[Chiesa “Santi Pietro e Paolo”- Castiglione di Sicilia | Antonino BonaccorsiQuadro di San Giacomo]


[Sac. Antonino Calì Sardo – Aprile 1864]
Fonte: CLAEParrocchia δ – Documenti vari. Ms. ff. 8a-fr+v. Aprile 1864. Discorso all’Accademia degli Zelanti di Acireale del Sac. Antonino Calì Sardo, fratello dell’arciprete Gianbattista Calì Sardo, sul quadro di S. Giacomo di Antonino Bonaccorsi realizzato per la Chiesa Madre di Castiglione nel 1861.


[8ar]
“Su di un dipinto di Antonino Bonaccorso da Aci Reale –

Poche parole del Socio attivo degli Zelanti Sac. Antonino Calì Sardo –

La pittura si è un dono di Dio – S. Francesco di Sales
Etendart de la Sainte Croix – L. IV; chap. XIII.

Signori –
Scrivendo per Accademie ogni esordio, al par che nello Areopago Ateniese,
metter dall’un dei lati si dovrebbe, imperocchè in quel convegno di sa=
pienza, primo nell’orbe a quei tempi, non cercandosi che la semplice tranquil-
la verità, l’oggetto del ragionare in espressioni semplicissime enunciavasi, e
difilato in argomento ingresso si faceva. Così in quest’oggi a vostro meritato
omaggio da me osservato sarebbesi, se due preggiudizî rimuover non avessi do=
vuto. –
Io scriverò pel dipinto celebre del concittadino nostro Bonaccorso, eseguito
di commissione di mio fratello parroco di Castiglione[1], e per quella Chiesa
madre. E siccome dir mi si potrebbe: perchè questa fatica? Vuoi tu portare,
diremo con gli antichi, della legna al bosco, delle nottole ad Atene, dei vasi
a Samo? Non si scrisse con eloquenza, e con senno dall’egregio P. Mi-
chelangelo Leonardi sull’argomento da te prescelto? Tu esser non potrai che
un plaggiario di lui. –
Ed al primo rimprovero io rispondo, che superfluo non si è il mio dire:
Il P. Michelangelo scrivea per filantropo bellissimo casino de-
gli operai, nella patria nostra nuovamente eretto, ed io scrivo perchè
memoria di tal dipinto nell’Accademia nostra si conservi.
Al secondo rimprovero francamente rispondo, che l’esser plaggiario del

 

[8av]
P. Michelangelo risultar non potrebbe che a mio onore, e tale, che se qualunque
altra ragione al mio dire difettata si fosse, questa sola determinato mi vi
avrebbe, ed eccomi in argomento.
Il dipinto di che è parola quel tratto di evangelica storia rappresenta in
cui Gesù Cristo insegnamento dà di umiltà e di senno insieme nelle dimande,
alla occasione che la madre dei figli di Zebbedeo Giacomo, e Giovanni, e di
conserva ai figli suoi medesimi prega G. C., che un di loro nel regno di lui a de-
stra del suo trono sedesse e l’altro a sinistra. Ad apprezzare però la tela
del Bonaccorsi nella sua composizione, cui precipuamente mie parole son di-
rette, pochi cenni sul sacro istorico tratto è necessario si premettano –
Volgea G. C. suo camino ver Gerosolima insieme ai dodici suoi discepoli, e se-
guito pure dalla madre dei Zebbedei Giacomo, e Giovanni. Egli precedeva, ed
i discepoli stupivano, poichè capir non sapevano come tanta fretta egli si desse
di pervenire a quella Città, nella quale, predetto lo avea, patire e mori cro-
cifisso egli dovea. Non ben comprendevano qual fuoco di carità nel cuor di lui
dovampava al complemento dell’umano riscatto. Si fù in quella via, che
la madre di Giacomo, e di Giovanni si accostava a Gesù e con i figli suoi lo
pregava dei primi due posti nel regno di lui per Giacomo uno, per Giovanni
l’altro.
Gesù a Giacomo ed a Giovanni rispondeva, che non sapevano quello che dimanda-
vano: Potrete, soggiungeva loro, bere il calice che io bevo ed a bere continuerò, ed
essere battezzati del battesimo di cui io sono battezzato? Il possiamo, eglino ri-
spondevano. Gesù loro diceva: Berrete al certo il mio calice: del mio battesimo sa-
rete battezzati, ma il sedere alla mia destra, o alla mia sinistra non si appartiene

 

