ANNALISA MAZZOLDI FINZI-CONTINIRicerche sulla vita familiare nella Sicilia del ‘500: l’Archivio dei Sardo. Estratto da STUDI STORICI LUIGI SIMEONI, vol. XLII (1992), VERONA, ISTITUTO PER GLI STUDI STORICI VERONESI, pp. 55-66.

[55]
L’occasione di poter leggere dei documenti inediti appartenenti ad un archivio privato tanto più è interessante quanto più tale fonte di documentazione risulta particolare e nuova.
L’archivio familiare Sardo conservato presso la famiglia, a Catania, è composto da documenti inediti risalenti a varie epoche storiche; sono ordinati cronologicamente e comprendono testamenti, contratti di nozze, cause legali, gabellazioni, soggiogazioni e un «libro di famiglia» che consta di due volumi acefali rilegati assieme e risalenti al XVIII secolo. Quelli che a noi interessano si riferiscono alla seconda metà del XVI secolo. Purtroppo non sono molti e non hanno continuità cronologica, ma se si tiene conto che i documenti del Cinquecento oggi reperibili nell’area etnea sono rari perchè incuria, calamità naturali, eventi storici distrussero parte delle fonti conservate nelle chiese, presso archivi privati e pubblici, tali testimonianze acquistano un sicuro interesse.
Castiglione di Sicilia, in particolare, dove verso la seconda metà del Cinquecento si stabilì un ramo della famiglia Sardo, subì nel corso della sua storia due incendi, uno avvenuto nel 900 circa ad opera dei Saraceni, l’altro nel sec. XVI, che distrussero parte dei borghi e la chiesa Madre e con essa anche i documenti ivi conservati. Molti ancora andarono perduti perchè nel passato non si ebbe la cura di preservarli dall’umidità e dal degrado conservandoli in una sede adeguata.
L’archivio Sardo è pertanto sotto tale aspetto una fonte preziosa pur nei limiti sopra evidenziati.
Recenti studiosi, quali Carmelo Trasselli, Giovanna Motta, Alberto Tenenti, Virgilio Titone, Giovanni Zalin, Romualdo Giuffrida, Sebastiano Festa ed altri hanno proposto l’importanza storiografica dello studio degli archivi familiari come fonti di documentazione diretta ed originale per la conoscenza particolare della vita, delle consuetudini, dell’organizzazione dei vari gruppi sociali; è in quest’ottica storiografica che è stato svolto il lavoro, cercando di mettere in risalto quelle situazioni, quei personaggi, quegli aspetti della vita quotidiana che sono emersi dai documenti.
Il centro dove un ramo della famiglia Sardo si stabilì nel Cinquecento è, come si è detto, Castiglione di Sicilia, nella val Demone. Uno storico del

[56]
‘500, il castiglionese G. Filoteo Omodei(1) nella sua opera «Descrizione della Sicilia» del 1557 ci lascia ampia testimonianza del luogo. Nel 1399 Castiglione venne dichiarata baronia della famiglia Gioieni nel Parlamento tenutosi a Siracusa.
Nel primo Cinquecento Castiglione contava 447 fuochi. L’economia della zona era essenzialmente agricola come si può dedurre dalle notizie tramandateci dal Crivella (1593)(2) e ancora dall’Omodei, confermate dalla lettura dei contratti agrari e altri documenti della famiglia. Si coltivavano noci, c’erano molti «avellaneti», abbondavano i castagni e le querce che fornivano legname e ghiande, queste ultime utilizzate per l’allevamento dei suini, e poi ancora «ceusi» (gelsi) per la bachicoltura, e bestiame consistente in «jovenchi, vittellozzi, porchi»; v’erano zone adibite a pascolo e più in giù, verso la valle dell’Alcantara, si coltivavano vigneti che davano il rinomato vino del «Mitoggio» e frumento.
E’ qui, in questo angolo della Sicilia orientale, che abbiamo posto l’attenzione per conoscere come poteva vivere una famiglia della nobiltà nella seconda metà del XVI secolo.

GIULIO SARDO: il «PATER FAMILIAS»
Dalla lettura dei documenti i personaggi che sono emersi e che influirono sugli avvenimenti della famiglia nell’arco di tempo che va dal 1542 al 1618 sono Giulio Sardo, il «pater familias», e Caterina de Marco Sardo, moglie del secondogenito Giovanni Antonio.
Giulio Sardo si era stabilito a Castiglione dalla Motta di Camastra, sede baronale della famiglia; era figlio secondogenito del barone Giovanni Antonio Sardo e fratello di Nicola Andrea. Legato da amicizia alla famiglia Gioieni, venne nominato governatore di Castiglione e di Aydone da Giovanni Tommaso Gioieni, feudatario di quelle terre; la nomina risale al 23 dicembre 1542 ed è maturata: «… quod tu  mirabile equitate, et justitia indicibili, tanta moderatione et conti-

