Fonte: VINCENZO SARDO SARDOCastiglione città demaniale e città feudale. Sue vicende storiche attraverso i secoli, (Con Proemio di F. NICOTRA), PALERMO, Tipografia DOMENICO VENA, 1910, pp. 183-229.

[183]

PARTE SECONDA
 MEMORIE ECCLESIASTICHE

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I.
Chiese dei SS. Apostoli Pietro e Paolo,
S. Maria Maggiore e S. Marco Evangelista

La chiesa dei Ss. Pietro e Paolo, che dalla sua fondazione (vuolsi nel 1105)[1] fino ai giorni nostri è stata sempre la Madrice della Città di Castiglione, si crede sia stata fondata dal G. Conte Ruggero[2].

Nacque essa in seno all’antico castello, se pure non era la cappella addetta agli usi del medesimo[3]. La data suc-[186]cennata, la struttura di parecchie finestre di stile normanno[4] delle quali la più interessante è quella a rosa, soprastante alla maggiore porta, a cui stava di contro un gigantesco arco ogivale dell’abside (della quale esiste la parte superiore ben conservata, che la volta attuale, costrutta negli ultimi ristauri, relegò al di sopra di essa) e i privilegi dei quali venne arricchita, la fanno invero supporre opera dell’Eroe normanno.

Egli, concedendo a Cremete il feudo della Placa, per l’erigendo cenobio, col concorso dell’opera dei Castiglionesi, volle anche a questi ultimi lasciar memoria del suo passaggio, ordinando la costruzione di detto tempio[5].

Ad accrescere il decoro di esso, e per la considerazione in cui il gran Conte tenne Castiglione, l’arricchì di molti privilegi e volle altresì, che fosse la maggiore chiesa di Castiglione e della Valle, estendendo la podestà del suo Arciprete su diversi Casali convicini[6].

Nè in minore conto è stato tenuto nei tempi posteriori.

[187]Le rendite che ebbe un tempo, gl’interni abbellimenti, la ricca suppellettile, gli arredi sacri preziosissimi, che in parte conserva (dei quali enumereremo quelli di maggior rilievo), i privilegi che ottenne nel XVIII secolo, ci fanno apprendere l’interesse spiegato dai diversi Arcipreti, nel fare risplendere questo tempio.

L’Arciprete D. Antonio Sardo e Marco, Abbate e Protonotario apostolico molto si cooperò all’arredamento di questa chiesa[7].

I paramenti sacerdotali e il tosello verde venduti o barattati con cenci di nessun valore, che dicono essere stati bellissimi e ricchissimi, furono in parte opera sua e dell’Arciprete A. Imperi (1768)[8]. La copertina in seta che racchiude un volumetto con alcune orazioni manoscritte, (usato solo dagli Arcipreti nelle funzioni solenni) porta d’ambo i lati le armi di casa Sardo e Dimarco ricamate in oro e argento. Questo lavoro pregevole del 1642 si conserva tuttora, sebbene un pò sciupato.

Il Sac. D. Giuseppe Coniglio, Vicario foraneo, profuse a piene mani capitali e rendite rusticane diverse a questa chiesa, per accrescere il di lei splendore[9]. Legava particolarmente un capitale di onze 6000[10] alla cappella dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, titolari del tempio e Protettori della città, con diversi obblighi annessi, per la celebrazione di [188] molte messe a quell’altare, per la manutenzione della comunia dei Cappellani[11] e per solennizzare le feste dei due santi con molto decoro[12].

Molto fece anche l’Arciprete D. Cesare Gioeni dei principi di Castiglione, in beneficio di essa chiesa[13].

Ma queli, che veramente le fu prodigo di tutto il suo[14] e durante la sua non breve Arcipretura pose ogni studio per metterla alla pari con le cattedrali, arredandola con profusione di sacri arredi e paramenti sacerdotali di inestimabil [189] valore[15] fu l’Arciprete D. Giacomo Gioeni dei principi di Castiglione, e Abate di S. Maria di Castro Verule[16].

L’opera sua duratura rifulge tutt’ora, come in questa così in altre chiese di Castiglione: gli opportuni ristauri e gli interni abbellimenti con marmi, con pitture e con quant’altro potè occorrere al loro splendore giovarono ad accrescerne il decoro e la venerazione[17].

Solo un boccale d’argento, squisitamente cesellato, lavoro artistico di gran rilievo, rimane, dei preziosi metalli dal Gioeni lasciati; sfuggito, forse a caso, all’avida ingordigia degli speculatori sugli oggetti antichi.

A sua istanza, Monsignor Migliaccio Arcivescovo di Messina, nel 18 novembre 1717 consacrava questo tempio. Due lapidi ai lati della porta maggiore ricordavano il sacro avvenimento; or più non esistono. Questo Arciprete morì nel 1736, dopo 34 anni di savia amministrazione.

In questa chiesa, si ammira ancora una bella tela raffigurante S. Anna, opera del pennello del Tuccari, fatta eseguire per mandato dello stesso Arciprete Gioeni.

[190]   Gli Arcipreti, che successero al Gioeni, nulla di rilevante accrebbero nella chiesa di S. Pietro fino al 1781, nel qual’anno fu assunto all’Arcipretura D. Antonino Michele Sardo Campisi.

Questi non fu secondo al Gioeni negli abbellimenti del tempio, e per gli importanti privilegi che gli ottenne dalle autorità del tempo.

A maggiormente accrescere lo splendore, sollecitò ed ottenne dall’Arcivescovo di Messina D.r D. Niccolò Cianfaglione[18] la concessione dell’ermellino ed altro. Si legge in un suo privilegio (18 maggio 1785): che tale concessione il vescovo accordavagli «per ornamento e decoro delle funzioni e per riuscire le medesime più maestose ed in augmento ancora del culto divino accordava a detto oratore (arcipr. Sardo) e di lui dodici cappellani la grazia di potere fare uso delli Rocchetti e Mozzetta con cappuccio tanto di color nero che violace e quella della Bugia seu Palmatoria d’argento e Cappa magna, con l’ermellino per detto supplicante solo»[19].

Il tosello in velluto rosso, assai stimato per i suoi pregevolissimi ricami in oro (stile rinascimento)[20] che ammiriamo nelle feste solenni, basta a dare un idea della sontuosa suppellettile dal Sardo provveduta.

Detto tosello, per la sua magnificenza, fu, fin dal suo principio, ritenuto un lavoro di non poco rilievo, la qual cosa acquistavagli una certa celebrità.

Raccontasi, difatti, che in occasione della venuta di re Ferdinando I di Borbone a Catania, i catanesi lo chiesero in prestito per il trono che eressero in onor suo!

Fu durante l’Arcipretura del Sardo, e mercè le sue vaste [191] aderenze per la qualità di patrizio messinese, che questa chiesa ebbe donato da una dama messinese, un ricchissimo baldacchino di seta bianca, splendidamente ricamato in oro di stile del rinascimento[21]. La leggenda B. Rita, che spicca nel centro, ricamata a grandi caratteri parimenti in oro, ricorda la sua fattura, avvenuta poco appresso la Beatificazione della santa, che ascese agli onori degli altari nel 22 luglio del 1628.

Nel 1818, questo tempio venne seriamente danneggiato da un terremoto e per ragione di pubblica incolumità fu chiuso al culto.

L’Arciprete D. Giov. Battista Calì Sardo, nipote del Sardo e suo successore (1823) lo ristorò convenientemente e nel 1837 lo riaprì di nuovo al culto dei fedeli.

Questo Rev. Arciprete ordinò con molto discernimento la ricca azienda delle chiese di Castiglione, sistemò l’Archivio (importante lavoro che gli costò diversi anni di assidua fatica per racimolare tutte le notizie che potè dagli avanzi dei volumi salvati nell’incendio del 1600) e fondò una scelta Biblioteca, che arricchì di parecchie migliaia di volumi, con quale sentimento patrio non è a dire[22].

[192]   Una Biblioteca di questa entità, non è un fatto comune per centri come Castiglione. Peccato che sia chiusa al pubblico e malissimamente tenuta.

Istituì inoltre, questo savio arciprete, un legato per il mantenimento nel seminario diocesano degli aspiranti poveri di questo comune, al ministero sacerdotale.

Il di lui successore Arciprete D. Vincenzo Sardo Turcis, rimodernò e abbellì con marmi e stucchi, la cappella del SS. Sacramento, fece costruire una esatta meridiana[23] e ordinò la fusione di due stupende campane, solennemente inaugurate nell’estate del 1892.

Interrotta la consacrazione di questo tempio, per i necessari restauri avvenuti dopo i guasti del terremoto del 1818 fu sotto questo Rev. Arciprete, nuovamente consacrata dal nostro benemerito ed illustre concittadino Mons. Luigi Cannavò, assistito da Mons. Gerlando Genuardi Vescovo di questa Diocesi. Tale commovente e memorabile funzione ebbe luogo nell’indimenticabile giorno 27 giugno del 1889. Fu questo il migliore e spontaneo ricordo, che monsignor Cannavò potè lasciare alla sua diletta patria.

Ad imperitura memoria della sacra cerimonia compiuta, una epigrafe commemorativa, fu posta sulla porta maggiore, nell’interno del tempio.

In questa chiesa si nota ancora un grande Crocifisso, pregevole ed antica scultura in legno di arancio di un sol pezzo. Ai piedi di esso Crocifisso sta la Vergine Addolorata; piccola pittura antichissima, che fu anche bella, pria che la mano di un imbianchino ignorante, a cui era stata affidata per la semplice pulitura, l’avesse bruttata con incoscienti pennellature, deturpandola gravemente.

Altra chiesa parrocchiale è quella di S. MARIA MAGGIORE.

Vuole la tradizione che, un tempo, sia stata anch’essa [193] la Madrice chiesa della Città di Castiglione. Ciò non è difficile perchè essendo molto antica, (tanto che s’ignora l’epoca della sua fondazione) potè, in alcuna delle tante peripezie occorse alla chiesa di S. Pietro, avere (pro tempore) il titolo di Matrice e le attribuzioni.

Fu il suo interno migliorato ed abbellito dall’Arciprete D. Giacomo Gioeni. Ma l’Arciprete Calì la rifece quasi intieramente[24]. Delle diverse pitture che in essa si trovano, si notano: la Vergine che porge il bambino a San Gaetano, e il Transito di Maria SS.

La chiesa di S. MARCO EVANGELISTA è la terza parrocchiale di Castiglione.

Da due piccole finestre di stile normanno che ancora esistono dal lato nord, può argomentarsi che la sua fondazione possa risalire all’epoca normanna.

Ma l’urna marmorea con epigrafe latina, che in essa ritrovavasi[25] può farci ritenere che la sua origine (di tempio pagano forse) possa rimontare ad un’epoca più oscura; alla romana forse!

Si ammirano in essa: la Madonna dell’Itria, pittura assai pregevole del Chitè; la Pentecoste, la Resurrezione e Gesù in Croce, tele di qualche valore del Gramignani (1779).

Nonchè un pergamo con sottostante confessionario, pregevole scultura in legno del secolo XVII, barocco di stile e d’ignoto scalpello.

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[194]

II.
Chiesa di S. Benedetto e annesso Monastero
delle Benedettine ora Orfanotrofio Regina Margherita

La linda e simpatica chiesetta di S. Benedetto aggregata all’edifizio moniale, sorse insieme a quest’ultimo nel 1407.

Nei primi tempi dello scorso secolo, venne rimodernata ed abbellita dal Sac. D. Carlo Tuccari, che era il Rettore e il Cappellano.

In essa, prima della soppressione delle Corporazioni religiose, vi si solennizzavano tutte le funzioni dell’anno; al presente a stento, si celebra la sola Messa quotidiana.

