiasi maniera
e misura, restano sempre chiusi al pareggio.
«3.) Lo stesso sottoscritto Sac. Vincenzo Platania, dichiara di non a-
ver nulla a pretendere in dipendenza della suddetta gestione per nessuna
ragione e per nessuna causa, né dall’Amministrazione della Chiesa par-
rocchiale, né dall’Amministrazione delle altre Chiese di Castiglione di Si-
cilia, né da terzi, per i suddetti lavori e per qualsiasi altro titolo dipen-
dente dai medesimi.
«4.) In forma più precisa dichiara che oltre alla somma di L. 2000
prelevata per i detti lavori straordinari, dal bilancio Consuntivo S. Giacomo:
«Esercizio 1900trentatrè (1933) nessuna altra somma è stata o sarà
prelevata allo scopo dall’Amministrazione della Chiesa S. Giacomo e
delle altre chiese di Castiglione di Sicilia, (né sulla gestione 1934, né in
quella 1935, né in quelle future e posteriori).
F.to: Sac. Vincenzo Platania di fu Giuseppe

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Faremo appresso i commenti e le osservazioni. Per ora non possiamo
non rilevare che di illecito non vi era che la imposizione di donare un
corpo di case la cui compra era invalida.
Con tale imposizione si faceva diventare valido per la Chiesa ciò che
era invalido per me, non solo, ma la Chiesa mi imponeva di dare quello
che non Le spettava.
Dopo la prova da me data di cieca ed assoluta obbedienza e decisa
volontà di riparare qualunque danno sebbene involontario, colla sudetta
donazione e firma dell’alligato, non doveva S. E. Mons. Vescovo proce-
dere oltre, mentre Egli inizia senz’altro il processo di remozione e con
una lettera del 18 febbraio 1936 mi comunica che avendo esaminato la
mia lunga gestione si era constatato che sin dal 1923 aveva la mia Am-
ministrazione lasciato a desiderare circa il bene delle Chiese e circa molte
altre pratiche amministrative.
Tanto desumevasi, secondo tale lettera. dalle inchieste ordinate dai Ve-
scovi Mons. Cento e Mons. Colli e dai continui reclami pervenuti in que-
sti ultimi anni.
Seguitava col dire che prima di una decisione si era studiato e fatto
studiare l’andamento amministrativo della Parrocchia e si eran potuto pro-
vare e controllare diverse irregolarità che a norma del Can. 2148 par. I
venivano enumerate così:

1.) Legati di messe. Si rilevano tre irregolarità:
a) Legati non soddisfatti; b) Messe celebrate ma iun numero inferiore alla
elemosina ricevuta; c) Messe sospese.

2.) Legati pii. Secondo detta lettera dai documenti esaminati si rileva-
vano esistenti in Parrocchia anche i seguenti legati: Calì-Sardo: L. 140
per la Chiesa di Rovittello, N. 7 depositi per composizioni vari intestati
alla Chiesa S. Benedetto: L. 68,26.
Chiesa S. Pietro: affrancazione canone Stancanelli: L. 105. Titolo Nu-
mero 388,917 emesso il 26-3-1925.
La ripetuta lettera così seguitava: Dei detti titoli alligati l’ultimo non

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comparisce sino al 1928.
Nel 1929 viene citato esattamente; neegli anni seguenti viene arbitra-
riamente ridotto. Degli altri nessuna traccia, né in bilanci, né altrove.

3.) Fidecommissoria Coniglio. In merito a detto importante alligato
dal quale lei ha la principale e diretta responsabilità, abbiamo notato:
A) Messe non celebrate: Es. Quaresimalista, residuo attivo annuale ecc,
B) Messe non volute dal testatore: Es. Premi ai fidecommissarii. Am-
ministratore Chiesa S. Pietro per Comunia L. 750 invece di L. 612.
C) Voci scomparse sebbene ne parli il testamento e un rescritto della
C,. del Concilio dell’11 luglio 1904 N. 2522, 4: es. legati di maritaggio.
Tutto questo, confermato dal fatto ancora che non ha inviato nessun
documento del genere, richiestoLe con la nostra del 18 Gennaio 1936 Nu-
mero 80/36, conferma che i bilanci Coniglio inviati sono stati redatti ar-
bitrariamente e che le pie volontà del Testatore non sono state osservate.

4.) Alienazione di oro votivo: Nel 1932 da Lei è stato alienato ol-
tre un chilogrammo di oro votivo di Maria SS. della Catena.
Intanto Lei, interrogato in merito, con la lettera del 26 u. s., rispon-
deva negando recisamente il fatto e assicurando che durante il suo parro-
cato mai avesse alienato alcun oggetto d’oro.
Con nuova lettera del 1. Agosto u. s., Lei ritornava sull’argomento
chiedendoci i nomi delle persone che l’avevano calunniato affermando che
avesse venduto dell’oro della Madonna.
Però la nostra del 14 settembre 1935 N. 827/35, informato hce Noi
eravamo a conoscenza di tutto, Lei ha confessato il fatto con sua del 15
ottobre 1935.
In merito notiamo tra l’altro: A) La mancata autorizzazione in affare
sì delicato. B) La insincerità delle prime due lettere.
C) Che il ricavato della vendita non comparisce fra le somme spese
per la Chiesa S. Giacomo, di cui a suo tempo ha inviato i conti.
D) Che non vale la scusa addotta che quell’oro era destinato ad es-

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sere venduto, poiché ciò non si rileva da documento alcuno.

5.) Debito del predecessore. Confrontando i prospetti inviati, i bi-
lanci, ecc., con l’elenco dei versamenti fatti dalla C. D. ci risulta:
1.) Che il debito assunto da Lei non era di L. 68,221,89 ma di
L. 63.000.
2.) Che la somma di L. 2000 segnata nel consuntivo del 1919 non è
stata depositata alla C. D.
3.) Che le somme segnate in alcuni prospetti come versate in data
16 ottobre 1919 (L. 2000 in un prospetto dattilografato ed in uno mano-
scritto e L. 10000 nella memoria a stampa) in realtà non sono state versate.
4.) Lo stesso per le L. 5000 assegnate come versate nel dicembre 1929.

VI Introiti straordinarii: Fra le molte somme tralasciate negli attivi
dei bilanci segnaliamo i seguenti:
A) Libretto Solicchiata di L. 2663,30 prelevato dalla Curia in data 30
luglio 1931.
B) Ricavato dalla vendita del campo sportivo (circa L. 9000).
C) N. 99 piante di querce del fondo Colle Ameno vendute nel 1932.
D) Ricavato dalla vendita dell’orto Carmine (fondo Tirone) al Munici-
pio ed a privati.

VII Assegni per il Clero: Abbiamo rilevato:
1.) Che le somme prelevate dai bilanci sono sempre superiori a quelle
stabilite dal vescovo nei relativi decreti.
2.) Che le somme corrisposte al Clero sono sempre inferiori a quelle
3.) Le molte contraddizioni con le medesime date annuali tra i di-
versi prospetti inviati ai Vescovi, provano che i molti documenti inviati
sono pro forma e mai corrispondono a verità. Per es: In un prospetto af-
ferma che per il Clero nel 1919 si spesero L. 7416,05, in un altro dichiara
che nel 1919 per il Clero si spesero L. 4419.

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VIII Mantenimento di Chierici in Seminario.
In merito abbiamo notato che dal 1926 al 1934 mentre nei bilanci
complessivamente viene segnata la somma di L. 62,220, all’Amministra-
zione del Seminario è stata versata la somma di L. 54,638,95.

IX Spese per la Chiesa del Carmine.
Nei prospetti inviateci, accettando integralmente l’elenco delle somme
malgrado manchino le pezze giustificative, viene segnato il passivo di Lire
36339,83 con un attivo di L. 32669. Invece ci risulta dalla C. D. (benefici
Piedivillano) che Lei ha ricevuto complessivamente la somma di L. 41,130,03.

X Bilanci redatti pro forma.
Malgrado che il Consiglio di Amministrazione per diversi anni non le
ha approvati i bilanci informi, tuttavia i detti bilanci sempre sono
stati redatti «pro forma»; quindi:
1.) Le voci del passivo non tutte hanno riscontro con le pezze giusti-
ficative, ma spesso si nota che il passivo non è proporzionato all’attivo
in modo da coprirlo;
2.) Per cera, olio, ostie, vino ecc., viene segnata la medesima somma
nei dicersi anni (come se fossero delle tasse). Per es., l’olio per gloi anni
che vanno dal 1919 al 1925!!!
3.) Inoltre i canoni vengono segnati annualmente con la stessa cifra
anche quando vi sono dei canoni in natura (nocciola) che non aveva nei
diversi anni il medesimo prezzo come si rileva da altre voci degli stessi
bilanci.

XI Operazioni straordinarie non autorizzate.
Oltre alla mancata autorizzazione per l’alienazione dell’oro votivo,
Lei mai ha pensato di provvedersi della relativa e necessaria autorizzazione
per le molte operazioni straordinarie compiute: Es. Restauri Chiesa S. Gia-

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como, impiego di somme dai bilanci allo scopo, vendita di castagneti e
noccioleti, ecc, Solo nel 1933 e 35 richiese l’autorizzazione perché fu ri-
chiamato in merito.
XIII Rescritto della S. Congregazione del Concilio.
In detto rescritto del 1 settembre 1905, a Lei ben noto, si dà autoriz-
zazione a distrarre alcuni titoli con l’obbligo preciso di ricostituirli.
Intanto, malgrado gli introiti straordinari dei diversi anni, ancora nulla
è stato fatto per la ricostituzione di essi.

Per i detti argomenti.
Che tra i molti sono i più salienti dobbiamo rimuoverla dal beneficio
parrocchiale non solo in forze del can. 2147 par. 5 ma anche in virtù dei
canoni 2324, 2346, 2347, e 2383, 2486 del cod. di Diritto canonico.

QUINDI

a norma del can. 2148, uditi due esaminatori prosinodali, con la presente
la invitiamo alla rinunzia scritta e formale del beneficio Parrocchiale; rinun-
zia che dovrà pervenire a Noi direttamente dentro dieci giorni dalla data
della presente computati a norma del can. 34 par. 3. Cioè: prima che spi-
ri il giorno 28 febbraio corrente.
Detta rinunzia, o la risposta agli argomenti riferiti, dovrà essere inviata
in due copie una delle quali da Lei interamente manoscritta.
Infine, in virtù del can. 2151 Le significhiamo che oltre i detti dieci
giorni, non vi sarà concessa altra dilazione per addurre delle prove ecc.,
perché durante l’inchiesta preparatoria iniziata da oltre sei mesi, ha avuto
tutto il tempo di cercare documenti e giustificazioni.
F.to Salvatore Vescovo. Da Nostro Palazzo vescovile il 18 febbraio
1936 XIV F.to Sac. Paolo Randazzo Notaro.

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In riscontro a tale lettera, in data 27 – 2 – 1936 comunicai le mie deduzioni.
Feci osservare che delle due inchieste cui faceva, riferimento alla let-
ter 18 – 2 – 1936, della prima non aveva avuto alcuna notizia perché nulla
mi era stato di essa comunicato, mentre della seconda, compiuta in poche
ore, dovevo supporre che nulla doveva essere stato riscontrato di irregolare
in quanto nessun richiamo mi si era fatto.
E così proseguivo. Nessun altro Vescovo mi richiamò mai, altrimenti
io che mai mi sono opposto agli ordini dei miei Superiori come l’E. V.
ha potuto vedere dalle ultime prove date di assoluta ed incondizionata do-
cilità ed ubbidienza, mi sarei corretto di quegli errori o mancanze che mi
si fossero fatte notare tanto più che io in ogni lettera mi mostravo pronto
a tutto. In altri termini, prima di un provvedimento gravissimo di rimozione
doveva precedere un invito alla Correzione e quando io mi fossi mostrato
incorregibile e mi fossi negato a riparare l’eventuale danno, che secondo i
canoni dovrebbe essere assai grave, del Beneficio Parrocchiale, non essen-
dovi altro rimedio, sarebbe stato il caso di ricorrere alla remozione.
Della gestione anteriore al 1923 vuol dire per il primo decennio, dalla
E. V. come pure nulla si è rivelato di irregolare, vuol dire del periodo più
difficile, scabroso in seguito ad una amministrazione trovata in pieno soq
quadro, anzi come spesso ha ripetuto la E. V., un vero terremoto.
Nulla si dice delle innumerevoli difficoltà incontrate dalla parte civile
e dello stento per ottenere il R. placet. Il Sub – Economo minacciò più volte
di denunziare le gravissime irregolarità e per l’opera mia si scongiurò il
sequestro civile, come avvenne nella Parrocchia di Linguaglossa.
Nulla si dice delle liti pendenti, fondi venduti, canoni reluiti, titoli di-
stratti, come sono descritti nei bilanci del 1916 che l’E. V. ha sicuramente
esaminato. Periodo d’intenso lavoro, che mi procurò infinite noie, viaggi
continui, sacrificii immensi, tutto dimenticato, nessuna considerazione! Ma
almeno non doveva passare sotto silenzio l’approvazione con lode di
Mons. Arista e l’atto amministrativo della devoluzione dei fondi allo ente

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parrocchiale che salvò i patrimoni di tutte le Chiese, dietro parere espli-
cito della S. Congregazione del Concilio, col risparmio di ingente somma.
Se oggi solo per pochissimi spezzoni di proprietà che allora non si
poterono intestare alla Parrocchia e rimasero intestati alla ditta Pennisi di
Floristella si dovranno pagare L. 25.000 per successione e tassa di patri-
monio allo stesso barone Pennisi, quale somma si sarebbe dovuta pagare
alla morte sia di Mons. Pasquale Pennisi Alessi, sia del fratello barone
Salvatore se io non avessi pensato a tempo, superando la lotta del Clero
locale, a curare la detta devoluzione? E quale non sarebbe stata la sorte
dei beni della Chiesa S. Giacomo alla morte quasi improvvisa del Sac.
Mario Sardo, cui successero numerosi nipoti?
Cito qui una dichiarazione dell’avv. Notar Giovanni Camardi da Ran-
dazzo che fu il mio procuratore legale nella pratica di devoluzione.
Anche in considerazione di questo primo periodo della mia gestione,
che va dal 1913 al 1923, non doveva procedersi ad un provvedimento che
io non esito considerare come una sentenza di morte. Che cosa infatti
rimane al parroco dopo che vien rimosso sotto l’accusa di cattivo ammi-
nistratore? non potrebbe sopravvivere senza l’aiuto speciale del buon Dio
e la Sua infinita misericordia.