[57]
nentia gentes nobis subditas bene recteque gubernastis…»(3). Era una carica importante: il governatore esercitava la giurisdizione civile e criminale: essa conferiva al nostro una posizione preminente nella vita pubblica cittadina riconoscendone le doti personali e politiche. Il governatore sostituiva il signore negli affari di stato, nell’amministrazione della giustizia sul territorio dello stesso per tutto il periodo della sua assenza, vuoi per malattia o per qualsiasi altro motivo. Il governatore ne assumeva tutti i poteri, aveva facoltà di emettere delle ordinanze aventi vigore di legge per tutti i cittadini sottoposti che il signore stesso doveva riconoscere e osservare(4). La scelta della sede di Castiglione fu dunque una scelta oculata. Qui Giulio Sardo ebbe modo di rivestire una carica pubblica di rilievo e più comodamente poteva accudire alle proprietà in Randazzo portate in dote dalla moglie Maria Varisano(5), ai beni della Motta Camastra e qui possedeva, tra l’altro, «una torre… nuovamente fatta a tempi nostri di pietre quadrate, vive e nere»(6). La famiglia Sardo si era stabilita in Sicilia da Pisa verso il 1408, originaria dell’Arborea in Sardegna(7). In Sicilia la famiglia andò acquistando prestigio, sia per le cariche che rivestì, sia per la saggia politica matrimoniale. I Sardo avevano un seggio nel braccio militare del Parlamento del Regno(8); avere un seggio in parlamento per i feudatari minori era un nobilitare se stessi, aumentare di prestigio e di influenza(9).
Il 9 gennaio 1560 Giulio Sardo stilò il proprio testamento. Ciò che ispira la volontà del testatore non si discosta dai documenti simili coevi, si avverte costantemente la preoccupazione di conservare gli immobili, di far valere senza possibilità di equivoci la propria volontà anche «post mortem» e di evitare motivi di contestazione tra gli eredi.
Dopo aver diviso le proprietà e le varie rendite tra due figli legittimi, Giovanni Vincenzo e Giovanni Antonio, avuti entro il matrimonio, si nota «… Item voli che la casitta quali era di ditto Antonio Sanza (…) ci possa stari Joannella Butta ed in quella ci possa stari et habitari Francesco Sardo suo figlio naturali eorum vite perdurante et postia digia perveniri allo ditto magnifico Joanne Antonio Sar-

[58]
do post mortem ditte Joannella et ditti. Item voli che poi la morte di ditto magnifico testatori che ditta Joannella hagia unzi 112 in perpetuum pro anima ditti testatoris et pro servitiis prestitis eidem testatoris per ipsam Ioannellam et hagia lo lettu unde dormi ditta Joannellam»(10). Come ben s’intende, Giulio Sardo riconosce la posizione di una certa Giovannella Butta cui garantisce una rendita e l’usufrutto di una casetta la cui proprietà però rimarrà al secondogenito Giovanni Antonio. Motivo del lascito risulta nella formula «pro anima …»; un motivo religioso e un altro (servitiis prestitis) che ci fa supporre un rapporto molto intimo tra il testatore e Giovannella. Tale formula o altre simili sono frequenti nei testamenti del XVI secolo e stavano ad indicare il legame esistente tra il testatore e la donna beneficiaria del lascito. Questo legame viene confermato dallo stesso documento in cui si attesta che Giulio lascia a Francesco Sardo assieme a Giovannella l’uso della casetta di Antonio Sanza e più avanti conferma la donazione a suo tempo fatta a Francesco «di li Chiani di Cerro et vigna de lo Mitoyo». Riconosce anche una figlia, Agatuzza «figlia naturali di ditto magnifico testatori nata a procreata ex ipso magnifico testatore e ditta Joannella de libero et libera» alla quale lascia «tutti i suoi vitellozzi, juenchi et vitelli, porchi che trovano viventi pro eius anime et maritagio ditte Agatuzze». E’ indubbio che il rapporto tra Giulio e Giovannella era stato di lunga durata, i figli naturali erano stati riconosciuti e Giulio aveva provveduto a dare uno stato dignitoso al maschio, alla femmina quanto riteneva bastare per costituirsi una dote. Molto probabilmente il legame esisteva ancora al momento della stesura del testamento, e questo lo possiamo dedurre anche dalla volontà  di lasciare alla donna «lo lettu unde dormi». Non era inusuale che il testatore lasciasse oggetti o utensili in eredità a qualcuno, ma in questo caso particolare ci appare abbastanza esplicito che quell’oggetto volesse simboleggiare il legame tra i due. Giovannella Butta era sposata ad un certo «miser Nino Bonerba» ed aveva avuta una figlia, Maria, ai quali il testatore lascia una gramaglia di panno «lucubre» di «canni quattro per uno»; tale gramaglia è lasciata a tutti gli altri membri della famiglia e deve essere indossata per il suo funerale. La relazione a quanto pare era nota ed accettata da tutti, anche dal marito della donna.
Trasselli(11), riferendosi all’umanista siciliano Marineo che esaltava la mancanza di freni in campo sessuale presso la corte di Spagna ed i nobili siciliani quale massima espressione della virilità, afferma che tale concezione della vita «non aveva nulla di cristiano, nulla di etico». Sempre Trasselli, rifacendosi a documenti del Cinquecento, afferma che molti erano i figli naturali dei siciliani di ogni condizione sociale; che a Palermo nella seconda metà del Cinquecento «si arriverà all’uso della concubina tenuta ufficialmente accanto alla moglie». E conclude che «remore di carattere religioso e morale sembrano non più esistere». E’ certamente una visione della vita poco aderente alla morale cattolica, in cui etica pubblica ed etica privata sembrano rispondere a codici di vita diversi se non addirittura antitetici. Quella del Trasselli è comunque a nostro parere un’interpretazio-