Il SS. Nome di Maria, che si ammira in questa chiesa pregevole pittura di Vito d’Anna, è un eccellente lavoro, forse il migliore, che nel genere, possiede Castiglione.

Il Prof. Agati, trovò di squisita fattura e degna di nota la minuscola inferriata, lavoro del 1700, da dove il prete somministra la Sacra Specie alle monache.

L’annesso Monastero venne fondato da una pia vedova, a nome Elenuccia, sotto il titolo di S. Maria del riposo[26]. Corrottamente era detto, però, della Linucchia o della Linuccia, in memoria della fondatrice. Dopo circa due secoli di vita fu soppresso (1590) e le monache passarono in Messina[27]. [195] Ricorda la popolare tradizione, che le monache di questo Monastero (che mercè uno stretto corridoio comunicava alla chiesa di S. Pietro) assistevano alle funzioni della Matrice[28].

L’attuale edifizio che per la sua ampiezza e la maestosa severità della costruzione, è dei più importanti che esistono in Castiglione, fu opera della vasta mente del Sac. Giuseppe Coniglio.

Il quale, con le sue larghe vedute, e nella speranza che un locale vasto e ben fatto avesse determinato l’autorità ecclesiastica a reintegrare l’ordine in Castiglione, ingrandì e migliorò con giusti criteri il ristretto recinto conventuale, che esisteva.

Ma solo nel 1747, dopo essere ultimato di tutto punto, venne reintegrato nuovamente in Castiglione; e a 27 marzo del detto anno fu clausurato e solennemente inaugurato da Suor Gesuarda Smarra a cui venne affidata la direzione delle monache nella qualità di Abbadessa[29].

In questo Monastero, conservasi con grande venerazione e rispetto il ritratto del Sac. D. Onofrio Dimarco, che fu Rettore delle monache.

Questo degno figlio di Castiglione, religiosissimo e prodigo col povero, morì in odore di santità nel 1799.

[196] L’Arcipr. D. Antonino Michele Sardo, che lo stimò ed apprezzò, in pegno dei di lui eccelsi meriti ne fece ritrarre dopo morto, le miti sembianze.

Ammirasi inoltre, un bacolo in legno, usato dall’Abbadessa nella solenne funzione della monacazione, geniale scultura di un dilettante religioso cappuccino, fatta eseguire nel 1750, per espresso volere della Ill.ma e Rev.ma signora Gesualda Maria Gioeni, Abbadessa, dei principi di Castiglione.

Dopo la soppressione delle corporazioni religiose, rimasto vuoto l’immenso fabbricato conventuale[30] sorse nella parte inferiore di esso un Orfanotrofio femminile, il quale venne affidato alle buone Suore di S. Anna.

Per la fondazione dell’Orfanotrofio furono impiegati i capitali della eredità Coniglio, ricavati dalla transazione col comune di Mineo[31], unitamente alle pie elargizioni di alcuni caritatevoli signori Castiglionesi.

Quest’opera, sì altamente filantropica ed umanitaria sotto il patronato della Regina Margherita ha pigliato un notevole incremento, ed è al presente nel suo migliore sviluppo[32].

E’ stata ed è la sollevazione morale e fisica di tante sventurate bambine, che prematuramente orbate dal sostegno e dalla guida dei genitori, invece di crescere nel fango e nei pericoli della corruzione, vengono in questo Istituto santamente educate alla religione di G.C. ed al lavoro, che lor prepara un avvenire agiato, onesto e tranquillo[33].

[197] La seguente epigrafe, che leggesi nel vestibolo dell’Orfanotrofio, ricorda la munificnza dei signori, che ebbero la pia e nobile idea di dotare l’umanitario istituto, tramandando ai posteri la benedetta e lodata memoria.

QUESTO
ORFANOTROFIO REGINA MARGHERITA
INTESO
AD EDUCARE E REDIMERE L’ORFANELLA CASTIGLIONESE
FU FONDATO
DALLA FIDECOMMISSERIA CONIGLIO
COL
FILANTROPICO AUSILIO DEI CITTADINI
SIGNORI
MELCHIORRE ED ELOISA SARDO ABBATE
ANGELA TUCCARI E CONCETTA FELSINA
ANNO 1886

III.

L’Abbazia della Trinità ora chiesa di S. Vincenzo

Incerta è l’epoca della istituzione dell’ordine cassinese in Castiglione sotto il titolo di Priorato, e poi di Abazia della SS. Trinità.

Pare assodato però, che la prima abitazione di essi cassinesi sia stata intorno il 750, in quel sito nominato San Nicola in riva al fiume Alcantara[34].

[198]   Stante la insalubrità dell’aria quei monaci abbandonando quel sito pensarono rifugiarsi in Castiglione. Intorno al 1400 li troviamo allogati in un reparto della chiesa di S. Pietro[35] che durante la loro dimora, chiamarono Convento o Grancia dei PP. di S. Benedetto[36].

Pensarono, colà abitando, alla erezione di un’altra Abazia che avesse avuto carattere di maggiore stabilità, e all’uopo scelsero l’ex Cittadella. Nella quale, dopo averla trasformata e resa rispondente agli usi della vita monastica, vi si trasferirono definitivamente nel 1439 o giù di lì[37].

L’Abate della Trinità era esente dall’ordinaria potestà vescovile, soggetto esclusivamente al Tribunale dell’apostolica Legazione sicula, occupava il 59° posto nel Parlamento del regno, ed aveva il diritto di sedere a mensa col Re[38].

Il diritto di patronato dell’Abazia passata in Commenda spettava al Gran Contestabile Colonna. Ciò importava che il candidato ed Abate venisse presentato dal G. Contestabile e non da altri.

Da registri di amministrazione degli ultimi del secolo XVIII e principio del XIX si rileva che fino a tal’epoca l’ordine fu qui fiorente[39].

Ma intorno al 1820, pare che restasse il solo titolo ono-[199]rifico di Abate della Trinità[40], di religiosi più non si trova vestigio.

Al 1860 il generale Garibaldi creò fra Pantaleo, monaco e garibaldino[41], Abate della Trinità di Castiglione! La chiesetta, dedicata a S. Vincenzo Ferreri, è la sola fabbrica che rimane di tutto il corpo dell’edifizio, che formò l’Abazia della Trinità, ultima abitazione dei Cassinesi in Castiglione[42].

Essa è al presente proprietà privata, insieme al fondicello nel quale sorge[43], di cui la meschina rendita non basta al mantenimento del culto e alla quotidiana celebrazione del divin Sacrifizio nella stessa chiesa.

Questo tempietto, ha dato il nome ad un nuovo quartiere di Castiglione, sorto nelle sue adiacenze da un ventennio a questa parte, per l’accrescimento continuo di questa popolazione.

 

[200]

IV.
Chiesa di S. Martino ora di Maria SS. del Carmine
e annesso Convento dei Carmelitani

Questa chiesetta, stando alle notizie che si attingono in antiche scritture[44], apparisce di vetusta origine. Dedicata negli antichi tempi a S. Martino diede la denominazione al quartiere finitimo, che la serba anche al presente.

Vuole la tradizione, che questa chiesa fosse stata la Madrice della città di Castiglione, prima ancora dell’occupazione dei Saraceni, precisamente all’epoca bizantina.

E in prova di ciò narra di una campana[45] fatta all’uso antico, rinvenuta in un campicello adiacente alla chiesa suddetta, dove si suppone essere stata sotterrata dai fedeli per salvarla dalle mani dei Saraceni. La forma primitiva di questa campana, e gli sgorbi che possono essere caratteri (indecifrabili per se stessi e per l’azione deleteria del tempo) tutt’ora visibili nel giro di essa, depongono qualche cosa in favore della sua vetustà.

Nel 1569 col sorgere del convento dei Carmelitani appoggiato a questa chiesa, venne quest’ultima totalmente rifatta e dedicata a Maria SS. del Carmelo. Gli affreschi della volta, che raffigurano l’apoteosi della Vergine del Carmine e allegoriche figure del Vecchio testamento, comechè di qualche pregio, possono avere attinenza con la scuola del XVI secolo.

Vi si notano pure: il martirio di S. Andrea e Santa Ca-[201]tarina, entrambi pregevoli pitture, attribuite a pennello della scuola veneziana[46]. Nonchè una tela della Madonna di Monserrato (poca cosa come arte) la quale ricorda la devozione della milizia spagnuola, venuta a noi col dominio iberico intorno il 1600[47].

Il convento fiorì fino alla soppressione delle corporazioni religiose, dopochè si sciolse. Il fabbricato, dietro il terremoto del dicembre 1908 è stato abbandonato, perchè minaccia rovina.

Sorgerà in esso l’Ospizio di mendicità, del quale sono di già iniziati i lavori.

V.

S. Giacomo

Intorno la metà del secolo XVIII la chiesa di S. Giacomo[48] fu trasferita nella parte elevata della città, in sito più centrale.

Sorse, presumibilmente, sull’ex chiesa di S. Sebastiano, della quale ebbe incorporate le rendite ed i beneficii.

Le tracce di pitture sacre, che si rinvennero al disopra della volta, nel recente ingrandimento della detta chiesa, accennano precisamente ad una costruzione primitiva di differente livello, preesistente all’attuale[49].

[202]   L’antichissima tela, raffigurante il martirio di S. Sebastiano, al presente esistente in questa chiesa, conferma la nostra argomentazione.

Questa chiesa è comunemente conosciuta sotto il nome di Maria SS. della Catena, Patrona di Castiglione da tre secoli in qua, perchè in essa si venera il di Lei simulacro.

Questo marmo celebratissimo, d’ignoto scalpello e d’ignota provenienza[50] eccelle, più che per i pregi artistici, per l’angelica espressione del celestial suo volto, ed è, sopratutto venuto in grido per li grandi e strepitosi miracoli operati a beneficio di questa città e fuori.

Ben a ragione Castiglione va altiera di sì taumaturga effigie, della quale è gelosa custode; e a buon dritto la riguarda come il più gran tesoro che si conservi nella città[51].

E’ stata attribuita allo scalpello di uno dei Gagini. Il Filoteo però, loro contemporaneo, nulla dice di essa; il Sardo nelle sue memorie e il Prescimone nella sua breve cronaca, pur parlando di questa statua tacciono anch’essi della sua origine. Ciò fa pensare che essa esistesse dimenticata nella vecchia chiesa di S. Giacomo fin dal secolo XV, o che pure sorgesse nell’ultimo ventennio del 1500, poichè, la sua taumaturga fama ebbe principio col miracolo del sudore nella reluiz. del mero e misto impero nel 1612. In seguito a tale avvenimento, difatti, venne Essa, elevata a Padrona di Castiglione, mentre [203] fino allora la città era stata sotto il Patrocinio dell’Immacolata.

La simiglianza, intanto, di alcuni non pochi dettagli di questo marmo, con la statua della Vergine col Bambino di Antonello Gagini, che si venera a Messina nella chiesa di S. Maria di Gesù superiore, induce a credere: che se non è opera del Gagini è di scuola gaginiana certamente.

Quest’ultima idea è la più accettabile; allora può essa statua attribuirsi allo scalpello del Mazzola o del Montorsoli o del Calamech (o dei Berrettaro secondo il Prof. S. Agati) tutti scultori messinesi, che vennero dopo i Gagini e molti rapporti ebbero con la Sicilia orientale[52].

Ma se l’artefice, non seppe rendere perfetto l’umano lavoro, guidato dagli Angeli, tutto seppe infondergli quel senso mistico di spirituale fiducia, che ispira i popoli ad adorare in quel marmo, realmente, la Bella Vergine, che siede Regina nelle superne regioni.

Castiglione ha in Lei quella stessa fiducia che ha il bambino nella madre sua.

