Fonte: Un secolo e mezzo di vita comunale 1815-1965. Edizione dell’Assessorato allo Sviluppo socio-economico del Comune di Castiglione di Sicilia e dell’Associazione “Pro-Loco” per la Mostra Storica. Finito di stampare il 20-10-1966.


enzo-grassoEnzo Grasso. In seno al Consiglio Comunale.


Signor Presidente, Signori Consiglieri, Reverendissimi Monsignori, Autorità, Signori.

Leonardo Sciascia, certamente uno tra i più validi scrittori del momento, ricorda così la vicenda che ci accingiamo a commemorare:

«Il 12 agosto 1943 un reparto tedesco, preceduto da un carro armato, entrava a Castiglione di Sicilia tra le sette e le otto del mattino (i testimoni sono discordi sull’ora precisa). Veniva su dallo stradale di Randazzo, ma pare che non fosse un reparto proveniente dal fronte.  La gente stava affacciata ai balconi: in pigiama, in canottiera, in vestaglia; qualcuno era già in strada, per aprire bottega o per comprare quelle pochissime cose che in quei giorni si potevano comprare. Nessun gesto di ostilità o di irrisione verso quel reparto in ritirata. E di colpo i tedeschi si aprirono a ventaglio intorno alle autoblinde e cominciarono a sparare. Prima che gli abitanti di Castiglione si rendessero conto di quel che stava accadendo, sedici persone erano già morte, venti ferite. I tedeschi entrarono nelle case, ne portarono via gli uomini, così come si trovavano. Una donna, che aveva avuto il marito ammazzato dai colpi tirati dalla strada, fu buttata giù dal balcone: restò sul selciato con una gamba spezzata. Gli uomini furono chiusi in uno stabbio fuori del paese, come pecore; vi restarono per tutta la giornata, mentre tra i tedeschi nasceva discussione sul destino dei prigionieri: se farne strage o se lasciarli chiusi nello stabbio. Intanto era venuto fuori, a parlamentare, l’arciprete; e i tedeschi persino consentirono che venissero medicati i feriti. Come Dio volle, se ne andarono: ma verso sera. E così il paese poté piangere i morti».

La vicenda, che ci viene restituita venti anni dopo nel contesto di ricordi che preludono un più importante avvenimento storico: la ritirata dei tedeschi e la Resistenza italiana, riacquista nel limpido prosare di Sciascia i toni di una tragedia che nasce dal nulla, e che pure sommosse il sonno delle coscienze e sbalordì, rese attoniti, e riconquistò ad ansie di riscatto, di libertà e di pace coloro che da lì a qualche mese furono protagonisti del moderno Risorgimento.

La notte tra il 24 e il 25 luglio, durante la tempestosa seduta che portò all’approvazione della mozione Grandi, si propose il nuovo destino dell’Italia libera e democratica. Mussolini cessava di essere dittatore per volontà degli stessi gerarchi fascisti, alcuni dei quali erano finalmente riusciti a mettere a nudo tutta la vacuità, il disordine, l’intolleranza, la perversione, la corruttela, il servilismo ch’erano stati imposti come fondamento dell’educazione nazionale. Certo, sarebbe stata iniziativa opportuna far cessare la guerra in coincidenza della caduta ufficiosa del fascismo; l’Italia non avrebbe avuto, forse, i diciotto lunghi mesi di martirio, le nostre ansie di libertà e di pace non sarebbero apparse, almeno agli occhi degli stranieri, come un corollario di azioni esterne, e tutto quanto di travaglio e di grandezza è nella storia dell’antifascismo, anche castiglionese, oggi noi avremmo potuto commemorare come fatto essenzialmente e puramente italiano.

Ancora alleati della Germania per una decisione di compromesso, o per una non decisione, la mattina del 12 agosto 1943 i castiglionesi ci trovammo a subire il primo dei molti altri martirii, che troveranno dopo una più ampia realtà storica e un senso nel più grande fatto della Resistenza italiana.

Le truppe: quelle del maggiore generale Eberhard Rodt, quaranta uomini autotrasportati, appoggiati da un carro armato che avrebbe cannoneggiato le campagne vicine, l’ospedale san Giovanni di Dio, alcune case.