[59]
ne limitativa di questo aspetto della vita siciliana che era senz’altro accettato come del tutto normale e coerente almeno in certi ambienti, ma che è testimonianza di tutto un secolo non di una società solo siciliana.
Il concubinato era riconosciuto fin dai tempi più antichi dal diritto romano e germanico e la Chiesa aveva invano tentato di combatterlo; il Concilio di Trento richiamò all’osservanza delle norme della Chiesa che lo vietavano, ma appariva molto difficile poter vincere consuetudini così radicate. Il Rinascimento è comunemente conosciuto come l’epoca dei bastardi, tant’è vero che la legislazione e la giurisprudenza avevano dovuto piegarsi alla necessità di trovare dei rimedi giuridici che, almeno parzialmente, regolassero la posizione degli illegittimi(12).
La legittimazione dei figli naturali poteva avvenire in vari modi: per autorità papale o imperiale o era delegata ad altri, come ad esempio ai conti palatini. La legittimazione dei figli naturali poteva consistere anche nella dichiarazione del padre (per lo più nel testamento) con cui si riconosceva la loro qualità di legittimi. Questi provvedimenti avevano come scopo quello di togliere i figli naturali da uno stato di inferiorità giuridica e morale e di inserirli quali eredi del padre per diritto come gli agnati.
La legittimazione poteva avvenire anche per matrimonio, possibile per legge, ma in realtà impossibile perchè, per lo più, le donne madri di illegittimi erano di umile origine e un simile matrimonio avrebbe sconvolto la base sociale del gruppo familiare. Più che esprimere giudizi di ordine moralistico è piuttosto da tener presente come fosse concepito il matrimonio e a quali scopi fosse finalizzato per meglio comprendere questo aspetto della vita del Cinquecento che, come abbiamo visto, non era tipico solo della Sicilia. Il matrimonio assolveva al compito di garantire la continuità della famiglia e la trasmissione «in perpetuum» del patrimonio; doveva salvaguardare lo «status» o migliorarlo attraverso opportune alleanze matrimoniali, si doveva evitare qualsiasi occasione che potesse turbare o stravolgere la solidità del gruppo familiare. Data questa premessa il matrimonio non assolveva alla realizzazione afetivo-sessuale dei contraenti essendo per lo più strumento di politica familiare che testimonia una nobiltà poco dinamica che tende a conservare e a migliorare il proprio stato sociale difendendo anche con questo mezzo i privilegi di casta.
Era consequenziale si creasse un costume di vita che, almeno negli strati sociali più alti, accettava un comportamento sessuale extraconiugale con ampia tolleranza.
Proseguendo la lettura del testamento il testatore, da buon «pater familias», si preoccupa che i beni della famiglia siano garantiti e pertanto dà disposizioni precise perchè il patrimonio immobiliare sia conservato saldo e sicuro; per questo ricorre a divieti di alienazione o altro. Ciò appare anacronistico in un’epoca in cui si vede circolare il denaro, ma conferma l’immobilismo di tale classe sociale che considerava le proprietà immobiliari unico fondamento della propria ricchez-

[60]
za. Solo in un codicillo del 1571 Giulio Sardo permette la vendita di una proprietà lasciata a Giovanni Antonio, ma con la clausola che investa in altra proprietà.
Infine non dimentica i suoi doveri di buon cristiano assegnando vari lasciti a chiese, confraternite e conventi di Castiglione e della Motta di Camastra, stabilendo le modalità del proprio funerale e il luogo della propria sepoltura.
Giulio Sardo non doveva essere privo di interessi culturali se si considera l’amicizia che lo legava a G. Giloteo Omodei di Castiglione, uomo di cultura, dotto di diritto, di cui fu anche «compadre»(13).
Giulio Sardo è, a nostro avviso, un uomo del suo tempo, in armonia con il modello di vita e la cultura del ‘500, senza eccessi di violenza nè, tantomeno, privo di principi etici crisitani. Certamente un modello di vita poco coerente, ma dall’analisi esce il ritratto di un uomo specchio del suo tempo e delle sue contraddizioni.

CATERINA: LA POSIZIONE DELLA DONNA.
Il 6 febbraio 1565 viene redatto il contratto di nozze tra Giovanni Antonio Sardo di Giulio e Caterina de Marco fu Miuccio e di Lucrezia Procopio de Marco. Il contratto è sottoscritto a Messina presso il notaio Bartolomeo d’Angelis. Caterina apparteneva ad una nobile famiglia messinese, aveva 15 anni, portava una dote che potremmo definire senz’altro ricca. Si può immaginare che Giulio Sardo abbia cercato di stringere attraverso i matrimoni dei figli parentele con famiglie nobili ad agiate, secondo la consuetudine del tempo, che vedeva nel matrimonio, come già si è detto, un affare di famiglia piuttosto che una libera scelta basata sul sentimento d’amore. Il figlio primogenito Giovanni Vincenzo sposerà una Gioieni, Ippolita; non abbiamo documenti sulla dote della sposa, ma già il nome della famiglia d’appartenenza è sufficiente garanzia di un buon affare.
Nel contratto si nota che il matrimonio dovrà essere celebrato «ad usum romanorum … per verbum de presenti et muttum consensum» e questo perchè la pubblicità del rito garantiva la legittimità delle nozze.
Definite le modalità della cerimonia nuziale si passa alla dote della sposa. Lucrezia de Marco pagherà allo sposo Giovanni Antonio la dote di 1100 onze così ripartite: onze 200 in «pecunia numerata»; 100 in gioielli e 200 in «robba sponsalitia»; tutto verrà consegnato allo sposo al momento della pubblicazione del contratto nuziale. Le restanti onze 600 «in pecunia numerata» saranno pagate a rate di 50 onze l’anno nell’arco di dodici anni(14).

