«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.» (Il Gattopardo)

La cosa più ragionevole che l’ente pubblico (COMUNE), unico e legittimo proprietario dell’ex Monastero Benedettino, può fare è mettere sul mercato l’immobile. Utilizzarlo nel modo attuale, rendendolo disponibile ad una fittizia fondazione (ultima geniale trasformazione linguistica da quando l’Orfanotrofio ‘Regina Margherita’ ha realmente concluso la sua esistenza, sul finire degli anni ottanta) oltre che un danno economico è anche un grande affronto verso la storia e il buon senso. Nel 1886 si pensò di chiamare le Figlie di S. Anna per la fondazione di un Orfanotrofio. Il due settembre 1996 le Figlie di S. Anna hanno lasciato definitivamente Castiglione di Sicilia. Ma già da alcuni non esisteva più l’Orfanotrofio ‘Regina Margherita’. Eppure da allora tutto è continuato e continua come se l’Orfanotrofio ci fosse. (E’ probabile che  sui conti bancari risulti ancora tale denominazione …). Perché nessuna Amministrazione comunale da allora in poi non ha mai pensato di utilizzare in modo conveniente un immobile che rimane completamente sprecato per le sue reali possibilità? Si susseguono nuove etichette per non perdere forse qualche altra cosa? Sì! Tre volte SI’!!!

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Ed è proprio qui lo scandalo dove proprio la Parrocchia (e la Diocesi) costituiscono la parte più insopportabile perché ci si aspetterebbe non solo correttezza (il minimo) ma adesione reale alla verità! In pratica: per mantenere i beni lasciati al fu Orfanotrofio ‘Regina Margherita’ dall’Avvocato Paolo Zingali Tetto, sì è disposti a rifare ancora una volta uno Statuto (20/12/2016, Notaio Paolo Di GIORGI di Catania): con quali nuove finalità? Bisognerebbe leggere i  17 articoli. E se non ci fossero questi beni? E se questi beni, di fatto, dovevano in coscienza essere già restituiti agli eredi Zingali Tetto o alla Prefettura alla cessazione effettiva dell’Orfanotrofio? E se erano stati assegnati per un scopo pubblico, non più privato come risulta di fatto la nuova fondazione (già dal 03/04/2006)? Ma poi: una Fidecommisseria (ma ha ancora più senso?) che ha alle spalle un Parroco pro-tempore e altri soggetti in qualche modo legati all’abate Coniglio può in coscienza fare una simile operazione? Ammettiamo che lo possa (l’ha fatto!!!): ma cosa c’entra in queste nuove condizioni l’ex MONASTERO BENEDETTINO destinato con deliberazione del primo luglio 1883 del Consiglio Comunale di Castiglione di Sicilia alla Fidecommisseria Coniglio per fondarsi un Orfanotrofio femminile? In verità: nel primo  Statuto del  20 aprile 1884 viene ceduto alla Fidecommisseria l’ex convento dei Carmelitani … In concreto: i beni che la Fidecommiseria Coniglio (arciprete pro-tempore, eredi Di Carlo) avrebbe dovuto gestire a vantaggio di chi previsto nel testamento (1664-1666!!!) proprio con la fondazione dell’Orfanotrofio femminile nel 1884 vengono totalmente investiti nel nuovo ente (cfr. Statuto 1884. Transazione 21 dicembre con il Comune di Mineo. Cfr. SARDO, p. 196, nota (3): “(3) Per iniziativa del Rev. defunto Arcipr. D. Vincenzo Sardo Turcis, Antonino Di Carlo e signor Rosario Saglimbene Fidecommissarii del Coniglio, e del Cav. Gius. Sardo Avv. e Consulente legale delle chiese, i denari di Mineo furono, con nobile idea, devoluti a questo Istituto.“).

Da allora la vita della Fidecommisseria è legata di fatto solo all’esistenza dell’Orfanotrofio! Essa di per sé dovrebbe essere definitivamente morta (la FIDECOMMISSERIA!) con la fine dell’ente morale (ORFANOTROFIO) in cui aveva investito quanto ormai rimaneva della plurisecolare eredità CONIGLIO! PARLARE ANCORA OGGI DI FIDECOMMISSERIA E’ SEMPLICEMENTE UN PURO CONTROSENSO!!!. Arciprete pro-tempore ed ‘eredi’ Di Carlo non hanno più NULLA DA GESTIRE SOTTO IL NOME DELLA FIDECOMMISERIA CONIGLIO IN QUANTO LEGATA STRETTAMENTE ALL’ESISTENZA DELL’ORFANOTROFIO REGINA MARGHERITA! Ma: ecco l’intralcio!!! L’Avvocato! … Perché perdere i suoi beni? Se la trafila legale può conoscere infinite strade (bravi commercialisti [magari una consorella, castellana], notai, avvocati, personaggi influenti, funzionari distratti o compiacenti, l’amico, l’imprenditore…), una fondazione che pretende di presentarsi nella propria comunità come segno di solidarietà, di crescita morale e culturale può così facilmente cadere preda del luccichio delle arance o dell’odore amabile di una buona ricotta o provola o di un tenero agnellino? … Tanto, poi: basta cambiare tutto perché tutto resti come prima! Si lamenterà l’Avvocato? L’Avvocato sicuramente no. E questa Comunità? Non merita rispetto? E i suoi cittadini devono restare comunque e sempre all’oscuro? E nessuna opposizione può far sentire la sua voce nei luoghi più adatti? E ciò che nasce da una delibera (primo luglio 1883) non può essere annullato da altra delibera che risponda ai bisogni del tempo? E può un uomo di chiesa, una parrocchia fare da paravento? Quale credibilità? Garibaldi ha preso i voti? Ognuno in fondo ha sempre quello che si merita …  Già: probabile che la Fidecommisseria Coniglio abbia pure cambiato nome, senza che se ne sia accorta, e sia diventata Fidecommisseria Zingali Tetto! Immaginate che proprio un Testatore, Avvocato, abbia inserito nel suo Testamento un lascito senza condizioni? Nessun uomo di buon senso (compos sui) lo farebbe. E allora è proprio il caso che la Fideccommiseria Coniglio/Zingali Tetto mostri quanto scritto nel testamento di quest’ultimo. Da qualche parte si troverà pure …

L’Avvocato Paolo Zingali  Tetto …

In Via Etnea 742 a Catania  si trova la Villa Zingali Tetto, sede del Centro Biblioteche e Documentazione (Cbd) dell’Università di Catania. La facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania gestisce annualmente un Premio di Laurea “Paolo Zingali Tetto”. L’Università di Catania gestisce un bene pervenuto nel 1975 in modo reale, comune, produttivo. 

E’ moralmente accettabile che una ‘fondazione’ continui a gestire beni lasciati dall’Avvocato Paolo Zingali Tetto (azienda agricola e pastorizia c.da ‘Castellana’, Lentini) per l’Orfanotrofio Regina Margherita? E’ moralmente accettabile che una ‘fondazione’ (libera di esistere) continui ad usare un bene comune totalmente sproporzionato alle sue concrete esigenze? (progetto S.A.N.A., progetti vari, attività culturali-ricreative, festicciole di compleanno, presentazione di libri, notti romantiche, …).  La ‘fondazione’, o chiunque pensa di essere erede dell’Orfanotrofio o addirittura dell’Abate Coniglio,  può andare dove vuole: una stanzetta 4×4 le sarebbe più che sufficiente! Non si può ingenuamente confondere o assimilare Fidecommisseria Coniglio, Opera Pia Sac. Giuseppe Coniglio, Opera Pia “Istituto Orfanotrofio Casa delle Fanciulle Regina Margherita”, Fondazione “Istituto Orfanotrofio REGINA MARGHERITA” , Ostello Regina Margherita  o altra diavoleria che possa venire in mente con il Monastero!