Lo stesso generale, che agli ordini di Kesselring teneva il fronte di Troina, finita la guerra dirà che la ritirata delle truppe tedesche attraverso la Valle Alcantara, «salvo qualche difficoltà, si svolse quasi senza incidenti». Quasi: un avverbio che a non conoscere e non considerare la tragedia che colpì brutalmente la Città, vorrebbe ridurre ai termini di incidente una aggressione la cui origine non può non avere inizio in una ferocia fredda, determinata, implacabile.

Così, da Castiglione di Sicilia, Città di illustre tradizione, lievita un rivolgimento politico che interessa il Paese nella sia integrità nazionale, nella sua etica, nella sua predisposizione alla libertà e alla democrazia.

Il tentativo di difesa accennato da alcuni nostri concittadini, i quali si accingevano a osare l’impossibile, armati soltanto di un po’ di benzina e di qualche bomba a mano, è senza dubbio il primo impulso di resistenza, quasi la prova generale dei fatti di Napoli, non riuscito per lo spietato succedersi e concretarsi di una vera e propria azione di guerra in un paese piccolo e facilmente controllabile, un po’ per la meraviglia, lo sbigottimento, forse per l’ingenuità che coglie e pervade gli inermi.

Durante la guerra del vespro, i castiglionesi mostrarono di che colore fosse il loro sangue. Federico Secondo di Svevia aveva già insignito la Città col titolo «Civitas Animosa»; un tale riconoscimento, ideato e fatto decreto da un uomo ingegnoso, saggio, colto, giusto, amante dello splendore delle arti ed estremamente interessato alla civiltà latina e a quella siciliana in particolare, settecento anni dopo avrebbe avuto il senso e la validità di una prescenza. Federico, come amano dire gli storici, «più che l’Impero volle l’Italia»; Egli fu il pre-Cavour, colui il quale vagheggiò l’Unità d’Italia quando ancora il Paese non aveva una sua vera, completa geografia politica; ed è da un tal uomo che Castiglione meritò l’appellativo «Animoso».

A confermare la validità di giudizio del grande Svevo, nel 1943, da questa città sconosciuta, umile, neppure segnata sulle più importanti carte geografiche, ha inizio in silenzio, in sacrificio di sangue, una esaltazione che rinnova i fasti eroici del Risorgimento; ed è una indicazione, un monito, un incitamento, il segnale di avvio di una lotta senza quartiere, che sconfesserà il fascismo, scaccerà i nazisti, avrà un’ansia nuova per la libertà: conquisterà la Democrazia!

La storia di un Paese e di un popolo ha sempre i suoi protagonisti.  Il Consiglio comunale, convocato in seduta straordinaria per commemorare solennemente un fatto che ormai costituisce una nuova gloria della cronaca storica del Comune, non può non ricordare con commozione, con gratitudine; non può non indicare al Paese ad uno ad uno i nomi delle Vittime di un sì grande sacrificio di sangue.

Giovanni Damico aveva 82 anni. Se ne stava seduta sulla soglia dell’uscio di casa, così come amano fare i vecchietti dalle parti nostre. intingeva un tozzo di pane in un bicchier d’acqua: una colazione borghese per quei tempi di fame. I tedeschi avevano già ucciso, in via San Vincenzo, a San Martino, sù sù per le strade di Castiglione; qualcuno era stato ferito, altri avevano avuto sentore di morte ed erano scappati per le campagne; ma il buon Damico non immaginava quanto feroce fosse l’aggressione alla Città, e se ne rimase lì, a godersi la sua ultima grazia di Dio. Quando i nazisti gli ingiunsero di seguirli, egli forse non capì, si mosse impacciato, improvvisamente timoroso; forse pensò: che si può volere da un vecchio, che si può volere? E fu il suo ultimo pensiero, perché gli scoperchiarono il cranio con una raffica di mitra.

D’un tratto, sembrò che la vita fosse scivolata via dal paese, e che ad animarlo fossero sopraggiunte tante ombre timorose e protese nella fuga.

Con la stessa freddezza, la stessa ferocia con cui venne tolta la vita al buon Damico, uno ad uno vennero abbattuti Nicola Camardi, Francesco Cannavò, Giuseppe Carciopolo, Antonino Celano, Nunzio Costanzo, Giovanni Crifò, Francesco Di Francesco, Salvatore Di Francesco, Giuseppe Ferlito, Vincenzo Nastasi, Salvatore Portale, Santo Purello, Giuseppe Rinaudo, Carmelo Rosano, Giuseppe Seminara, e abbandonati a una fine tormentosa.