I- II Legati Messe e Legati Pii.
Di questi due numeri preferisco rispondere in fine.

III Fidecommissoria Coniglio.
Io rispondo di quest’opera dal 1914. Le messe disposte sono state
sempre celebrate, prima dal Sac. Pietro Marziani, alla morte di costui dal
Sac. Antonio Fiammingo, come rilevasi da un certificato da lui stesso fir-
mato ed inviato alla E. V. poco tempo fa.
Unisco i bilanci richiesti, che non furono inviati dal segretario Sac.
Salvatore Trefiletti.

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Da essi si rileverà che i nostri bilanci non furono redatti arbitrariamen-
te, come è detto nella lettera della E. V., ma mi sono necessariamente uni-
formato a quelli approvati dalla R. Prefettura.

IV Alienazione oro votivo.
Come risulta dalla dichiarazione del sig. Gemma saitta e Gaetano Isaia
che ne fu il compratore esso fu venduto dieci anni fa e per esserne im-
piegato il ricavato per gli importanti lavori, che allora erano in pieno sviluppo,
della Chiesa di S. Giacomo (Maria SS. della Catena). Il ricavato fu di sole
lire 5000 e furono tutte impiegate nei suddetti lavori. non furono notate
nei bilanci, ma tra le offerte che io ero disposto pubblicare insieme alle
relazioni dell’ing. Pietro Grassi.
Ed è proprio da ciò che è nata la pretesa contradizione in cui io sa-
rei caduto di aver prima negato e poi ammesso di aver alienato dell’oro.
Io dichiarai il vero quando dissi che mai avevo alienato oro votivo,
in quanto l’oro da me venduto al sig. Gemma Saitta – Isaia Gaetano non
era affatto votivo, ma al contrario, era stato offerto per venire incontro agli
impellenti bisogni della Chiesa.
Era logico che, se era stato offerto liberamente, spontaneamente per
fronteggiare le impellenti necessità sorte dai lavori eseguiti ed in corso di
esecuzione, doveva essere venduto non potendosi pagare i lavori con l’oro
in natura.
Dissi, quindi, il vero quando dichiarai che mai avevo venduto oro
votivo e dissi anche il vero quando dichiarai che avevo venduto dell’oro
al sig. Gemma Saitta, giacché quello venduto a detta persona non era votivo
ma erano rottami offerti proprio per farne quell’uso che ne feci.
Nessuna contraddizione, per conseguenza, e nessuna falsità da parte
mia, ma un semplice equivoco che non meritava di essere elevato a capo
d’accusa, per come ingiustamente si fece.
Si noti anche che nei bilanci di S. Giacomo non figura alcun deficit per

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i lavori straordinari eppure io avevo un credito assai rilevante, da poter fa-
re eventualmente il compenso.
Appena si sospettò della mia moralità, per tal caso, io talmente mi
accorai che mi mostrai pronto a rinunziare a qualunque mio avere anche
di L. 79000, quante per errore del mio segretario contabile, che in proposito
mandò una dichiarazione, risultavano nel resoconto. Io non apparvi sincero
perché mi fu presentato il caso con circostanze non vere, cioè che alcune
devote si erano lamentate perché non vedevano sulla Patrona le catinelle e
le sciannacche, mentre come risulta dalla citata dichiarazione del sig. Isaia
l‘oro era formato di rottami di scarto a basso titolo e non era assolutamen-
te vero che alcune persone si erano lamentate.
Ad ogni modo chiarii ogni cosa, giurai di non aver ricordato che era
necessaria l’autorizzazione in quel momento di grande urgenza. Dopo ciò
io mi rimetto in tutto e per tutto anche per questo alle disposizioni della
E. V. se debbo di nuovo pagare la somma di L. 5000.

V Debito del Predecessore.
Su questo debito devo prima di tutto osservare che io non ero tenuto
ad accollarmelo appena tre giorni dopo la mia presa di possesso, tanto
più che non mi diedero di esso le debite giustificazioni e non mi fu dichia-
rato prima che io accettassi il beneficio, e fu per un atto di assoluta ob-
bedienza, verso il Vescovo, che io sottoscrissi una obbligazione personale
di detto debito, causa di infiniti guai per me.
Giacché esso debito per voce fatta circolare nel paese da persone in-
teressate era stato ritenuto come pagato e così mentre io portavo al Ve-
scovo e alla C. D. le somme sia per la parziale estinzione sia per gli in-
teressi del 5%, il popolo ed anche il Clero poterono supporre che tali
somme venivano da me trattenute; e così si cominciava a mormorare con-
tro di me. Fu pertanto necessità, anche per dare una certa soddisfazione al
pubblico e come fu riconosciuto dalla E. V., fare delle opere che avreb-

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bero potuto giustificare le entrate delle Chiese con spese straordinarie. Così
io mi decisi ad iniziare i lavori di completamento della Chiesa di S. Giaco-
mo, lavori che mi cagionarono immensi sacrifici, dispendi e disillusioni.
In quanto all’importo del suddetto debito del mio predecessore, nei
bilanci del 1913 io trovai Lire 70 mila ed anche più. Io non avevo moti-
vo né di esagerare né di diminuire, anzi m’interessava in qualche modo
più di diminuirli, così l’avrei pagato più presto.
In quanto alla diversità delle cifre ciò si deve al fatto che io non potei
mai avere, come era giusto pretendere, le regolari quietanze dei pagamenti
fatti, non ostante le mie continue insistenze. Come anche non ho potuto
ottenere la riduzione della mia obbligazione personale depositata alla stessa
C. D. Non ho potuto nemmeno ottenere la diminuzione degli interessi dal
5% al 3½% sotto la scusa che il denaro mutuato alla mia Parrocchia
si apparteneva a Mons. Arista. La E. V. afferma che il debito era di L. 63000
mentre da un documento qui accluso, consegnatomi dal Sac. Martino – Greco
risulta nel 1 gennaio 1914 esso era di £. 65005,32 ed io nell’ottobre del 1913
avevo pagate L. 5000. Da ciò rilevasi che non è stata una regolare con-
tavilità. Così si spiega anche la divergenza rispetto alle somme versate, che
io sono pronto, come sempre a rettificare (veda appunto Sac. Martino Greco
e biglietto del can. Vincenzo Valastro). Le cifre della relazione a stampa
l’avevo preso da altri appunti, del resto non poteva esserci da parte mia
alcun interesse di esagerare non potendo da ciò trarne alcun profitto doven-
domi conformare al conto della C. D.
Su ciò però non insisto, bisogna fare il conto esatto per tutti gli anni
e così tutto sarà rettificato con l’E. V.

VI Introiti straordinarii.

1) Libretto Solicchiata. I conti della borgata Solicchiata non sono stati
mai inclusi nei bilanci delle altre Chiese, ma si tennero sempre separata-ù
mnete e d’ordinario dallo stesso Cappellano.

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L’importo di detto libretto, raccolto da quei fedeli per allargare la
Chiesa, quando io ottenni, dopo essermi recato a mise spese a Roma dal
S. Padre, la costruzione della nuova Chiesa, fu parte impiegato per la com-
pra del terreno cioè L. 1300, come risulta da qui acclusa ricevuta del Cav.
Vito Sardo Manuli. Lire 700 per la rifusione della campana rotta e relativo
trasporto e le rimanenti lire 663.30 in quanto a L. 600 per un armadio
costruito dal sig. Carmelo La Venia e di L. 63 per trasporto di pezzi di
marmo per la predella del costruendo altare. Tralascio le spese da me so-
stenute sia per il viaggio a Roma, sia per il vino dato agli operai sia per
altre visite sul posto dei lavori, con carrozza o automobile, e sia per un
altare che ho regalato alla stessa Chiesa. Prego leggere in questo punto la
dichiarazione del sig. Messina salvatore da Acireale, costruttore di detta Chie-
sa, dichiarazione che spedii giorni fa in una lettera racomandata alla e. V.
unitamente ad un altro certificato del Notaro G. Barbagallo.

2.) Contrariamente a quanto si afferma nella lettera d’invito della E. V.
non ho ancora incassato le L. 9000 del campo sportivo, come risulta dal-
l’acclusa dichiarazione del Dott. Gino Tuccari, Presidente dell’O.N.B.[1]

3.) Le 99 (?) piantine di quercie (cassine) non furono recise nel 1932,
ma nel 1930. Esse furono tagliate per diradare ed allargare altre piante in-
sieme ad altre che si recisero nel fondo Sovaro. Delle une e delle altre si
ricavò del carbone, con mano d’opera del sig. Francesco Barbagallo da
Linguaglossa, carbonaio.
L’importo di detto carbone fu di lire 2000 (dico duemila) notate all’at-
tivo nel 1930 nel bilancio della Chiesa di S. Pietro. Furono notate tutte
due mila nella Chiesa di S. Pietro, avendo questa maggior bisogno della
Chiesa S. Marco, cui appartiene il fondo Colle Ameno.
Chiamato ed interrogato il denunziatore, Conti Antonino, attuale gabel-
loto del fondo Colle Ameno dovette confessare, che anziché nel 1932 il
taglio fu fatto nel 1930, che si trattava di piccole piante, cassini e non di
piante grosse e che si era fatto il carbone con quelle altre del fondo So-

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varo. Il detto Conti, che tenta di usurpare il fondo e non corrisponde ai
pagamento della locazione e perciò fui costretto citarlo, confessò che fece
ricorso alla E. V. per vendetta. Accludo dichiarazione di due testimoni:
sig. Gaetano Di Francesco fu Agostino e Di Bella Giuseppe fu Salvatore.
Ricavato della vendita dell’Orto Tirone al Municipio ed a privati.
Nulla ho riscosso dal Municipio come rilevasi dalla qui unita dichiara-
zione del Commissario Prefettizio al Comune Ing. A. Musumeci, né ho
mai venduto a privati altro lotto del detto orto Tirone, come risulta dalla
qui alligata testimonianza di quattro sacerdoti dello stesso paese. Avendo
io di mira di riservare per l’Oratorio festivo il detto terreno non ho voluto
cederne a nessuno, fosse anche una piccola parte.
S’informi la E. V., quanto io abbia lavorato per ottenere dal Municipio
tutto il locale insieme col cortile dell’ex convento Carmine, ove è stato co-
struito il gran salo (25 x 9) per l’Oratorio festivo volendo il Podestà a
tutti i costi occuparlo per altri fini.

VIII Assegni al Clero.
Che le somme corrisposte al Clero siano state tante volte superiori a quelle
stabilite dai decreti Vescovili non oso negarlo.
Ho cercato sempre di aiutare e contentare i sacerdoti, avendo sempre
di mira il bene dei fedeli e posso affermare che del Clero di Castiglione,
che prima della mia venuta era così scarsamente retribuito, io ne elevai
le sorti più di tutte le Parrocchie della Diocesi.
I decreti Vescovili, da me invocati, più che una disposizione tassativa
erano come una norma per contenere anche le pretese troppo esagerate
del Clero.
Vi sono per es. due preti, i più irrequieti di questo Clero, che non
vogliono sottostare alle disposizioni del decreto di Mons. Colli.
In tempi andati nessun Parroco chiese al Vescovo alcun decreto, fui
io il primo ad usar questo sistema che fu apprezzato dai Vescovi con spe-
ciale lode.

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In quanto alle somme prelevate, sarebbero superiori a quelle corri-
sposte al Clero, non saprei che rispondere, a me risulta il contrario, ad
ogni modo si potranno rivedere le cifre ed io risponderò della differenza.
È da notare in proposito, che io pur avendo diritto alla mia quota di
L. 1000 per il coro, come l’ebbero sempre tutti i Parroci, la rilasciai ogni
anno, in dodici anni, cioè dal 1920 al 1931, sommano la rilevante cifra di
L. 12.000. Ero sicuro che tale rilievo sulla revisione dello speccchietto Asse-
gni al Clero si fosse fatto in mio favore.
In quanto ai diversi prospetti presentati ai Vescovi e le divergenze in
essi notate bisogna vedere di presenza il motivo di tale differenza; potreb-
be darsi che in uno si segnarono le sole spese di Comunia nell’altro an-
che i proventi di altri servizii.
Sono pronto a dare altre spiegazioni a voce.

VIII Spese per il mantenimento dei chierici in Seminario.
Si potrebbero esaminare le note con quelle mie non solo dal 1926, ma
sin dal 1914 per vedere dove potrà essere l’errore.
Difatti alcuni anni fa si riscontrò un altro errore che poi fu corretto.
D’altra parte io ho fatto altre spese per vestiari, libri, ecc. e ho dato
denaro a parenti di seminaristi per essere portato in Seminario quando io
non comunicai più con i Superiori.
Può essere anche la differenza notata dalla E. V. sia dovuta al mio
segretario, il quale tante volte, senza tener conto delle ricevute rilasciate
dal Seminario, accadendo di non esservi alcun cambiamento da un anno
all’altro scriveva: Come l’anno precedente.
Però la E. V. potrà essere sicurissima che ciò non si è fatto in mala
fede e che si è pronti a risarcire se mai vi fosse qualunque danno. Faccio
poi notare che le tasse di questi tempi sono tutt’altro che fisse. A propo-
sito di tasse mi sono accorto che il segretario contabile invece di rego-
larsi con le bollette di pagamento, si è regolato con le cartelle di avviso,

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che vengono notificate a principio di anno. Con tale sistema abbiamo no-
tato nel solo anno 1934, confrontando le bollette una differenza di più di
L. 1090 che avremmo dovuto mettere al passivo.
Ciò ho fatto notare, inviando le dette bollette al segretario della E. V.
Sac. Paolo Randazzo. Quante migliaia di lire non avrò pagato in più in
tanti anni?