Il cinque novembre 2017, dopo la cerimonia di presentazione nella chiesa madre del nuovo amministratore parrocchiale, il Vescovo diocesano ha visitato la ‘fondazione’: si è recato con tutta la comitiva nell’ex Monastero Benedettino, sede dell’ex Orfanotrofio Regina Margherita, per festeggiare il nuovo pastore. Il presidente ha gentilmente messo a disposizione della comunità parrocchiale i locali della ‘fondazione’. E’ probabile che in tale circostanza S. E., in tutta buona fede (di solito abbastanza illuminato), abbia immaginato che l’ex Monastero sia una sorta di dépendance della parrocchia, tanto più che il presidente della ‘fondazione’ Le è  forse noto per essere uno dei principali collaboratori della Parrocchia stessa, forse, insieme ad un ristretto cerchio magico, l’effettiva longa manus nella gestione della parrocchia stessa. Si pone S. E. il problema morale di come giustificare la presenza di fatto della parrocchia (e dunque anche la responsabilità della Diocesi) in una situazione in cui: a) tale ‘fondazione’ non può vantare assolutamente alcun diritto soprattutto nei confronti dei beni lasciati dall’avvocato Paolo Zingali Tetto per uno scopo oggi realmente inesistente e obiettivamente estinto (Orfanotrofio); b) tale ‘fondazione’ si trova di fatto a gestire un immobile (ex Monastero Benedettino, soppresso e passato in mano al Comune) totalmente sproporzionato alle sue finalità (in questo l’omissione è da addebitare all’amministrazione locale!!! Se poi risultasse di totale evidenza che l’attuale (giugno 2017) è frutto di una inammissibile ingerenza della parte ecclesiastica? ….)

Una cosa deve essere totalmente certa e indiscutibile: dopo le leggi di soppressione (1866-1867), il ‘Municipio’ ha avuta dal Demanio la cessione del bene soppresso: l’ex Monastero Benedettino del “SS. Nome della B.V.M.”. Sta nella sua saggezza utilizzarlo nel modo più conveniente.
L’ha concesso prima (1886) alla FIDECOMMISSERIA CONIGLIO per la fondazione di un Orfanotrofio femminile (Cfr. STATUTO 20 aprile 1884) (le delibere comunali non sono atti notarili: si possono REVOCARE QUANDO VIENE MENO LO SCOPO PER CUI FURONO FATTE!) (“Per la fondazione dell’Orfanotrofio furono impiegati i capitali della eredità Coniglio, ricavati dalla transazione col comune di Mineo, unitamente alle pie elargizioni di alcuni caritatevoli signori Castiglionesi.“, SARDO, p. 196); dovrebbe essere giunto  il momento ora di destinarlo ad uso più adeguato e soprattutto MENO PRIVATO! 

Statuto organico dell’Orfanotrofio Regina Margherita 1884.

Così l’Archivio Storico delle Figlie di S. Anna presenta la loro presenza a Castiglione di Sicilia in occasione del loro centenario nel 1987: Archivio Storico FSA.

Dunque: da una parte il Monastero (proprietà del Comune) dall’altra i vari enti ed associazioni (ora private!!!). 

Risulta difficile conciliare la visione di un grande immobile, che domina il panorama architettonico del piccolo paese alcantarino, con il suo tetro silenzio quotidiano che attende il fine settimana perché si accenda qui o là qualche luce che faccia intendere che serva a qualcosa.

  • Può un Comune con grave crisi economica, tale forse da non garantire neppure il pagamento mensile regolare degli stipendi ai suoi impiegati, non porsi il problema di come rendere questo gigante addormentato un reale volano per la sua economia?
  • Può una semplice  etichetta all’entrata (che facilmente sarà sostituita da qualche altra) passare inosservata, quando appena si alzi la testa la schiera di finestre disposte sui tre ripiani cantano il loro immenso silenzio al ricordo delle preghiere e dei canti delle Suore Benedettine prima e poi dell’Orfanotrofio diretto dalle Figlie di S. Anna dal 1886 fino alla fine degli anni ottanta?
  • Può un Comune, che ha dovuto traslocare dalla sua sede naturale in Piazza Lauria per trasferirsi all’ex Ospedale ‘S. Giovanni di Dio’, sede anche del ‘Centro di ricerca, formazione ed educazione ambientale’ del Parco fluviale dell’Alcantara, neppure minimamente essere stato sfiorato dall’idea che a due passi aveva a disposizione un immenso immobile che rientra nel suo legittimo patrimonio immobiliare??? Ma il passare del tempo può aver così alterato la percezione della propria ‘sovranità’  e della padronanza non condizionata dei beni della collettività?

Bisogna ripassarsi la storia perché, come elegantemente e in modo solenne recita un giornale autorevole, sia dato : Unicuique suum!


Dopo la soppressione delle corporazioni religiose, rima-
sto vuoto l’immenso fabbricato conventuale (1) …” (SARDO, p. 196)

“Divenne proprietà del Demanio che cedette al Municipio. Si presta
benissimo per un grandioso Istituto educativo femminile!” (SARDO, nota (1), p. 196)

monastero-benedettino-castiglione

“L’attuale edifizio che per la sua ampiezza e la maestosa
severità della costruzione, è dei più importanti che esistono
in Castiglione …” (SARDO, p. 195)

“Durò floridissimo questo Monastero fino alla soppres-
sione delle corporazioni religiose. Tutt’ora nella parte superiore vivono mise-
ramente tre monache superstiti.” (SARDO, nota 5, p. 195)

Dopo la soppressione delle corporazioni religiose, rima-
sto vuoto l’immenso fabbricato conventuale (1)[6] sorse nella
parte inferiore di esso un Orfanotrofio femminile, il quale
venne affidato alle buone Suore di S. Anna.
Per la fondazione dell’Orfanotrofio furono impiegati i ca-
pitali della eredità Coniglio, ricavati dalla transazione col
comune di Mineo (2)[7], unitamente alle pie elargizioni di alcuni
caritatevoli signori Castiglionesi.
Quest’opera, sì altamente filantropica ed umanitaria sotto
il patronato della Regina Margherita ha pigliato un notevole
incremento, ed è al presente nel suo migliore sviluppo (3)[8].” (SARDO, p. 196)


[6] (1) Divenne proprietà del Demanio che cedette al Municipio. Si presta
benissimo per un grandioso Istituto educativo femminile!
[7] (2) V. a pag. 185 del cap. 1 della parte seconda del presente volume.
[8] (3) Per iniziativa del Rev. defunto Arcipr. D. Vincenzo Sardo Turcis,
Antonino Di Carlo e signor Rosario Saglimbene Fidecommissarii del Co-
niglio, e del Cav. Gius. Sardo Avv. e Consulente legale delle chiese, i denari
di Mineo furono, con nobile idea, devoluti a questo Istituto.

monastero-benedettino-castiglione

legge_3036_07071866 – § 14.7.1- Legge 15 agosto 1867, n. 3848… liquidazione dell’asse ecclesiastico]

Cfr. VINCENZO SARDO SARDO, Castiglione città demaniale e città feudale. Sue vicende storiche attraverso i secoli, (Con Proemio di F. NICOTRA), PALERMO, Tipografia DOMENICO VENA, 1910, pp. 194-197.

– 194 –

II.

Chiesa di S. Benedetto e annesso Monastero
delle Benedettine ora Orfanotrofio Regina Margherita

La linda e simpatica chiesetta di S. Benedetto aggregata
all’edifizio moniale, sorse insieme a quest’ultimo nel 1407.
Nei primi tempi dello scorso secolo, venne rimodernata
ed abbellita dal Sac. D. Carlo Tuccari, che era il Rettore e
il Cappellano.
In essa, prima della soppressione delle Corporazioni re-
ligiose, vi si solennizzavano tutte le funzioni dell’anno; al pre-
sente a stento, si celebra la sola Messa quotidiana.
Il SS. Nome di Maria, che si ammira in questa chiesa,
pregevole pittura di Vito d’Anna, è un eccellente lavoro, forse
il migliore, che nel genere, possiede Castiglione.
Il Prof. Agati, trovò di squisita fattura e degna di nota
la minuscola inferriata, lavoro del 1700, da dove il prete som-
ministra la Sacra Specie alle monache.
L’annesso Monastero venne fondato da una pia vedova,
a nome Elenuccia, sotto il titolo di S. Maria del riposo (1)[1].
Corrottamente era detto, però, della Linucchia o della Li-
nuccia, in memoria della fondatrice. Dopo circa due secoli
di vita fu soppresso (1590) e le monache passarono in Mes-
sina (2)[2].