La sera giunse su di un paese prostrato. Le strade erano vuote e cosparse di vittime; i frontoni delle case squarciati e bui.

I trecento uomini rastrellati durante la giornata, erano stati rinchiusi in un forte fuori le mura della Città e costretti a una angosciosa condizione di incertezza.

Don Giosuè – mi scusi, Monsignore, noi lo chiamavamo tout court: l’arciprete – aveva allora una calda vitalità che gli si sprigionava dagli occhi, o attraverso il gestire nervoso ma essenziale; La ricordiamo forse un po’ tutti così, sollecito, senza alcuna indulgenza per le cose vane. Lei, Monsignore, volle fare la volontà di Dio. Ottenne dai tedeschi che si potessero curare i feriti, che i prigionieri avessero il conforto del loro Parroco; e forse questo Suo amore, questa fedeltà al desiderio di vita dei Suoi parrocchiani, le preghiere giuste, forse, o soltanto la clemenza di Dio, o l’armonizzarsi di tante emozioni, decisero i tedeschi ad abbandonare la Città lasciando in vita gli ostaggi.

Una commemorazione che ha dei limiti di tempo, tralascia necessariamente tanti episodi tutti ugualmente interessanti e densi di significato.

In breve, più che una rievocazione, abbiamo voluto concretare un atto di fede.

L’Amministrazione comunale ha qui voluto riunire il Consiglio per sottoporvi il progetto di intitolare una piazza della Città alla memoria delle Vittime del 12 agosto 1943.

Riteniamo sia un particolare privilegio poter legare il nostro nome di consiglieri della Città, al di là di ogni pensiero politico, oltre ogni vincolo, a una iniziativa che consacra nel tempo coloro che, morendo, hanno voluto per noi la realizzazione di quell’inestimabile patrimonio che è la conquista della Pace, della Libertà, della Democrazia.

Enzo GRASSO
Vice Sindaco


mons-ignazio-cannavò-1981Mons. Ignazio CANNAVO’. Nella chiesa di Maria SS. della Catena.


Cari Fedeli,

ci troviamo qui riuniti, stasera, per commemorare i sedici cittadini di Castiglione che ventitré anni or sonno, proprio come oggi, 12 agosto, furono barbaramente uccisi, senza che alcuna ragione, anche secondo le dure leggi della guerra, ne giustificasse l’eccidio: cittadini inermi, vittime soltanto della più crudele barbarie.
Ma la nostra sarebbe una manifestazione inutile, e per noi e per i morti che ricordiamo, anche se li ricordiamo con tanta pena nel cuore, se ci limitassimo ad una semplice commemorazione.
Una Messa solenne è stata adesso celebrata per loro da Mons. Giosuè Russo, da colui che fu il loro degno Parroco e che era qui col cuore straziato, ma purtroppo impotente ad aiutarli, nel momento in cui si compiva il loro eccidio.

Il dovere di offrire al Signore i nostri suffragi ci raccoglie oggi, uniti in preghiera. Ed io mi trovo qui a parlare per rinnovare ai parenti l’espressione di tutta la nostra solidarietà per il loro dolore.

Non farò l’elogio dei caduti. Non li ho conosciuti. Molti tra i presenti, anche tra i concittadini, non li hanno conosciuti. Dirò anzi che, almeno alcuni di essi, non avevano forse qualità e doti meritevoli di particolare ricordo. Sono stati vittime di un gesto insano e barbaro: e, se qualcosa dobbiamo elogiare, possiamo solo ricordare che sono morti con coraggio e cristianamente, con spirito di sottomissione alla volontà di Dio e con sentimenti di perdono per gli ingiusti uccisori.

La mia parola vuole piuttosto essere, stasera, un invito a meditare. Penso anzi che siano gli stessi caduti a rispondere al nostro ricordo e ai nostri suffragi, suggerendoci pensieri di meditazione.

Gesù aveva appreso che il suo amico Lazzaro era gravemente ammalato. Si diresse allora con i suoi apostoli e Betania, dove Lazzaro abitava con le sorelle Marta e Maria. Ma, vicino al paese, gli venne incontro Marta che, dandogli la notizia della morte del fratello, uscì in questa esclamazione: «Domine, si fuisses hic, frater meus non fuisset mortuus»: Signore, se Tu ti fossi trovato qui, mio fratello non sarebbe morto.