XI Operazioni straordinarie non autorizzate.
Nego in modo assoluto che io abbia venduto qualche noccioleto co-
me è detto in questo numero, in quanto alle altre operazioni io mi sono
avvalso di qualche permesso orale e dell’usanza. Per il lavoro straordi-
nario della Chiesa di S. Giacomo, che fu per me, come ho detto altrove
causa di infiniti guai, sia per essermi venuta meno la raccolta della com-
missione ex combattenti trattenuta dal signor Antonino Pompeo Tuccari,
sia per la maggiore spesa non prevista sia come fu eseguito in diverse ri-
prese ed a poco a poco, credevo che sufficiente l’approvazione annuale
del Consiglio Diocesano. non vi era allora quella regolarità che vi è oggi,
nè esisteva in forma un Ufficio tecnico Diocesano. Mi permetto qui pre-
gare la E. V. che come ha rilevato al numero sei le somme che non com-
pariscono nel bilancio all’attivo, (che io ho dimostrato non avere esatto)
posso mediante un nuovo esame di tutti i bilanci rilevare se tutte le spese
da me sostenute, di cui accludo apposito elenco siano notate nei bilanci
al passivo. Così vedrà che io non avevo motivo di appropriarmi somme
non dovute quando io ero in pieno diritto di farmi riconoscere le dette
spese tutte necessarie e sommamente utili alla parrocchia come potrà ri-
levare all’esame di esse.
Con tali spese sostenni cause di rivendita, ottenni benefici e vantaggi
singolari a prò della Parrocchia, ottenendo la stazione ferroviaria dentro
il paese di Castiglione io resi possibile e comoda l’andata del Sacerdo-
te nelle due borgate di Solicchiata e Rovittello. io avrei potuto notare

30
nei bilanci al passivo le somme erogate per beneficenza, come compari-
scono sino all’anno 1920. D’allora in poi io l’ho asssunta inmio carico per
alleggerire il carico della Parrocchia.
Prego caldamente prendere nella dovuta considerazione le dette osser-
vazioni che sono sicuro varranno a serenare la coscienza della E. V.
Sì o Eccellenza, se per la confusione e la mancanza di ordine, in grna
parte scusabile e a me non dovuto abbia potuto sembrare che da parte
mia vi sia stata qualche frode ciò dovrà assolutamente escludersi quando
si pensa a tutto quello che ho speso io per vantaggio della Parrocchia, ri-
mettendo la mia rendita e facendo dei debiti precisamente in quest’ultimi
anni così difficili.
Di ciò sono tanto convinto che sarei pronto a giurare dinanzi la E. V.
le mille volte.

XII Rescritto S. Congregazione del Concilio[2].
Non potevo io ricostituire i titoli distratti dal mio predecessore senza
prima completare ed estinguere i debiti. Tanto più che dal 1924 in poi
per l’inasprimento delle tasse, ribasso dei prezzi del prodotto ed altri dan-
ni cagionati dal tempo si sono avute delle forti perdite, come notato in uno
studio del cav. Antonino Di Carlo, che io presentai a suo tempo alla
E. V. Rev.
D’altra parte si trovano in tanti lavori necessari e non potevo tanto
facilmente come non ho potuto sino a ora fare altre economie sugli sti-
pendi del Clero e degli altri impiegati.
La E. V. sa dove andò a finire l’importo dei titoli alienati, che fu
realizzato dal Sac. Rosario Fiammingo poco prima della sua fuga e che
secondo il citato rescritto doveva servire per restaurare le mura cadenti
della chiesa. Restauri che non furono eseguiti e che rimasero tutti a mio
carico ed invece furono eseguiti durante la mia gestione.
Perciò non per mancanza di buona volontà, ma per mancanza di mezzi

31
non ho potuto ricostituire i titoli suddetti. La E. V. non accenna ai fondi
venduti dalla passata amministrazione, specie quelli della congrua del Par-
roco, canoni reluiti senza reimpiego, come sono descritti nei bilanci del
1913, approvati da S. E. Mons. Arista.
Eppure io sono riuscito a rivendicare qualche fondo, a ricostituire un
canone importante quello del barone Stancanelli da Novara, a liberare la
Chiesa di S. Giacomo da un canone in nocciola che vantava il Comune
e tanti altri vantaggi procurati al beneficio parrocchiale.

XIII Legati di Messe e Legati Pii.
In quanto a questi due punti pur avendo molti ragioni da addurre e
sebbene abbia per attenuanti ed anche scusanti la grande confusione tro-
vata nell’archivio, documenti sottratti, mancanza di Giuliano, elenchi di
Messe discordanti, sicchè nonostante la mia buona volontà non riuscii mai
a precisarli esattamente sebbene abbia molto lavorato per difendere e sal-
vare tanti legati come per es., il legato Badalà di cui salvai il fondo ru-
stico, facendo con un atto in Notar Barbagallo interrompere i termini di
prescrizione ultra trentennale accampata dal locatario sig. Giuseppe Di Pa-
squa. Lavorai tanto per i legati Bonerba e Giuliano, con mio mezzo riu-
scii ad aumentare le rendite del beneficio Piedivillano. Potrei dimostra-
re che tante di quelle messe che compariscono non celebrate io le ho
fatto celebrare. Pur tuttavia, volendo in modo assoluto serenare la mia co-
scienza e quella della E. V., io intendo sottomettermi o alla celebrazione
di tante divine messe quante ne vorrà disporre la E. V., o a fare una fon-
dazione stabile e d’ora in poi sullo studio fatto con tanta accuratezza e
sacrificio dall’E. V., regolare in modo esatto e definitivo tale delicata ma-
teria. L’E. V., mi ha detto che anche in qualche altra Parrocchia vi è
stato un po’ di confusione, ebbene Eccellenza, se vi fosse stata a princi-
pio la E. V., non si sarebbero verificati tanti inconvenienti, dovuti anche
al continuo succedersi dei nostri Pastori.

32
Per tutte le ragioni su esposte e per tante altre che potrei addurne,
qualora la E. V. volesse, prego l’E. V., colle lagrime agli occhi che vo-
glia sospendere il Decreto di remozione non tanto per me quanto per il
gravissimo danno che arrecherebbe ai fedeli, i quali dopo quel fallimento
del mio predecessore resterebbero grandemente scandalizzati e potrebbero
supporre tutt’altro motivo d’indole più delicata ed è questo dubbio che
mi fa cadere nel più grande scoraggiamento.
Prometto infine, che sarò come sempre in tutto e per tutto docile ed
ubbidiente a tutte le disposizioni che l’E. V., vorrà dare per il bene di
questa Parrocchia.
A tale mia lettera giustificativa seguì una risposta datata 25 Aprile
1936 con la quale mi si comunicava che erano state ponderate le risposte
da me date e che per abbondare in clemenza era venuto S. E. il Vesco-
vo nella determinazione di differire ad tempus e ad experimentum il De-
creto di Remozione che sarebbe stato definitivamente sospeso nel caso che
le cose fossero andate bene in ogni parte. Intanto però: 1.) Lei sarà pri-
vato dell’Amministrazione di tutti i beni della Chiesa che verrà affidata
ad altra persona. Questa avrà cura di amministrare i beni mobili od im-
mobili, esigere censi, canoni, depositi alla Curia o alla C. D. ecc. ecc.,
dal 1 gennaio 1936 in poi.

2.) Lei amministrerà soltanto il beneficio personale del Parroco o Ar-
cipretura.

3.) Di tutti gli errori materiali, delle voci o somme omesse, delle voci
non giustificate, delle ricevute informi, delle Messe non celebrate non sarà
tenuto conto però alle seguenti condizioni: A) Che lei dentro il mese di
maggio corrente anno saldi tutti i debiti del Clero, sacristi ecc., sino a
tutto dicembre 1935, consegnando così e considerando i bilanci consuntivi
sino al 31 dicembre 1935 chiusi al pareggio. B) Che Lei non ripeta nulla
in compenso per le spese fatte nella casa Polli in restauri, compra di usu-
frutto ecc. ecc. C) Che Lei dentro il mese di giugno corr. anno

33
tutti gli altri beni fiduciari a lei intestati devolvendoli a chi di ragione
(biblioteca ecc.).
Le spese della voltura saranno per mettà a suo carico e per mettà a
carico dell’Amministrazione della Parrocchia e ciò anche per eseguire gli
ordini della S. Congregazione del Concilio che avendo respinto il suo ri-
corso del 16 febbraio u. s., con lettera del 9 marzo u. s., N. 931-36 tra
l’altro mi ha significato «di notificare a detto Arciprete di provvedere
alla regolarizzazione di tutti gli atti riguardanti l’intestazione dei beni spet-
tanti alla Chiesa parrocchiale ecc.»,
Se Lei crederà di potere accettare queste condizioni mi rimetterà den-
tro cinque giorni dalla data della presente la dichiarazione alligata in due
copie conformi completamente manoscritte e firmate di suo pugno. Otte-
nuta la sua dichiarazione si chiederà alla S. Sede la sanatoria generale di
tutte le possibili irregolarità di amministrazione constatate, constatabili in
seguito per la gestione esaminata dal 1913 al 1935, con particolare ri-
guardo alle messe non celebrate ed insieme il beneplacito su quanto viene
stabilito nella presente.
Qualora poi Lei non credesse opportuno di dovere accettare le supe-
riori condizioni, o non eseguisse quanto si conviene con la presente, o la
S. Sede non crederà di dover concedere quanto sopra, in tal caso sarà
proseguito il processo di remozione e le cose ritornerebbero allo stato
quo ante come se nulla fosse stato concordato con la presente.
Similmente se col nuovo ordinamento di cose, accennato nella pre-
sente, che sarà in seguito meglio precisato e determinato in ogni sua parte,
venissero ad accadere degli inconvenienti provocati da Lei, anche indiret
tamente, per intralciare il nuovo criterio di amministrazione, allora pari-
menti sarà ripreso il processo di remozione in base agli apprezzamenti a
suo tempo già fatti nel processo fino al punto in cui venne sospeso.
In attesa del suo libero ma sollecito riscontro La benedico.
F.to: Salvatore Vescovo
Dal palazzo Vescovile 25 Aprile 1936 – XIV.

34
In data 26 aprile 1936 così risposi:
Eccellenza Rev.ma
Rispondo alla Venerata lettera del’E.V.
Non so capire come siano occorsi due mesi per ponderare le rispo-
ste mie all’invito del 18 febbraio, mentre l’E. V., aveva tanta premura
che non m i volle concedere una dilazione in più di cinque giorni am-
mesi anche dal codice e giudicati insufficienti,
Ne consegue che la dichiarazione del Commissario Prefettizio riguardo
l’Orto Tirone, quella del Presidente dell’O.N.B., per il campo sportivo,
quella di quattro sacerdoti per la rimanenza orto Tirone, le ricevute del
Cav. Sardo Vito Manuli per il libretto di Solicchiata, e tutti gli altri certi-
ficati sono tutti falsi. Vuol dire anche che non ha presa in nessuna consi-
derazione di far anche una fondazione riguardo le messe suggeritami da
V. E., in caso diverso io avrei dimostrato con altri documenti come riser-
verò di produrre in seguito, che messe io ne ho fatte celebrare di più di
quanto avrei dovuto.
In quanto all’Amministrazione io non ho avuto né ho difficoltà a ce-
derla previa il conteggio esatto di tutta la mia gestione, che ho sempre chie-
sto e che nessuno potrebbe negarmi.
Così si potranno esaminare gli errori materiali, le voci o somme
omesse all’attivo e quelle omesse al passivo, quelle non giustificate, con
animo benevolo ed oggettivamente. Questo è ciò che vuole la stessa Con-
gregazione, la cui decisione del 9 marzo non mi fu interamente comunicata,
e la parte citata non mi può riguardare, non avendo io nessun bene fiducia-
rio a me intestato da regolizzare. I beni fiduciarii o devoluti perché al-
lora non poterono devolversi sono tutti intestati agli eredi del barone Penni-.
si, io non ci entro affatto. da ciò posso ben argomentare che la detta
S. Congregazione non è stata esattamente informata.
Né ciò si può riferire alla casa Polli-Cimino avendo io fatto l’atto di

35
donazione in gennaio. A me intestata è la sola biblioteca, ho fatto subito
tutte le dichiarazioni richiestomi dall’Avv. della Curia, né mi sono mai ne-
gato a fare quanto egli ha detto.
È poi curioso che per tali passaggi se mai avessi dovuti farli
avrei dovuto concorrervi per mettà io.
In quanto alla detta casa Polli-Cimino, debbo osservare: 1.) che il se-
gretario di V. E. mi aveva assicurato contrariamente al vero che dalla
lettera di Mons. Musumeci si rilevava che era stata chiesta la sanatoria
alla S. Sede per la mancata autorizzazione a comprare mentre poli in data
posteriore V. E. scriveva che fu domandata la benevola sanatoria sia per
la casa e sia per i lavori straordinari nella Chiesa di Maria SS. della Ca-
tena per i quali prendendo come motivo, dimostrato non vero, che il Con-
dorelli non era stato del tutto soddisfatto mi fu imposto di firmare quello
alligato.
Inoltre l’E. V. mi prometteva che per i restauri e migliorie della casa
Polli-Cimino mi avrebbe fatto il conteggio come risulta dalla lettera del
1 gennaio 1936.
Io naturalmente mi indussi a fare la suddetta donazione sia per l’as-
sicurazione fattami dal segretario, che era stata chiesta la sanatoria alla
S. Sede, sia per la promessa fattami di aver conteggiate le migliorie, altri-
menti io avrei potuto appoggiarmi alla decisione del Consiglio Diocesano
presieduto da Mons. coli la quale non poteva essere annullata con due
semplici parole di V. E. Anche l’E. V., mi disse queste testuali parole:
Lei in questo caso non ha nessuna colpa, la colpa è di Mons. Colli.
Come va che ora mi fa la proposta di non potere ripetere nulla per
restauri, compra di usufrutto ecc.? Dovrei dire che mi è stata strappata la
casa con l’inganno? Per la riverenza e rispetto alla E. V. ciò non dico.
Non capisco nemmeno come non si tiene conto del deficit degli anni
1932-33 e 135, mentre mi risulta in parte da una lettera del suo segretario
in data 25 settembre 1935.