L’umano affaccendarsi di questo popolo, per liberarsi dal mero e misto impero, nel 1612, fu solennemente cementato [204] dal divino prodigio da Essa in favor suo operato. Il sudore emanato da quel marmo copiosamente fu la divina sanzione per il riscatto di questa città[53].

Nel 1809 accolse benigna il voto di questa gente e prodigiosamente arrestò la lava dell’Etna che minacciava invadere e distruggere la parte più bella e più ricca di questo territorio[54].

Nel 1879, nella ultima eruzione, avvenuta nel nostro versante, in vista della bella Immagine, come per incanto spegnevansi le bocche eruttive e la lava immantinente si fermava, umiliata ed ubbidiente, a breve distanza del fiume Alcantara e di Mojo[55]. [A lato immagine della statua]

E nel dicembre del 1908 chi ci salvò dal seguire le tristi sorti di Messina, se non la bella nostra Vergine della Catena?

L’Etna, terribile ovunque, è mite a noi perchè sotto l’im-[205]mediato materno ausilio di sì dolce Signora, nel cui grembo fidenti viviamo.

Chi può ridire le grazie particolari, da questa Madre nostra tuttodì dispensate, a chi con vero affetto e fiducia di esse la sollecita![56]

Lo stuolo dei devoti, che ben due volte all’anno[57] accorre a Lei numeroso, prodigo di doni votivi, di cera e di denari, rivela la grande devozione e la fiducia che non han limite, nutrite in Castiglione e nei convicini paesi!

In quale alto sentimento di fede e di devozione sia tenuta presso i popoli dei limitrofi paesi, lo prova la fede, con la quale nell’agosto del 1900 accorse il popolo di Linguaglossa, numerosissimo, in devoto pellegrinaggio, preceduto dal Rev.do Clero. Tale spontaneo omaggio fu in riparazione del fur-[206]to[58] da sacrilega mano consumato, di tutti i doni votivi, che i fedeli da secoli avevano accumulati, in compenso di grazie concedute dall’Augusta Signora[59].

Negli antichi tempi, in questa Chiesa solennizzavansi con molta pompa due grandi feste. Quella di San Giacomo a 25 luglio e l’altra di Maria SS. della Catena il giorno seguente.

Trasferita la chiesa suddetta nel centro della città «si deperse quella gran fiera[60] che si faceva in tempo della festa di S. Giacomo incominciando cinque giorni innanti, e cinque giorni dopo dura l’esenzione delle gabelle per la suddetta festività del glorioso S. Giacomo, eccetto il frumento, orzo, germana e legumi i quali sono esenti dalle gabelle; ed era in tanta stima, che i messinesi facevano i contratti di crediti colla destinazione del pagamento nella suddetta fiera siccome in molti contratti fatti dalli notari di Messina si vede e per non deperdersi la memoria di tale fiera, il procuratore della suddetta chiesa nel contratto di gabella dei luoghi convicini alla suddetta chiesa depersa, ove si facea la fiera sempre li pone il patto non potere essere molestate in tempo della fiera tutte quelle persone che ivi dimoreranno con qualunque sorte di bestiame siccome per contratti stipulati per l’atti delli notari della città di Castiglione si vede[61]

[207]   Nel 1779 questi naturali chiesero di unificare le due feste e l’ottennero prorogando la fiera fino ai 5 di agosto[62].

«Alla vigilia, e nel giorno della festività di Maria SS.ma della Catena uscivano due orfane vergini ogni anno, pomposamente vestite e assistevano alla chiesa per tutto il tempo che durava il vespere e la messa cantata, le quali erano vestite dalle donne e poi accompagnate alla chiesa dalli Rev. Sac.ti e Gentiluomini e poi le ritornavano alle case delle donne da dove erano uscite e vestite. Maritandosi poi conseguivano i loro legati di onze venti per una volta tantum e l’altra di onze dieci lasciati da Isabella Disano come per suo testamento stipulato per l’atti di Notar Melchiorre Donna a 31 maggio 1689.»[63]

Scomparsi sono: tanto la fiera e la festa di S. Giacomo quanto la elargizione dei due legati.

Ha luogo in essa invece, la festa a Maria SS. della Catena, che solennizza il  popolo nella prima domenica del maggio di ogni anno, (oltre a quella che le fa la chiesa nella 2ª domenica di agosto) così praticato interrottamente dal maggio del 1809 fino al presente, dietro la solenne promessa di questo popolo in occasione della eruzione[64].

«Si trovava fondata in detta chiesa la congregazione della pescagione seu sciabica (estinta da tempo e della quale non si ha più nozione) la quale era composta d’ogni ceto di [208]persone, cioè: ecclesiastici, gentiluomini, mastri e plebei[65].

«Fiorisce invece, al presente l’altra, sotto il titolo di Arciconfraternita di S. Giacomo, la quale assiste alle processioni tenendo il primo luogo come più antica di quella di S. Antonio e di S. Giuseppe ed ha il privilegio d’andare la prima alla magiore chiesa la domenica delle Palme per esponersi il SS.mo[66]. La sua fondazione rimonta al secolo XVI nel qual tempo fu di grande esemplarità e guida nella via della eterna salute, non solo a questi cittadini ma anche ai paesi convicini[67]».

Si notano inoltre in questa chiesa: la Madonna dell’Odigitria: questa pittura arieggia il pennello di Vito d’Anna; nonchè una pregevole cornice di stile barocco, dorata con oro zecchino, che simula un ricco cortinaggio sormontato da corona sostenuta da due putti, che incornicia la tela della Madonna del Lume o dei Cuori, pittura di un certo valore della scuola del d’Anna.

Ricorrendo nello scorso anno 1909 il primo centenario della festa votiva di Maria SS. della Catena, si pensò all’ingrandimento di detta chiesa[68], non più corrispondente alla cresciuta popolazione. La ristrettezza del locale non consentì costruire per intiero le due ali laterali, per la qual cosa le è [209] stata data la forma di Croce greca. Non fu possibile averla completa per la festa.

Nei giorni 5, 6 ,7 e 8 agosto 1909, fu solennizzato il tanto atteso centenario della lava del 1809, in onore della Vergine SS. della Catena.

Imprevisti avvenimenti non permisero che fosse celebrato con tutto il fasto conveniente alla grande circostanza, come con pomposa pubblicità, molto tempo avanti era stato annunziato.

Malgrado tutto, però il triduo in onore della Vergine e l’Orazione panegirica, pronunziati con l’anima da P.re Teodosio da S. Detole[69], e il giro del Simulacro per le vie della cit-[210]tà, con nuovo e più indovinato itinerario (percorrendo per la prima volta, la via Federico) infusero alla festa nuovo entusiasmo, che le dette effetto insperato, veramente solenne.

VI.
S. Antonio

La viva devozione dei Castiglionesi a S. Antonio Abate, diede origine nel 1601, all’attuale chiesa a Lui intitolata, dopo rovinata l’antica, per effetto di una frana, sul finire del 1500[70].

Mancavano i mezzi per ultimare la costruzione di essa chiesa; per lo che, i rettori pensarono ricorrere allo spontaneo concorso dei confrati, che volentieri si prestarono, e di altre pie persone[71].

Venne su poverissima, ma coll’andar del tempo fu con [211] molto decoro abbellita ed arricchita convenientemente di lasciti e benefici[72] dalla famiglia Sardo, e da altre nobili famiglie castiglionesi.

Per opera di D. Melchiorre Sardo Roggeri, che fu Procuratore di questa chiesa per diverso tempo, venne profusamente decorata di marmi lavorati a musaico[73] e di pitture, delle quali affidava l’esecuzione al celebre pennello del Tuccari.

Tutt’ora vi si ammirano: alcuni episodi della vita del Santo Anacoreta, in cinque tele, la Madonna della Lettera e il quadro dell’Annunziazione, qui trasportato dalla cadente chiesa dell’Annunziata. Ammirabili sono pure gl’importanti musaici, lavori di molto merito; dei quali riuscitissimo è quello del maggiore altare, raffigurante il santo.

Furono parimente, opera del Sardo l’organo[74]; e un tosellino e uno stendardo di damasco bianco, ricamati[75] in oro e seta.

Migliorato, in tal guisa, l’interno di questa chiesa, sul finire dello stesso secolo, il D.r Melchiorre Sardo Campisi, [212] nipote del precedente, completava l’esterno con estetica e monumentale facciata[76].

La centralità di essa, il lusso, direi quasi in cui venne, la resero la chiesa dell’aristocrazia castiglionese[77].

La confraternita dei nobili, che esisteva in questa chiesa, detta dei Bianchi, sotto il nome delle cinque piaghe del Signore o anche dei trentatrè, perchè non poteva eccedere tale numero, era esclusivamente formata di gentiluomini di nascita e di ecclesiastici. Aveva essa il privilegio di intervenire processionalmente, la mattina del mercoledì santo con corona di spine e libano, preceduta dal suo labaro, e portare la varetta col SS. Cristo morto sotto il baldacchino. Non esiste più da tempo[78].

L’altra fondata nel 1605 sotto il titolo delle Anime del Purgatorio[79], sciolta anch’essa da molto tempo, è stata nel secolo XVIII sostituita dall’attuale, detta Confraternita di S. Antonio Abate, che tuttora fiorisce.

A completare il sacro corredo di questo elegante tempio occorreva il simulacro del Santo a cui era desso dedicato. E a tanto, molto devotamente, provvide il barone D. Santo Camardi nel 1818.

[213] Contro ogni aspettativa si ebbe una Statua in legno di meravigliosa fattura[80].

Questo Legno sì divinamente plasmato, vero monumento d’arte, per i suoi pregi venuto in grande celebrità è la mira principale dei visitatori in Castiglione.

La festa, che nella terza domenica di settembre di ogni anno, solennizzavasi in onore di Maria SS. delle Grazie[81], accresceva l’importanza e il decoro del simpatico tempio.

Era dessa «celebrata con molta pompa, e concorso di popolo, e per undici giorni, cioè giorni cinque innanti della Festività, ed altri tanti dopo, come il medesimo giorno della festività, vi era il Mercato, seu Fiera Franca[82], potendo qualunque persona, così citatina come forastiera, entrare ed uscire della città liberamente, qualunque sorta di merci e generi senza pagar grano veruno di gabella, o dogana, o altra angaria; dummodo che le merci si vendessero in fiera, cioè nel piano della chiesa e nelle strade ove passava la processione; eccetto il frutto della nocella, la quale non s’esentava dalle solite gabelle cioè dalle gabelle d’introito ed esito, siccome tale esenzione si ritrovava ab antiquo osservata, oltre le concessioni fatte dall’antichi Prencipi di questa città, e lettere di S. E. e Trib. del Real Patrimonio, registrate nel libro della chiesa.»

[214] Spettava al Procuratore di essa chiesa l’elezione del mastro di fiera nella persona di un gentiluomo, il quale aveva la facoltà: «di dar meta ai pesci, salume, ed altro che veniva in fiera, toccandoli rotolo uno di quello dava la meta oltre dalla mostra, non entrando in ciò i Giurati, come pure di tutto quello occorreva in fiera tanto di Civile quanto di Criminale, non entravano l’Officiali, ma tal facoltà l’aveva il medesimo mastro di fiera, come per inveterata consuetudine si era osservato»[83]

VI.
Chiesa dell’Annunziata e Convento degli Agostiniani

Sorsero insieme nel 1648, quando i monaci agostiniani abbandonando il convento denominato dell’Alto Milio in contrada Mitogio[84], che avevano fondato nel 1610, se ne vennero in Castiglione.

Il M. R. P. Prov. Agostino Ciuppa, naturale di Castiglione, nel secolo seguente, ottenne molti privilegi per il convento. Nel 1745 gli ottenne per speciale prerogativa il grado di Magisterio ed altri, di dritto spettanti alle case madri[85].