[1] (1) Nel 1542, Suor Francesca Stamagno, Abbadessa di questo Monastero,
allora conosciuto sotto il titolo del Riposo si riceveva l’annuo canone di onze 1
dal B.ne D. Giulio Sardo, che lo stesso pagava sul fondo nominato il Giar-
dino della Corte, in contrada Chiani, territorio di Castiglione (Archivio SAR-
DO cit.).
[2] (2) « Ma del monistero della Linuccia, la sua fondazione fu nella terra
« di Castiglione, e trasportato in Messina per degni rispetti dal Prelato, e
« perchè la prima Abbadessa che venne in Messina con le monache, si nomò%

– 195 –

%[3] Ricorda la popolare tradizione, che le monache di que-
sto Monastero (che mercè uno stretto corridoio comunicava alla
chiesa di S. Pietro) assistevano alle funzioni della Matrice (1)[4].
L’attuale edifizio che per la sua ampiezza e la maestosa
severità della costruzione, è dei più importanti che esistono
in Castiglione, fu opera della vasta mente del Sac. Giuseppe
Coniglio[***].
Il quale, con le sue larghe vedute, e nella speranza che
un locale vasto e ben fatto avesse determinato l’autorità ec-
clesiastica a reintegrare l’ordine in Castiglione, ingrandì e
migliorò con giusti criteri il ristretto recinto conventuale,
che esisteva.
Ma solo nel 1747, dopo essere ultimato di tutto punto,
venne reintegrato nuovamente in Castiglione; e a 27 marzo
del detto anno fu clausurato e solennemente inaugurato da
Suor Gesuarda Smarra a cui venne affidata la direzione delle
monache nella qualità di Abbadessa (2)[5].
In questo Monastero, conservasi con grande venerazione
e rispetto il ritratto del Sac. D. Onofrio Dimarco, che fu
Rettore delle monache.
Questo degno figlio di Castiglione, religiosissimo e pro-
digo col povero, morì in odore di santità nel 1799.


[***]: Su questo punto il SARDO è completamente fuori strada! Cfr. i lavori di costruzione del Monastero a partire dal 1685 ca., progetto del Messinese Don Raffaele Margarita (“Pagati a D. Raffaele Margarita mastro Ingegniere di Messina per havere venuto in Castiglione per fare il Disegno dell’Abbatia” – Cfr. Conti S. PIETRO e Santa Maria Pietà 1649-1650 – 1684-1685, V,  f. 686v)


[3] % « suor Helenuccia, si dedusse corrottamente in S. Maria della Linuccia, e s’unì
« ai tempi nostri con S. Catarina, e prima era nella contrada detta il Borgo
« di S. Giovanni, nella parrocchia di S. Marzeo» (BUONFIGLIO Op. cit.).
L’Arcivescovo di Messina D. Antonio Lombardo, per decreto di papa Gre-
gorio X nel 1572 lo incorporava come sopra. Esecutoriato tal decreto a 1590
per approvazione di Papa Sisto V. – Cfr. SAMPERI- Iconologia.
[4] (1) Tutt’ora esistono avanzi di costruzione che poterono avere relazione con tale passaggio.
[5] (2) V. doc. N. 23. – Durò floridissimo questo Monastero fino alla soppres-
sione delle corporazioni religiose. Tutt’ora nella parte superiore vivono mise-
ramente tre monache superstiti. E pensare che fu riccamente dotato dalla fon-
datrice Elenuccia; cospicuamente arrendato dal Sac. Coniglio e in tutto posse-
deva ben 23 fondi rustici!

– 196 –

L’Arcipr. D. Antonino Michele Sardo, che lo stimò ed
apprezzò, in pegno dei di lui eccelsi meriti ne fece ritrarre
dopo morto, le miti sembianze.
Ammirasi inoltre, un bacolo in legno, usato dall’Abba-
dessa nella solenne funzione della monacazione, geniale scul-
tura di un dilettante religioso cappuccino, fatta eseguire nel
1750, per espresso volere della Ill.ma e Rev.ma signora Ge-
sualda Maria Gioeni, Abbadessa, dei principi di Castiglione. [???]
Dopo la soppressione delle corporazioni religiose, rima-
sto vuoto l’immenso fabbricato conventuale (1)[6] sorse nella
parte inferiore di esso un Orfanotrofio femminile, il quale
venne affidato alle buone Suore di S. Anna.
Per la fondazione dell’Orfanotrofio furono impiegati i ca-
pitali della eredità Coniglio, ricavati dalla transazione col
comune di Mineo (2)[7], unitamente alle pie elargizioni di alcuni
caritatevoli signori Castiglionesi.
Quest’opera, sì altamente filantropica ed umanitaria sotto
il patronato della Regina Margherita ha pigliato un notevole
incremento, ed è al presente nel suo migliore sviluppo (3)[8].
E’ stata ed è la sollevazione morale e fisica di tante sventu-
rate bambine, che prematuramente orbate dal sostegno e dalla
guida dei genitori, invece di crescere nel fango e nei peri-
coli della corruzione, vengono in questo Istituto santamente
educate alla religione di G.C. ed al lavoro, che lor prepara
un avvenire agiato, onesto e tranquillo (4)[9].


[6] (1) Divenne proprietà del Demanio che cedette al Municipio. Si presta
benissimo per un grandioso Istituto educativo femminile!
[7] (2) V. a pag. 185 del cap. 1 della parte seconda del presente volume.
[8] (3) Per iniziativa del Rev. defunto Arcipr. D. Vincenzo Sardo Turcis,
Antonino Di Carlo e signor Rosario Saglimbene Fidecommissarii del Co-
niglio, e del Cav. Gius. Sardo Avv. e Consulente legale delle chiese, i denari
di Mineo furono, con nobile idea, devoluti a questo Istituto.
[9] (4) Merita di esser visitato per vedere come è ben sistemato; e osservare
i finiti lavori di ricamo e di cucito, opera delle Orfanelle.

– 197 –

La seguente epigrafe, che leggesi nel vestibolo dell’Or-
fanotrofio, ricorda la munificnza dei signori, che ebbero la
pia e nobile idea di dotare l’umanitario istituto, tramandando
ai posteri la benedetta e lodata memoria.

QUESTO
ORFANOTROFIO REGINA MARGHERITA
INTESO
AD EDUCARE E REDIMERE L’ORFANELLA CASTIGLIONESE
FU FONDATO
DALLA FIDECOMMISSERIA CONIGLIO
COL
FILANTROPICO AUSILIO DEI CITTADINI
SIGNORI
MELCHIORRE ED ELOISA SARDO ABBATE
ANGELA TUCCARI E CONCETTA FELSINA
ANNO 1886


***

EUGENIO PRINCIPE DI SAVOJA-CARIGNANO

Luogotenente Generale di S. M. VITTORIO EMANUELE II

PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTA’ DELLA NAZIONE RE D’ITALIA

In virtù dell’autorità a Noi delegata,
Veduta la legge del 28 giugno 1866, n° 2987, colla quale il Governo del Re ebbe facoltà di pubblicare ed eseguire come legge le disposizioni già votate dalla Camera elettiva sulle corporazioni religiose e sull’asse ecclesiastico;
Udito il Consiglio dei ministri; Sulla proposta del Nostro guardasigilli, ministro segretario di Stato per gli affari di grazia e giustizia e dei culti, di concerto col ministro Delle finanze;
Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1. Non sono più riconosciuti nello Stato gli ordini, le corporazioni e le congregazioni religiose regolari e secolari, ed i conservatorii e ritiri, i quali importino vita comune ed abbiano carattere ecclesiastico. Le case e gli stabilimenti appartenenti agli ordini, alle corporazioni, alle congregazioni ed ai conservatori e ritiri anzidetti sono soppressi.

Art. 2. I membri degli ordini, delle corporazioni e congregazioni religiose, conservatorii e ritiri godranno, dal giorno della pubblicazione della presente legge, del pieno esercizio di tutti i diritti civili e politici.

Art. 3. Ai religiosi ed alle religiose, i quali prima del 18 gennaio 1864 avessero fatta nello Stato regolare professione di voti solenni e perpetui, e che, alla pubblicazione di questa legge, appartengono a case religiose esistenti nel Regno, è concesso un annuo assegnamento :

1° Pei religiosi sacerdoti e per le religiose coriste di ordini possidenti, di
lire 600, se nel giorno della pubblicazione della presente legge hanno 60 anni compiti, lire 480, se hanno da 40 a 60 anni,
lire 360, se hanno meno di 40 anni:
2° Pei laici e converse di ordini possidenti, di lire 300 da 60 anni in su,
lire 240 da 40 ai 60 anni,
lire 200, se hanno meno di 40 anni:
3° Pei religiosi sacerdoti e per le religiose coriste di ordini mendicanti, di lire 250:
4° Pei laici e converse di ordini mendicanti, di lire 144 dall’età dei 60 anni in su,
lire 96, se hanno meno di 60 anni.