[61]
La sposa era «virgini in capillo», qualità questa ritenuta essenziale per il matrimonio: la donna ceduta dalla famiglia d’origine doveva essere vergine ed illibata come il corredo nuziale era nhovo fiammante(15). E la verginità aveva un prezzo. Leggiamo infatti nel contratto che Caterina in caso di vedovanza «diggia consequitari et haviri pro suo dotario propter verginitatem admissam unzi centum in pecunia numerata ponderis genuini et propter nuptias»(16).
La famiglia d’origine, nel dotare la sposa, non dimentica di tutelare i propri interessi; in caso di morte di caterina, senza figli e «ab intestato», lo sposo sarà obbligato a restituire «in bonis et in persona» a Lucrezia de Marco e ai suoi eredi tutta la dote fino ad allora riscossa «et digia fari li funerali ad eius expensas»(17).
In caso di morte dello sposo Caterina dovrà riavere la sua dote fino a quel momento versata «tantum cum figli quanto sine filiis». La cautela non era eccessiva; accadeva sovente (e non solo in Sicilia) che la vedova si vedesse rifiutare la porpria dote anche dai figli stessi perchè la dote faceva parte del patrimonio degli eredi. Caterina, come tutte le donne di quell’epoca, era assente come persona giuridica; la condizione in cui la donna veniva a trovarsi era di completa dipendenza dall’uomo; la conservazione della propria dote era fondamentale per mantenere una posizione sociale adeguata al proprio rango. La dote escludeva la donna dall’asse ereditario della famiglia, era l’equivalente della legittima. Il solo patrimonio della donna era la dote, visto che le leggi impedivano donazioni tra coniugi e che la donna era esclusa anche dalla successione patrimoniale del marito(18).
La legislazione aveva tentato di salvaguardare i diritti della moglie nel caso che il coniuge fosse messo al bando, dichiarato insolvente o altro. In tali eventualità la donna poteva ricorrere a parenti, giudici o avvocati per far valere i propri diritti. La donna doveva essere necessariamente forte ed energica. E Caterin lo sarà.
Il 2 settembre 1572 Caterina denuncia il marito presso il barone della Motta di Camastra «quia prafatus magnificus Io. Antonius male usus est substantia sua omniaque dissipando et fuit debitor diversarum personarum …». Giovanni Antonio Sardo viene preso, incarcerato e condannato alla restituzione. Dall’azione legale Caterina otterrà soddisfazione: Giovanni Antonio le darà, per tacitarla, delle rendite « … uncias triginta quinque annales, censuales et rendales quolibet anno solvendas ed debendas per diversas personas dicte terre Castrileonis … nec non uncias centum quinquaginta raubarum albarum, vestium velluti serici, videlicet

[62]
velluti damasci et rasi guarnituum cum auro et argento et domus arnesiorum que arnesia ad presens reperiunt in domo ipsorum iugalium de Sardo …»(19). Per completare la restituzione l marito si obbliga su tutti i suoi beni, sia stabili che mobili, a garanzia di Caterina.
Dopo l’azione legale Caterina entra nell’amministrazione dei beni familiari accanto al marito prima, sola quando resterà vedova. E ancora darà prova di essere donna energica, accorta e previdente. Il ruolo di capofamiglia per una donna non era nè facile nè usuale, soprattutto se la vedova aveva come eredi dei figli maschi. Caterina dal matrimonio aveva avuto qauttro figli: Girolamo, Antonino, Andrea e Virginia.
Il 16 aprile 1593 Caterina sottoscrive presso il notaio Giovanni Matteo Badulato di Castiglione un atto di donazione di tutti i suoi beni mobili ed immobili, usufrutti di censi, diritti bullari e crediti a favore dei figli, suoi eredi. Nella premessa all’atto è evidenziato che: «… Considerans et attendens ad puram affectionem, dilectionem et nimium amorem quam et quem semper gessit et gerit erga don Antoninum, Hieronimum, Andream et Virginiam Sardo eius predilettos filios majores et minores presentes et ad nonnulla acepta servitia, benefizia, merita, honores ac obedientiam ad eis ipsi (s) prestitam et collatam que omnia sunt digna maxxima retributione»(20); con queste parole viene sottolineatoo quanto amore, affetto e dedizione Caterina abbia avuto per i suoi diletti figli; ella è a quel tempo vedova e l’immagine è quella di una madre affettuosa ed amorevole. Non sappiamo quando caterina rimase vedova mancandoci un quasiasi documento cui fare riferimento; ma perchè si punta l’accento sul fatto che fu «buona madre»? E cosa voleva dire allora essere «buona madre»? Era buona madre quella donna che, vedova, teneva unita la famiglia, non si risposava, amministrava le proprietà e le rendite con accortezza,assolvendo al duplice compito di madre e di padre. E nel nuovo ruolo la madre doveva agire con fermezza, imponendosi con la stessa autorità con cui avrebbe agito un pater familias e, in tal modo, garantire la trasmissione dei beni materiali che erano la base economica su cui poggiava la fortuna della famiglia.
Caterina nell’atto di donazione del 1593 non trascura di includere alcune clausole. Ai due figli maggiori, evidentemente piuttosto sfaccendati, pone il limite di cinque anni per l’usufrutto sui vari beni e rendite per mantenersi agli studi e conseguire il dottorato a Catania o a Messina. Se in quei cinque anni avessero perso tempo in «ludis, ut dicitur, di carti o dadi», trascurando così gli studi, l’usufrutto sarebbe passato ai due figli minori, Andrea e Virginia.
Viene prevista l’eventualità di nuove nozze di Caterina; in tal caso essa potrà godere delle proprie rendite, fermo restando l’obbligo che unici eredi rimarranno i figli predetti se dal secondo matrimonio non ne fossero nati altri.
Caterina, ancora una volta, si preoccupa del porprio stato e tutela i propri interessi; come già aveva difeso energicamente la dote dalla cattiva amministrazione del marito, così ora si pone con fermezza di fronte ai propri figli ed eredi, ben