Soppresso nel 1866, come tutti gli altri ordini monastici, il municipio piantò in esso gli ufficii del comune.

La chiesa, proprietà demaniale, fino jeri molto frequentata, dietro il terremoto del dicembre 1908, sognando inisistenti pericoli, gli amministratori credettero opportuno chiuderla.

Il maggiore altare, lavorato a rilievo, con nel centro rilevato il mistero dell’Annunziazione, la balaustra che chiude [215] il coro[86] e i due altari laterali, lavori del XVIII secolo, che arieggiano la forma di uno scudo araldico, sono ricchi di marmi di multiformi colori e pregevoli nel contempo.

Il pergamo in legno scolpito, che si attribuisce ad un monaco, è di stile barocco castigato, di elegante struttura e pregevolissimo[87].

Di qualche rilievo è pure: un dipinto della volta raffigurante la SS. Trinità, ben conservato.

Il tosellino per il quarant’ore di seta bianca, ricamato in seta e oro, stile rinascimento, e la piccola urna[88] rivestita di velluto scarlatto con grandi arabeschi d’oro, sono due lavoretti anch’essi di qualche merito, del 1700.

In questa chiesa, come nelle altri conventuali di Castiglione, veniva all’epoca dei frati addobbato con molto gusto il santo sepolcro del giovedì santo[89].

VII.
La chiesa di S. Giuseppe e Oratorio di S. Filippo Neri

Di antica origine è eziandio la chiesa del Patriarca san Giuseppe.

E’ stata sempre poverissima, ma il Sac. D. Giuseppe Badolato Iuniore, nel 1711 col concorso dell’Arcipr. Giacomo Gioeni e di altri sacerdoti ottenne farle annettere l’Oratorio di S. Filippo Neri[90]; ciò, molto contribuì al suo miglioramento.

[216]   Venne a questo Oratorio incorporata la somma di onze 60[91] coll’obbligo di manutenervi tutte le scuole di grammatica e umanità, e gli studi di Filosofia e teologia.

«Posto in esecuzione, il detto Oratorio, avendovi concorso molti soggetti sacerdoti per manutenerli i quali s’avean ritirato in questo Ritiro ed il Preposito era il suddetto di Badolato, e durato per alcuni anni una sì bell’opera, si compromettea questo pubblico magiori aversi benefizii tanto nel spirituale, quanto nel temporale; ma per castigo divino venit inimicus homo, et superseminavit zizaniam coll’essere stato ucciso il suddetto D. Giuseppe; colla qual caduta dispersi fuerunt oves gregis, e così il suddetto nascente ritiro si deperse in tanto danno di questa città, avendo restato le mura e camere del medesimo[92].

Insieme all’Istituto venne inaugurata la tela di S. Filippo Neri (1713), pittura di gran valore artistico del Tuccari, che tuttora si ammira nella chiesa da recente ristorata e riaperta al culto.

In questa chiesa vi è fondata la confraternita di S. Giuseppe, organo della maestranza; è la più giovane delle tre esistenti in Castiglione, non risalendo la sua fondazione che, appena, all’inizio dello scorso secolo.

VIII.
S. Nicola

La chiesa di S. Nicola è sita sulla sinistra riva dell’Alcantara, sulla rotabile Castiglione-Francavilla[93]; lungi dal-[217]l’abitato di Castiglione, circa due chilometri seguendo lo stradale, e infra 600 metri, scendendo per l’accorciatoja.

Questa vetustissima chiesa, che la sua struttura, spesso rimaneggiata, rivela diversi periodi[94] ebbe annessa la prima abitazione dei monaci cassinesi in tempi remoti assai, intorno al 1590, sotto il titolo di Priorato della SS. Trinità di Castiglione[95].

E’ ben conservata, ma per la sua lontananza è chiusa al culto.

Nelle annate di grande siccità viene in essa trasportato il simulacro di S. Niccolò da Bari[96], la cui presenza in quel sito, secondo la popolare credenza castiglionese, è auspice d’immediata e sicura pioggia.

Vien trasferito la domenica successiva alla Pasqua; senza pompa ed ecclesiastici onori; ma calato a spalla da contadini rincorrentisi con irriverenza, seguiti da immenso stuolo di monelli.

La sua dimora laggiù è determinata dalla sollecitudine con cui manda la pioggia; la quale, se viene subito, immediato è il ritorno del santo in città. Non sono rari però, quegli anni che lo vi si lascia, a mò di punizione, fin oltre l’anno, perchè la pioggia non viene affatto[97].

Molto applaudito e festeggiato è al contrario, quando benefica concede la pioggia ristoratrice.

Il popolo, che vede quasi assicurato il buon esito del futuro raccolto, grato alla grazia ottenuta, solennizza con re-[218]ligioso entusiasmo e cui unisce popolari passatempi, la sua dipartita da quella chiesa.

Quel sito pittoresco, mollemente adagiato tra gli aulenti giardini di aranci e le distese di promettenti frumenti, bagnato dalle cristalline acque dell’Alcantara, è in quella breve ora, (animato da molta gente) il geniale convegno dell’aristocrazia castiglionese e della vicina Francavilla.

A tarda ora, sul vespro, coll’intervento di tutto il clero e delle confraternite e a suon di banda, seguita dalla folla inneggiante, la statua, adora di fiori di arancio, di spighe, di grano, e di steli di fave e piselli, rientra in vero trionfo, nella sua chiesa.

Quivi, chiude l’animatissima festicciola solenne benedizione col SS.mo, che provvida scende su tutto il popolo e sulle campagna, a compire l’opera iniziata dal santo.

IX.
S. Maria della luce

Questa piccola ed antica chiesetta, non del tutto abbandonata, è vicinissima all’abitato; fu dal solito Arcipr. D. Giacomo Gioeni, ristaurata e rimodernata[98].

La pia leggenda narra: che un misterioso chiarore nottetempo osservato in quel posto, irto di macchie impenetrabili, confermato da segni inesplicabili di due vacche, rivelò l’Immagine della Vergine della luce dipinta fra le fiamme sul vivo sasso, che dal suo titolo diede origine alla chiesuola[99]!

[219]   La leggendaria pittura più non si osserva[100].

Nella prima domenica di settembre, si solennizzava la sua festa, «con la fiera franca per quel giorno solo, e si correva il palio».

Al presente, questa festa si celebra annualmente, in compimento dei sabati che vengono in quella chiesa tuttavia praticati.

Essa festa, per il carattere spiccatamente villereccio, riesce molto gaia e divertita.

L’intervento della banda cittadina, le corse ad occhi bendati, oppure con i piedi stretti in sacchi, l’albero della cuccagna ed altri giuochi popolari, attirano nel pomeriggio il popolo, che volentieri e numeroso vi accorre.

X.
Il Santuario di Lourdes

L’edifizio di architettura medioevale, sperduto fra boschi di noccioleti e castagni, alla risvolta dell’ampio stradale che mena alla stazione ferroviaria di Castiglione, quasi alle porte della città, è il mistico santuario della Madonna di Lourdes.

Dal poggetto dove sorge, quasi messo con studio, prospiciente il versante sud dell’abitato,la dolcissima figura [220] della Vergine Immacolata di Lourdes che in esso si venera, stende vigile la sua protezione su questa città. [Sotto: fot della chiesa.]

I castiglionesi, divotamente riconoscenti alle premure di tanta Madre, Le esternano la loro gratitudine, onorandola con frequenti e numerosi pellegrinaggi.

Non è individuo, io credo, che di là passi, e non si senta attratto a guardare per la inferriata la bella Signora e mormorarle una prece!

Segna questo santuario, il progresso religioso di questi ultimi tempi in Castiglione; solo 46 anni dopo l’apparizione della grotta di Massabielle[101], uno dei più grandi prodigi del secolo XIX, sorgeva con l’obolo spontaneo di questi cittadini[102].

La celebrazione del Divin Sacrifizio vi è quasi quotidiana; ma il mese di maggio, che ha luogo in esso in sul [221] tramonto, ha un’attrattiva speciale per i fedeli castiglionesi. E numerosi vi accorrono a subire il fascino di quell’ora divina passata ai piedi della Vergine, in quel tempietto dalla volta azzurra scintillante di stelle.

I mistici canti, scortati dalle armoniose note dell’armonium, il profumo dei fiori selvaggi, l’odor dell’incenso, che insieme vaporosi ascendono, fra le preci dei fedeli, danno in quell’ora e a quel sacro recinto, un non so che di misterioso e solenne, che spira aria di paradiso!

XI.
Elenco delle chiese distrutte che furono nella città
e nel territorio di Castiglione

Oltre le suddescritte chiese, altre ne esistevano in questa città, che il tempo ha distrutto, o reso inservibili; delle quali diremo sommariamente.

1.La chiesa di S. Barbara esiste nel quartiere omonimo; ma è stata abbandonata da un trentennio, perchè piccolissima e insieme cadente.

L’incoronazione di S. Barbara per mani della Vergine SS.ma che tiene in grembo il bambino, antica e non dispregevole pittura, che si venerava in detta chiesa è stata da recente rimossa e trasportata nella chiesa chiesa di S. Marco[103]. La devozione a questa santa Vergine è antichissima in questa città[104].

  1. S. Caterina. – L’Arciprete D. Giacomo Gioeni l’aveva ampliata e in certo modo abbellita, per comodo dei fedeli di [222] quel quartiere[105]. Ma da un pezzo subì la sorte della precedente, ed al presente è destinata a fienile!

L’origine della sua fondazione si perde nella notte dei tempi. Si vuole, esistesse prima del dominio saracenico.

In questa chiesa, si trovava una pittura di S. Catarina che ho inteso molto elogiare, (io non l’ho mai veduta); fu portata via con la scusa di restaurarla, molti anni or sono, e non si ebbe di essa più alcuna notizia.

  1. A ridosso dell’esistente Ospedale esisteva un altra chiesetta sotto il titolo di S. Zaccaria; di essa non rimane che il solo nome. L’ospizio dei Cappuccini, che esisteva sotto il Castelluzzo dal lato nord[106], la chiesa di S. Filippo, che fu nel castello grande, la chiesa di S. Sebastiano, che dicemmo essere stata al posto dove sorge l’attuale di S. Giacomo, e la chiesa dell’Ascensione che fu nella piazza Lauria sono tutte distrutte.

La chiesa di S. Maria della pietà, che trovavasi nel quartiere di S. Maria, quella di S. Basilio, sotto il cui titolo abbiamo tutt’ora un quartiere in seno al quale furono le altre due di S. Lucia (distrutta nel XVIII secolo) e di S. Marabino, comechè sparite da tempo e nessuna importanza ebbero nel passato, la sola denominazione è di esse arrivata sino a noi[107].

Altre chiese sorgevano pure nelle adiacenze circostanti all’abitato[108].

  1. S. Lorenzo le di cui rovine furono da recente travolte da una frana.
  2. La Maddalena con annesso convento dei PP. Agosti-[223]niani[109]. Sul finire del 1500 fu abbandonato perchè l’edificio pericolava, e i frati vennero ad abitare nel fabbricato in seno al quale in seguito sorse l’ospedale; dove l’ordine si estinse per difetto di mantenimento, nel 1652[110].
  3. S. Febronia e S. Costantino, che furono entrambi nella via sotto il castello e di esse non ci rimane che la sola denominazione[111].
  4. S. Giacomo. – Abbandonata, forse a causa dei danni prodotti dalle frane, molto frequenti in quel sito eminentemente argilloso, intorno il 1740[112].

Le sue rovine rivelano un misto di costruzione bizantina, normanna, medeioevale e del XVIII secolo[113].