Ai religiosi e alle religiose, che prima del 18 gennaio 1864 avessero fatta nello Stato regolare professione di voti solenni e temporanei, e che sino alla pubblicazione di questa legge hanno continuato e continuano ad appartenere a case religiose esistenti nel Regno, è concesso l’annuo assegnamento attribuito ai laici e converse nei numeri 2 e 4 secondo la natura dell’ordine.

Agli inservienti e alle inservienti addetti da un decennio ad un convento esistente nel Regno sarà accordato per una sola volta un sussidio di lire 100; a quelli che vi sono addetti da un tempo minore, ma anteriormente al 18 gennaio 1864. un sussidio di lire 50.

Art..4. I religiosi degli ordini che all’epoca dell’attuazione di questa legge giustificassero di essere colpiti da grave ed insanabile infermità, che impedisca loro ogni occupazione, avranno diritto al massimo della pensione stabilita a seconda delle distinzioni fatte nei numeri 1 e 2 del precedente articolo.

Quelli degli ordini mendicanti nelle stesse circostanze avranno diritto ad una pensione annua di lire 400.

Art. 5. Alle monache contemplate nell’articolo 3, le quali all’epoca della loro professione religiosa avessero portato una dote al monastero, è concesso di scegliere tra l’assegno anzidetto ed una pensione vitalizia regolata sul capitale pagato in ragione della loro età a norma della tabella A, unita alla legge e vista d’ordine Nostro dal ministro guardasigilli predetto. Alle monache, che hanno fatto la loro regolare professione dopo il 18 gennaio 1864, sarà restituita la dote, quando sia stata incorporata nel patrimonio della casa.

Art. 6. Alle monache, che ne faranno espressa ed individuale domanda fra tre mesi dalla pubblicazione di _questa legge, è fatta facoltà di continuare a vivere nella casa od in una parte della medesima che verrà loro assegnata dal Governo. Non di meno, quando siano ridotte al numero di sei potranno venire concentrate in altra casa. Potrà anche il Governo per esigenze di ordine o di servizio pubblico operare in ogni tempo con decreto Reale, previo parere del Consiglio di Stato, il detto concentramento.

Art. 7. Le pensioni, di cui all’articolo 3, decorreranno dal giorno della presa di possesso dei chiostri, la quale non potrà essere ritardata oltre il 31 dicembre 1866. Qualora la rendita del fondo per il culto non fosse sufficiente a soddisfare immediatamente a tutti i pesi portati dai numeri 1 e 2 dell’art. 28, l’amministrazione del fondo per il culto è autorizzata,  per la somma deficiente, a contrarre un prestito da rimborsarsi con gli avanzi che si verranno d’anno in anno verificando.

Art. 8. Qualora i membri delle corporazioni soppresse conseguano qualche ufficio che porti aggravio sul bilancio dei comuni, delle provincie, dello Stato o del fondo per il culto, o i religiosi ottengano un beneficio od un assegno per esercizio di culto, la pensione sarà diminuita, di una somma eguale alla metà dell’assegnamento nuovo, durante l’ufficio.

Art. 9. Restano ferme le pensioni già definitivamente attribuite ai  religiosi e alle religiose in esecuzione delle leggi di soppressione emanate in alcune provincie del Regno: quelle non assegnate definitivamente saranno regolate dalle leggi anteriori. Tuttavia i membri di case religiose già soppresse, quando la loro pensione raggiunga il massimo stabilito da questa legge, non avranno diritto agli aumenti concessi dalle leggi anteriori, ogni qualvolta il caso che dà luogo all’aumento si verifichi sotto l’impero della legge presente.

Art. 10. Le pensioni concesse da questa e dalle precedenti leggi di soppressione non potranno essere riscosse da coloro che dimorano fuori del territorio dello Stato senza l’assentimento del Governo. Le rate scadute durante la dimora all’estero si devolveranno al fondo per il culto.

Art. 11. Salve le eccezioni contenute nei seguenti articoli, tutti i beni di qualunque specie appartenenti alle corporazioni soppresse dalla presente legge e dalle precedenti, o ad  alcun titolare delle medesime, sono devoluti al demanio dello Stato coll’obbligo d’inscrivere a favore del fondo per il culto, con effetto dal giorno della presa di possesso, una rendita 5 per cento eguale alla rendita accertata e sottoposta al pagamento della tassa di manomorta, fatta deduzione del 5 per cento per spese d’amministrazione. I beni immobili di qualsiasi altro ente morale ecclesiastico, eccettuati quelli appartenenti ai benefizi parrocchiali e alle chiese ricettizie, saranno pure convertiti per opera dello Stato, mediante iscrizione in favore degli enti morali, cui i beni appartengono, in una rendita 5 per cento, eguale alla rendita accertata e sottoposta come sopra al pagamento della tassa di manomorta. Se vi siano beni, le cui rendite non siano state denunziate e siano sfuggite alla revisione degli agenti finanziari nell’applicazione della tassa di manomorta, ne sarà determinata la rendita con le norme stabilite dalla legge del 21 aprile 1862, quanto ai beni degli enti non soppressi, e mediante stima quanto ai beni delle corporazioni soppresso. Gli oneri inerenti ai beni, che non importino condominio, s’intenderanno trasferiti coi diritti e privilegi loro competenti sulla rendita come sopra inscritta. Con legge speciale sarà provveduto al modo di alienazione dei beni trasferiti allo Stato per effetto della presente legge.

Art. 12. La presa di possesso sarà eseguita secondo le norme da stabilirsi in un regolamento approvato per decreto Reale sopra proposta dei ministri di grazia, giustizia e dei culti, e delle finanze.

Art. 13. I superiori ed amministratori delle case religiose e delle corporazioni e congregazioni regolari e secolari e dei conservatori e ritiri e gli investiti ed amministratori degli altri enti morali dovranno denunziare al delegato alla presa di possesso, entro il termine di quindici giorni dalla pubblicazione della presente legge, la esistenza dell’ente e dei membri che a questo appartengono al momento della soppressione, indicando la data della professione o dell’assunzione in servizio e l’età di ciascun membro, e dovranno notificare tutti i beni stabili e mobili e tutti i crediti e debiti ad esso spettanti. Dovranno altresì intervenire agli atti d’inventario e presentare tutti gli altri documenti, che saranno richiesti dagli agenti incaricati della esecuzione della presente legge. Il rifiuto,  il  ritardo  all’osservanza  di  questi  obblighi,  l’alteramento  e  la  falsità  delle  indicazioni richieste, il trafugamento, la sottrazione o l’occultamento di qualunque oggetto o documento spettante alle case religiose, congregazioni od agli enti morali suindicati, sarà punito con una multa da lire 100 a lire 1,000, a carico dei contravventori e dei complici, e colla perdita dell’assegnamento, della pensione, dell’usufrutto o della porzione di proprietà, che potesse spettare al contravventore medesimo, oltre alle altre pene stabilite dalle vigenti leggi.

Art. 14. Indipendentemente dalle denunzie indicate nel precedente articolo, gli agenti incaricati dell’esecuzione della legge potranno prendere possesso definitivo di tutti i beni spettanti agli enti morali contemplati nella medesima, e dove non si potesse avere l’intervento del rappresentante dell’ente morale, vi sarà sostituito l’intervento del pretore o di un suo delegato, e, in mancanza del medesimo, del sindaco o suo delegato.

Art. 15. Gli incaricati della presa di possesso sono riguardati come agenti di una pubblica amministrazione. L’attacco, la resistenza, gli oltraggi e le violenze usate contro di essi saranno puniti secondo i casi e nei termini delle leggi penali vigenti.

Art. 16. Sorgendo contestazioni sulla applicazione della legge o delle leggi a qualche corpo od ente morale o sulla devoluzione o divisione dei beni, il possesso di questi sarà sempre dato al demanio fino a che non sia provveduto altrimenti, secondo i casi particolari, o dal Governo o dai tribunali competenti.

Art. 17. Non saranno mantenuti gli affitti dei beni immobili devoluti al demanio giusta l’articolo 11, se siano stati fatti in frode. La frode si presume se il fitto sia inferiore di un quarto a quello risultante da perizia o da locazioni precedenti. Non potrà essere opposto il pagamento di fitti anticipati, salvo che sia stato fatto in conformità della consuetudine locale.