36
Stando così le cose l’alligato propostomi è assolutamente lesivo degli
interessi dei terzi ed io agirei contro coscienza. Se lo firmassi oltrechè ac-
cettare la mia rovina morale e finanziaria mi esporrei al pericolo della vita
giacchè se i miei parenti sapessero che io ho fatto la donazione della casa
Polli-Cimino senza il compenso delle migliorie non potrei sfuggire alle
loro ire.
Così firmando l’alligato mentre io farei un atto contro coscienza la
Parrocchia invece avrebbe i seguenti immensi vantaggi dalla mia ammini-
strazione:
1- Pagamento della massima parte dei debiti del mio predecessore;
2. Sistemazione di tutto il patrimonio parrocchiale; 3. Completamento
della Chiesa di Maria SS. della Catena. 4. Riuscita di parecchi sacerdoti.
5. Notevoli miglioramenti al Clero ed altri impiegati; 6. Cancellazione di
tutti i debiti; 7. Migliorie in tutte le Chiese; 8. Rivendica dei beni; 9.
Molti oggetti comprati tra cui l’armonium, impianto di acqua e luce nella
casa Canonica; 10. Aumento di rendita più del miglior fondo della Par-
rocchia per la cessione della casa Polli-Cimino e nonostante tutti que-
sti immensi beneficii verrei ad essere privato dell’Amministrazione?
Eccellenza scrivo la presente con le lagrime agli occhi, scoraggiato
completamente, abbattuto raccolgo tutte le deboli energie dell’anima mia
sacerdotale ed in ginocchio, come davanti a Gesù benedetto forte però
della mia tranquilla coscienza sento di proclamare la mia innoccenza.
Eccellenza ecco la mia tesi che scriverò col sangue per difendere il
mio onore: Non solo non mi sono mai appropriato dei beni della Par-
rocchia ma vi ho rimesso del mio. Quando io non arriverò a dimostrare
ciò V. E. avrà tutto il diritto di rimovermi.
Pensi però che l’E. V. si assume una grande e tremenda responsa-
bilità: condannare un sacerdote innocente e scatenare l’inferno sulla Par-
rocchia con gravissimi scandali che scoppierebbero su di me e del Sac.
Stagnitta anch’esso ritenuto complice. Si ripeterebbero tutti quei fatti della

37
fuga del Sac. Rosario Fiamingo, quando l’attuale fratello Antonino Fia-
mingo, veniva trascinato fuori dal confessionile e quando l’altro fratello
predicava gli veniva imposto dai fedeli di tacere.
Eccellenza io domando ancora una grazia: Facciamo tutti i conti ed
io sono pronto a rilasciare tutto quello che posso, ma non è possi-
bile firmare l’alligato ciò equivarrebbe a distruggere me e la mia
famiglia; non posso e non devo.
L’E. V. infine mi permetterà anzi m’imporrà di difendere il mio onore
di sacerdote, ciò che farò con tutti i mezzi a me consentiti. Evitare un
gravissimo scandalo è dovere di tutti. Purtroppo lo scandalo suscitato poco
tempo fa dall’infelice e sventurato mio confratello di S. Maria la Strada
fa fremere; molti dicono che l’E. V. l’avrebbe potuto evitare, io invece
so ed in questo senso ho sempre detto a tutti quelli di Passopisciaro che
l’E. V. lavorò tanto ma non potè evitarlo. Lo scandalo che scoppierebbe
qui, sebbene in altro campo, potrà evitarsi. V. E. è Pastore e Giudice ed
anche Padre, io sono e sarò sempre suddito fedele ed ubbidiente, facciamo
i conti con esattezza ed obbiettivamente e tutto sarà sistemato.
Bacio il sacro Anello – F.to Arciprete Vincenzo Platania.
A tale mia lettera rispose S. E. il data 14 maggio 1936 facendomi
sapere che dopo maturo esame aveva pensato di essere più indulgente
verso di me, che modificava in parte le dure condizioni impostemi e mi
alligava una dichiarazione che voleva restituita da me firmata. Non potei
fare a meno di riscontrare tale lettera che nulla risolveva, e così risposi
in data 18 maggio 1936: Eccellenza Rev.ma.
Rispondo alla venerata lettera della E. V. del giorno 14 corrente e
ringrazio della modifica a quella precedente; infine della presente farò io
altro proposta l’E. V. pare assolutamente deciso a continuare il processo
di remozione, senza avere più riguardo né alla ammirazione dei fedeli,
che resterebbero enormemente scandalizzati, né alle lagrime di una madre

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nonagenaria, che venne a prostrarsi ai piedi di V. E. e che sarà una vitti-
ma della mia sventura, né alla intromissione caritatevole e fraterna dei
Parroci, né a quella di tante altre buone persone, che hanno conosciuto i
fatti attorno ai quali si è fatta tanta propaganda sia perché si sono inter-
pellati nel corso dell’inchiesta tanti secolari, sia per la facile indiscrezione
di qualcuno, che incaricato di assumere informazioni ha potuto parlare su
tale questione. Oggi la cosa è nota in tutta la Diocesi e tutti i parroci,
specialmente quelli che sono stati miei alunni, aspettano ansiosi che ven-
ga risoluta pacificamente questa dolorosa e incresciosa vertenza, che tante
lagrime mi ha fatto versare e certo avrà anche amareggiato e contristato
l’animo buono e paterno della E. V. Rev.ma.
Ma nulla potrà fare desistere l’Ecc. V. da tale proposito? eppure se la
E. V. volesse troverebbe nei canoni del cod. di dir. canonico i motivi
chiari ed esplicito per non insistere nella remozione e ricorrere ad altri ri-
medi.
Il canone 2147 par. 2 N. 5 suona: Quinta causa esse potest mala rerum
temporalium administratio cum gravi Ecclesiae aut beneficii damno, quoties
huic malo remedium afferri nequeat sive auferendo administrationem Parocho
sive alio modo. Il Fanfani nell’opera sua de iure Parochorum così com-
menta queste ultime parole: Ergo nequit; Episcopus parochum male adimi-
nistrantem etsi cum damno Ecclesiae vel beneficii, siatim a Paroecia amovere
sed prius debit ad alia media minus gravia recurrere, ut puta auferendo
Parocho administratione, sive alio modo prescribendo ut necessarium con-
sensum ordinari, vel alterius prudentis personae pro quolibet acta ordinis
administrativi.
Dunque dato e non concesso che io sia stato cattivo amministratore
anche in questo caso si dovrebbe ricorrere ad alt[r]i rimedi meno gravi prima
di giungere a quello gravissimo della remozione.
Onde mi diceva un dotto Prelato: Praticamente quando dal Vescovo
si invoca il quinto motivo, mala rerum adiministratio, si trova sempre il

39
modo di riparare con altri espedienti e non si giunge mai alla remozione
vera e propria.
Perciò sarò io solo a subire questa umiliante sorte forse unico caso in
tutte le Diocesi d’Italia?
Ma Eccellenza, è dimostrato che io sia cattivo amministratore?
Non posso io dimostrare il contrario? Dov’è il danno grave che io
ho arrecato ai benefici?
Non posso invece dimostrare che li ho salvati dallo sfacelo della pas-
sata amministrazione?
Quanti vantaggi ho fatto ottenere, fondi rivendicati, ricostruzione di
canoni reluiti, liti vinte ecc. e se mai un danno involontario prodotto dalla
crisi vi fosse stato non potrei io contrapporre immensi vantaggi ottenuti?
Le sembra poco che se io non avessi pensato a tempo, oggi la Par-
rocchia avrebbe perduto i migliori fondi rustici? E sono stato io che a
differenza degli altri amministratori mi sono sobbarcato all’immane lavoro
di tenere i fondi in economia e di averli fatto fruttare più del doppio?
Ma si dice ormai la questione trovasi alla S. Congregazione del Con-
cilio.
Rispondo: che la E. V. il 18 febbraio ultimo scorso prima di conse-
gnarmi la lettera di invito mi disse testualmente così: Io ho avuto consi
gliato dalla Congregazione di agire secondo i canoni, se lei può ottenere la
sospensione io desisterò.
Io ricordandomi di queste parole mi sono rivolto alla detta Congrega-
zione ed ho potuto sapere che alla domanda rivolta dalla E. V. sul
riguardo. Essa in gennaio u. s. rispondeva che avendo gli elementi che asse
riva poteva invitare il parroco alle dimissioni ed occorrendo alla remozione.
In altri termini perché il Vescovo ci ha interpellato mentre è in sua
facoltà di applicare i canoni in tale materia? La Congregazione dunque
sarà ben lieta se non si troveranno quei motivi e quegli elementi, che a
prima vista potevano sembrare attendibili. Dunque se l’E. V. desisterà da

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tale remozione la S. Congregazione non avrà nulla a ridire.
Rispondo non direttamente e vengo alla mia proposta. Io farò tutti i
sacrifizii che la E. V. m’imporrà per il bene della Parrocchia per la quale
mi sono sacrificato ventitre anni e ci metteremo d’accordo in una prossi-
ma riunione alla quale desidero di essere benevolmente ammesso; purchè
tali sacrifizii possono esser da me sostenuti.
V. E. ricorderà che io mi sono accollato più dio quarantamila lire per
coprire il disavanzo dei lavori della Chiesa di S. Giacomo.
In quanto però all’importo delle migliorie e restauri della saputa casa
Polli-Cimino non posso per debito di coscienza rinunziare e si dovrà as-
solutamente fare il conteggio, come la E. V. ha promesso e si è impegnata.
Però anche in questo potrà trovarsi il modo di aggiustare ogni cosa colla
debita garenzia ed avere l’importo a rate.
Resterebbe così un grande beneficio alla Parrocchia, salva la giustizia.
In caso diverso la Parrocchia verrebbe ad arricchirsi indebitamente ed io
resterei nella più squallida miseria con il pericolo della mia vita.
In quanto alla sistemazione dell’Amministrazione, per l’avvenire la E. V.
a norma anche dello stesso canone citato, che, oltre, alla privazione della
Amministrazione consente altro rimedio «alio modo», si potrà costituire
un’apposita commissione con un cassiere e consiglieri eletti dall’Ecc.
Vostra.
Eleggere un amministratore escludendo il Parroco importerebbe lo
stesso scandalo nei fedeli, io resterei dimezzato e s’incontrerebbero molte
difficoltà.
Il nuovo amministratore dovrebbe prestare cauzione ed io esserne di-
scaricato. Altra difficoltà sarebbe quella della rappresentanza legale.
Eccellenza, accetti questa mia proposta scritta più che con le parole
con le lagrime e Le giuro che tutto andrà bene per la maggiore gloriai
Dio e la salute delle anime. Così salva la giustizia, saranno evitate le infi-
nite noie di un processo che oltre alla mia rovina sarà sempre per l’ani-

41
mo delicato della Ecc. V., motivo di dolore.
Umiliato al bacio del Sacro Anello, mi sottoscrivo dell’Ecc.ma Vostra
obbedientissimo figlio in G. C.
F.to: Sac. Vincenzo Platania

Tale lettera non ebbe quella fortuna che meritava e certamente inter-
pretata in modo diverso da quello voluto, indusse, non comprendiamo in
base a quale valido motivo, S. E. il Vescovo a darmi comunicazione del
decreto di remozione.
Era logico che avverso tale decreto io proponessi opposizione dinanzi
lo stesso Vescovo.
A sostegno di tale opposizione in data 21 giugno 1936 scrissi a mons.
Vescovo.

Ecc.za Rev.ma,
Dietro l’interposto ricorso da me presentato alla E. V., il giorno 12
corrente contro il decreto di remozione ricevuto il 4 giugno, a norma
del can. 2153 par. I che mi dà il diritto entro dieci giorni dall’interposto
ricorso di presentare altri nuovi documenti, mi fo un dovere produrre in
questa mia detti documenti, che, sono sicuro, saranno sia dall’Ecc. V.,
sia dai Parroci consultori, benevolmente accolti in maniera che vengano de-
finitivamente giustificati e chiariti gli addebiti fatti a me nella lettera d’in-
vito del 1 febbraio u. s.
Prima però di entrare in argomento chiedo mi si concesso di fare
le seguenti osservazioni: Il giorno 9 dello s. m., appena chiusosi nella
villa del Seminario il secondo corso degli esercizii Spirituali per il Clero,
cui io presi parte, mi avvicinai al Sac. Paolo Randazzo segretario dell’E. V.
Egli mi accolse benevolmente e mi disse testualmente così: «in que-
sti giorni di ritiro ho pensato sempre a Lei; non è giusto che Lei venga
cacciato», ma potrebbe essere trasferito in una Parrocchia anche impor-
tante. Le parole del pio Sacerdote dovettero essere frutto di un maturo

42
esame fatto in quei giorni di raccoglimento. Egli era a conoscenza di tutto
e si era formato il concetto che non era giusto che io fossi cacciato dalla
Parrocchia, ma che si pensasse ad una sistemazione da salvare l’onore e
la reputazione di un Parroco, che ha lavorato ben tredici anni nel Semina-
rio Diocesano e ventitre anni in una Parrocchia la più difficile di tutta la
Diocesi, trovata in pieno soqquadro. Alla distanza di meno di un mese è
tutto cambiato.
S’insiste ancora sulle inchieste di Mons. Cento e di Mons. Colli: rispon-
do che, ammettendo anche tali inchieste, non diedero alcun risultato posi-
tivo né fu emesso alcun provvedimento in proposito, come non diede
risultati a me contrari quella fatta da Mons. Vicario Generale e dall’Arci-
prete Francesco Foti nel luglio del 1934. L’inchiesta di Mons. Colli fatta
per mezzo del Can. Salv. Patanè durò appena un giorno e mezzo e non
tre giorni.
Non fu fatto alcun esame sui registri come era opportuno di fare. E’
vero che l Can. Grasso mi suggerì l’idea di chiedere alla E. V. di tratte-
nersi ancora un altro giorno, ma io quell’idea la feci mia e fui contentis-
simo perché dalla presenza della V. E. non solo ricevevo un grande con-
tento ed onore, ma ero sicuro che si sarebbe interessato di qualche cosa
riguardante l’amministrazione, come l’E. V. aveva promesso e nell’aurico-
lare del Clero, anch’io fossi stato interrogato; mentre tutti poterono con-
ferire con la e. V. meno del parroco il quale tanto più se risultava colpe-
vole meritava di essere richiamato.