[8br]
a me il concedervelo, ma a coloro cui dal padre mio è destinato. –
Udito ciò i dieci si adirarono contro i due fratelli. –
Ogn’un conosce che, a differenza dello storico e del poeta, il pittore nella sua
tela un momento soltanto, una situazione sola, punto unico di scena può
scegliere, disposto sì in guisa che lo spettatore a quella pittura conoscer
possa, e l’azione che presentasi, e ciò che quella azione ha precesso, e ciò che
siegue. Niun dubbio che pari a pittura è poesia = Ut pictura peosis =
dicea il Venosino, però si è sempre vero, come egregiamente dal Calsabigi
nella lettera ad Alfieri si illustra, l’epopea di scene moltissime si gode,
la tragedia di numero minore, la pittura nella sua tela una scena
soltanto trattar può, e quello che l’epico narra in un libro al leggitore, il
pittore bisogno si avrebbe di cento e mille quadri ad esprimerlo; e noi abbiam
fra mani, in mezzo ad esempî moltissimi, i cento venti quadri del Flasman[2],
nei quali le situazioni più cospicue della Divina Commedia agli occhi
dello spettatore vivamente divisansi, e parlando così agli occhi, d’interesse
altissimo risultano quelle scene divine –
Il dipinto del Bonaccorsi si è in figura rettangolare, di palmi
siciliani quattordici con dieci: i lati maggiori sono i verticali, e le fi-
gure dei personaggi tutti al numero di quattordici, sono alla grandez-
za naturale. –
Il nostro pittore nel suo lavoro erasi fermato in prima alla espressione
di quel momento della storia evangelica in cui Gesù risponde alla ma-
dre ed ai figliuoli di lei, che non sapevano quello che dimandavano.

 

[8bv]
La posizione ed i gesti suoi erano di rimprovero: la madre alla sinistra
di lui genuflessa, e con le mani giunte pregava: pregavan pure a destra
i figliuoli suoi, ma non genuflessi. Gesù col gesto della destra, e con la sinistra
abbassata esprimeva il rimprovero dell’ignoranza impertinente di quella
preghiera: nescitis quid petetis: i discepoli in varî gruppi dietro di Giacomo,
e di Giovanni e dietro la Zebbedea mostravano sdegno contro i due che a
quei posti di dominio ambivano: Pietro appresso a sinistra della Zebbedea
di tutta veduta più degli altri discepoli esprimeva lo sdegno suo. –
Tuttociò pertanto stava solo contornato a gesso; ma la mente del
Bonaccorsi non riposava. Egli pensava a situazione più elevata,
trattar voleva egli il sublime di quella scena. E dopo non pochi
studî e non pochi saggi venne finalmente a produrre il mirabile
lavoro, da tutti osservato, e nello studio di lui, e nel salone degli ope-
rai, e meglio infinitamente in Castiglione, dove per la luce op-
portunissima per la situazione sopra l’altare, e lievemente
a specchio, decorò quella Chiesa da superare l’aspettazione di tutta
quella cittadinanza; ed eccomi alla descrizione del quadro. –
La scena si è in aperta campagna, e nella strada sotto le mu-
ra di Gerosolima. Nel fondo del quadro a sinistra ed in distanza
tu vedi le alte e grosse mura di cinta di quella imponente capita-
le, di gusto architettonico traente dal colossale Egiziano, ag-
giunto alle forme dei Cananei, mura tutte merlate proprie alla
difesa militare di quei tempi, nei quali le armi bianche solo

 

[8cr]
ed i sassi in battaglia adopravansi, mura grossissime ed alte e di massi
regati costrutte, da rendere inutili i colpi del nemico ariete; ed a par-
ticolarizzare la scena dal pittore albero di palma a lato vi si appose,
proprio di quel clima, cioè della Palestina. E lungo il muro praticata
vi si vede maestosa porta, per cui ingresso si ha in quella un tempo
metropoli gloriosissima. La città è nascosta dal muro, ma non sì che
al di sopra ed a maggior distanza le sommità non si mirino del
gran tempio, che sebbene non l’imponentissimo unico al mondo per
magnificenza dal re Salomone di presso a dieci secoli avanti eretto,
grande tuttavia si era e di magnificenza non privo, ed oggetto di
cammino all’Ebreo per visita annua secondo la mosaica legge. –
Allo innanzi della tela quasi al centro ed in prima figura si vede
il Cristo, quale con senno del pittore a piramidare il quadro su gli
altri personaggi sì innalza: alla destra di lui Giacomo ed indi appres=
so Giovanni. Alla sinistra del Cristo la Zebbedea ancor genuflessa
che ha pregato, ed a lei di seguito al termine del quadro vedesi in
tutta la persona Pietro di forte sdegno compreso, e verso di lei
lievemente curvato con la destra in atto di cacciarla da quel
luogo[3]. Dietro di Giacomo e di Giovanni in fondo al quadro e
dietro la Zebbedea e di Pietro pure in fondo al quadro gli altri
dieci discepoli in varî gruppi, tutti esprimenti sdegno, o che
hanno intessa la preghiera per Giacomo e Giovanni, o che
si affollano per conoscerla più precisa.