Art. 18. Sono eccettuati dalla devoluzione al demanio e dalla conversione:

1° Gli edifici ad uso di culto che si conserveranno a questa destinazione, in un – coi quadri, statue, mobili ed arredi sacri che vi si trovano;

2° Gli episcopii, i fabbricati dei seminari e gli edifici inservienti ad abitazione degli investiti degli enti morali, cogli orti, giardini e cortili annessi, e gli edifici inservienti ad abitazione delle religiose, finché duri l’uso temporaneo a queste concesso;

3° I fabbricati dei conventi soppressi, pei quali è provvisto cogli articoli 20 e 21; 4° I beni delle cappellanie laicali e dei benefizi di patronato laicale o misto;

5° I mobili e gli effetti necessari all’uso personale di ciascun membro delle corporazioni soppresse;

6° I libri, i manoscritti, i documenti scientifici, gli archivi, oggetti d’arte, mobili inservienti al culto, quadri, statue, arredi sacri che si troveranno negli edifici appartenenti alle corporazioni religiose soppresse, pei’ la cui destinazione si provvede coll’articolo 24;

7° Gli edifici colle loro adiacenze e coi mobili, dei quali è parola nell’articolo 33.

Nondimeno gli agenti della pubblica amministrazione prenderanno possesso, nel termine assegnato dall’articolo 4, anche degli edifici inservienti ad abitazione delle religiose e dei beni indicati ai numeri 3, 6 e 7 del presente articolo.

Art. 19. Ai comuni, nei quali esistono le case religiose soppresse, saranno devoluti tutti o quella parte dei beni mobili esistenti al tempo della consegna e tutta o parte della rendita pubblica iscritta a norma del precedente articolo 11 e corrispondente ai beni che, pei titoli legittimi, si trovino destinati alla cura degl’infermi o alla pubblica istruzione elementare o secondaria. Per ottenere siffatta devoluzione i comuni dovranno farne domanda entro il termine di cinque anni dalla pubblicazione della presente legge e conservare la destinazione dei beni, o sostituirvene altra equivalente con approvazione governativa, sotto pena di decadenza a favore del fondo del culto; assumendo inoltre gli obblighi inerenti ai beni stessi ed il pagamento al fondo per il culto delle pensioni dovute ai membri delle case o degli stabilimenti soppressi in proporzione dei beni che loro pervengano.

Art. 20.  I  fabbricati dei conventi soppressi da questa e dalle precedenti leggi, quando siano sgombri dai religiosi, saranno conceduti ai comuni ed alle provincie, purché ne sia fatta domanda entro il termine di un anno dalla pubblicazione di questa legge, e sia giustificato il bisogno e l’uso di scuole, di asili infantili, di ricoveri di mendicità, di ospedali, o di altre opere di beneficenza, e di pubblica utilità nel rapporto dei comuni e delle provincie. Per le case destinate all’abitazione delle religiose secondo il disposto dell’articolo 6, il termine per fare la domanda decorrerà dal giorno in cui le case saranno rimaste sgombre. Tale concessione non avrà luogo per quei fabbricati, che al giorno della pubblicazione di questa legge si trovassero occupati dallo Stato per pubblico servizio, o che potessero essere adattati a locali di custodia di carcerati. Da questa concessione saranno sempre escluse quelle parti dei fabbricati che si trovano destinate ad uso produttivo di rendita. Potranno non di meno i comuni e le provincie ottenere la concessione delle parti suddette qualora assumano l’obbligo di pagare la stessa rendita redimibile al 5 per Ol0·

Art. 21. Saranno definitivamente acquistati allo Stato, alle provincie ed ai comuni gli edifici monastici destinati agli usi indicati nell’articolo precedente e già concessi in esecuzione delle leggi anteriori di soppressione. Dal primo gennaio 1867 in poi non decorrerà ulteriore canone od affitto annuo che per dette concessioni si fosse stipulato, salvo gli altri obblighi assunti in occasione della concessione o inerenti agli edifici concessi.

Art. 22. La rendita inscritta sul Gran Libro in corrispondenza ai beni delle corporazioni soppresse in forza di questa legge, che, dato il caso di soppressione, siano soggetti per espressa condizione a riversibilità in favore dei privati, o a devoluzione in favore dei comuni od altri enti morali che non siano ecclesiastici, sarà consegnata  agli aventi  diritto,  ritenendo sulla medesima quella parte proporzionale dei pesi, oneri e passività di ogni specie, cui i beni erano soggetti, e delle pensioni vitalizie ai membri delle corporazioni religiose. A misura che cesseranno le pensioni anzidette sarà gradatamente aumentata di una somma equivalente la prestazione della suindicata rendita netta. Saranno inoltre gli aventi diritto, a cui favore si effettua la devoluzione, tenuti al pagamento dei debiti quantitativi esistenti  a carico dell’ente morale nella proporzione  della rendita che loro perviene, capitalizzata alla ragione del cento per cinque. In nessun caso potrà la riversibilità o devoluzione aver luogo pei beni, i quali sono devoluti ai comuni pel disposto dell’articolo 19.

Art. 23. I diritti di devoluzione o di riversibilità riservati da questa e dalle precedenti leggi di soppressione, e quelli che siansi già verificati per cause diverse dalla presente legge dovranno farsi valere, sotto pena di decadenza, entro il termine di cinque anni dalla pubblicazione della presente legge.

Art. 24 I libri e manoscritti, i documenti scientifici, gli archivi, i monumenti, gli oggetti d’arte o preziosi per antichità che si troveranno negli edifici appartenenti alle case religiose e agli altri enti morali colpiti da questa o da precedenti leggi di soppressione, si –devolveranno a pubbliche biblioteche od a musei nelle rispettive provincie, mediante decreto del ministro dei culti, previi gli accordi col ministro della pubblica istruzione. I quadri, le statue, gli arredi e mobili inservienti al culto saranno conservati all’uso delle chiese ove si trovano.

Art. 25. : fondo per il culto è costituito dalle rendite e dai beni, che gli sono attribuiti da questa legge, e dalla rendita e dai beni in virtù di leggi preesistenti già devoluti alla Cassa ecclesiastica o assegnati in genere per servizio o speso di culto.

Art.26. Il fondo anzidetto sarà amministrato, sotto la dipendenza del ministro di grazia e giustizia, da un direttore assistito da un Consiglio d’amministrazione, nominati tutti per decreto Reale. Una Commissione di vigilanza composta di tre senatori e di tre deputati, eletti ogni anno dalle rispettive Camere, e di tre membri nominati, sopra proposta del ministro dei culti, dal Re, che ne designerà pure il presidente, avrà l’alta ispezione delle operazioni concernenti il fondo per il culto e sulle medesime rassegnerà annualmente al Re una relazione, che verrà distribuita al Parlamento. A questa Commissione dovranno essere presentati il bilancio preventivo, i resoconti annuali dell’amministrazione del fondo pel culto, lo stato delle pensioni liquidate e di quelle esistenti o cessate nel corso dell’anno, e un notamento degli edifici e delle rendite pubbliche, che saranno passati ai comuni alle provincie od agli altri aventi diritto da questa legge.

Art. 27. L’amministrazione del fondo per il culto dovrà sorvegliare alla presa di possesso, e provvedere alla liquidazione ed al pagamento delle pensioni e degli assegnamenti concessi colla legge presente ed al riparto ed alla consegna della rendita e dei beni, alla conservazione e restituzione dei mobili ed immobili il cui usufrutto è concesso agli odierni investiti di enti morali soppressi.

Art. 28. Saranno pagati a carico del fondo per il culto nell’ordine sotto indicato e nella misura dei fondi disponibili:

1° Gli oneri inerenti ai beni passati al demanio e trasferiti sulla rendita pubblica a norma dell’articolo 11, e quelli incombenti alla Cassa ecclesiastica ;

2° Le pensioni dei membri degli ordini e delle corporazioni religiose a termini di questa e delle precedenti leggi di soppressione;

3° Tutti gli oneri che gravano il bilancio dello Stato per spese del culto cattolico;

4° Un supplemento di assegno ai parrochi che, compresi i prodotti casuali calcolati sulla media di un triennio, avessero un reddito minore di lire 800 annue. Le parrocchie che conterranno meno di 200 abitanti, quindi non concorrano gravi circostanze di luoghi o di comunicazioni, potranno essere escluse in tutto o in parte dal supplemento anzidetto ;

5°. I pesi che le diverse leggi del Regno pongono a carico delle provincie e dei comuni per spese di culto, in quanto non derivino da diritto di patronato, da contratti bilaterali o non siano il corrispettivo o la condizione di concessioni fatte dal Governo, da un corpo o ente morale o da privati.