Mi pare di sentire i nostri caduti rivolgere a noi le stesse parole: se Gesù fosse stato qui presente, non sarebbe avvenuto il nostro eccidio.

Può sembrare strana questa dichiarazione, ma è vera. Basta inquadrare il fatto, che noi commemoriamo, nell’avvenimento terribile della guerra, di cui fu soltanto un episodio.

Non ci sarebbe stata la guerra con tutte le sue barbarie, con tutti i suoi misfatti – e quindi non sarebbe avvenuto questo eccidio – se il mondo avesse avuto Gesù in mezzo, se avesse ricordato i suoi insegnamenti, se avesse creduto e avesse accettato la realtà che ci è stata porta da Gesù.

– Siamo Figli di Dio e quindi fratelli tra noi. E’ questa la grande verità rivelataci da Gesù. «Quando pregherete, direte così: Padre nostro che sei nei cieli …». Dio è il nostro Padre celeste e noi siamo tutti fratelli, perché uomini e perché ancora tutti figli di Dio.

– Che anzi siamo uniti come i tralci di un’unica vite, o, come dir’ San Paolo, come le membra di un unico Corpo.

– La legge che deve regolare i nostri rapporti è la legge dell’amore. «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?» fu chiesto ma Gesù. E lui: «Il primo e più grande comandamento è: amerai Il Signore Dio tuo con tutto il cuore … Il secondo, poi, è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso». Tutte le leggi sono comprese nel comandamento dell’amore.

– L’osservanza della legge dell’amore è la testimonianza fondamentale che Cristo chiede ai suoi seguaci. «Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri».

Il mondo ha trascurato, spesso ha disprezzato, questi insegnamenti, e perciò non c’è stato Gesù nel mondo, perché solo «ubi caritas et amor, Deus ibi est»: Gesù è presente dove c’è l’amore.

Non c’è stata la pace, perché non c’è stato Gesù di cui la pace è un dono – «Vi lascio la mia pace» – e abbiamo avuto la guerra.

Non c’è stata la vita, perché non c’è stato Gesù che è la vita: – «Io sono la Vita» – e abbiamo avuto la morte e la distruzione.

Dove non regna l’amore, domina la morte: «qui non diligit, mane in morte», chi non ama, è morto.

Racconta Tertulliano che i pagani dei primi secoli ammiravano i cristiani per il loro vicendevole amore e dicevano: «Guardate come si amano». Che cosa si dovrebbe dire dei cristiani del nostro tempo, vedendo tanti odi e tante guerre con le distruzioni e gli eccidi che essi comportano?

Proprio durante la guerra Benedetto Croce pubblicò un famoso articolo dal titolo «Perché non possiamo non dirci cristiani», e cristiano si diceva anche il filosofo, in quanto tutti devono dirsi cristiani, anche i non credenti come lui, perché i più grandi valori sono stati portati dal cristianesimo. Permettetemi di cambiare il titolo in quest’altro molto più vero: «Perché non possiamo dirci cristiani». E la dimostrazione della verità di questa affermazione è estremamente semplice. Non possiamo dirci cristiani perché non ci amiamo. Il mondo di oggi non è cristiano perché manca l’amore.

Ricordate una pagina famosa del «Quo vadis?».

Vinicio vuol convincersi della verità del cristianesimo, che però urta la mentalità pagana, rappresentata dal pensiero greco e romano.

«– La Grecia ha creato la bellezza e la sapienza, Roma la forza; ma voi, che cosa recate?

Noi rechiamo l’amore – disse Pietro». E Vinicio si converte.

Ma dov’è oggi l’amore? E cosa è la civiltà se manca l’amore?

Noi vantiamo la civiltà occidentale, in cui c’è tanta presenza di egoismo, di odio. È di questi giorni la polemica sul film «Africa addio»[1] che dovrebbe fare arrossire noi, che pure ci diciamo civili e cristiani. Si accusa l’Africa di inciviltà per i suoi scoppi di violenza, frutto soprattutto di immaturità, con una documentazione a volte deformata. Ma l’Africa non ha venti secoli di cristianesimo come l’Europa, che si dice civile e cristiana e non ha l’amore, e nella sua storia si è servita del progresso tecnico per soppiantare il diritto, la giustizia, la fraternità, con la forza, il sorpruso, la distruzione e la morte.