[63]
sapendo come fosse difficile la posizione di una vedova inuna società che teneva in poco conto la figura giuridica della donna.
Nella cultura del ‘500 le seconde nozze erano malviste; la donna che si risposa dimostra di essere frivola e superficiale, avida e dissipatrice della «casa» costruita dal maschio. E non mancavano sull’argomento discorsi di moralisti e di giuristi che alimentavano pregiudizi e luoghi comuni misogini.
Che Caterina avesse intenzione di risposarsi non lo sappiamo, certo è che non furono contratte seconde nozze; è probabile che il carettere previdente ed energico l’abbia portata a tutelarsi anche in questa possibile eventualità. E sembra non curarsi molto dei cattivi giudizi che tale avvenimento avrebbe senza dubbio provocato.
Caterina vuole tutelare la continuità del patrimonio familiare e perciò nell’atto del 1593 vieta di vendere, alienare o soggiogare i beni e le rendite.Ciò sarà possibile solo «… in casu alicuius urgentissime necessitatis vedelicet longene infimitatis et carcerationis et pro eis redimendo a manibus infidelium …». A quanto pare ammalarsi era oneroso anche allora; ed anche andare in carcere costava perchè il mantenimento del carcerato era a sue spese ed in più c’erano da pagare i diritti i carcerazione(21). Viene infine prevista l’eventualità di dover pagare il riscatto «pro eis redimendo a manibus infidelium»; non doveva essere un’eventualità tanto remota se Caterina si preoccupa di inserirla come caso di estrema necessità cui la famiglia dovrà rispondere.

RAPIMENTI  E RISCATTI
La battaglia di Lepanto non aveva debellato definitivamente il pericolo dei Saraceni nel Mediterraneo. Il popolo della Sicilia, e del meridione più in generale, viveva nella costante paura che tale presenza incuteva. Per questo motivo, da secoli, le zone costiere erano andate sempre più spopolandosi e la palude, e con essa la malaria, aveva continuato ad estendersi, rendendo malsane ed incolte vaste aree. I mezzi adottati dai vari governanti per difendere queste zone dal pericolo incombente si dimostrarono inadeguati alle necessità. L’erezione di torri di avvistamento e di segnalazione costiera e le opere di fortificazione litoranee non presentano un carattere di continuità e pertanto sono insufficienti a limitare il fenomeno(22).
In Sicilia tra il 1547 e il 1557 il governatore De Vega fece iniziare lungo le

[64]
coste dell’isola una serie di torri d’avvistameno ed opere di difesa contro le incursioni barbaresche che, seppur dimostrano una costante preoccupazione per la difesa del territorio, anch’esse risultano del tutto inadeguate(23).
Oltre al pericolo di saccheggi, di incursioni e di rapimenti, in Sicilis la situazione economica si andava facendo sempre più pesante. La battaglia di Lepanto del 1571 aveva visto gravare sui siciliani nuove tasse per contribuire all’allestimento di una flotta navale spagnola contro i Turchi; e la Sicilia pagò con sedici galee (24).
Ma ciò non bastò, come di è detto, ad eliminare la minaccia del costante flagello che rendeva insicura la vita  della popolazione. Dal 1575 al 1583 il vicerè Marcantonio Colonna si adoperò per risollevare le condizioni dell’isola provata da molti e gravi problemi e tra questi, non piccolo, quello rappresentato dai Turchi che non solo rendeva malsicura la vita degli abitanti, ma anche comprometteva gravemente la pesca, l’agricoltura, i commerci marittimi, riflettendosi negativamente sulla già povera economia isolana. Con l’intento di far diminuire le incursioni piratesche il vicerè Colonna trattò con i Turchi, ma fu accusato di tradimento e venne convocato a Madrid dal re Filippo II (25).
Per i corsari gli schiavi rappresentavano sicuramente il prodotto più pregiato, anche se non il solo. La loro vendita o il riscatto rappresentava un buon giro di denaro che permetteva ai Saraceni di coprire almeno in parte la passività economica delle città barbaresche.
In Sicilia, in particolare, più che la vendita degli shiavi si praticava il riscatto; il centro di tale attività era a Messina (26). Per il riscatto degli schiavi esisteva addirittura un’organizzazione, la «Compagnia del Gonfalone», un pio istituto, come si diceva a quei tempi, sorto per affrancare i cristiani in cattività (27).
L’organizzazione reclutava i redentori, cioè le persone per mezzo delle quali poter organizzare le imprese in Africa. Spesso venivano scelti dei frati cappuccini, ma talvolta i governatori del Gonfalone si servivano di mercanti o di intermediari. I redentori si avventuravano in Africa con una lista di cristiani da ricercare, con precedenza a coloro che potevano pagare la somma del riscatto.