Art. 29. Non saranno riconosciuti i debiti, gli oneri e qualsiasi altra passività, se non siano stati contratti secondo le leggi ed i regolamenti vigenti in ciascun luogo e per ciascun corpo od ente morale soppresso, e se i relativi titoli non abbiano acquistato data certa prima del 18 gennaio 1864, a meno che non fosse provato che le somme mutuate vennero rivolte a vantaggio del patrimonio della corporazione soppressa. Si eccettuano i debiti per somministrazioni dell’ultimo anno, in quanto siano verisimili e corrispondenti ai bisogni o all’annua rendita di ciascun corpo od ente morale, e risultino o dai registri del corpo od ente morale medesimo, o dai libri dei negozianti o somministratori. Questi ultimi debiti dovranno essere denunziati all’autorità delegata per la presa di possesso dei beni entro sei mesi dalla pubblicazione di questa legge, altrimenti rimarranno estinti.

Art. 30. Pel pagamento dei debiti, degli oneri e di qualsiasi altra passività degli enti e corpi morali soppressi, il fondo per il culto, le provincie e i comuni non saranno tenuti ad un ammontare maggiore di quello risultante o dalla rendita netta accertata definitivamente nella presa di possesso, o dal capitale formato dal cento per cinque della rendita medesima.

Art. 31. Sarà imposta sugli enti e corpi morali ecclesiastici conservati e sopra i beni od assegnamenti degli odierni investiti di enti soppressi una quota di concorso a favore del fondo pel culto nelle proporzioni seguenti:

1° Benefizi parrocchiali, sovra il reddito netto di qualunque specie o provenienza eccedente le lire 2,000, in ragione del 5 per cento fino alle lire 5,000; in ragione del 12 per cento dalle lire 5,000 fino a lire 10,000, ed in ragione del 20 per cento sopra ogni reddito netto maggiore;

2° Seminari e fabbricerie, sopra il reddito netto eccedente le lire 10,000 in ragione del 5 per cento; dalle lire 15,000 fino alle lire 25,000 in ragione del 10 per cento ; e finalmente in ragione del 15 per cento per ogni reddito maggiore;

3° Arcivescovadi e vescovadi, in ragione del terzo del reddito netto sopra la somma eccedente le lire 10,000; in ragione della metà sopra la somma eccedente le lire 20,000; in ragione dei due terzi sopra la somma eccedente le lire 30,000; e del totale eccedente le lire 60,000 ;

4° Abbazie, benefizi canonicali e semplici, opere di esercizi spirituali, santuari e qualunque altro benefizio o stabilimento di natura ecclesiastica od inserviente al culto non compreso nei paragrafi precedenti sopra il reddito netto di qualunque specie o provenienza, eccedente le lire 1,000, nella proporzione indicata al no 1°di questo articolo. Per la liquidazione, lo stabilimento e la riscossione della quota di concorso saranno seguite le basi, i modi e le norme delle leggi e dei regolamenti relativi alla tassa di manomorta. Oltre le deduzioni ivi determinate, non se ne ammetterà altra che quella della tassa di manomorta.

Art. 32. I beni immobili che gli enti morali riconosciuti dalla presente legge potranno acquistare, secondo le norme della legge 5 giugno 1850, n° 1037, o per esazione di crediti nei casi di espropriazione forzata, e quelli che cessassero di essere destinati a taluno degli usi contemplati nell’articolo 28, saranno convertiti in rendita pubblica a norma dell’articolo 11.

Art. 33. Sarà provveduto dal Governo alla conservazione degli edifici colle loro adiacenze, biblioteche, archivi, oggetti di arte, strumenti scientifici e simili delle Badie di Montecassino, della Cava dei Tirreni, di San Martino della Scala, di Monreale, della Certosa presso Pavia e di altri simili stabilimenti ecclesiastici distinti per la monumentale importanza e pel  complesso dei tesori artistici e letterari. La spesa relativa sarà a carico del fondo del culto.

Art. 34. Le disposizioni della legge 10 agosto 1862, n° ‘743, continueranno ad essere eseguite nelle provincie siciliane. Le relative operazioni di censuazione saranno proseguite nell’interesse, ed in confronto del demanio.

Art. 35. A ciascun comune è concesso il quarto della rendita iscritta, e corrispondente ai beni delle corporazioni religiose soppresse dalla presente e dalle leggi precedenti nel comune medesimo, dedotti gli oneri e le passività gravitanti sulla rendita stessa. I comuni saranno obbligati, sotto pena di decadenza in favore del fondo per il culto, ad impiegare il quarto anzidetto in opere di pubblica utilità, e specialmente nella pubblica istruzione. Questo quarto sarà dato ai comuni a misura che, estinguendosi le pensioni, e pagato il debito che il fondo del culto avesse contratto ai termini dell’articolo 7, si andrà verificando un avanzo delle rendite del fondo stesso destinate al pagamento delle pensioni ai religiosi. Ai comuni di Sicilia sarà dato questo quarto dal primo gennaio 1867 coll’obbligo però di pagare il quarto delle pensioni dovute ai religiosi dell’isola, e colla devoluzione a vantaggio dei comuni stessi di quanto risulterà per la cessazione delle pensioni. Le altre tre parti dell’avanzo che si andrà verificando nelle rendite del fondo per il culto collo estinguersi delle pensioni, e dopo pagato il debito che fosse stato contratto ai termini dell’articolo 7, saranno devolute allo Stato. Dalla concessione del quarto saranno eccettuate le rendite delle case religiose contemplato nell’articolo 33, i di cui edifici devono essere conservati a spose del fondo per il culto.

Art. 36. Rimangono estinti i crediti appartenenti alle corporazioni religiose soppresse, che vennero posti a carico dello Stato in disgravio dei comuni siciliani col decreto prodittatoriale 17 ottobre 1860, richiamato col Reale decreto del 29 aprile 1863, n° 1223. Questi crediti non saranno computati in ogni caso di devoluzione o di riparto che sia stabilito in questa legge.

Art. 37. La Cassa ecclesiastica verrà soppressa alla pubblicazione di questa legge. Gl’impiegati addetti alla medesima conserveranno i diritti loro attribuiti dalle leggi d’istituzione della Cassa ecclesiastica e godranno, a carico del fondo per il culto, delle disposizioni transitorie contenute negli articoli 13, 14 e 15 della legge sulle disponibilità ed aspettative dell’11 ottobre 1863, n° 1500. L’anno di favore indicato nell’articolo 13 di detta legge decorrerà dalla pubblicazione della presente. Saranno però tenuti detti impiegati a prestare servizio presso gli uffizi, ai quali fossero applicati dal Governo, sotto pena della perdita della qualità d’impiegati e dello stipendio. Finché dura la loro applicazione a qualche uffizio percepiranno il loro stipendio attuale.

Art. 38. Sono mantenuti nelle antiche provincie la legge 29 maggio 1855, n° 878, nelle Marche il decreto 3 gennaio 1861, n° 705, nell’Umbria il decreto 11 dicembre 1860, n° 168, e nelle provincie napolitane il decreto 17 febbraio 1861, nelle disposizioni che non sono contrarie alla presente legge.

Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Firenze, addì 7 luglio 1866.

EUGENIO DI SAVOJA.

BORGATTI. – SCIALOJA.

Tabella A. (Pensioni vitalizie, articolo 5)

Età fino a 30 anni ……..…  6  %
Da 30 a 35…………..………. 6  ½ »
Da 35 a 40………………….  7      »
Da 40 a 45………………….  7 ½ »
Da 45 a 50………………….  8 ½ »
Da 50 a 55………………….  9 ½ »
Da 55 a 60…………………. 10 ½ »
Da 60 a 65…………………. 12 ½ »
Da 65 a 70…………………. 16     »
Da 70 a 75…………………. 22     »
Da 75 a 80…………………. 28     »

Visto d’ordine di S. A. R. – Il ministro: BORGATTI.