Le due nicchie tutt’ora esistenti, di varia dimensione, fanno pensare che nella maggior parte di esse in cornu evangelii, si conservasse il marmo della Vergine della Catena e nell’altra, sita sul maggiore alatre, la statua di S. Giacomo titolare della chiesa.

  1. La chiesa di S. Antonio Abate, che fu nel quartiere tuttora esistente, venne travolta da una frana sul finire del XVI secolo.

Sparse nei varii punti del territorio di Castiglione si trovavano altre chiese al presente abbandonate. Nuove però, ne van sorgendo in punti diversi di queste campagna; reclamate [224] dall’accrescersi continuato della popolazione rurale che si accentra in essi.

  1. Castrorao, Mitogio, Gravà possedevano le loro chiesette. S. Maria della Vittoria che era in quest’ultima campagna, è al presente divenuta proprietà privata, ma è chiusa da tempo. Dato però, il numero degli abitanti di questa borgata, denominata Gravà, una nuova chiesa sta sorgendo, che sarà dedicata a santa Barbara.
  2. Santa Maria dell’isola esistita sulla destra riva dell’Alcantara in vicinanza degli attuali mulini; non rimane di essa rudero alcuno.
  3. S. Luca e S. Francesco furono nelle campagne che conservano questi nomi anche al presente; i minuti avanzi ricordano gli edifizii distrutti da tempo.
  4. S. Domenica, della quale dicemmo[114], sorge nella campagna omonima, ma è abbandonata e rovinata.
  5. Santa Maria della Scala, lungi molto dall’abitatto, nella campagna omonima, sorgeva sul confine, fra il territorio di Castiglione e quello di Francavilla.

In essa, l’ottava di Pasqua, ai tempi di Filoteo[115], solennizzavasi con molto concorso di castiglionesi la festa a Maria SS. della Scala.

Nella benedizione delle campagne, sacerdoti e popolo scioglievansi in questa chiesa, meta della processione[116].

  1. A breve distanza di essa sorgeva l’altra di san Biagio come le precedenti, distrutta da tempo immemorabile[117].
  2. A Passopisciaro, borgata importantissima di Castiglione, sorse pochi anno sono, per opera del Can.co Pennissi Favazzi da Acireale[118], una grande e bella chiesa che venne [225] dedicata a Maria SS. del Rosario[119]. Prima di essa esisteva un oratorio pubblico, nella proprietà Di Francesco soprannominato Proto, per nulla rispondente ai bisogni di quella popolazione, considerevolmente accresciuta. Lodevole fu quindi l’iniziativa del Pennisi per la erezione di un vasto tempio.
  3. Solicchiata, altra popolosa borgata di Castiglione, aveva in tempi andati la piccola chiesetta di S. Giuseppe; ma da recente è stata costrutta l’altra dedicata al S. Cuore di Gesù, più vasta, più bella e più centrale.
  4. Nel palazzo del defunto Arcipr. G. B. Calì a Rovittello, poche centinaia di metri lungi da Solicchiata, esiste tuttavia un oratorio pubblico, sotto il titolo di S. Michele. In esso, vien celebrato il divin sacrifizio in tutte le domeniche, e nelle feste, dell’anno, più importanti.
  5. Più giù, scendendo per lo stradale nazionale, nella pianura di Cerro, esistette un tempo una chiesetta dedicata a S. Maria del Rosario. Nella medesima pianura di Cerro, in base al Colle Portella, vi fu pure un’altra chiesetta dedicata a S. Giorgio, ricordata da Filoteo.
  6. Ricordiamo in ultimo, la chiesetta dell’Annunziata dell’Alto Milio, sepolta fra le secolari quercie, nel bosco del Mitogio, abbandonata nel 1648[120].

 

XII.
Abbazia del SS. Salvatore della Placa

A completare le notizie delle chiese, dei conventi e delle abbazie, esistenti e distrutti in Castiglione e nel suo territorio, [226] daremo anche qualche piccolo cenno sull’Abbazia della Placa, la quale fu parimenti nel territorio[121] di Castiglione.

Circa l’anno 1082 il G. Conte Ruggero il Normanno, movendo trionfalmente col suo esercito da Taormina a Troina, nell’attraversare questa valle, conobbe l’anacoreta Cremete, che vita aspra e solitaria menava in una spelonca, sperduta nei boschi della Placa.

Restò il Gran Conte sorpreso ed ammirato delle costui virtù, e fin da quell’istante l’ebbe in concetto di santo.

Ordinò, gli si fondasse in quel sito istesso, (che concedevagli con tutti i boschi e le annesse pianure) un chiostro di Basiliani, del quale il Cremete ebbe affidata la direzione e fu il primo abate. Centri abitati intanto, non esistevano nelle vicinanze di quel fondo, all’infuori della città di Castiglione; dispose, quindi, Ruggero con suo privilegio, che una porzione di uomini di essa si fosse prestata alla costruzione del chiostro[122].

Gli legò, inoltre, quattro famiglie arabe, dimoranti a Taor-[227]mina[123], (quali ascrittizi)[124] affidando loro la cultura dei campi.

Nel secolo XVIII i basiliani abbandonarono quel sito isolato, disagevole e malsano per le acque che nei suoi pressi stagnavano.

Vennero a Castiglione, alloggiandosi temporaneamente nel castello, e chiesero di fondare qui, nelle vicinanze di esso, un nuovo convento. Ma la loro proposta fu molto inopportunamente respinta; e nel 1770[125] passarono a Randazzo dove furono bene accetti e vi eressero un grandioso monastero[126], fermandosi definitivamente.

A Placa si ammirano ancora, i vetusti ruderi del vasto e maestoso monastero, corrottamente chiamato la Batiazza.

L’abate di questo convento faceva parte del braccio ecclesiastico e pigliava parte ai parlamenti del regno, e al pari dell’abate della Trinità di Castiglione aveva il dritto di sedere a mensa col re[127].

Questa Abbazia fu tenuta sempre in gran conto: sì, in rispetto al fondatore Cremete, che fu il primo abate e [228] gran santo[128], come per l’importanza strategica del sito dove sorgeva, nonchè per i vasti tenimenti che possedeva. Per la qual cosa, venne arricchita di concessioni e privilegi[129] non [229] ultimo quello di essere abbazia reale, non soggetta a giurisdizione vescovile.

FINE DELLA PARTE SECONDA

[Note]


[1]              (1) Questa data leggevasi sotto il campanile dal lato dove sorse la Biblioteca. Dinota essa presumibilmente, l’epoca quando il tempio venne completato. Esistevano parimente alcune parole scolpite sopra l’arco di pietra della porta maggiore, visibili fino a pochi anni fa, (prima, cioè, degli ultini restauri) che qualche cosa doveano dire della vetustà di esso tempio. (Manoscr. SARDO cit.). Tutt’ora sull’architrave della porta medesima si legge una iscrizione, la quale secondo la interpretazione del prof. NICOLA BARONE di Napoli, suona così: ANNO DOMINI MCCCCXXXVIII MAGISTER SINOPOLIS EREXIT.

Il Prof. AGATI, a cui la feci osservare, congetturò che, presumibilmente, questa iscrizione, altro non indica che il nome dell’artefice che eseguì qualche importante lavoro in legno, alla base del quale era posta!

[2]               (2) Questa tradizione trova appoggio in una nota del 1611, la quale dice: «che la madrice Chiesa di questa Città di Castiglione sotto il titolo di San Pietro e Paolo si dice e per tradizione antica si ha essere stata edificata e  complita dal sig. Conte Ruggiero nell’anno 1105.» (In un vol. di conti della Communia di S. Pietro che conservasi nella Segreteria di essa Chiesa).

[3]              (3) V. Cap. II della parte prima del presente volume, pag. 8.

[4]              (4) Dal lato sud e dal lato ovest. Ora sono chiuse e murate, ma pure visibili.

[5]              (5) Questa chiesa è stata rifatta diverse volte. I rottami di marmi, fra i quali trovavansi molte lapidi con iscrizioni, (come mi è stato riferito) e le colonnine della balaustrata del maggiore altare, che fu di marmo anch’essa, furono impiegati nella costruzione della Cappella del SS. Sacramento e al ristauro di diversi altari della medesima chiesa ed in altre di Castiglione. Quali tempi non ci avrebbero rivelati essi marmi, e quante memorie in quelle epigrafi si doveano contenere, ormai irrimediabilmente perdute! Possiamo da tanto deteggere solamente, la ricchezza e la magnificenza dell’interno del tempio antico.

[6]              (6) «La chiesa maggiore di questa terra stendeva (come ora in parte stende) la sua giurisdizione su Francavilla, Linguagrossa, la Roccella, Calatabiano, la Motta Camastra e Mascali, come io ho veduto gli antichi privilegi dei Normanni.» (FILOTEO op. cit. ediz. DI MARZO – V. pure AMARI op. cit. vol. 1).

Perdette tale giurisdizione, a causa di lite sorta coi suddetti casali dipendenti, interrotta per la morte dell’Arcipr. D. Benedetto Rametta nel 1609 e abbandonata dal successore.

Non si ha nozione del primo Arciprete creato dal Gran Conte. Un elenco di Arcipreti incomincia dall’anno 1415 e primo incontriamo un tale D. Guglielmo de Fimi.

[7]                (7) Fu questi assunto all’Arcipretura di Castiglione il 26 gennaio 1624, presentato dal principe D. Lorenzo Gioeni (spettava alla famiglia il jus patronatus dell’Arcipretrura di Castiglione) e creato da D. Andrea Mastrilli Arcivescovo di Messina (Vol. 16 Arch. cit).

[8]                (8) La pregevolissima cappella a musaico venduta, fu opera del detto Imperi.

[9]                (9) Come da suo testamento in N.r Marcantonio Leone 9 novembre 1664.

[10]            (10) L’Arciprete del tempo, D. Cesare Gioeni, dottore in Sacra Teologia, abbe richiesta in prestito tale somma dal Principe di Malvagna.

Ma, ragioni speciali, a noi ignote, non gli consentirono accondiscendere alla richiesta del principe. E nel dubbio che il prepotente signore avesse usato [188] violenza per estorcere quel denaro, d’accordo col sagrista, lo nascose nella chiesa medesima di S. Pietro dentro la sepoltura dei preti.

Soffrì per ciò molte persecuzioni, ed ebbe anche inflitta sei mesi di cittadella, che scontò in Messina, insieme al sagrista.

Poco tempo appresso, però, per sottrarsi a nuove persecuzioni, e a maggior garanzia della somma medesima, di buon grado la cedette in mutuo alla Università di Mineo, (alla quale servì per il riscatto del mero e misto (impero) con l’annuo interesse di onze 320 (a ragione del 5%). Quale denaro, la chiesa impiegava, per il rilievo e tumulazione dei cadaveri.

Per la qual cosa, i preti dovevano prestare servizio gratuito a tutti i cittadini di Castiglione, in caso di morte.

Fallito il Comune di Mineo, la Fidecommisseria Coniglio per tutelare il capitale mutuato fu costretta adire i Tribunali. Molti anni durò la lite fra le parti; e in ultimo la Fidecommisseria suddetta, dovette accettare la transazione e contentarsi di sole L. 40000. (Atto in N.r Filippo Saglimbene – Castiglione 24 dicembre 1880).

[11]            (11) L’istituzione dei Cappellani apparisce antichissima; in una stipula di contratto per la gabella nominata di lu Maldinaru (1606), si conveniva che onze 15 dovevano corrispondersi annualmente all’Arciprete e ai Cappellani della Madre Chiesa. (Cfr. vol. Capitoli fol. 112).

[12]            (12) Molto pomposamente e con molto decoro vengono solennizzate le funzioni in questa chiesa, e maggiormente quelle della settimana santa.