 

[8cv]
Si è questa la composizione del quadro, e si è mio debito secondo
mie forze rivelarne i preggi singolari che lo distinguono, e da riporlo
senza timor d’iperbole fra le prime dell’arte bella la pittura, e da
riscuotere ammirazione anco nel tempio Cassinese di Catania, ed al
Palazzo Pitt [sic] in Firenze, ed al Vaticano in Roma: a tal sommità col
quadro in esame il nostro Bonaccorsi si innalza!
La pittura secondo l’espressione del Cesarotti, l’arte si è di raddop-
piar la natura, e tutto è natura e tutto è verità nella tela del
Bonaccorsi. Il Cristo vi si vede come centro, cui tutti i personaggi
con i movimenti loro, tutte le parti del quadro concorrono a formare
quella interessantissima caratteristica del bello, cioè l’unità di azione.
Sit quodvis simplex dumtaxat et unum – Horat. –
Nulla froda l’interesse principale, nulla distrae l’attenzione e
l’affetto, è direi col Boileau pel Bonaccorsi quello che quel critico
dicea per Omero poeta sovrano: Ogni verso, ogni detto corre allo
scioglimento
Il Cristo ricchissimo di tutte immaginabili e gravi bellezze,
esprimente soavità ineffabile in quella risposta quantunque
di negativa, si raccomanda all’occhio dello spettatore, secondo la
parola di Sant’Agostino, più nella sua Divinità che nella
umanità, volto ai due discepoli che lo avean pregato, in estasi su-
blime con la destra e con gli occhi al Cielo, e on l’indice al Padre
diretto[4], e con la bocca lievemente aperta dice: Quibus paratum est

 

[8dr]
a Patre meo: Signori: quì la bellezza del dipinto riman di sopra alla
forza della parola, e l’occhio solo dir può e conoscere la maestà altissima
del Dio che parla nel pennello del Bonaccorsi –
Risultamento di alta Filosofia si è la posizione della sinistra del Cristo
rivolta alla madre di Giacomo e di Giovanni, e distesa in atto di conceder
grazia nella realità, e che nel negar concede, direbbe il nostro Filicaja.
Il Cristo così, il protagonista dell’azione, riunisce a se la scena tutta, che
come sopra cenno si fece, mirabile unità nell’azione si ammira, e
qui soggiungiamo unità mista a varietà. –
La Zebedea istessa attrae i nostri sguardi. Essa avea pregato con le
mani giunte, con le dite tutte ristrette e con materno veemente amore.
Vedesi ancor genuflessa a differenza dei figli di lei, i quali ritti nella per-
sona # pregato avevano, nè bene intendevano l’oggetto della preghiera,
salvo uno stimolo di vana ambizione: quis eorum videretur esse major :
leggesi nel Vangelo: Ma Gesù risponde in pria: nescitis quid petatis;
La inaspettata sentenza del Cristo conturba il volto della Zebedea:
il guarda arrossista [sic] il volto, cambiasi pur di colore, dir vorrebbe e non
può: le sue mani in pria giunte, senza che essa se ne avvegga di sepa-
rano: i diti, riuniti in prima or dispiegansi a raggi che fan corona:
la sinistra cade più bassa, come nem forte, della destra, e questa quasi
in atto di accompagnar col gesto la parola, che rimane non proferta –
Giacomo a destra del Cristo presentasi con gli occhi immobili in atto di
meditare le parole sublimi, e di vita eterna del maestro: Giovanni
compreso di maraviglia e di amore inesprimibile con le braccia con-
#
al par di Moisè sul
colle che prega di vit-
toria al popolo eletto
in battaglia con A-
malec, di Salomone
nel tempio al cospetto
d’Israele, del sacer-
dote nostro all’altare