Cosa terribile la morte! Eppure non tutte le morti sono ugualmente terribili. La più terribile è stata la prima: la morte di Abele, ucciso da suo fratello Caino. Essa è il prototipo di tutte le morti dovute alla violenza altrui. Tutti gli uccisori sono come Caino, perché si tratta sempre dell’uccisione di un fratello e quindi di un fratricidio.

«Defuncti adhuc loquuntur». I morti che noi oggi commemoriamo, onoriamo, e per i quali offriamo i nostri suffragi, parlano ancora.

Amatevi, amatevi! – essi ci esortano. – Noi abbiamo dimenticato e perdonato. Dimenticate e perdonate anche voi. Noi siamo stati vittime dell’odio. Amatevi perché non abbiano a ripetersi questi eccidi. Guerra alla guerra! Ma guerra anche a tutte le cause della guerra: guerra all’ambizione sfrenata, guerra all’egoismo che vuol fare degli altri un piedistallo per la propria grandezza, guerra alla ricerca affannosa e illimitata dei beni terreni e dei piaceri di questa vita, che fa considerare gli altri come semplici strumenti della propria sensualità.

Solo se sapremo sentire le loro parole, solo se accetteremo il loro messaggio e ci sforzeremo di realizzarlo nella vita di ogni giorno, questa nostra commemorazione avrà un significato cristiano o, che è lo stesso, un vero significato positivo ed efficace.

Amiamoci! Portiamo l’amore nel mondo!

Daremo così gioia ai nostri morti, potremo dire che il loro sacrificio non è stato inutile, porteremo il nostro valido contributo alla costruzione di una vera civiltà, fondata sulla giustizia, sulla verità, sulla pace, perché fondata su Cristo, che con l’amore ha portato al mondo la giustizia, la verità e la pace.

Questa nostra commemorazione si inserisce nella celebrazione del ventennale della Repubblica e quindi della ricostruzione della nostra Patria dopo la catastrofe della guerra. Rendiamo valida e duratura questa ricostruzione, cecando la pace, nel superamento degli odi e nella mutua comprensione.

Castiglione inaugura in questi giorni una mostra retrospettiva degli ultimi centocinquanta anni della sua storia. Tutti auguriamo a questa nobile Città un avvenire sempre più prospero per la sua grandezza e per il benessere dei suoi figli. Questo dipenderà non solo da provvidenze statali o da favorevoli contingenze, che pure auspichiamo, ma più ancora dallo sforzo dei suoi cittadini di fare di tutta la vita civica una splendida testimonianza di solidarietà, di fraternità e di amore.

Mons. Ignazio CANNAVO’
Vicario generale della Diocesi


Saro BISICCHIA. Nella Chiesa di Maria SS. della Catena.


Reverendissimo Mons. Vicario, Reverendissimo Mons. Russo, Autorità, Signori,

questa sera il Consiglio comunale, riunitosi in seduta straordinaria, ha votato la intitolazione della piazza antistante la Villa Comunale alle vittime del12 agosto 1943.

Questa data, di certo, non poteva trascorrere nell’oblio quando la nostra cittadina 23 anni fa, in un giorno come questo, visse le ore tragiche dello smarrimento e del supplizio.

Chi di noi non ricorda l’alba di quel giorno che doveva essere uno come gli altri, nel quale gli abitanti lasciavano la loro casa già col dolore nel cuore per non poter trovare il pane per i figli, in cerca di fave e di castagne da macinare per sfamare la famiglia, oppressi dai disagi della guerra senza fine, mentre la paura dei bombardamenti che si facevano sempre più vicini inducevano alcuni ad abbandonare la casa e correre nelle vicine gallerie della Circum per trovare un riparo? Chi di noi non ricorda senza un brivido che ancor oggi sciabola la schiena, i lutti che la guerra procurava a tante famiglie sconfitte dal dolore per i figli o il marito o il padre già morto combattendo, o disperso, o prigioniero nelle terre lontane del nemico?