Fidecommisseria Coniglio.
Come rilevasi dal qui unito certificato del Sac. Salvatore Trefiletti, che
da quasi trenta anni è segretario dell’opera, le lire 204 assegnate al qua-
resimalista, non facevano alcun obbligo di celebrare delle messe, ma si
davano solo a titolo di onorario.
in merito alle lettere B e C nulla io potevo rispondere essendomi sem-

43
pre regolato coi bilanci trovati dal mio predecessore.
Non mi venne mai l’idea di leggere il testamento Coniglio, essendo
sicuro che quanto trovai disposto nei bilanci dei miei predecessori era
conforme ad esso. In quanto alla vendita dell’oro vecchio, il ricavato di
esso in momenti nei quali avevo bisogno denaro per far fronte alle in-
genti spese dei lavori nella Chiesa di S. Giacomo, fu con la massima cer-
tezza impiegato nei lavori stessi. Il primo elenco delle offerte non era det-
tagliato, il secondo sì, in esso erano notate e specificate tutte le offerte.
Io volevo pubblicare tale elenco per mia giustificazione. In quanto
all’orefice ed il sig. Saitta e la loro dichiarazione, questa non fu provo-
cata da me. Ma quando Mons. Vescovo lo chiamò ad Acireale, spontanea-
mente, prima che io parlassi con lui, disse a S. e. che io, presentandomi
nel suo magazzino, manifestai subito (senza averne bisogno) che trovan-
domi in corso di importanti lavori della Chiesa di Maria SS. della Catena,
vendevo quell’oro messo da parate formato di rottami ed a basso titolo. Ac-
cludo lettere della sig.ra Gemma Saitta. Che poi il detto ricavato fosse im-
piegato nei lavori si vede chiaro da ciò che io ero in credito di tante spe-
se fatte e non le riportavo a mio favore. Ed oggi che per puro caso si è
chiarito il fatto Condorelli, riguardo alle cambiali e che S. E. Mons. Vesco-
vo riteneva fosse un imbroglio si potranno esaminare tante pezze di ap-
poggio di lavori fatti, che superano di molto l’ammontare dei detti lavori.
Purtroppo è vero che io al Condorelli diedi molto più di quanto è speci-
ficato nella perizia (la quale in primo tempo come mi aveva fatto capre l’Ing.
Grasso ammontava ad una cifra maggiore) e dovetti poi trattenermi due
grandi angeli scolpiti, uno stemma di Maria ed altri dell’altare, non com-
presi nella detta perizia. In altri termini potrei portare a mio favore altre
somme impiegate nei lavori, che superano di gran lunga le lire 5000, rica-
vate dalla vendita dell’oro. Se si volesse fare un esame spassionato ed un
elenco di spese da me sostenute e non notate si andrebbe a cifre notevoli.
E perché mentre io potevo segnare queste spese dovevo poi trattenermi

44
per mio conto le lire 5000?
Il caso Condorelli è tipico per dimostrare come io mi trovai in gran-
di guai per eseguire tali lavori per tanti e tanti motivi, già esposti nella prima
risposta alla lettera di invito. Prego però che venga chiarito in modo asso-
luto l’affare delle cambiali. Accludo lettera del Condorelli. Invece delle
cambiali ripetute dovevo mettere altre l. 19.000, una cambiale di lire 15.000
ed un’altra ricevuta di L. 4000, e che non feci mai alcun imbroglio. Il Con-
dorelli naturalmente ne voleva approfittare, ma non si fece più vivo per-
chè egli ricevette di più di quanto era l’importo della perizia Grasso. Ave-
va pertanto ragione S. E. Mons. Vescovo, non potendo spiegare l’equivo-
co, di dire che il Condorelli avrebbe dovuto rifarmi delle somme.

Debito del predecessore.
È vero che la mia dichiarazione fu firmata il 15 ottobre 1915, che io
per errore avevo detto tre giorni dopo il mio possesso, resta fermo però
che il debito da me assunto, non fu di lire 63.000 ma quando io presi
possesso, cioè il 14 settembre 1913, era di lire 70.000, come rilevasi dal
bilancio approvato da S. E. Mons. Arista in data 31 dicembre 1912, bilan-
cio che regolava la mia amministrazione per l’anno 1913.
Nell’ottobre del 1913 appena riscossi le L. 10000 della locazione,
mandai a Mons. Arista lire 5900 col Sac. Carciopolo. Detta somma è se-
gnata nel Registro approvato dallo stesso Mons. Arista in corso di S.
Visita.
Dalla qui acclusa lettera di Mons. Arista, in data 14 novembre 1914 si de-
sume che in tale data gli interessi dovuti dalla Parrocchia di Castiglione
erano di L. 3250,26 che corrispondono ad un capitale di L. 65000.
Se vengono esaminate bene tutte le somme pagate sia per estinzione
del capitale e sia per gli interessi al 5% si arriva ad una cifra forse su-
periore alle lire 86854,75 segnate nella breve relazione a stampa. Era ne-
cessario che io rilevassi il debito del mio predecessore perché si era fatto

45
credere alla cittadinanza che il debito era stato pagato da Mons. Pasquale
Pennisi quando, comprò fiducialmente per sottrarli ai molteplici creditori del
Parroco i beni della Parrocchia.

Introiti straordinarii

Libretto Solicchiata.  – A conferma che io non solo non mi sono ap-
propriato dell’importo del detto libretto nemmeno in piccola parte, ma che
ho  speso per quella Chiesa assai di più unisco una dichiarazione del Sac.
Salvatore Cavallaro, Cappellano di quella borgata.
La diversità delle ricevute credo debba attribuirsi ad altri lavori ag-
giunti fatti dal Lavenia.

Campo sportivo.
Il sig. dott. Gino Tuccari si presenterà alla E. V. e farà una dichiara-
zione colla quale affermerà che le lire 3500 che doveva consegnarmi dietro
il rilascio di una mia ricevuta non me l’ha consegnate, differendo di gior-
no in giorno. Egli si obbligherà a pagare detta somma direttamente alla
E. V. Appena riceverà un avviso del segretario, che dovrà essere indiriz-
zato dott. Gino Tuccari, Farmacista Castiglione, egli verrà personalmente
e chiarirà tutto. Le somme ricevute da me a titolo di affitto sono regolar-
mente registrate nel bilancio S. Giacomo alla voce Chiusa S. Giacomo.

Piante di querce Colle Ameno
Potrà richiedersi dichiarazione del sig. Barbagallo Francesco in Lin-
guaglossa anche il Conti che non ha voluto firmare, temendo di com-
promettersi con una firma ed essere licenziato della gabella è pronto a
presentarsi a V. E. e ripetere la dichiarazione fatta. I testimoni dinnanzi ai
quali ha fatto la dichiarazione non sono persone sconosciute.
Il De Francesco, uno dei firmatari assistette al taglio delle piante, che
furono tutte trasportate nel fondo Sovaro per farne carbone.

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Per non fare la ripartizione il ricavato fu notato tutto nella Chiesa di
S. Pietro.
Nessuna meraviglia per ciò perché tante spese che dovrebbero gra-
vare ripartendole nelle diverse chiese vengono sostenute dalla matrice.

Orto Tirone.
Il terreno ceduto al Comune non fu un mio atto arbitrario né fu gra-
tuito. Il Podestà minacciava di prendere tutto il fabbricato dell’ex con-
vento; in vista di ciò e per altri vantaggi ottenuti dietro essere venuto da
V. E. il segretario politico Dott. Giacomo Di Marco, si tollerò che egli
occupasse una striscia di terreno dove il Comune stesso aveva fatto co-
struire un parapetto spendendo lire 6000.
Il Comune ancora dovrà pagare il detto terreno ed io non ho voluto
ricevere alcuna somma lasciando la cosa in sospeso. In seguito il Podestà
voleva occupare altro locale e allora io scrissi alla E. V. per provocare
una lettera, che mi fu inviata dal segretario, dicendomi che non era possi-
bile cedere altro spazio, essendo questo necessario per il cortile dell’Ora-
torio festivo ed avendo delle trattative coi fratelli delle scuole cristiane.
Se il Clero afferma oggi, ed è la verità, che io non ho venduto alcun
lotto del detto orto a privati ed uno di essi si contraddice perché affermò
nel 1926 il contrario, ciò dimostra che costui allora non disse la verità ed
oggi si è ricreduto. Ma sta di fatto che la vendita a privati non è avve-
nuta, contrariamente a quanto è detto nell’invito.

Mantenimento dei Chierici in Seminario.
Non comprendo il motivo perché non si possa fare un esame dei conti
del periodo anteriore al 1926 e non si debbono confrontare le mie rice-
vute con quelle dell’Amministrazione del Seminario. Io sono pronto a pre-
sentare tutte le ricevute e le spese fatte per i chierici incluse quelle per
vestiario e libri appena ne avrò la facoltà, Sui miei sacrifizii si interpel-

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lino il Can. Salvatore Sozzi ed il Parroco Michele Vasta.

Spese per la Chiesa del Carmine.
Avendo esaminato meglio col Can. Valastro le somme ricevute dalla
C. D. del beneficio Piedivillani, l’importo non corrisponde a quello indi-
cato nella lettera di invito pur includendovi le lire 3000 prese dal Can.
Patanè per ordine di Mons. Colli.
Ciò dimostra che è bene sempre fare i conti in contraddittorio. In
quanto all’orologio è una gravissima calunnia che esso fu fatto per
contribuzione dei fedeli e per somme inviate dall’America, come rilevasi
dall’attestato firmato da tutti i fedeli del quartiere e da un certificato del
sacrista della Chiesa. Tale spesa io feci con la speranza che sistemandosi
il detto beneficio Piedivillani, per il quale io tanto lavorai da assicurare un
introito quasi quadruplo di quello che potevasi ottenere (vedi cert. Cav.
Paolo Samperi prodotto nella prima risposta), avrei potuto ottenere la spesa.

Bilanci redatti pro forma.
Un accurato esame fatto sul posto, come tante volte ho desiderato di-
mostrerebbe chiaramente che le cifre segnate al passivo nei bilanci verreb-
bero chiaramente giustificate sia osservando le opere, sia con testimonian-
ze ciò ce supplirebbe alla mancanza di forme contabili. Prego la E. V.
ad usarmi questa clemenza, mandare qui anche per un giorno persona di
Sua fiducia. Quante lacune verrebbero colmate! Alle somme dimenticate
od omesse all’attivo che si fanno ascendere a L. 22088 (ma che non mi
sono state comunicate) potrei contrapporre tutte le somme omesse al passi-
vo da raggiungere cifre più del doppio e sono pronto a presentare non so-
lamente dei semplici elenchi ma a dimostrarle con pezze di appoggio. Mol-
te sono le somme oltre a quelle spese che avrei potuto aggiungere nei
bilanci al passivo mentre le ho sostenute a mio carico o l’ho rilasciato a
beneficio della Parrocchia. Dal 1913 sino all’anno 1920 vi era impostata
in bilancio una voce per l’elemosina e beneficenza ai poveri e donzelle

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povere, in media di l. 400.
Dal 1921 non segnai più questa somma a carico della Parrocchia, ma
in misura ancora maggiore secondo i tempi, l’addossai al mio bilancio pri-
vato. Avrei avuto il diritto ad una percentuale su tutta l’amministrazione,
come si faceva prima. Io vi ho rinunziato, sostenendo lavori immani, limi-
tando anche al minimum le stesse spese di amministrazione.
Ho rilasciato le L. 1000 annue che toccavano a ma quale membro del-
la Comunia per la recita dell’Ufficio Divino. Tale diritto mi derivava dal-
l’essere restata assegnata la quota di L. 1000 a tutti i membri della Comu-
nia per il coro e non veniva escluso il Parroco che è il capo di essa. an-
zi anticamente il Parroco percepiva il doppio. Rinunziando a tale somma
quanto ho fatto risparmiare alla Parrocchia?
Infine debbo aggiungere che ho rilasciato sempre a beneficio dei
miei Vicari Cooperatori quasi tutti i proventi e frutti di stola. Posto ciò è mai
ammissibile e ragionevole che alcuno voglia ricorrere alla frode ed al fur-
to per appropriarsi delle somme che ha il diritto di ottenere con mezzi giu-
sti ed onesti? Nel caso mio perché avrei dovuto ricorrere alla frode in
danno della Chiesa, quando io potevo realizzare con pieno diritto quelle
somme da me lasciate? E perché non si trovano al passivo tante spese da
me fatte, che oggi dopo un esame di tutta la gestione ed una revisione ac-
curata mi sono accorto che erano state dimenticate? Tutto dunque si ridu-
ce ad errore materiale, omissioni involontarie irregolarità di forma dovute al
mio segretario contabile come egli stesso ha sempre dichiarato e conferma-
to col giuramento. Giacché o si ammette la sincera dichiarazione del Se-
gretario Stagnitti o lo si deve ritenere come complice. Né si dica che io
avrei dovuto riesaminare i bilanci dietro i richiami avuti perché questi non
parlavano di errori. Né mi venne mai il sospetto che vi erano degli errori
nei conti altrimenti io li avrei corretti e tale correzione sarebbe stata più
vantaggiosa per me e per la stessa Parrocchia. Come poi spiegare la mia
continua, incessante insistenza nel volere l’inchiesta?

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Se fossi stato in mala fede e mi fossi riconosciuto colpevole non solo
non l’avrei domandata ma avrei fatto di tutto per evitarla.
Il Segretario di V. E. ha detto:
Il Parroco ha voluto l’inchiesta e viene condannato con le stesse sue
parole.
Rispondo: se io ho voluto con tanta insistenza l’inchiesta ciò non di-
mostra forse che io ero in perfetta buona fede?
In caso diverso sarei stato un pazzo.

TASSE
In quanto alle tasse bisogna esaminare le singole cifre e confrontarle
con le mie bollette per vedere dove sono gli errori e correggerli, sono
tanto complesse le imposte, vi sono resti, che non si pagarono perché
chiusi gli sportelli e si dovettero pagare con le multe.