[8dv]
serte al seno, fissa il volto e gli occhi riverenti al maestro che parla, e leggiero
rossore tinge quel volto bellissimo giovanile, e medita la risposta dell’amabile
ed amato maestro suo –
Il movimento del Cristo si è verso Gerosolima, il che dalla direzione di sue
piante viene indicato: si ferma nella persona volgendosi alla Zebedea che pri-
ma pregato avea, ed il volto ha indi diretto ai due figli di lei che la preghiera
continuato aveano –
Tutto quì si vede senza bisogno di farne lo spettatore avvertito.
Si diceva: perchè nudi i piedi del Cristo? Leggiamo nell’Evangelio che
S. Giovanni Battista protestava, lui non esser degno di sciogliere le corregge
delle scarpe del Cristo. Dunque conchiudevasi, il Cristo calzato pinger si do=
vea –
Alla difficoltà istorica si rispondeva coll’Abbulense: che fra i dotti tutti
non stà controversia, G. C. camminare a piè nudi, e che la parola di
Giovanni Battista esser potea una metafora, nata dall’uso giudaico, che
solo i grandi di quella nazione conducean seco degli schiavi, i quali
portavan sotto le ascelle i calzari dei padroni loro. Allo ingresso di questi ultimi sia nel tempio, o in altro luogo di rispetto, faceansi calzare dagli
schiavi, e all’uscire scioglier le corregge e discalzare facevansi dagli schia-
vi medesimi.
Ed aggiungere ben si potrà, che nel linguaggio di Giovanni Battista =
la metafora dimorava al dir del Cesarotti nelle sue osservazioni al
Demostene, nello stato d’indizio; sicchè il Battista ad esprimere la
sua bassezza in confronto al Cristo che Dio si era, lui non esser degno, dicea
di sciogliere a quello i legacciuoli delle scarpe –

 

[8er]
Signori: Parlando del Bonaccorsi pittore un qualche cenno sulla storia di
quell’arte bella soggiungere avrei potuto precipuamente in Italia, ai tempi di
risorgimento delle lettere e delle arti belle sotto Leon X in Roma, e sotto la
Medicea famiglia in Firenze, ai tempi del Bonarroti, del Sanzio, del Tiriano, del
Reni, del Correggio, del Vinci, del Tintoretto ed altri parecchi; ma cosa enunciata
avrei che da voi ignorata si fosse? E se alcun che detto avessi dei pittori di
patria nostra precipuamente dei sommi Vecchio e Vasta, ripetitore inutile
non sarei stato delle parole dei socî nostri Mariano Grasso, e Cav: Lionardo
Vigo, dopo dei quali non può dirsi né più, né meglio?
Senno m’impone dunque, dico con Alfieri, che ritorno al Bonaccorsi primo
al certo fra tutti i coltivatori nella patria nostra, e non secondo ad alcuno
fra i viventi nell’Italia tutta dell’arte bella la pittura: a niuna
scuola appartenente, solo a quella del genio che dimostra il vero.
E sebbene parola detta non avessi sulle dolci piegature naturalissime
delle vestimenta, sull’ombrare, sulla verità e vivezza del colorito, preg-
gi che si veggono nei risultamenti all’occhio dello spettatore, sia che
di proposito a mirare il quadro di accosti, sia che pensierato innanzi vi
passi, e né l’uno né l’altro dal rimirare finisce; e se discostati, voglioso
di nuovamente osservare al quadro ritorna. E ben con alto compiaci-
mento può dirsi non esser la tela del Bonaccorsi fra quelle di cui dice
il Venosino:
Haec placuit semel;
ma fra quelle altre secondo la parola del Venosino istesso:
Haec decies repetita placebit. –

Sac. Antonino Calì Sardo – Aprile 1864 – ”

[8ev]
Bianco

[8fr]
Bianco

[8fv]
Bianco


Sac. Antonino Calì Sardo Dipinto di Antonio Bonaccorsi Acireale, Pinacoteca Zelantea

Antonino Bonaccorsi Dipinto di Paolo Leonardi. Acireale, Pinacoteca Zelantea


[1] Cfr. Registro S. Pietro – Conti dal 1817 al: “Al Pittore D. Antonino Bonaccorsi per lo quadro di S. Giacomo, accordato per onze 200: dati a conto [onze 30]” “Tela per detto quatro [onze 4]”, f. 144r; “Al Pittore Buonaccorsi [sic] in saldo del quadro di S. Giacomo [onze 170]”, “Complimento in dolci fatto allo stesso [onze 3. 2]”; “Cilindro ove s’avvolse il quatro sudetto [2. 10. 12]”, “A tre facchini che portarono il quatro sudetto [onze 1. 3.]”, “Carrozza per venuta e ritorno del Pittore [onze 2. 6]”, “Al Giovine del Pittore complimento [onze 1. 18.]”, “Per velo, ferro etc. al quatro di S. Giacomo [onze 2. 25]”, f. 145r.

[2] GIOVANNI FLAXMAN, Atlante Dantesco, (Da poter servire ad ogni edizione della Divina Commedia ossia l’Inferno il Purgatorio ed il Paradiso. Composto dal Signor –. In tavole 120  intagliate in rame. Dedicato a S. E. il Marchese D. FRANCESCO SAVERIO DELCARRETTO, maresciallo di campo, Ispettor Generale Comandante in capo della Gendarmeria Reale, Ministro Segretario di Stato della Polizia Generale ec. ec. ec.), NAPOLI, Presso GAETANO NOBILE, Nella Libreria all’Insegna di Tasso Via Concezione a Toledo n°. 3, 1835, pp. 20 + Tavv. 120.

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