Antico tempore, l’intervento della Corte giuratoria e del Capitano, in pompa magna, che sedevano in cornu epistolae di fronte il soglio arcipretale, accresceva lo splendore della solennità delle funzioni.

[13]            (13) V. doc. N. 20. – E’ opera sua la elegantissima coperta di lamiera di argento traforato, applicata su felpa rossa, di un messale romano del 1665. (Conservasi nella Segreteria parrocchiale).

[14]            (14) La istituiva erede universale di tutti i suoi beni.

[15]            (15) V. doc. N. 20.

[16]            (16) Come da Privilegio dato a 2 maggio 1687 che si legge nel vol. 4. dall’Archivio SARDO cit.

[17]            (17) Ebbe il piacere di perpetuare con epigrafi i lavori da lui fatti eseguire.

Il campanile a cui si accede per la scala a chiocciola, di arenaria, praticata nell’ala sinistra della torre, (la quale, è la medesima che in origine portava sugli spaldi della torre suddetta) è parimenti opera sua.

All’intorno di esso si legge:

«Iacobus Abbas Gioeni Aragona Vicarius et Visitator generalis anno 1709».

Nel boccale, oltre di esservi abilmente rilevate le armi del casato, si legge:

«Iacobus Gioeni et Aragona Vicarius Generalis Eminentissimi Cardinalis Columnae et Gioeni, praelatus honoris SS.mi Domine pape».

Una lapide con basso rilievo e relativa epigrafe, da lui stesso dettata, situata al sinistro lato dell’altare de’ Ss. Pietro e Paolo nella chiesa di S. Pietro, ricorda quanto fu largo e munifico con le chiese.

[18]            (18) Fino al 1872 Castiglione fece parte della Diocesi di Messina – In quell’anno venne aggregata a quella di Acireale, dalla quale dipende al presente.

[19]            (19) V. Doc. N. 22. – Si riporta solamente la sanzione reale di tale privilegio, nella quale quest’ultima è riferito quasi per intiero. Possediamo pure, il privilegio originale.

[20]            (20) Molto ricercato dagli antiquari. E’ tenuto con molta trascuratezza.

[21]            (21) Gli antiquari gli han riconosciuto un valore immenso, e non han lasciato mezzo intentato per averlo. Per fortuna ancora esiste, sebbene trascurato, ed è visibile nella Sagristia di S. Pietro, dove si conserva.

[22]            (22) A rilevare l’importanza di questa Biblioteca cenniamo: Il Canzoniere del Petrarca coi commenti di Nuper Bernardo da Siena e di Francesco Fidelfo; edito a Venezia nel 1481 coi tipi di Leonardo Wild da Ratisbona. Incunabolo rarissimo e pregevolissimo. Fu acquistato a Palermo da D. Antnino Calì, per onza una, nel settembre del 1851.

La Descrizione della Sicilia di Giulio Filoteo de Amodeo, in 4 volumi manoscritti, fatta eseguire dallo stesso Arciprete, sull’originale che conservasi nella Biblioteca nazionale di Palermo, la di cui copiatura costogli onze 100 (L. 1275).

Nonchè una Bibbia e la Messa pontificale, manoscritti; due volumi di grandissimo pregio e valore del secolo XV, che furono vigliaccamente involati, tre o quattro anni fa.

[23]            (23) Dall’Astronomo prof. Temistocle Zona, direttore dell’Osservatorio astronomico di Palermo (1882).

[24]            (24) Impiegò in alcuni altari di essa i marmi, che tolse alla chiesa di S. Antonio (dove li sostituì con nuovi) e alla chiesa di S. Vincenzo. Il pregevole altare di Maria SS. del Rosario è lo stesso che esisteva nella chiesa di S. Vincenzo, dove era stato eretto dall’arcipr. D. Giacomo Gioeni.. La ricca cornice in marmo del SS. Crocifisso fu opera dei Reggio.

[25]            (25) V. cap. 1 pag. 5 del pres. vol.

[26]            (26) Nel 1542, Suor Francesca Stamagno, Abbadessa di questo monastero, allora conosciuto sotto il titolo del Riposo si riceveva l’annuo canone di onze 1 dal B.ne D. Giulio Sardo, che lo stesso pagava sul fondo nominato il Giardino della Corte, in contrada Chiani, territorio di Castiglione (Archivio SARDO cit.).

[27]            (27) «Ma del monistero della Linuccia, la sua fondazione fu nella terra di Castiglione, e trasportato in Messina per degni rispetti dal Prelato, e perchè la prima Abbadessa che venne in Messina con le monache, si nomò suor Helenuccia, si dedusse corrottamente in S. Maria della Linuccia, e s’unì ai tempi nostri con S. Catarina, e prima era nella contrada detta il Borgo di S. Giovanni, nella parrocchia di S. Marzeo» (BUONFIGLIO Op. cit.).

L’Arcivescovo di Messina D. Antonio Lombardo, per decreto di papa Gregorio X nel 1572 lo incorporava come sopra. Esecutoriato tal decreto a 1590 per approvazione di Papa Sisto V. – Cfr. SAMPERI- Iconologia.

[28]            (28) Tutt’ora esistono avanzi di costruzione che poterono avere relazione con tale passaggio.

[29]            (29) V. doc. N. 23. – Durò floridissimo questo Monastero fino alla soppressione delle corporazioni religiose. Tutt’ora nella parte superiore vivono miseramente tre monache superstiti. E pensare che fu riccamente dotato dalla fondatrice Elenucciia; cospicuamente arrendato dal Sac. Coniglio e in tutto possedeva ben 23 fondi rustici.

[30]            (30) Divenne proprietà del Demanio che cedette al Municipio. Si presta benissimo per un grandioso Istituto educativo femminile!

[31]            (31) V. a pag. 185 del cap. 1 della parte seconda del presente volume.

[32]            (32) Per iniziativa del Rev. defunto Arcipr. D. Vincenzo Sardo Turcis, D. Antonino Di Carlo e signor Rosario Saglimbene Fidecommissarii del Coniglio, e del Cav. Gius. Sardo Avv. e Consulente legale delle chiese, i denari di Mineo furono, con nobile idea, devoluti a questo Istituto.

[33]            (33) Merita di esser visitato per vedere come è ben sistemato; e osservare i finiti lavori di ricamo e di cucito, opera delle Orfanelle.

[34]            (34) Tale notizia è confermata da LUCA BARBERIO, nel suo Magnum Capibrevium; dal VILLABIANCA nella sua Sicilia Nobile e dal FILOTEO nell’op. cit., il quale parlando di S. Nicola così si esprime: «dove si vedono le ruine di molte abitazioni dei religiosi, che anticamente la governavano, dove pose parte del suo esercito il re Federico, assediando Castiglione.» V. pure a pagina 7 cap. 11 della parte prima del presente volume.

Riferisce l’Ab. AMICO (Dizionario topografico) che, prima ancor del 1000, questi cittadini allettati dalla vita esemplare dei monaci dell’ordine cassinese l’indussero a fondare qui un Cenobio. Sorse difatti in brevissimo tempo.

Questa, però, non è che una vecchia tradizione locale!

[35]            (35) V. Manoscritto SARDO cit.

[36]            (36)           ibid.          ibid.

[37]            (37) Dove, prima di tal’epoca, secondo il cennato Manoscritto, fu anche un Monastero di donne. Di esso non ho trovato notizia alcuna; ritengo però, che potè avere relazione col monastero della Linucchia.

[38]            (38) Tanto, facevami apprendere in dotta conversazione, l’Ill.mo D. Ignazio Emmanuele Rossi dei principi di Cerami, da Acicatena; morto nell’agosto del 1907, profondo conoscitore di storia e competentissimo in quella Siciliana, come anche geniale cultore d’araldica.

[39]            (39) Dai registri di amministrazione del D.r Gius. Luigi Sardo Procur. gen. di essa Abazia nel 1787; e da altri che si conservano nella Segreteria della Matrice.

[40]            (40) L’Arcipr. G.B.Calì, brigò molto per essere Abate della Trinità, ma infruttuosamente.

Il primo Abate, secondo il VILLABIANCA, s’incontra nel 1468. Posteriormente D. Girolamo Sardo nel 1537 – Sac. Antonino Pagliaro nel 1563 – Giovanni De Falico nel 1670 – Giovanni Antonio Sardo nel 1751 – D.r Mario de Giorgi nel 1654 – Antonino Sardo 1741 – Carmelo Abbate (Arciprete) 1746 – Antonino Sardo Abate ad honorem di S. Nicola di Palma e della Trinità nel 1755 – D. Domenico Sardo nel 1756 – Antonino Pagliaro nel 1767 – D. Niccolò Camardi nel 1797 morto nel 1801.

[41]            (41) Padre Pantaleo di Castelvetrano, frate dei M.O., poscia ammogliato e libero pensatore. (BUTTA’, Da Boffadifalco a Gaeta).

[42]            (42) Tutt’ora questo sito è inteso dal popolo sotto il nome di Rocchi da batia.

[43]            (43) D. Melchiorre Sardo e Abbate acquistò chiesa e fondo da D. Antonino Platania. Migliorò e riaprì al culto la chiesa, dedicandola a S. Vincenzo (1854). Alla sua morte legò la chiesa con l’annesso fondicello al signor Mario Sardo Panebianco, di lui nipote.

[44]            (44) Manoscr. SARDO cit.

[45]            (45) Questa campana esiste tuttavia, serba il nome primitivo di campana mezzana, è del peso di circa quintali tr; e per il bel suono serve tuttavia nella chiesa madre di S. Pietro, e vien detta la campana del fuoco.

[46]            (46) Questi due quadri furono donati alla chiesa dal defunto N.r Filippo Saglimbene.

[47]            (47) Fu una pia signora, tal Giovanna Arnono Pedivillano, che istituì la devozione a Maria SS. di Monserrato con una messa quotidiana al suo altare (1681); e nel quadro, fatto eseguire da lei espressamente, il pittore ve la ritrasse insieme alla figlia. (Manoscr. SARDO pag. 61).

[48]            (48) Pare, che in seguito ad una frana che la danneggiò seriamente, i cittadini pensarono abbandonare la vecchia chiesa di S. Giacomo, della quale ancora esistono gli avanzi abbondantissimi.

[49]            (49) «La chiesa di S. Sebastiano, la quale era vicino il castello piccolo accanto il magazzino dell’eredi del quondam D. Bartolomeo Petroccitto, verso [202] mezzogiorno, le di cui rendite e beneficii furono aggregati alla chiesa di S. Giacomo» (Manoscr. SARDO).

Col sorgere della nuova Chiesa di S. Giacomo più vasta della precedente, venne distrutto il segreto passagio fra il castello e il castelluzzo, del quale parla FILOTEO, descrivendolo come esistente all’epoca sua.

[50]            (50) Si ha per leggenda che questa statua, unitamente ad un’altra che trovasi a Roccella, e ad una terza che venerasi a Motta Camastra, fossero insieme, notte tempo, trasportate da buoi, e deposte nei locali nominati!

[51]            (51) La devozione a Maria SS. della Catena è antichissima in questa città. Venne introdotta nei primordi del secolo XV, qualche anno appresso l’avvenuto miracolo che Le originò tale titolo.

[52]            (52) E opera d’artefice messinese la ritiene l’Ill.mo Sac. Vincenzo Raciti Direttore della Biblioteca Zelantea di Acireale, il quale è molto competente nella partita.

Inoltre, da una notizia esistente nelle scritture della Congregazione di S. Giacomo si rileva che la detta Congregazione avesse dato mandato a un  tale Canuro nel 1554 col caparro di onze 4, perchè si fosse recato in Messina, per ordinare una Immagine della Vergine della Catena.

Trascorso un anno la Confraternita non avendo ricevuto notizia alcuna, nè sulla Immagine nè sul Canuro convenne quest’ultimo in giudizio per le quattro onze!