[65]
Attraverso prestatori cristiani e mercanti del luogo i redentori potevano ottenere aperture di credito di somme in contanti. Poi, nel giro di due-quattro mesi, tali anticipi venivano rimborsati sulle piazze europee per mezzo di lettere di cambio.
Come si può notare il giro d’affari era considerevole e l’eventualità di un possibile rapimetno di un membro della famiglia era reale al tempo in cui Caterina sottoscrive l’atto notarile che abbiamo esaminato. Già nel testamento di Giulio Sardo vediamo menzionato uno schiavo di nome Antonio che viene lasciato in eredità al figlio Giovanni Antonio; evidentemente schiavo convertito e con molta probabilità negro, come il maggior numero degli schiavi a quel tempo.
C’è da chiedersi, a questo punto, come mai Caterina, a differenza di Giulio, faccia preciso riferimento all’eventualità di un riscatto. Le ragioni possono essere due: Caterina, coerentemente, vuol tutelare ogni figlio da eventuali sventurate necessità ed inoltre il fenomeno si era molto aggravato rispetto ai tempi di Giulio. Vediamo infatti che, verso la fine del Cinquecento, accanto a corsari barbareschi, agiscono attivamente anche mercanti inglesi, olandesi, veneziani: ci sono mercanti specializzati nella cattura degli schiavi, altri ancora nel riscatto. Il Mediterraneo, e di conseguenza anche i paesi che ad esso si affacciano, tra la fine del Cinquecento e il Seicento divenne teatro di un confronto di forza tra paesi mediterranei cui vennero ad aggiungersi anche altri del Nord Europa (28).
Caterina aveva dato prova di essere non solo una donna forte ed energica nella difesa dei propri interessi e di quelli familiari, ma cnhe accorta e previdente madre nella tutela di tutti i figli.
Dopo l’atto notarile del 1593 troviamo un lungo silenzio. La famiglia, comunque doveva progredire in prestigio grazie anche alla buona amministrazione di Caterina se ci imbattiamo nel documento del 12 febbraio 1618 con il qauel il sovrano Filippo III concede ai discendenti di Giovanni Antonio Sardo per la fedeltà «in omnibus expeditionibus ac servitium Nostre Rege Corone concernentibus Don Joannes Antonius Sardo majoresque sui se gesserint, te filiosque tuos et Don Joannis Antonii ceterosque successores titulum dignaremur … te Catherinam Sardo, liberosque tuos utriusque sexus ligitimos ac totam illorum posteritatem ligitimama ad titulum nomen et honorem Don extollimus ac ditto titulo et honore decoramus. Itaque deinceps Domina Catherina Sardo sibi appellari liceat nec non filii tui seu descendentes ab eiusdem ac tota illorum utriusque sexus legitima posteritate eorum titulo et honore uti valeant in perpetuum … »(29).
Come si può ben intendere la formulazione ufficiale è generica e non fa capire la reale motivazione della concessione.
Nei primi decenni del XVII secolo il governo di Madrid doveva investire forti somme di denaro per la difesa dell’isola dalla costante minaccia turca e dovendo provvedere ad assestare le casse dello Stato concederà titoli nobiliari, dietro

[66]
pagamento, a quegli ufficiali delle secrezie, del real patrimonio, a quei membri della piccola e media nobiltà che ne faranno richiesta nel tentativo di aumentare di prestigio all’interno della loro classe sociale.
Se Caterina abbia avuto il titolo pagandolo non ci è dato affermarlo mancandoci una qualunque testimonianza o riferimento in tal senso; il documento del 1618 resta a dimostrazione di quel processo di crescita sociale della famiglia che Caterina favorì con il suo impegno. Consapevole che la famiglia era l’unico mezzo che consentiva di avere una adeguata condizione di vita e che dalla conservazione di questa organizzazione dipendeva l’inserimento nel sistema politico e sociale, Caterina agisce non solo per conservare il patrimonio con un’accorta amministrazione, ma farà anche opera propulsiva per aumentarne il prestigio, sensibile al mutare dei tempi e delle necessità.
I beni familiari, basati cone quelli di tutta l’aristocrazia siciliana su rendite feudali ed agricole, non potevano più essere sufficienti ai discendenti; l’immobilismo della feudalità condannava quest’ultima ad una lenta ma irreversibile decadenza. E’ probabile che la coscienza di tale realtà abbia spinto Caterina a indirizzare verso gli studi accademici i due figli maggiori gerolamo e Antonimno affinchè potessero accedere a cariche pubbliche o acquisire qualche prebenda; Antonino diverrà abate a Castiglione, carica che nei secoli successivi verrà più volte ricoperta da discendenti di questa famiglia.
Caterina, per la sua intraprendenza nella difesa del proprio patrimonio dotale prima e nella gestione familiare poi, si discosta dal ruolo tradizionale riservato alla donna, per lo più strumento passivo di strategie familiari, nella Sicilia e più in generale nell’Italia del Cinquecento.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio per la guida preziosa, precisa ed attenta il prof. Achille Olivieri del Dipartimento di Storia Moderna dell’Università di Padova e il dott. Vito Sardo per la disponibilità alla consultazione dell’archivio familiare.”