Operazioni straordinarie.
Quando si parla della vendita di un noccioleto si intende parlare della
pianta e non del frutto.
Non si è mai chiesta alcuna autorizzazione per la vendita del prodotto
nocciola. Vi sarebbe un grave danno se si dovesse domandare l’autoriz-
zione in quanto che anche ritardando di poche ore di rischierebbe di
incontrare delle gravissime perdite.
Il commercio delle nocciole è abbastanza aleatorio ed incerto, bisogna
saper profittare del momento, sfuggito il quale si incontrano delle gravi iat-
ture. Su ciò né io né il Parroco di Linguaglossa siamo stati richiamati né dai
Vescovi, né dal Consiglio Diocesano. In quanto alle liti in tutte sono stato
convenuto e non attore. La lite di rivendica del fondo Galluzzo contro la
signora Concettina Tuccari Fiandaca si iniziò con un semplice atto di or-
dinaria amministrazione, la citazione presso il Conciliatore di L. 102 per
quattro annualità di locazione.

50
In seguito divenni convenuto e dovetti difendere i diritti della Chiesa.
Fui autorizzato da Mons. Arista a voce. Non vi era allora alcuna regolarità
per tali permessi. Per i lavori di S. Giacomo le somme furono approvate
dal Consiglio Amministrativo Diocesano sino all’anno 1927.
In quanto a compre debbo dire: Comprai la casa Polli cimino in un
momento quando non mi fu possibile chiedere l’autorizzazione, atteso an-
che il brevissimo tempo concessomi dal proprietario. Comprata mi premu-
rai di chiedere l’autorizzazione per regolarità.
Non fu possibile ottenerla nonostante le mie insistenze, né i Vescovi
nel Consiglio vollero mai accettare tale compra. Essa fu poi rifiutata posi-
tivamente cola decisione di Mons. Colli il 12 luglio 1932. Appena V. E.
mi impose da fare la donazione prima del 10° giorno la donazione era fatta.
Eccellenza, prego che vanga presa in considerazione questo mio atto
di assoluta dedizione agli ordini della E. V. ed il grande vantaggio che ne
avrà la Parrocchia, e che eventualmente compenserà di gran lunga qual-
che danno per gli errori materiali od omissione involontaria.

Rescritto della S. Congregazione del Concilio.
Sia per il pagamento dei debiti, sia per la ricostituzione dei titoli alie-
nati sia per la reintegrazione dei molteplici canoni e censi reluiti senza
reimpiego, sia per i fondi venduti, i capitali distratti doveva il Vescovo,
come ho detto altrove in un alligato alla presente, ed il Consiglio Diocesano
impostare anno per anno una somma a tale scopo. Dunque non dovevo
prendere io l’iniziativa su ciò, e poi se avessi dovuto riparare a tutte le
immense rovine della passata amministrazione, causa ed origine di tutti i
guai anche di quelli presenti, non sarebbero bastate tutte le rendite del be-
neficio. Intanto i fedeli che non conoscevano questo grande disastro, anzi
per pera di alcuni interessati si faceva capire come anche adesso che tut-
to era stato appianato, reclamavano migliorie e spese di culto, il Clero
domandava aumenti. Guai a togliere la banda al popolo e i dolci ai preti
ed ai sacristi.

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Del resto potendo ricostruire i titoli in altra maniera, come è stato
detto al N. 12 delle mie prime risposte, perché gravare di nuovi pesi la
Parrocchia?

Legati e Messe
Di questo mi occupo nell’alligato, solo mi permetto aggiungere che
nel giudicare la mia Amministrazione non si può prescindere da quella di-
sastrosa che fu la passata amministrazione. Le due amministrazioni sono
connesse l’una coll’altra, e la mia risente tutte le conseguenze dell’altra.
Non trovai registri di contabilità, non libro di cassa, due diverse ammini-
strazioni una privata tenuta nei primi anni da un altro e l’altra pubblica
diversa anche da quella economale?
Confusione immensa. Il Registro Messe di cui si parla nella visita
vicariale è quello giornaliero dove si segnano le Messe dei vari celebratari
della giornata.

Immensi e notevolissimi vantaggi della mia gestione.
Ripeto senza tema di essere smentito che se io non avessi pensato a
tempo opportuno per la sistemazione dei beni, oggi la Parrocchia si sa-
rebbe trovata in una irreparabile rovina. Invece, relativamente ai tempi, si
trova in ottime condizioni e ciò si deve al mio lavoro indefesso. La Par-
rocchia è una proprietaria, l’E. V. mi ha sempre detto che essa subisce
la sorte dei proprietari, i quali oggi sono tutti falliti e quelli di Castiglio-
ne si meravigliano come io abbia potuto resistere in questi ultimi tempi
alle conseguenze della crisi. Non ho mancato mai di lavorare per miglio-
rare i beni della Parrocchia, per scongiurare indebito pagamento di tasse,
ho lavorato specialmente per le borgate, ottenendo dalla munificenza del
S. Padre le chiese rurali con immensi sacrifici e dispendi personali.
Ultimamente per i danni del ciclone che si abbatté sulle nostre con-
trade il 15 luglio u. s., avrei potuto disinteressarmi specialmente perché a-

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vevano riferito alla E. V. che i danni non erano così gravi come si cre-
deva. io tuttavia lavorai indefessamente sino a tanto che non ottenni Li-
re 4000 e più di sgravio di tasse per un solo anno ed a cominciare dal
1937 lire 1700 annue per sempre disgravio sulla fondiaria?
Riepilogando che cosa rimane di tutte le irregolarità descritte nella
lettera di invito? Esaminandole con occhio benevolo ad una ad una ven-
gono chiarite e giustificate. E tutto si riduce ad errori materiali e confu-
sione dovuta anche alla mancata regolarità del Consiglio di Amministra-
zione.
Creda pure Eccellenza che il Consiglio Diocesano Amministrativo per
lo passato non è stato puntuale nel rinviare i bilanci preventivi nelle do-
vute modificazioni, permetto fare questa osservazione col massimo rispetto
che ho per tutti i membri di esso, senza menomare la loro onorabilità.
Ed ora Eccellenza io sono nelle Vostre mani, mi sottometto a qualun-
que vostra disposizione sicuro che Voi, che non solamente siete giudice,
ma soprattutto padre e Pastore, non vorrete la rovina di un figlio che sarà
sempre il più affezionato di tutta la Diocesi sebbene il più sventurato.
E Voi Parroci consultori che la Chiesa, madre benigna e sapiente
chiama al riesame del processo di remozione, Voi che più dei semplici
esaminatori sinodali conoscete le gravissime difficoltà della Parrocchia e
sapete perciò valutarne tutta la responsabilità, Voi potete comprendere che
cosa significa strappare un Parroco dalla sua Parrocchia dopo ventitre anni!
Considerate non me che non merito, ma il danno incalcolabile delle
anime per lo scandalo che scaverà un solco profondo in esse non facil-
mente sanabile dopo lo scandalo della passata amministrazione.
Risparmiate la pena di morte ad un vostro confratello.
Prostrato al bacio del Santo Anello e chiedendo in ginocchio la Pa-
storale benedizione mi professo della E. V. Rev.ma Mons. Salvatore Russo
Vescovo di Acireale.
Umilissimo figlio in G. C.
Vincenzo PlataniaArciprete parroco di Castiglione di Sicilia

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Contrariamente ad ogni logica aspettativa, nel mentre ritenendo che
Mons. Vescovo si fosse convinto delle mie buone ragioni e della verità
del mio assunto, mi si diede comunicazione con foglio daato 6 luglio
1936 che veniva confermato il decreto di remizione.
Rimasi allibito, sconfortato, abbattuto!
Mi vedevo negata ingiustamente ogni mia attività, vedevo miscono-
sciuta ogni mia benemerenza.
Fu così che amareggiato. sì, ma forte delle mie ragioni, decisi di presen-
tare appello avverso l’ingiusto provvedimento che immeritatamente mi
colpiva.
Con vera delusione dovetti convincermi che mi si voleva colpire ad
goni costo.
Prova più lampante di ingratitudine non mi potevo attendere. Tutto
era stato ripudiato, tutto era stato vano!
Nemmeno la rilevante donazione dello immobile Cimo-Polli era stata
accettata con lieto animo dopo essermi stata imposta. Non si teneva nem-
meno conto della rinunzia da me fatta al disavanzo di circa L. 40000 in
mio favore per i lavori della Chiesa di S. Giacomo, non si valutava la mia
dichiarazione di essere pronto a fare una fondazione per le messe che a
torto si dicevano non celebrate. Fu in tali condizioni di spirito, amareg-
giato da tanta vera ingiustizia e colpito dalla palese ingratitudine, che mi
presentai il 15 luglio 1936 dinnanzi il Notaio Barbagallo Giovanni per re-
vocare la donazione fatta, non sussistendo quelle irregolarità che mi si e-
rano addebitate e non essendo stata da Mons. Vescovo esattamente valu-
tata in tutta la sua portata.
Mi si impedì di presentare appello avverso il decreto con delle speci-
fiche obbligazioni assunte da S. E. il Vescovo, obbligazioni che, tosto de-
corsi i dieci giorni utili per la impugnazione, non furono in nessun modo
mantenute.
Non notificai la revoca perché volevo attendere che mi si desse il

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tanto chiesto conteggio generale, in modo che ove per avventura fosse tale
conteggio risultato passivo, avrei potuto soddisfare ogni cosa col detto
mio immobile ed avrei potuto adempiere il sacro impegno assunto, soddi-
sfare anche con la mia vita ogni e qualsiasi eventuale danno alla Par-
rocchia.
Successivamente, dopo non aver mantenuto alcun impegno, dopo
avermi, secondo lui, fatto decadere dal diritto di proporre l’impugnazione
presso la S. Sede, dopo non aver mantenuto nemmeno l’impegno di dar-
mi il conteggio generale, impegno assunto anche con persone estranee
al Clero, mi invitava a fare la consegna dei beni beneficiari ed ecclesia-
stici della Parrocchia.
Potevo ancora aver fede negli impegni assunti da Mons. Vescovo?
Potevo fare la consegna di detti beni senza nemmeno avere avuto il con-
teggio che mi si doveva? Potevo lasciar passare sotto silenzio l’operato
del mio Vescovo a mio danno? Evidentemente no.
E fui costretto a dettare in verbale quelle dichiarazioni che in copia
ho già inviato a Cotesta Sacra Congregazione.
Ho dovuto magari, di fronte a tanto inspiegabile accanimento contro
me ed in vista del rifiuto di aversi la consegna per non accettare quel ri-
conoscimento che mi si doveva, notificare la revoca della donazione dello
immobile Polli-Cimino dichiarando però nello stesso atto di notifica che
mettevo le sorti dell’immobile stesso nelle mani della S. Sede.

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Bianco
56
Bianco

57

DIRITTO

Dalla minuziosa esposizione del fatto, due questioni di diritto sorgono
in linea principale ed una in linea subordinata.
1.) È legittimo, motivato, fondato il decreto di remozione?
2.) Si è ancora in termine per impugnarlo?
3.) Ed i  linea subordinata: non può la S. Congregazione, anche pre-
scindendo dalla impugnazione dell’interessato, revocare o annullare un
decreto di remozione illegalmente emesso?
È bene esaminare tali questioni singolarmente.

I

È legittimo, motivato, fondato il decreto di remozione?
Non mi sembra che Mons. Vescovo abbia esattamente ottemperato
alle disposizioni del Diritto Canonico.
Ed invero: Mi si sarebbero dovuto contestare tutte le pretese irrego-
larità e mi si sarebbero dovuto dare tutti i conteggi. Cosa che, nonostante
le reiterate, assillanti richieste non ho potuto avere fin’oggi.
Se invece di avere ogni cosa a spezzoni ed in maniera generica mi
si fosse comunicato quanto si doveva in unica volta avrei potuto rispon-
dere esaurientemente a tutto e facile sarebbe stato a chi doveva esaminare
e studiare il conteggio stesso accorgersi che sostanzialmente tutto era an-
dato bene di nessuna somma io mi era appropriato.
Né ciò basta in quanto nessuna preliminare inchiesta sul posto si è
fatta. Non sono state sentite le persone da me indicate e l’inchiesta si è
svolta così, superficialmente, mossa da un preconcetto tanto condannabile

58
quanto ingiusto. Ed infine: perché non mi si interrogò, perché non mi si
fece conferire con chi doveva giudicarmi in modo da fornire man mano
le spiegazioni, le delucidazioni del caso?
Chi meglio di me poteva fornire elementi, dare chiarimenti?
È davvero possibile che simili inchieste si svolgano solamente con
poche lettere e da lontano?
Specie quando si deve esaminare e vagliare una amministrazione quasi
trentennale?
Un processo di remozione deve esser quanto mai laborioso, preciso
e deve essere confortato da elementi fermamente acquisiti, da prove speci-
fiche ed inequivocabili o da confessioni sincere, libere e spontanee dello
interessato.
La valutazione del materiale raccolto deve essere, poi, serena e deve
basarsi sulla sostanza e non su piccolezze che nulla dicono a nulla spostano.
Nel caso in esame non si doveva mai dimenticare che la parte conta-
bile era stata da me, occupato e preoccupato per ben altre più importanti
opere di bene, affidata al Rev. Sac. Carmelo Stagnitta.
Ciò importava la esclusione in me di ogni e qualsiasi malafede ed
era giustificata proprio da tale circostanza, affermata con giuramento dal
Rev. Stagnitta stesso, qualche discordanza, qualche contraddizione in cui
incorrevo.
Discordanze, contraddizioni che dovevano benevolmente essere valu-
tate e non smisuratamente gonfiate.
V. E. il Vescovo doveva tener presente che se avevo procurati tanti
rilevantissimi vantaggi alla Chiesa, per arrivare a tanto avevo dovuto ne-
cessariamente danneggiare, urtare coloro che da tali vantaggi avevano ri-
cevuto danni.
Che c’era di anormale, di straordinario se tali persone avevano con-
tro di me un risentimento sia pure ingiusto? Non doveva, per conseguen-
za capirsi che di tali persone io mi ero fatto tanti nemici personali?