Legge 15 agosto 1867, n. 3848 . Legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico.

§ 14.7.1- Legge 15 agosto 1867, n. 3848 [1].

Legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico.

(G.U. 15 agosto 1867, n. 3848)

  Art. 1.

     Non sono più riconosciuti come enti morali:

     1° I capitoli delle chiese collegiate, le chiese ricettizie, le comunìe e le cappellanie corali, salvo, per quelle tra esse che abbiano cura d’anime, un solo beneficio curato od una quota curata di massa per congrua parrocchiale;

     2° I canonicati, i benefizi e le cappellanie di patronato regio e laicale de’ capitoli delle chiese cattedrali;

     3° Le abbazie ed i priorati di natura abbaziale;

     4° I benefizi ai quali, per la loro fondazione, non sia annessa cura d’anime attuale, o l’obbligazione principale permanente di coadiuvare al parroco nell’esercizio della cura;

     5° Le prelature e cappellanie ecclesiastiche, o laicali;

     6° Le istituzioni con carattere di perpetuità, che sotto qualsivoglia denominazione o titolo sono generalmente qualificate come fondazioni o legati pii per oggetto di culto, quand’anche non erette in titolo ecclesiastico, ad eccezione delle fabbricerie, od opere destinate alla conservazione dei monumenti ed edifizi sacri che si conserveranno al culto. Gli istituti di natura mista saranno conservati per quella parte dei redditi e del patrimonio che, giusta l’articolo 2 della Legge 5 agosto 1862, n. 753, doveva essere distintamente amministrata, salvo quanto alle confraternite quello che sarà con altra Legge apposita ordinato, non differito intanto il richiamo delle medesime alla sorveglianza dell’autorità civile.

     La designazione tassativa delle opere che si vogliono mantenere perché destinate alla conservazione di monumenti, e la designazione degli edifizi sacri da conservarsi al culto, saranno fatte con Decreto Reale da pubblicarsi entro un anno dalla promulgazione della presente Legge.

Art. 2.

     Tutti i beni di qualunque specie, appartenenti agli anzidetti enti morali soppressi, sono devoluti al Demanio dello Stato sotto le eccezioni e riserve infra espresse.

     Quanto ai beni stabili, il Governo, salvo il disposto dell’art. 18, inscriverà a favore del fondo del culto, con effetto dal giorno della presa di possesso, una rendita del 5 per cento, uguale alla rendita dei medesimi accertata e sottoposta alla tassa di mano-morta, fatta deduzione del 5 per cento per spese di amministrazione. Per le Provincie Venete e la Mantovana la rendita da inscriversi corrisponderà a quella accertata per gli effetti dell’equivalente d’imposta a termini del Regio Decreto 4 novembre 1866, n. 3346.

     Quanto ai canoni, censi, livelli, decime ed altre annue prestazioni, provenienti dal patrimonio delle corporazioni religiose e degli altri enti morali soppressi dalla Legge 7 luglio 1866 e dalla presente, il Demanio le assegnerà al fondo del culto, ritenendone la amministrazione per conto del medesimo: rimane per conseguenza abrogato l’obbligo della iscrizione della relativa rendita, imposto dall’articolo 11 della Legge 7 luglio 1866.

     I canoni, censi, livelli, decime ed altre annue prestazioni, appartenenti agli enti morali non soppressi, seguiteranno a far parte delle rispettive dotazioni a titolo di assegno.

     Cessato l’assegnamento agli odierni partecipanti delle chiese ricettizie e delle comunìe con cura d’anime, la rendita inscritta come sopra, e i loro canoni, censi, livelli e decime assegnati al fondo del culto, passeranno ai Comuni in cui esistono le dette chiese, con l’obbligo ai medesimi di dotare le fabbricerie parrocchiali e di costituire il supplemento di assegno ai parroci, di cui è parola nel numero 4 dell’articolo 28 della Legge del 7 luglio 1866.

 Art. 3.

     Gli odierni investiti per legale provvista degli enti morali non più riconosciuti a termini dell’articolo primo, gli odierni partecipanti delle chiese ricettizie, delle comunìe e delle cappellanie corali, che sieno nel possesso della partecipazione, riceveranno, vita durante e dal dì della pubblicazione di questa Legge, dai patroni se trattisi di benefizi o cappellanie di patronato laicale, e negli altri casi dal fondo del culto, un assegnamento annuo corrispondente alla rendita netta della dotazione ordinaria, purché continuino ad adempiere gli obblighi annessi a quegli enti.

     L’assegnamento anzidetto non potrà mai essere accresciuto, nemmeno per titolo di partecipazione alla massa comune per la mancanza o la morte di alcuno tra i membri di un capitolo, e cesserà se l’investito venga provveduto di un altro beneficio, o si verifichi qualunque altra causa di decadenza.

     Quando l’odierno investito abbia diritto di abitazione in una casa che faccia parte della dotazione dell’ente ecclesiastico soppresso, continuerà ad usarne.

  Art. 4.

     Salvo le eccezioni di cui all’articolo 5, i diritti di patronato, di devoluzione o di riversibilità non potranno, quanto agli stabili, farsi valere fuorché sulla relativa rendita inscritta.

     I diritti suaccennati, sopra qualunque sostanza mobiliare od immobiliare devoluta al Demanio, dovranno essere, nelle forme legittime e sotto pena di decadenza, esercitati entro il termine di cinque anni dalla pubblicazione della presente Legge, salvo gli effetti delle Leggi anteriori quanto ai diritti già verificati in virtù delle medesime.

     I privilegi e le ipoteche legittimamente inscritte sopra i beni immobili devoluti al Demanio dello Stato in forza della Legge 7 luglio 1866 o della presente, conserveranno il loro effetto.

     Però si dovrà nell’inscrizione nel Gran Libro del Debito pubblico della rendita al fondo del culto, od all’ente ecclesiastico rispettivamente, fare la deduzione della somma corrispondente agli interessi del credito ipotecario inscritto.

     I privilegi e le ipoteche inscritti per garantire l’adempimento degli oneri annessi alla fondazione s’intenderanno di pien diritto cessare da ogni effetto.

 Art. 5.

     I patroni laicali dei benefizi di cui all’articolo 1° potranno rivendicare i beni costituenti la dotazione, con che nel termine di un anno dalla promulgazione della presente Legge, con atto regolare, esente da tassa di registro, ne facciano dichiarazione, paghino contemporaneamente un quarto del 30 per cento del valore dei beni medesimi calcolato senza detrazione dei pesi, salvo l’adempimento dei medesimi, sì e come di diritto, e si obblighino di pagare in tre rate eguali annue gli altri tre quarti cogli interessi, salvo, nei rapporti cogli investiti, e durante l’usufrutto, l’effetto dell’articolo 507 del Codice civile.

     Qualora il patronato fosse misto, ridotto alla metà il 30 per cento di cui sopra, il patrono laicale dovrà inoltre pagare negli stessi modi e termini una somma eguale alla metà dei beni depurati dai pesi annessi al benefizio.

     Se il patronato attivo si trovasse separato dal passivo, i vantaggi loro accordati colla presente Legge saranno tra essi divisi.

     I beni delle prelature e delle cappellanie, di cui al numero 5 dell’articolo 1°, delle fondazioni e legati pii ad oggetto di culto, di cui al numero 6, s’intenderanno, per effetto della presente Legge, svincolati, salvo l’adempimento dei pesi, sì e come di diritto, e mediante pagamento, nei modi e termini sopra dichiarati, della doppia tassa di successione fra estranei, sotto pena, in difetto, di decadenza.

 Art. 6.

     I canonicati delle chiese cattedrali non saranno provvisti oltre al numero di dodici, compreso il beneficio parrocchiale e le dignità od uffici capitolari.

     Le cappellanie e gli altri benefizi di dette chiese non saranno provvisti oltre al numero di sei.

     Quanto alle mense vescovili, le rendite ed altre temporalità dei vescovadi rimasti o che si lasceranno vacanti, continueranno ad essere devolute agli economati, i quali dovranno principalmente erogarle, come ogni altro provento, a migliorare le condizioni dei parrochi e sacerdoti bisognosi, alle spese di culto e di ristauro delle chiese povere, e ad altri usi di carità, giusta le disposizioni del Regio Decreto 26 settembre 1860, n. 4314.