E ancora la notizia di un tal Camillo Buda, ricavata da antiche scritture (forse nel secolo XVI), di cui è oggetto in una lettera che il medesimo inviava all’Arcipr. G.B. Calì nel 1840, che la famiglia Gioeni, cioè avesse disposto di erigere una statua a Maria SS. della Catena. (Questa lettera a stampa leggesi nella Biblioteca di S. Pietro).

[53]            (53) «L’immagine marmorea di Nostra Signora sotto il titolo della Catena, esistente nella Venerabile Chiesa di S. Giacomo per più volte mandò sudore in tanta quantità che fu raccolto in una ampolla; avendosi di tutto ciò cerziorato l’Ill.mo D. Pietro Ruiz Arciv. di Messina, ordinò all’Arcipr. D. Francesco Rametta, allora Arcipr. di questa Città di Castiglione acciò ne prendesse le dovute informazioni super toto facto e trasmetterli in Messina, siccome fu eseguito». V. Manoscr. SARDO cit. pag. 76).

[54]            (54) V. doc. N. 24.

[55]            (55) Il 26 maggio del 1879 alle ore 5 ¾ circa, p. m. si manifestarono le prime fenditure accompagnate da cupe detonazioni e scosse di terremoto.

Il martedì 27 mattino incominciò a vedersi l’eruzione, e l’indomani 28, abbondantissimo fiume di fuoco scorreva rapidamente per la direzione di Passopisciaro. Dal 29 maggio al  2 giugno, colmò tutta la Valle di Passopisciaro e gli adiacenti ubertosissimi vigneti. La sera del 2 ripigliò la marcia ferale, dirigendosi verso Iannazzo. Qui, arrestavala il Simulacro della Vergine, che fin [205] dal sabato mattino 31 maggio, era stato portato sotto casa mia (via Castelli) dirimpetto la lava, dietro un triduo praticato in Suo onore in questa Madre Chiesa.

La sera del 6 le bocche eruttive apparvero miracolosamente quasi spente. Il sabato 7 giugno completossi interamente il miracolo della gloriosissima Beata Vergine Maria, sendo cessata totalmente l’eruzione prima ancora degli otto giorni, dacchè si pregava la B. Vergine della Catena.

La pratica del S. Rosario, che tutte le sere si recita nella sua chiesa, ebbe il suo principio in quelle sere di ansie terribili.

[56]            (56) Degli innumerevoli miracoli operati riferiamo quello avvenuto nella persona del fu D. Carmine Cimino. – Trovandosi questi nella vigilia della festa di maggio (che qui si celebra in onore di Maria, per voto emesso da questo popolo nella lava del 1809) nella qualità di deputato, ad ornare la Statua dei ricchi doni votivi dei fedeli, (come è  costume di ogni anno) fallitogli un piede precipita, ruzzolando sopra un lungo chiodo, di quelli ove vengono fissati i grossi ceri. Ma, oh, miracolo! il Cimino, nel cadere invoca con ardore Maria e il chiodo anzicchè penetrargli nelle carni si piega sotto il di lui peso, come debile fuscellino, e il Cimino rimane miracolosamente illeso, con grande stupore e viva commmozione dei presenti!

Conservasi il chiodo in memoria del miracolo, tuttavia piegato, e figura fra i voti ricordanti le numerose grazie concedute.

[57]            (57) Nella rpima domenica di maggio, festa votiva; e nella seconda domenica di agosto festa ordinaria, in chiesa solamente.

[58]            (58) La mattina del 15 giugno del 1899 fu trovata aperta la chiesa di S. Giacomo, che ignoti ladri avevano scassinato. Si penetra in essa atterriti si constata la sparizione della pisside con le Sacre Specie, e il  bel Simulacro di Maria spogliato di tutti i preziosi tesori dalla gratitudine del devoto popolo annualmente accresciuti. Generale fu lo sdegno e solenni funzioni furono praticate in espiazione del sacrilego delitto. Con devoto slancio, unanime il popolo prestossi a rifare gli ori, più ricchi, più belli in ornamento della Statua.

[59]            (59) A ricordanza degli avvenimenti due epigrafi furon poste lateralmente l’altare della Taumaturga Patrona.

[60]            (60) Concessione di D. Lorenzo Gioeni marchese di Castiglione nel 1565 (V. doc. N. 10).

[61]            (61) Così il Manoscritto SARDO cit.

[62]            (62) V. doc. N. 21.

[63]            (63) La festa di Maria SS. della Catena celebravasi allora con molta solennità e devozione. Il Simulacro veniva portato in giro per tutto il paese, e la devozione di questo popolo toccava l’apice del fanatismo!

Lungo le vie percorse dalla processione si trovavano pronte delle donne con asciugamani bianchissimi, per tergere il sudore ai baldi giovani che portavano a spalla la pesante statua, su una pesantissima bara. Quegli asciugamani venivano religiosamente conservati quali amuleti!

Ora, la Statua non esce che in avvenimenti di grandissimo momento (Vedi doc. n. 25 per la istituz. della festa).

[64]            (64) Manoscr. SARDO cit.

[65]            (65) Manoscr. SARDO cit.

[66]            (66)      Ibid.       Ibid.

[67]            (67) In un vecchio Statuto della Congregazione.

[68]            (68) Fu solennemente celebrata la posa della prima pietra di detto ingrandimento. La seguente iscrizione, su pergamena, chiusa in tubo di piombo, fu posta sotto essa dal lato nord, nel centro esterno dell’abside sinistra:

«A. D. 1905 die XXIII julii, Archipresbytero Vincentio Sardo Camardi, ecclesiae rectore Sac. Ros. Fiamingo, architecto Iosepho Lamonaca, intuitu festorum, quae solemniter agendae sunt anno 1909 a praeservatione Civitatis et finitorum locorum, ope B .M. V. de Catena obtenta a terribile Etnea igne, ardentissimo civium voto positus fuit primus lapis.»

[69]            (69) Castiglione ricorda con onore, di avere avuto altra volta, oratori insigni.

Il gesuita Di Giovanni nel 1896, P.re Gioacchino da Napoli nel 1901, onorarono questo pergamo.

Va adesso superba, e con ragione, dell’aquila italiana del giorno, Padre Teodosio da S. Detole.

Non parrà una temerità che dica una parola di lui, dettata dalla impressione profonda, indelebile, che ha lasciato nell’animo mio e in quello di tutta la cittadinanza!

P.re Teodosio, è una modesta ma energica figura di frate francescano, temprata dalle algide e torride temperature, insieme.

La sua presenza dominatrice fa sentire tutta la picciolezza al cospetto di tanto uomo; ma l’effluvio di vita nuova, che emana dalla di lui persona, infonde un non so che, che riabilita, innalza!

Dallo studio profondo della natura e del cuore dell’uomo è pervenuto a quella somma di sapere, (che ha formato di lui, per così dire, un portento dell’arte oratoria sacra) che, insieme alla vasta enciclopedica cultura, dal pergamo, da dove la riversa a torrenti, infonde nelle moltitudini il sentimento vero di religione, di amore, di pace, di carità evangelica.

La sua parola, piena di verità, rapida, vibrata, ammaliatrice, informata a potente dialettica, affascina, dà fremiti di sensazioni strane, sconosciute, direi quasi soprannaturali, induce allo spontaneo e sincero omaggio di uomini liberi a Dio, alla Vergine SS.!

Lo gustammo per un periodo di tempo breve assai, fuggente!

Le sue prediche non furono che un inno fervido, sublime, continuato al [210] Creatore, la divina apoteosi della Sua Vergine Madre, la riverente ammirazione di tutto il creato!

Non fu certo all’altezza dei centri intellettuali, dove è quotidianamente chiamato a far sentire la sua divina parola. Ben lo premise, che avrebbe detto in forma piana assai, popolare, per essere compreso dal popolo.

E’ merito dei grandi, scendere ai piccoli!

Malgrado ciò, nella pienezza della dottrina rivelatrice, non potea non rivelarsi l’uomo superiore, il profondo pensatore, dagli ardenti slanci, dagli scatti improvvisi di lirica sublime, di artista insigne!

[70]            (70) Che esisteva laggiù in seno al quartiere, tuttora esistente, che da essa pigliò in nome di S. Antonio Vecchio.

[71]            (71) V. petizione delli Rettori di essa chiesa all’Arcivesc. di Messina in data 23 maggio 1601 (Vol. 5 fol. 42 Archivio SARDO cit.) In essa si legge: «non potersi portare a compimento dessa chiesa per la sua estrema povertà, e dovere inoltre ricorrere alla elemosina dei devoti per la manutenzione del Cappellano. Che avesse dato il permesso di poter questuare e lavorare anche nei giorni festivi per compirla al più presto.» I giurati: Staphano Carchopilo e Francesco Cirio e il Giudice Antheo d’Amodeo certificarono la veridicità della supplica.

[72]            (72) In generale le chiese di Castiglione erano tutte ben provviste di rendite e di benefici. Spogliate dalla legge del 1866, qualche piccola rendita sfuggita allora, è stata da recente totalmente liquidata; ed al presente, stante il loro completo immiserimento, a stento si mantiene in esse il culto!

[73]            (73) Eseguiti dal marmoraro m.ro Tommaso Amato nel 1712 (Archivio SARDO cit. Vol. 8). Lo stile classico del tempio rivela nell’Amato un valente artista; informato alla scuola di quel fra Giacomo Amato (forse a lui congiunto) di cui è opera la facciata dela chiesa del monastero della Pietà a Palermo, insigne monumento dell’ultimo seicento.

[74]            (74) Costruito in Palermo nel 1723 da un tale Andronaco per onze 45. – Lo Andronaco doveva a sue spese consegnarlo a Giardini – da Giardini a Castiglione veniva inoltrato a spese della Chiesa (Archivio cit. vol. 8).

[75]            (75) A 5 sett. del 1720 i Confrati della congregazione di S. Antonio rilasciavano al Sardo certificato dei lavori fatti eseguire a sua cura (Archivio detto, Vol. 8).

[76]            (76) Sulla porta maggiore si legge:

D. O. M.
U.I.D. D. MELCHIORRE SARDO.
ECCLESIAE CURATOREM 1796.

La solita smania rinnovatrice dell’epoca nostra, (circa quarant’anni fa) rimoveva i pregevoli altari di marmo, (dei lati) lavorati a musaico, con grave danno dell’artistica armonia del suo interno.

[77]            (77) Erano ivi le cappelle gentilizie delle famiglie che emergevano per rango e nobiltà d’origine, in Castiglione.

[78]            (78) Manoscr. SARDO cit.

[79]            (79) Privilegio di Mons. Arciv. di Messina F. Bonaventura, Patriarca di Costantinopoli a 20 ottobre 1605 (Vol. 9 pag. 590 Archivio SARDO cit.).

[80]            (80) E’ attribuita a Niccolò Bagnano! Riuscita l’opera superiore all’aspettativa dell’Artefice, lo stesso si rifiutò a cederla per il prezzo convenuto di onze 40. Ma il barone, sicuro di arricchire la patria sua di un pregevole lavoro, secondò le pretese dell’Artefice complimentandolo generosamente, e con gran contento portò la Statua a Castiglione.

[81]            (81) Una statua della Vergine delle Grazie è stata fatta di recente, notevole per la dolcezza del suo volto.

[82]            (82) Questa fiera fu parimenti concessa dalla casa Gioeni, come per atto in notar Marcello Parapiedi in data 25 giugno 1629. Sparita è anch’essa da molto tempo. Anni sono, si tentò di fare rivivere l’abbandonata Fiera di S. Antonio, che precedeva di qualche giorno la festa del Santo: ma infruttuosamente!

[83]            (83) V. ms. SARDO cit. pag. 56.