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E dovevo io, che per la Parrocchia tutto avevo affrontato, pensare che
proprio in base ad accuse interessate dei miei nemici avrei dovuto subire
un ingiusto provvedimento dal mio Vescovo? Si legge infatti nella lettera
18 febbraio 1936 …… «ci sono pervenuti continui reclami».
Reclami da chi? Ecco quello che bisogna vedere. Era logico e neces-
sario fare a seguente elementare indagine e cioè se il reclamo proveniva
da parte di gente interessata, da gente d me danneggiata necessariamente
per avvantaggiare la Chiesa.
Nulla di questo si è fatto. Fissi nel preconcetto di dovermi punire
ogni cosa veniva valutata a mio danno, ogni mio argomento difensivo ve-
niva ritorto a mia accusa.
Tanto premesso, possiamo scendere all’esame di altri requisito esse-
siale, indispensabile alla validità, alla legittimità del decreto di remozione.
Che cosa è necessaria per potersi parlare di remozione? Deve, neces-
sariamente deve, trattarsi di un danno grave arrecato al Beneficio Parroc-
chiale non solo, ma di un danno che non può essere risarcito, riparato di-
versamente.
Ciò in punto di diritto è del tutto pacifico e non vale, quindi, spen-
dere parola alcuna.
Orbene: Ho io durante una amministrazione quasi trentennale arre-
cato danno alla Chiesa?
E nel caso affermativo (il che non è) era il danno da me arrecato ri-
sarcibile, riparabile?
Ho provato e documentato che non solo non ho danneggiato ma ho,
invece, avvantaggiato e di molto la Chiesa. Per rispondere esattamente al
quesito bisogna risalire al lontano 1913 e non dimenticare quello che ho
trovato per metterlo in confronto con quello che vi è oggi. Si può benis-
simo saltare tutto l’esame della mia amministrazione, si può risolvere il
quesito in pochi minuti. È solo necessario mettere in un piatto della bi-
lancia l’amministrazione 1913, gravata della sbalorditiva passività di oltre

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lire 70000, ed i beni che mi vennero affidati e nell’altro piatto le passi-
vità estinte, le imponenti opere ricostruttive e costruttive, i beni esistenti
oggi, da me rivendicati, salvati e creati, e si vedrà subito quale piatto
della bilancia sprofonda e quale salti in aria!
Niente danno, sotto nessun verso. Né materiale, né spirituale. Man-
cava, conseguentemente, sin da principio l’elemento essenziale, il presup-
posto per la remozione, L’altro requisito della risarcibilità, riparabilità era
venuto meno per la mia espressa, esplicita dichiarazione.
È bene ricordare che allorquando mi si disse che si era trovato un
danno alla Parrocchia io, subito, non sapendo se effettivamente ciò corri-
spondesse in fatto, non avendo tenuta la contabilità, nell’impossibilità di
fare in breve tempo quell’esame accurato dei conteggi che era neces-
sario, dichiarai di essere pronto risarcire, riparare qualunque eventuale danno
ed a dare anche la mia vita pur di non danneggiare di un solo centesimo
la Parrocchia!!
Cogliendomi in quel momento di sbigottimento, minacciandomi di se-
veri provvedimenti, non dandomi alcuna possibilità di respiro col fissarmi
per ogni richiesta un termine brevissimo per la risposta, mi si impose la
donazione dell’immobile Cimino – Polli.
Mi dichiarai ancora pronto a fare una fondazione per Messe che si di-
cevano non celebrate e rinunziare al disavanzo in mi favore di lire 40.000
circa nei lavori della Chiesa di S. Giacomo.
Sussisteva dopo tale mia dichiarazione il presupposto della impossibi-
lità della risarcibilità, della riparabilità?
Evidentemente non e da questa situazione di fatto scaturiva indistrut-
[ti]bile che il decreto di remozione non era legittimo, non era valido, non
poteva anzi essere emesso, per la mancanza assoluta degli elementi essen-
ziali, indispensabili per la emissione ed esistenza.
Vedremo appresso, allorché esamineremo la subordinata, se tale ille-
gittimità, invalidità, nullità può essere rilevata dalla S. Sede anche in man-
canza di impugnativa da parte dell’interessato.

61

II

Si è ancora in termine per impugnare il dewcreto di remozione 6
luglio 1936?
Non vi è dubbio che l’impugnazione avverso il decreto di remozione
debba proporsi dentro i dieci giorni dalla ricevutane comunicazione.
Sembrerebbero a prima vista che essendo scorso infruttuosamente il
termine suddetto io non possa proporre impugnazione alcuna. Ma, nel caso
in esame, così non è. Per la esatta intelliggenza della questione bisogna
far riferimento al fatto dal quale scaturisce il diritto.
Appena avuta comunicazione del decreto di remozione, forte del mio
passato, del mio buon diritto, della mia ragione, del mio encomiabile ope-
rato, venni nella determinazione di impugnare il decreto stesso.
A questo punto mi intervengono le numerose quanto tassativa obbliga-
zioni ed impegni che mi fanno desistere dalla presentazione della impugna-
zione.
Gli obblighi assunti da Mons. Russo erano i seguenti:
1.) Assegnarmi una congrua pensione; 2.) Nominarmi Rettore della
Chiesa Maria SS. della Catena; 3.) Nominarmi bibliotecario della nuova
biblioteca Villadicanenze; 4.) Aiutarmi nella consecuzione di qualche posto.
Tali espressi obblighi assunti mi furono comunicati a mezzo dei Re-
verendi Paroci: Concetto Fichera da Milo, Rosario Cannavò da Piedimonte
Etneo e Giovanni Birelli da Randazzo, prima che fosse scorso il termine
per l’appello cioè il giorno 13 luglio 1936.
E del resto anche nella lettera 3 – 2 – 1936 Mons. Vescovo faceva richia-
mo al can. 2154 che prevede appunto gli obblighi del Vescovo di prov-
vedere il Parroco rimosso.
Di fronte a tali impegni che se non in tutto almeno in parte potevano
soddisfare i miei sacrifizi ed il mio lavoro durati 36 anni, due soluzioni
si presentavano: o non credere nel mantenimento delle obbligazioni as-

62
sunte da S. E. il Vescovo e gravare di appello il decreto di remozione,
o credere nelle promesse fattemi e rinunziare a grave di appello il de-
creto stesso.
Da tale dilemma non si poteva prescindere né si poteva duvitare dei
tre Reverendi Parroci, persone della massima correttezza e sulla cui one-
stà si poteva avere la più illimitata fiducia.
Potevo non prestare fede alle parole del mio Vescovo?
Ero lontanamente possibile supporre che il mio Vescovo mi ingannasse?
Nemmeno mi sorse un tal dubbio e fiducioso lasciai trascorrere i 10
giorni stabiliti dal Codice di Diritto Canonico per appellare il decreto.
Disgraziatamente i fatti non corrisposero nemmeno in minima parte
alle parole.
Non venne la nomina a rettore in quanto mi si diede un incarico non
ufficiale e definitivo, ma semplicemente ufficioso e provvisorio, colla limi-
tazione di non poter disporre nemmeno di una candela per il Culto; non
venne la nomina a bibliotecario ma semplicemente un incarico provvisorio
di riordinare la biblioteca. Non mi fu soprattutto concessa la pensione, che
doveva assicurarmi in qualche modo la vita, non mi fu dato alcun aiuto
per conseguire un posto. Né, infine, mi venne dato il conteggio generale.
Al contrario, senza avermi data alcuna sistemazione, senza nemmeno
aver mantenuto l’impegno, ripetiamo, di darmi il totale conteggio della mia am-
ministrazione (conteggio che mi avrebbe dato un notevole attivo), mi invitò a
fare la consegna dei beni beneficiari ed ecclesiastici della Parrocchia, mi
impose l’immediato sgombero della Casa Canonica con l’espressa minaccia che
non sgomberando dentro il giorno stesso i mobili sarebbero rimasti di pro-
prietà della Chiesa: Scrisse al Comune diffidandolo a non fare nelle mie
mani pagamento alcuno, nemmeno di arretrati mentre a mio carico po-
neva le spese arretrate che si rifiutava far pagare, ecc.
In base a tali dati di fatto la questione è la seguente:
Essendo stato indotto a non presentare l’appello solo ed esclusiva-

63
mente dalle esplicite obbligazioni assunte da S. E. Mons. Vescovo, una
volta non mantenute tali obbligazioni, ho diritto di proporre l’appello
stesso?
Mi sembra di sì. Ed invero la scadenza del termine senza che sia
stata proposta impugnazione fa presumere che nulla abbia da eccepire il
soggetto cui spetta lo esercizio del diritto di impugnazione; che riconosca
il soggetto stesso essere il provvedimento conforme a giustizia. Ed è pro-
prio su questa presunzione che poggia il divieto di proporre l’impugna-
zione fuori del termine stabilito, in quanto se il soggetto cui tale diritto
spetta non ha voluto esercitarlo dentro il termine fissato è giusto non ngli
sia consentito in un termine successivo.
Se, infatti, ha riconosciuto il provvedimento conforme a Diritto, con-
forme a Giustizia fino al momento in cui poteva ottenerne la revoca o la
modifica, non gli deve essere lecito ritenerlo ingiusto in epoca successiva
e chiederne, quando più non ne ha il diritto, la modificazione e lo annulla-
mento.
Si capisce magari che per evidenti motivi non si possa e non si debba
tener conto, in linea di massima, nemmeno dei casi di legittimo impedi-
mento a fare valere il diritto nel termine perentorio prefisso.
Ora possiamo noi dire che ricorra la superiore presunzione o un le-
gittimo impedimento nel caso in esame?
Evidentemente no.
Qui vi è cosa ben diversa. Dobbiamo fare riferimento a colpa e dolo
da parte di chi doveva aver discusso ed esaminato il proprio operato da
parte del Giudice Superiore.
Facciamo un esempio. Se l’indomani della fattami comunicazione mi
si fosse chiamato in Acireale ed ivi giunto mi si fosse chiuso in una stanza
e trattenuto per tutto il tempo utile a proporre l’impugnazione, se questa
avessi proposto appena libero di farlo mi si sarebbe potuto giuridicamente
dire che non ero più in termine?

64
Non ci sembra che il caso nostro differisca sostanzialmente da quello
preso in esempio.
Se, infatti, non si può parlare di violenza fisica, si può benissimo dire
che la impugnazione non è stata proposta per la colpa ed il dolo di cui
sono stato vittima. Dico colpa e dolo perché non essendo stato mantenuto
nemmeno uno degli obblighi assunti, che mi determinarono a non gra-
vare di appello il decreto di remozione, devo necessariamente arguire
che tali obblighi furono esclusivamente assunti per non farmi esercitare il
diritto d’impugnazione e colla volontà di non mantenerli.
Da tale ineluttabile situazione di fatto non si può prescindere.
La mia volontà di non accettare il provvedimento era provata: 1.) dalla
prima opposizione fatta al decreto 2 giugno 1936. 2.) Dalle testimonianze
dei suddetti Reverendi Parroci.
Mi si volle ad ogni costo removere, affermo io. Ed invero prima di
arrivare alla remozione quanti altri provvedimenti di minore portata non
avrebbe potuto adottare S. E. il Vescovo? Possiamo anzi dire che anche
a sussistere delle irregolarità (il che non era) non era il caso di essere
tanto severi, ma si poteva aggiustare ogni cosa senza imbastire quel de-
precato processo di remozione che, anche sotto questo verso, si presenta
ed è illegittimo, invalido e nullo.
E tale volontà di colpirmi ad ogni costo ed in ogni punto è
anche dimostrata dal fatto che a mia insaputa mi si fece apparire dimis-
sionario dalla carica di Vicario Foraneo!
Ed aggiungo: non solo mi si voleva colpire ad ogni costo ma si
volle espormi alla pubblica disistima in modo da annientarmi completa-
mente, usando nell’inchiesta metodi che dovevano necessariamente ren-
dere pubblica ogni cosa.
E tutta questa pubblicità fa bene alla Chiesa?
È prescritto che ogni vertenza interna debba essere data in pasto al
pubblico od è prescritto proprio il contrario?

65
Comunque: È principio generale di diritto che nessuno debba trarre
vantaggio dalla propria colpa dal dolo.
È altro principio generale che non si può dare rilevanza giuridica al-
cuna a ciò che è stato ottenuto con dolo. La decadenza dall’esercizio di
un diritto non può avverarsi se non quando sia voluta e se non quando
sia addebitabile ad un fatto proprio o ad un impedimento sia pure, in linea
di massima, legittimo del soggetto stesso che ha facoltà di avvalersi del di
ritto stesso. Non può avverarsi decadenza, che tale giuridicamente possa
dirsi, quando l’esercizio del diritto dio impugnazione è dovuto a fatto, col-
pa e dolo di terzi direttamente interessati nella questione.
Contrastare o negare la verità di tale principio equivarrebbe a negare
la equità del Diritto stesso.
È proprio sulla equità che si fonda il Diritto non si concepirebbe il
contrario.
Da tale principio generale di Diritto, scaturisce la seguente limpida, lo-
gica conseguenza: Che essendo stato impedito dal proporre l’impugnazio-
ne solo ed esclusivamente dagli espliciti e tassativi impegni di S. E. il Ve-
scovo, assunti col proposito di non mantenerli come hanno dimostrato i
fatti, non essendo stati mantenuti tali impegni sono ancora in termine per
proporre l’impugnazione.
Impugnazione che dichiarai proporre nel verbale di consegna dei beni be-
neficiarii ed ecclesiastici e che ancora ora propongo.
Né si può validamente contestare, replico, che solo per l’operato di
S. E. il Vescovo io non presentai l’appello in termine, come me ne dava
diritto il Can. 2146 par. I.
Bastano le deposizioni dei tre avanti ricordati Reverendi Parroci, che
Cotesta S. Congregazione può benissimo interrogare, per fornire la prova
più convincente, la certezza più assoluta.
Non vi è dubbio, quindi, che la pretesa decadenza non esiste ed il
presente appello è pienamente ammissibile per la forma e per il merito non

66
sussistendo alcun ostacolo preliminare che impedisca far diritto allo stesso.
Né, poi sarebbe morale trincerarsi su una pretesa decadenza per impedire
a cotesta S. Congregazione di esaminare il merito e dare i provvedimenti
del caso. Se si ritiene di aver legalmente operato, se nulla si ha da rim-
proverarsi, non si deve temere affatto che sia ogni cosa esaminata, che
anzi, al contrario si dovrebbe essere lieti di poter essere in grado di mo-
strare che le mie lagnanze sono infondate.
In tal caso rifulgerebbe di più l’operato di S. E. il Vescovo e si di-
mostrerebbe il mio torto.
Il che non potrà avvenire se l merito non sarà esaminato e se per
evitare il giudizio di Cotesta S. Congregazione si vorrà S. E. il vescovo
trincerare dietro una pretesa decadenza procedurale.
Al di sopra della procedura stanno MORALITÀ e GIUSTIZIA ed a es-
se non devono essere tarpate le ali.