Eppure in quel giorno dovevano tingersi di rosso le strade della nostra Cittadina, quando un carro armato dell’allora alleate truppe naziste entrava in paese prendendolo di sorpresa e uccidendo, senza motivo, degli inermi cittadini. Fu un giorno di panico e di dolore, un giorno di lutto che fa parte delle gloriose pagine della Resistenza italiana: un reparto nazista entrava in Castiglione e i fucili mitragliatori cantarono la loro storia di dolore e di morte a tanta gente indifesa, boni Cittadini, ottimi padri, che la sorpresa li colse nei loro atteggiamenti più pacifici; e il sangue chiazzava di rosso le vie, mentre una mitraglia piazzata sul più alto del Castello di Lauria spazzava le vite di coloro che non credevano ancora a tanta barbarie.

Ed entrarono nelle case uccidendo e ferendo e trascinando altri sotto le canne vigili delle lunghe pistole.

Circa trecento cittadini furono rastrellati e condotti in un forte normanno, fuori le mura della Città.

E furono giorni di spasimo e di terrore: le famiglie che trepidavano per la sorte dei loro cari e gli ostaggi che da un momento all’altro si attendevano di essere messi con la schiena al muro e trucidati, senza un motivo sufficiente, solo colpevoli di essere Italiani, colpevoli solo delle sorti della guerra che stava infliggendo la ritirata alle truppe della svastica e al terzo reich.

In tutto questo orrore una figura si staglia nitida: è l’arciprete dell’epoca, mons. Giosuè Russo, che si adopera con ogni mezzo per alleviare le sofferenze dei cosiddetti prigionieri: si prodiga per un po’ di cibo, per un po’ di acqua, implora il comandante nazista per la loro liberazione, si fa tramite tra le famiglie e questi uomini che ognuno considerava ormai condannati a morire, infondendo conforto e speranza. Per questo abbiamo voluto che fosse Mons. Russo a celebrare in questo giorno una messa in suffragio delle Vittime, che tornasse tra noi in questo giorno che appartiene ormai alla storia.

E così nello spasimo e nell’ansia, nell’alternativa della vita e della morte apparve l’alba del 14 agosto 1943.

Durante la notte avevamo assistito dalle colline circostanti al bagliore delle mine che i tedeschi facevano esplodere sotto le arcate dei ponti e il mattino, dopo tre giorni di terrore, gli ostaggi si trovavano soli, senza l’ombra di una sentinella, liberi, liberi di tornare alle loro case, di riabbracciare i loro cari, pazzi di gioia per avere ritrovato la vita quasi non più sperata. E si torna alle case saccheggiate, squallide, si guarda intontiti i muri di esse scheggiate dalle pallottole dei fucili mitragliatori; ci si guarda in faccia: sedici uomini hanno perso la vita trucidati senza scopo e i loro corpi lasciati, sotto il sole di agosto, alla pietà di chi sfidava in quel momento il fuoco delle armi.

Sedici uomini inermi, laboriosi cittadini, era il consuntivo del libro della morte. E noi oggi ricordiamo questi uomini. Essi resteranno nella nostra memoria legata com’è ai lutti della guerra; terribile ricordo che dovrà sempre servire di monito ai popoli, ai governi, alle nazioni perché la pace viva nei cuori e nei popoli; perché facciano vera la legge di Cristo «che tutti siano fratelli», senza frontiere, senza differenza di colore e lingua, in questo mondo purificato e riedificato sul legno del Golgota!

E fu l’alba del 14 agosto, del giorno dedicato alla Patrona della nostra Città, alla nostra Protettrice Maria della Catena che mondò i cuori di trecento  persone e di altrettante famiglie che per tre giorni erano state sospese ad un fragile filo di vita, di speranza; li inondò della gioia di essere liberi, di tornare alla Vita, spezzando col Suo Grande Amore di Madre le catene della barbarie che si era abbattuta sulla nostra Cittadina.

Quelle Vittime contammo!

Sedici Vittime a cui va ogni anno in questa data, e oggi particolarmente, il nostro ricordo, in cui ci sentiamo spiritualmente più vicini a quella tragica giornata.

Uomini il cui sacrificio va posto tra quelli delle infuocate giornate della Resistenza italiana, nelle quali tanti italiani scrissero col loro sangue poemi di gloria ed epopee di morte.

Uomini che non sono morti invano perché il sangue versato sui campi d’Italia ci ha riscattati dal totalitarismo e, ancor oggi, sono certo, ci parla direttamente al cuore incoraggiandoci ad amare la pace nella difesa della dignità.

Saro BISICCHIA
Sindaco

 

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