____________________________

[Qualche appunto.
La Mazzoldi Finzi-Contini, con grande suo beneficio, avrebbe potuto consultare l’archivio storico della Parrocchia. Sulla famiglia e sui suoi membri avrebbe trovato sicuramente qualche riferimento più preciso. Inoltre avrebbe dovuto sapere (sicuramente lo saprà) che l’Archivio della famiglia Sardo, l’originale, si trova nell’archivio storico della Parrocchia. Il dott. Vito Sardo in questi ultimi anni lo ha fotocopiato. Il figlio di Caterina, Antonino, diverrà arciprete di Castiglione nel 1623 e vi rimarrà fino al 1643, anno della morte (in sacrestia si trova il quadro) … Si nota l’assenza di riferimenti precisi alla storia locale. Troppo generici e generali i  riferimenti, con excursus che sarebbero stati meglio in nota: quello sui rapimenti e i riscatti …]


(1) G: FILOTEO OMODEI: nacque a Castiglione di Sicilia verso il 1513 da nobile famiglia che si estinse nel secolo XVIII. Fu dotto studioso di diritto e scrisse su vari argomenti (Aetnae topographia atque eius incendiorum historia, pubblicata nel IX vol. dal Thresaurus del Grevio-Burmann; Vita della beata Chiara di Montefalco, ecc.). La più conosciuta è la Descrizione della Sicilia nel XVI secolo di cui nel vol. XXIV della sua Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, Mons. Gioacchino Di Marzo pubblicò la prima parte. Fu capitano d’armi di Castiglione nel 1567 e intimo di casa Sardo. (S. CORRENTI, La Sicilia del Cinquecento, Milano, 1980, p. 169-170. V. SARDO, Castiglione città demaniale e feudale, Palermo, 1910, p. 146-148).
(2) A. CRIVELLA, Trattato di Sicilia, (1593), Caltanissetta-Roma, 1970. Nell’introduzione A. BAVIERA ALBANESE afferma a p. IX che lo scrittore fu nominato nella sua permanenza in Sicilia Maestro Notaro del Tribunale della visione e revisione dei conti. Il destinatario della relazione del 1593 non è certo perchè nel testo viene indicato con l’appellativo di «vostra signoria»; pare possibile fosse un certo Francesco Daroca (o da Roca) che proprio nel 1593 ricopriva la carica di Consultore del regno di Sicilia ultra Farum.
(3) ARCHIVIO SARDO, Catania, Lettera di don Giovanni Tommaso Gioieni marchese della terra di Castiglione e barone di Aydone a Giulio Sardo, 23 dicembre 1542.
(4) G. VERDIRAME, Le istituzioni sociali e politiche di alcuni municipi nella Sicilia orientale nei secoli XVI-XVII-XVIII, «Archivio Storico per la Sicilia Orientale», II (1905), p. 47.
(5) ARCHIVIO SARDO, Catania, Contratto dotale di Maria Varisano, 1 febbraio 1531.
(6) G. FILOTEO OMODEI, Descrizione della Sicilia, libro I, 1557, p. 75.
(7) V. SARDO, Castiglione città demaniale e città feudale, Palermo 1910, p. 156-158.
(8) G. CARNEVALE, Historie e Descrittione delRegno di Sicilia, Napoli 1591, p. 141 (ristampa anastatica, Lussografica, Caltanissetta, 1987).
(9) V. TITONE, Su alcuni aspetti dell’economia siciliana sotto gli Spagnoli: Capitalismo, censi e soggiogazioni, «Archivio Storico Siciliano», sez. 3, v. 4 (1950-51), p. 259. Sulla società e sull’economia si veda anche G. CONIGLIO, Aspetti della società meridionale nel secolo XVI, Napoli 1978; G. VERDIRAME, Disciplina del lavoro agricolo di alcuni municipi della Sicilia orientale nel Cinquecento, Seicento, Settecento con riferimento alle classi sociali e ai contratti agrari, «Archivio storico per la Sicilia orientale», XV (1918), p. 165-186.
(10) ARCHIVIO SARDO, Catania, Testamento di Giulio Sardo, 9 gennaio 1560.
(11) C. TRASSELLI, Prodomi del Cinquecento in Sicilia, «Clio», 5 (1969), p. 335.
(12) N. TAMASSIA, La famiglia italiana nei secoli Quindicesimo e Sedicesimo, Milano 1911, p. 220-242 (ristampa anastatica, Multigrafica, Roma 1971).
(13) S. CORRENTI, La Sicilia …, p. 171.
(14) NOTA: il pagamento rateato ricorre molto spesso nei contratti dotali dell’età moderna, segno del depauperamento non solo della classe feudale, ma di un malessere economico di tutta la Sicilia. (Cfr. G. MOTTA, Strategie familiari e alleanze matrimoniali in Sicilia nell’età della transizione, Firenze, 1983, p. 98-100). Sulle doti e sulla condizione della donna si confronti anche: M. BELLOMO, La condizione giuridica della donna in Italia. Vicende antiche e moderne, Torino 1970; M. KING, La donna nel Rinascimento, Roma 1991; M. SA-[61]LOMONE, Le pompe nuziali e il corredo delle donne siciliane nei secoli XIV-XV-XVI, «Archivio storico siciliano», a. 1, n.s. (1876), p. 209-240.
(15) CH. KLAPISH-ZUBER,La famiglia e la donna nel Rinascimento a Firenze, Roma, 1988, p. 204.
(16) ARCHIVIO SARDO, Catania, Contratto matrimoniale di Caterina Procopio de Marco, 6 febbraio 1565. NOTA: era una specie di risarcimento, un vro e proprio «pretium verginitatis» (Cfr. G. MOTTA, Strategie familiari…, p. 99).
(17) ARCHIVIO SARDO, Catania, Contratto matrimoniale …
(18) N. TAMASSIA, La famiglia italiana …, p. 207.
(19) ARCHIVIO SARDO, Catania, Causa restituzione dote, 2 settembre 1572.
(20) ARCHIVIO SARDO, Catania, Atto notarile 12 aprile 1593.
(21) G. VERDIRAME, Le sitituzioni sociali e politiche …, p. 21.
(22) F. RUSSO, Le incursioni saracene e le torri costiere del XVI secolo, «Universo», a. 62 (1982), p. 33-76. Sul problema della schiavitù e sulla situazione del Mediterraneo nel XVI secolo si confronti anche: C. AVOLIO, La schiavitù domestica in Sicilia nel secolo XVI, Firenze 1888; F. BRAUDEL, Civiltà ed imperi nel Mediterraneo nell’età di Fiippo II, Torino 1953; G. MARRONE,La schiavitù nella scoietà siciliana nell’età moderna, Caltanissetta-Roma 1972; A. TENENTI, I corsari in Mediterraneo all’inizio del Cinquecento, «Rivista storica italiana», a. 72 (1960), p. 234-287; A. TENENTI, Venezia e i corsari: 1580-1615, Bari 1961.
(23) S. CORRENTI, Cultura e storiografia nella Sicilia del Cinquecento, Catania 1972, p. 13.
(24) NOTA: l’interese di tenere sotto controllo l’impero ottomano spingeva, com’è noto, Venezia e Spagna ad allearsi contro un comune nemco. La flotta cristiana, che salpò da Messina il 7 ottobre 1571 sotto il comando di don Giovanni d’Austra, riportò la vittoria di Lepanto, non sfruttata adeguatamente perchè la Spagna non intendeva favorire un rafforzamento di venezia nel Mediterraneo e nell’Adriatico in particolare. Per questi interessi politici in cui si venne ad essere coinvolta, la Sicilia non trasse alcun vantaggio concreto dallo sforzo militare ed economico sopportato (cfr. F. LANE, Storia di Venezia, Torino 1978, p. 289).
(25) S. CORRENTI, La Sicilia …, p. 23.
(26) G. ANASTASI MOTTA, La schiavitù a Messina nel primo Cinquecento, «Archivio storico per la Sicilia orientale». a. 70 (1974), p. 310.
(27) G. ZALIN, Traffici e schiavi nel Mediterraneo tra Cinquecento e Seicento, «Archivio storico italiano», a. 141 (1983), p. 469.
(28) A. TENENTI, Schiavi e corsari nel Mediterraneo orientale intorno al 1585, in Miscellanea a cura di R. Cessi, Roma, II (1958), p. 173-186.
(29) ARCHIVIO SARDO, Catania, Concesisone del titolo nobiliare di Don e Domina, 12 febbraio 1618.