III

Non può la S. Sede, anche prescindendo dalla impugnazione dell’in-
teressato, revocare o annullare un decreto di rmeozione illegal-
mente emesso?

Potevamo anche prescindere dall’occuparci di questa subordinata,
ma per compitezza della questione è bene impostare e risolvere tale punto
di diritto, tanto più che il quesito è di ordine generale e riveste, per con-
seguenza, particolare interesse.
Ad eccepire una illegittimità, una nullità sostanziale, una violazione del
diritto, deve essere esclusivamente la parte interessata?
Non può provvedere la S. Sede che ha interesse specifico a far osser-
vare rettamente il diritto stesso?
Non ci sembra possa validamente contrastarsi l’interesse della S. Sede
ad intervenire in qualunque caso una disposizione del Diritto Canonico sia
stata violata.

67
Alla osservanza scrupolosa del Diritto è chiaro che più e al di sopra
di tutto e di tutti sia interessata la S. Sede che possiamo dire sia aa Titola-
re e depositaria del Diritto stesso.
Ad una violazione del Diritto, ed a qualunque di essa, corrisponde un
danno tanto ala parte vittima della violazione quanto al Diritto stesso che
appunto dalla violazione riceve un danno superiore a quello ricevuto dalla
singola persona.
Possiamo quindi dire che titolari di eccepire la violazione
del Diritto stesso siano tanto l’interessato della vittima specifica violazione
quanto la S. Sede interessata alla osservanza del Diritto stesso.
È detto che i due interessati, i due danneggiati debbano unitamente
lagnarsi della violazione che l’acquiescenza dell’uno precluda, ostacoli le do-
glianze dell’altro? Il compito di vigilare sulla retta interpretazione del Diritto
e saggia amministrazione della Giustizia spetta, al di sopra di sopra [sic] di tutto
e contro tutti, alla Suprema autorità Ecclesiastica, Tutrice e Vindice di ogni
singola violazione.
Vano sarebbe il voler sostenere che anche ad ammettere la non tem-
pestività della impugnazione da me proposta, solo ed in conseguenza di
tale pretesa mia decadenza, la S. Sede si trovi nella impossibilità di prov-
vedere, di poter riparare le violazioni del Diritto.
La questione trascende la mia persona e va correttamente così impo-
stata:
Non vi è dubbio che il decreto di remozione viola le disposizioni vi-
genti del diritto canonico:
Avendo emesso tale decreto quando mancavano e mancavano i requi-
siti essenziali per la sua esistenza e validità, e cioè la mancanza di un dan-
no grave e la esistenza di una danno non riparabile, tale fatto importa una
violazione più che evidente e costituisce delle più elementari norme del
Diritto stesso.
Sarebbe veramente enorme il voler negare che da tale violazione non

68
si è danneggiato il Diritto, e conseguentemente la S. Sede, e più enorme
ancora sarebbe il voler negare l’inte[re]sse ad intervenire della Suprema Auto-
rità Ecclesiastica quando si è riconosciuto il danno che ad Essa è stato
recato.
Così stando le cose, di fronte a tanta evidente violazione del Diritto,
la S. Congregazione del Concilio può intervenire e riparare il danno cau-
sato dalla violazione.
Annullando o revocando, anche d’ufficio il decreto di remozione, vi-
ziato ed inficiato da assoluta nullità ed invalidità, la S. Congregazione del
Concilio è del tutto pacifico che altro non fa che esercitare un proprio di-
ritto, indipendentemente, al di fuori ed al di sopra della mia impugnazione.
La sola ed unica preoccupazione della S. Congregazione è quella che
il Diritto sia osservato scrupolosamente da tuti, in quanto è proprio su
questa osservanza scrupolosa del Codice che poggia il principale sostegno
della S. Chiesa.


Abbiamo già dimostrata la illegittimità, la infondatezza del decreto di
remozione.
Abbiamo già detto e dimostrato che siamo in termine per proporre,
come proponiamo, la impugnazione.
Abbiamo, in fine, sostenuto, ed a ragione, che Cotesta S. Congregazione
del Concilio può intervenire anche e indipendentemente dal nostro appello.
In fatto abbiamo fornito tutto il carteggio tra noi e S. e. il Vescovo
della Diocesi di Acireale, Mons. Russo salvatore, per far conoscere a Co-
testa S. Congregazione tutta la verità anche ni minimi particolari.
Nulla abbiamo da temere dalla luce, luce abbiamo fatto e sempre mag-
giore luce chiediamo sia fatta!
Ansiosamente, affannosamente imploro che si esamini tutto il mio ope-
rato e che poscia si dica se mi sono appropriato dei beni affidatomi,

69
se ho danneggiato la Parrocchia o se invece non ci ho rimesso del mio,
se non ho ingrandito, se non ho in tutto migliorato quello che mi si è
affidato. Da questo esame verrà fuori il Giudizio che con tutte le forze
del mio animo invoco e cioè se dopo tutto quello che feci meritavo o
meno la remozione!
Per tutto quanto ho avuto l’onore di esporre, umilmente mi permetto
chiedere

CHE

Voglia cotesta S. Congregazione degnarsi accogliere per la forma e
per il merito il presente appello proposto avverso il decreto di remozione
di S. E. il Vescovo di Acireale datato 6-luglio 1936 e, facendo pieno di-
ritto allo stesso, annullare o revocare l’impugnato decreto per tutti i vizii
di forma e di sostanza e le nullità assolute ed insanabili da cui era e da
cui è inficiato.

Eminentissiumo Prefetto ed Eccellentissimi Padri della S. Congregazione del
   Concilio,

Un umile Sacerdote che ha speso tutta la vita al servizio della S.
Chiesa e per il maggior bene di Essa, ha implorato il Vostro alto, sereno
autorevole giudizio su tutto il proprio operato.
Vittima di male arti di nemici, da me danneggiati per avvantaggiare
la Parrocchia affidatami, nemici che si sono malignamente insinuati presso
il mio Vescovo e lo hanno determinato a formarsi un cattivo concetto di
me, ho tentato invano di dissipare ogni equivoco e di persuadere del con-
trario S. E. il Vescovo della mia Diocesi.
Ho dato tutte le prove di supina ubbidienza, e tutto quello che uma-
namente era possibile accettare è stato da me offerto e accettato.
Ho messo il mio Vescovo non solo in condizione di non proseguire
il processo di remozione, ma avevo fornito e dato molto di più di quello

70
che occorreva per troncare il processo stesso e dare la prova tangibile
che nessun danno si era arrecato o si voleva arrecare alla Parrocchia
apportatami.
Vani sono riusciti tutti i miei sforzi!
Vano rimase pure il mio disperato appello alla Sua clemenza per evi-
tare non solo il mio danno, ma più e soprattutto il danno gravissimo ai
fedeli.
Io che avevo assistito ad altri casi che avevano prodotto conseguenze
incalcolabili ai fedeli, io, che avevo trovato una Parrocchia in soqquadro ed
un culto morente nella Parrocchia stessa ebbi la esatta visione del colpo gra-
vissimo che si stava per inferire al culto ed alla fede col mio allontana-
mento dopo ben ventitre anni di vita spesa in perfetta comunione con i
fedeli tutti che con il loro spontaneo attaccamento e colla gratitudine viva
e sincera che mi dimostravano mi avevano addolcito tutte le pene che io
mi ero accollato per il maggior bene della Parrocchia e mi avevano fatto
accettare con animo lieto i più pesanti lavori spronandomi a sempre più
e meglio operare per la salute delle anime.
Di fronte a tale visione, per scongiurare simile nefasta evenienza,
cosa non avrei dato al mio Vescovo?
Tutto, anche la mia vita che pure offersi.
E S. E. il Vescovo non dovette disconoscere tale pericolo se è vero,
come lo è, che in una Sua lettera del 26 aprile 1936 così testualmente si
legge: «…, e in vista anche della ammirazione che potrebbe sorgere in
cotesti fedeli …»
Si vide, si intuì il pericolo, ma non si volle evitare.
aggiungiamo che si previde con certezza perché è chiaro che si era
sicuri che tanto sarebbe avvenuto ineluttabilmente quando, deciso a ri-
muovermi ad ogni costo, mi si scriveva nella stessa lettera: «Similmente
se col nuovo ordinamento di cose, accennato nella presente, che sarà in
seguito meglio precisato e determinato in ogni sua parte, venissero ad

71
accadere degli inconvenienti provocati da lei, anche indirettamente per
intralciare …»
Prevedendosi quel che doveva accadere mi si addebitavano con anti-
cipo gli inconvenienti provocati anche indirettamente!
Vani furono i miei atti di persuasione, di umiltà, di rassegnazione,
di rigorosissimo riservo, di ubbidiente umiliazione al nuovo Vicario Econo-
mo culminati nello incontro che ebbi a fargli fino alle prime case del
paese.
Non avendo potuto evitare il colpo diretto ai fedeli, umiliandomi vo-
levo che si persuadessero a rivolgere il loro affetto al nuovo Pastore.
Tutto è stato vano e l’attaccamento ferreo verso di me dimostrato ad
altro non è servito se non a straziare ancora di più il mio già tanto
straziato cuore!
E dire che tutto questo caos si sarebbe potuto evitare nella maniera
la più semplice, la più celere e la più riservata.
Bastava fare il conteggio esatto, generale e specifico, comunicarmi il
tutto ed invitarmi, qualora io non avessi preceduto tale eventuale invito, a
riparare le eventuali differenze passive.
Solo dietro un mio illegittimo rifiuto e solo dopo essersi dimostrata
la mia colpevolezza, solo allora si doveva dare inizio al provesso di re-
mozione.
Niente si è fatto con la dovuta serenità, niente si è ponderato, nulla
si è esattamente valutato e proprio per questi motivi si è arrivati al
punto in cui non si doveva costringendomi ad uscire dal riserbo volonta-
riamente impostomi per difendere il mio onore di Sacerdote profonda-
mente quanto ingiustamente intaccato.
Eminentissimo Prefetto ed Eccellentissimi padri della S. Congregazione
del Concilio,
Ho messo tutta la questione, tutti i beni anche personali nelle Vostre

72
mani. Io stesso mi sono presentato a Voi con la massima umiltà carico di
tutto il mio operato che ha avvantaggiato in misura rilevante la Parrocchia
affidatami, e confortato dall’unanime affetto dei fedeli, macchiato dalle
colpe che a torto mi si vogliono attribuire.
Umilmente sottostarò anche per lo avvenire agli ordini del mio Ec-
cellentissimo Vescovo e con animo lieto accetterò qualunque Giudizio sa-
rete per emettere nella Vostra illuminata Sapienza e Giustizia.
Prostrato, in ginocchio, al bacio della S. porpora mi professo devotis-
simo ed umile servo in G. C.
Castiglione di Sicilia (Diocesi di Acireale), 16-9-1936.


[Dattiloscritto]
–    COPIA   –

== DECISIONE DELLA S. C. DEL CONCILIO ==
========OoooO========

(In seguito al ricorso contro il decreto di remozione del Parroco Platania
Febbraio 1937)

1=        Prescindendo dalla questione in merito la S. C. non ritenne opportuno acco=
gliere il ricorso essendo stato presentato dopo il tempo utile.
2=        Però attesa la procedura tenuta nel Processo di remozione s’invita la E. V.
a provvedere quanto prima e convenientemente il Sac. Platania rendendo inor-
mata questa S. C. del provvedimento.
3=        Non si mancherà di disporre che venga iniziato il conteggio della gestione
del Platania con le ragioni del dare e dell’avere venendo al pareggio.

===    Commento alla decisione della S. C.    ===

1=        Non per il merito sebbene lungamente esaminato e discusso, non viene accolto
il ricorso contro il Decreto di remozione, ma esclusivamente per ragione di
termini e per opportunità “ “ cioè per essere stato presentato dopo il decen-
dio seguendo in ciò la S. C. una prassi rigorosa.
Dunque il merito non fu contrario al parroco e non costituì motivo per non
accogliere il sudetto ricorso.
2=        Critica la procedura tenuta nel processo di remozione ed impone al Vescovo
una provvista, anche come riparazione pronta e conveniente che non lascia al
solo arbitrio del Vescovo ma la S. C. vuole esaminarla per vedere se rispon=
de nel caso alle sue intenzioni di voler supplire a quanto on ha potuto
per ragioni di termini, annullando il Decreto.=
3=        La S. C. raccomanda di eseguire il conteggio della gestione esaminando le
ragioni del dare e dell’avere, dal quale conteggio potrebbe risultare un de=
bito del parroco come potrebbe risultare un credito. Però la S. C. non parla
di restituzione cosa che avrebbe dovuto fare se fossero state fondate ed ac-
colte le accuse mosse nel processo e si fosse trattato di indebita appropia-
zione, di malversazione in danno della Parrocchia che sarebbe stato il vero
motivo “ “ mala rerum administratio “  “ su cui fondò erroneamente la remozione.

Ne segue che la Decisione nella sostanza è favorevole al Parroco e se
il ricorso fosse stato presentato in tempoutile la S. C. l’avrebbe annullato.=


[1] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Opera_nazionale_balilla.
[2] Cfr. http://it.cathopedia.org/wiki/Sacra_Congregazione_del_concilio.


Codice di Diritto Canonico 1917

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