[84]            (84) Territorio di Castiglione – Concessione di D. TOMASO GIOENI e CARDONA.

[85]            (85) Manoscr. SARDO cit.

[86]            (86) Ai due lati di detta balaustrata si legge: Adm. Rev. P. exprov. LAGUZZA Anno Dm. 1777.

[87]            (87) Alla sua base si legge la data 1763.

[88]            (88) Serviva nelle funzioni della settimana santa.

[89]            (89) Al giorno d’oggi, data la povertà delle chiese, molto hanno perduto del loro primitivo splendore le sacre funzioni, e nulla si fa più di rilevante in tale memoranda giornata. Solo è ancora in uso la caratteristica mostra dei ricchi paramenti sacerdotali e dei sacri arredi, per ornamento del sepolcro.

[90]            (90) Concessione di Mons. MIGLIACCIO Arciv. di Messina a 26 novembre 1711 (Vol. 16 pag. 256 Arch. SARDO cit. esiste decreto)

[91]            (91) Lasciate da altro Badolato nel 1682. Questa somma, soppresso l’Oratorio, vene devoluta alla manutenzione di un maestro per la istruzione gratuita dei giovani, ed era detta scuola franca.

[92]            (92) Manoscr. SARDO cit.

[93]            (93) L’antica strada regia.

[94]            (94) Bizantina è infatti la disposizione dell’ingresso che guarda ovest e dell’altare che ha ad oriente. Normanne sono le finestre e le porte. Fino ai tempi dell’Ab. Amico si osservavano tracce di antiche pitture.

[95]            (95) V. Cap. Abbazia della Trinità pag. 174 del presente volume.

[96]            (96) La sua sede è nella chiesa di S. Antonio.

[97]            (97) Un pò dappertutto esistono ancora di simili utopie, avanzi di medioevali credenze. Ricordo di aver letto in un n. della Trib. illustr., di un paese delle Puglie, dove per implorar la pioggia, mettono la statua del Patrono in molle, in pubblica vasca.

[98]            (98) L’unico altare che in essa ritrovasi, è di marmo, compresi i gradini di accesso; nel secondo dei quali, si legge: Ill.mus er rev.mus ABBAS IACOBUS GIOENI Archipr. et Vic. Gen. 1701.

[99]            (99) Il SARDO invece racconta: «che essendosi aperta accidentalmente la rocca vi si trovò nel mezzo depinta la suddetta Immagine, la quale per molti miracoli che fece, se le fabbricò per venerazione a lato di detta rocca la chiesa.» Manoscr. cit. pag. 59.

[100]          (100) Una tela della Madonna della luce, che si venerava in questa chiesa sostituita dall’attuale è stata buttata nel dimenticatoio, in umido locale della Matrice. Se non eccelle in arte, ha un merito per l’antichità del dipinto, e potrebbe con più rispetto essere piazzata altrove.

L’attuale è opera di un tal Finocchiaro da Randazzo, morto giovanissimo intorno il 1870 in Palermo. Il Finocchiaro fu geniale pittore ed ebbe slanci d’artista. Un ritratto di una signora castiglionese, D. Angela Sanginisi, posseduto dal nipote signor Cimino Feliciano, oltre la naturalezza, rivela  qual stoffa di artista sia così immaturamente mancato all’arte.

[101]          (101) 11 febbraio 1858. Apparizione di Lourdes, dopo 4 soli anni della definizione del Domma dell’Immacolato concepimento.

[102]          (102) Il 6 febbraio 1904, fu benedetto l’elegante Santuario, e il giorno appresso ebbe luogo la traslazione della Statua della Vergine di Lourdes, con una bella processione.

[103]          (103) Tale rimozione, operata a mia cura, ebbe di  mira la ristorazione della tela.

[104]          (104) Lo prova, la Cappelletta eretta in suo onore, forse nel VI secolo, della quale esistono gli avanzi nel castello grande.

[105]          (105) Una lunga epigrafe, che tutt’ora si legge sull’ingresso, ricorda i restauri eseguiti per opera del Gioeni.

[106]          (106) Al fabbricato, posseduto da privati, restò il nome di Ospizio, e così è detto. – Fu soppresso al 1866.

[107]          (107) V. Manoscr. SARDO cit.

[108]          (108) V. Cap. IV pag. 22, parte prima, presente volume.

[109]          (109) Il b.ne D. Giulio Sardo assegnava a questo convento un’annua rendita, come da suo testam. in N.r Alfonso Arnono in Castiglione a 9 gennaio 1560.

[110]          (110) Per bolla di papa Innocenzo X ottobre 1652.

[111]          (111) V. cap. IV pag. 22 parte prima, del presente volume.

[112]          (112) Lo scudo araldico dell’Arcipr. D. Giacomo Gioeni, che si osserva buttato in un angolo della rovinata chiesa, ci fa apprendere, come anch’essa sia stata ristaurata dal detto Arciprete e abbandonata dopo la di lui morte (1732).

[113]          (113) Le due cupole dell’abside sono bizantine e tutta hanno la rozzezza delle chiese rusticane dei quei tempi. – Le finestre sono normanne, lo stile della colonne ci indica il medioevo ed i restauri del Gioeni il 1700.

[114]          (114) V. Cap. IV pag. 35 parte prima; presente volume.

[115]          (115) V. Descrizione della Sicilia dello stesso.

[116]          (116) V. cap. IV parte prima del vol. presente pag. 27.

[117]          (117) Manoscr. SARDO cit.

[118]          (118) Ricco propr. Acese possessore di estesi vigneti a Passopisciaro.

[119]          (119) A 6 settembre del 1905 fu consacrata da Mons. G. B. Arista di Acireale.

[120]          (120) V. p. 188 di questo volume.

[121]          (121) Il capitano di Castiglione era anche Capitano del forte del S. Salvatore della Placa, come si rileva nella concessione a Giovanni Monlica nel 1371 (V. doc. n. 1). Inoltre, fino al 1550 i singoli di Castiglione esercitavano dritti di ghiandare, legnare ecc. nei feudi della Placa, come si rileva da un atto ricognitorio consentito fra questa Università e l’Abate D. Girolamo Zafarana e consorti, 21 novembre 1530 in notar Alfonso Arnono di Castiglione.

Nel XVIII, durante la visita di Monsignor Ciocchis, con suo decreto, incorporò tutti i feudi della Placa all’Abbazia, non avendo voluto riconoscere i dritti che su di essi avevano i singoli di Castiglione.

Al presente fa parte del territorio di Francavilla.

[122]          (122) «Tradidi Abati Cremeti de Placa vigesimam numerationem hominum Castrileonis causa sublevandi templum Salvatoris, ac ipsum reedificandi et ad monachorum residentiam ordinandi» (V. doc. n. 18).

[123]          (123) «Tradidi ad ipsius Monasteriis servitium agarenos Tauromenitanos quatuor cum eorum uxoribus, et filii quorum nomina haec sunt: Machamusi Alm Arichias, Setabone vel Monoculum, ac Sulfigut (V. doc. sopracitato).» L’originale di tale privilegio, la di cui autenticità è molto discutibile «siccome di disperse nel XV secolo, dall’Abbate Filippo Ruffo religioso di detto Monastero, se ne tradusse una copia dal greco in latino, che poi fu transuntata per l’atti di un pubblico Notaro, (Giovanni Di Marco di Messina), la di cui copia fu della stessa maniera transuntata negli atti di Francesco Sinastro di Palermo a 10 luglio 1498, indi d’ordine del re Ferdinando ridotto nella R Cancelleria 15 aprile 1616». (Arch. SARDO cit. vol. 5 p. 557 e seguenti).

[124]          (124) Ascrittizi eran detti ai tempi dei Normanni gli addetti alla gleba in sempiterno ed eran tenuti come cosa propria (schiavi) dai Signori a cui prestavano giuramento di fedeltà. (Gregorio opere rare).

[125]          (125) Prof. M. MANDALARI – Le popolazioni etnee.

[126]          (126) Ora collegio di educazione tenuto dai P.ri SALESIANI.

[127]          (127) V. Cap. Abbazia della Trinità pag. 174.

[128]          (128) Riepilogo la vita di esso, tolta dal Cajetani: Sanctis Siculis.

[129]          (129) Intorno l’anno 1060 fioriva per santità, nella contrada nominata della Placa, Cremete umile eremita, del quale s’ignorano i parenti e la patria. (Quì si ritiene, per tradizione, essere stato nostro concitadino).

Il Conte Ruggero il Normanno, venuto in quel tempo in Sicilia per cacciare i Saraceni, passando col suo esercito per quei solitari ed ermi luoghi, s’imbattè in Cremete. Questi, seguito dagli animali di quei boschi, che con la sua virtù aveva mansuefatti e resi docili e socievoli amici, gli si fè incontro umilmente per rendere omaggio a tanto generoso guerriero.

Ruggero stupì a tal vista e compreso di alta venerazione gli si prostrò ai piedi, implorando la di lui spirituale protezione, e da quel momento lo riguardò qual santo. In pari tempo lo colmò di doni e gli eresse il monastero, (che fu detto della Placa) dotandolo di una distesa di terreni circostanti per quanto si estendeva l’occhio. In tal guisa dotò il Monastero che in appresso servì al mantenimento degli uomini di buona fede, che si unirono a Cremete a far vita comune sotto la regola di S. Basilio Magno.

Ma, coll’andar del tempo, alcuni discepoli che voleansi dare a vita licenziosa trovarono aspra ed insopportabile la disciplina del Maestro, e di serio inciampo, allo sviluppo dei loro cattivi disegni, Cremete.

Spinti da infernale audacia si disfecero del santo uomo, precipitandolo dall’alta e scoscesa rupe sulla quale sorgeva il convento.

Ma il santo, che per l’altezza del precipizio doveva farsi in minutissimi frantumi, sorretto certamente dagli angeli, rimase miracolosamente illeso dalla caduta, e impressa restò l’impronta del piede suo nella rocia che lo accolse.

Cremete, dotato di quella mirabile pazienza, propria dei santi, offerse a Dio l’affronto mortale che il maligno spirito aveva suggerito ai suoi ciechi discepoli. E, come se nulla avvenuto fosse, animato dallo zelo medesimo dello spirituale regime della comunità, raccolto un fascio di legna, con esso, tranquillo e con la sua consueta mansuetudine rientrò nel monastero.

Ma i frati, atterriti dalla figura, che a prima giunta ritenneri fantastica apparizione, cercarono sottrarsi a quella vista la cui dolcezza li fulminava. Il buon Cremete però, li richiamò con premura ed affetto a sè d’intorno e dimentico dell’attentato subito, esortandoli a vita migliore li perdonò e li abbracciò tutti. I frati, pentiti e ammirati di tanta mansuetudine piansero di umiliazione e di tenerezza insieme.

Savii consigli legò ad essi al suo letto di morte, inculcando loro amore-[229]volmente, la scrupolosa osservanza della regola. Gl’impose inoltre per precetto di ubbidienza, di seppellire sotto i gradini dell’ingresso del tempio la sua mortale spoglia, perchè fosse calpestata dai fedeli, che in esso tempio affluivano.

Una sorgente scaturì miracolosamente dove fu inumato il suo santo corpo; quell’acqua, fu ritenuta prodigiosa, per le molte guarigioni che operò alle persone che di essa bevevano, affetti da cronica quartana, restia a qualunque altro terreno rimedio.

Molti secoli dopo (1770), i suoi figli, per la malsanità del sito emigrarono a Randazzo, portando seco loro il capo prezioso del santo Padre Cremete; dove, tutt’ora intatto si conserva e si venera, in pregevole teca d’argento.

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Una risposta a "Le Chiese di Castiglione | Memorie Ecclesiastiche [V. SARDO, p. II]"

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