***

Annalisa Mazzoldi Finzi-Contini: “L’ultima luce della sera” | Padova Cultura

Incontra l’autore, presso la Biblioteca Valsugana della Sala Consiliare del Quartiere 6 ovest.

Martedì 21 dicembre alle ore 21:00 la padovana Annalisa Mazzoldi Finzi-Contini, autrice del romanzo L’ultima luce della sera, una storia vera nella Sicilia del ‘500, presenterà  al pubblico il suo libro.

A Castiglione di Sicilia, nei pressi dell’Alcantara, vicino a Taormina, si stabilì da Messina nel 1565 la quindicenne Caterina de Marco, dopo il matrimonio combinato dalle famiglie con Don Giovanni Antonio Sardo.

La sua vita di sposa si svolgeva nel monotono scorrere del tempo, fino a quando gli eventi non la costrinsero ad agire non solo per salvare se stessa e l’onore della famiglia, ma anche per aumentarne il prestigio.

Per la intraprendenza nella difesa del patrimonio dotale prima e nella gestione familiare poi, si discosta dal ruolo tradizionale riservato alla donna, per lo più strumento passivo di strategie familiari nella Sicilia e più in generale dell’Italia del ‘500.

Annalisa Mazzoldi Finzi-Contini è nata a Padova e vive ad Abano Terme.
Ha vissuto a Roma e a Catania; è ritornata a Padova dove si è laureata in Lettere discutendo una tesi sul Teatro Verdi.
Si è dedicata all’insegnamento nelle scuole medie a Padova, Galzignano, Arcole, Montorio Veronese e infine Abano Terme.
Ha avuto l’occasione di commentare i documenti dell’archivio dei Sardo di Catania e per questo motivo si è appassionata alle loro vicende e ha pubblicato un saggio sulla rivista storica “Studi Storici Luigi Simeoni”, Verona, Vol. XLII, (1992) e in un secondo momento ne ha tratto liberamente il romanzo L’ultima luce della sera


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.