     I conti di queste erogazioni saranno annualmente presentati al Parlamento in un col bilancio del Ministero di Grazia, Giustizia e Culti.

Art. 7.

     I beni immobili, già passati al Demanio per effetto della Legge 7 luglio 1866, e quelli trasferitigli in virtù della presente Legge, saranno amministrati ed alienati dall’Amministrazione demaniale sotto la immediata sorveglianza di una Commissione istituita per ogni Provincia del Regno, e mediante l’osservazione delle prescrizioni infra espresse.

     La Commissione provinciale delibera sui contratti di mezzadria, affittamenti e alienazioni; sulla divisione in lotti e sopra ogni altro incidente che riguardi l’amministrazione e le alienazioni. Il Direttore demaniale avrà l’amministrazione di fatto e la esecuzione delle deliberazioni della Commissione provinciale.

 Art. 8.

     La Commissione provinciale sarà composta del Prefetto, che ne sarà il presidente, del Procuratore del Re presso il Tribunale del capoluogo della Provincia, del Direttore del Demanio o di un suo delegato, di due cittadini eletti, ogni due anni, dal Consiglio provinciale anche fuori del suo seno.

     Una Commissione centrale di sindacato, composta di un Consigliere di Stato, di un Consigliere della Corte dei conti, del Direttore generale del Demanio e Tasse, del Direttore del fondo pel culto, e di altri due membri nominati per Decreto Reale, presieduta dal Ministro delle Finanze, sopraintenderà all’amministrazione e vigilerà all’andamento delle alienazioni nel modo infra espresso e secondo le norme che verranno stabilite per Regolamento da approvarsi con Regio Decreto.

     Essa presenterà al Parlamento una relazione annuale sull’andamento dell’amministrazione e delle alienazioni anzidette, la quale relazione sarà esaminata dalla Commissione del bilancio.

Art. 9.

     I beni saranno divisi in piccoli lotti, per quanto sia possibile, tenuto conto degli interessi economici, delle condizioni agrarie e delle circostanze locali.

Art. 10.

     Le alienazioni avranno luogo mediante pubblici incanti coll’assistenza di uno dei membri della Commissione provinciale.

     Il prezzo su cui si aprirà la gara sarà determinato dalla media aritmetica, fra il contributo principale fondiario moltiplicato per sette e capitalizzato in ragione di cento per ogni cinque; la rendita accertata e sottoposta alla tassa di manomorta od equivalente d’imposta, moltiplicata per venti, con l’aumento del dieci per cento; ed il fitto più elevato dell’ultimo decennio, depurato dalle imposte, moltiplicato per venti, se i beni si trovino attualmente o sieno stati locati in detto periodo di tempo.

     Non si farà luogo a perizia diretta se non nei casi in cui la detta Commissione, con deliberazione motivata, ne dichiari la necessità.

 Art. 11.

     Sarà ammesso a concorrere chi provi avere depositato in qualunque cassa dello Stato, in valore, che sarà specificato all’articolo 17, il decimo del prezzo determinato a norma dell’articolo precedente.

Art. 12.

     Andato deserto il primo incanto, l’Amministrazione demaniale procederà, coll’assistenza di un membro della Commissione provinciale, ad un secondo incanto mediante schede segrete. Le offerte a schede segrete saranno presentate col certificato del seguìto deposito del decimo del prezzo, e secondo l’articolo precedente saranno dissuggellate in pubblico nel giorno prefissato sagli avvisi. L’aggiudicazione sarà proclamata in favore di colui, la offerta del quale superi le altre e sia per lo meno eguale al prezzo prestabilito per gli incanti.

     Se nemmeno questo secondo esperimento abbia ottenuto risultato, si potranno aprire nuovi incanti con ribasso del prezzo, purché il provvedimento e la misura del ribasso sieno deliberati a voti unanimi dalla Commissione provinciale. Vi sarà bisogno dell’approvazione della Commissione centrale se la deliberazione della Commissione provinciale sia stata presa a semplice maggioranza.

     Non si farà mai luogo ad alienazione per trattative private.

 Art. 13.

     Proclamata l’aggiudicazione, l’acquirente dovrà, entro dieci giorni, versare in una cassa dello Stato la differenza fra il decimo del prezzo da lui depositato e il decimo del prezzo di aggiudicazione, oltre le spese e tasse di trapasso, di trascrizione e d’iscrizione ipotecaria indicate negli avvisi d’asta; e se abbia fatto il deposito in titoli del debito pubblico, dovrà inoltre convertirlo in valori indicati all’articolo 17.

     Entro il periodo di dieci giorni anzidetti, la Commissione dovrà esaminare ed approvare, ove ne sia il caso, l’atto di aggiudicazione.

     Entro otto giorni dalla presentazione dell’attestato della Tesoreria, comprovante l’effettuato versamento, il Prefetto rilascierà all’acquirente un estratto del processo verbale d’aggiudicazione relativo al lotto acquistato, da esservi almeno sommariamente descritto; far a piedi dello estratto menzione dell’approvazione data dalla Commissione e lo munirà di una sua ordinanza esecutiva.

     Questo estratto, firmato dal Prefetto, munito del sigillo della Prefettura, avrà forza di titolo autentico ed esecutivo della compra-vendita, in virtù del quale si procederà alla presa di possesso, alla voltura catastale ed alla trascrizione.

     Se saranno trascorsi trenta giorni senza che l’aggiudicatario abbia adempiuto a quanto è prescritto nel presente articolo, si procederà a nuovi incanti del fondo, a rischio e spese dell’aggiudicatario, il quale perderà l’eseguito deposito e sarà inoltre tenuto al risarcimento dei danni.

 Art. 14.

     Gli altri nove decimi del prezzo saranno pagat, a rate eguali, in anni 18 con l’interesse scalare del 6 per cento.

     Il valore delle cose mobili poste nel fondo per il servizio e la coltivazione del medesimo, a senso dell’articolo 413 del Codice civile, dovrà essere pagato congiuntamente al primo decimo del prezzo.

     I boschi di alto fusto non potranno essere tagliati, né in tutto né in parte, finché l’aggiudicatario non ne abbia pagato l’intiero prezzo, od una parte di esso corrispondente al valore del taglio; o non abbia previamente fornita all’Agente del Demanio idonea garanzia del pagamento, uniformandosi in ogni caso alle disposizioni delle Leggi forestali.

     Sarà fatto l’abbuono del 7 per cento sulle rate che si anticipano a saldo del prezzo all’atto del pagamento del primo decimo, e l’abbuono del 3 per cento a chi anticipasse le rate successive entro due anni dal giorno dell’aggiudicazione.

 Art. 15.

     La ipoteca legale competente al Demanio pei fondi venduti, in virtù dell’articolo 1969 del Codice civile, sarà inscritta d’ufficio dal Conservatore delle ipoteche a senso dell’articolo 1985 dello stesso Codice, sulla presentazione che sarà fatta, a cura del Prefetto, dello estratto del verbale di aggiudicazione, di cui è parola nell’articolo 13.

     Gli articoli 20 e 22 della Legge sul credito fondiario del 14 giugno 1866 saranno applicabili contro i debitori morosi per la riscossione degli interessi, o di tutto o di parte del prezzo.

 Art. 16.

     Resta mantenuta per la Provincia di Sicilia, e pei beni ai quali si riferisce, la Legge 10 agosto 1862, n. 743.

 Art. 17.

     E’ fatta facoltà al Governo di emettere, nelle epoche e nei modi che crederà più opportuni, colle norme che verranno stabilite per Regio Decreto, tanti titoli fruttiferi al 5 per cento, quanti valgano a far entrare nelle casse dello Stato la somma effettiva di 400 milioni.

     Questi titoli saranno accettati al valore nominale in conto di prezzo sull’acquisto dei beni da vendersi in esecuzione della presente Legge, ed annullati man mano che saranno ritirati.

Art. 18.

     Una tassa straordinaria è imposta sul patrimonio ecclesiastico, escluse le parrocchie, e ad eccezione dei beni di cui nell’ultimo capoverso dell’articolo 5, nel caso e sotto le condizioni ivi espresse. Questa tassa sarà nella misura del 30 per cento, e verrà riscossa nei modi seguenti:

     a) Sul patrimonio rappresentato dal fondo del culto sarà cancellato il 30 per cento della rendita già intestata al medesimo in esecuzione delle precedenti Leggi di soppressione; sarà inscritto il 30 per cento di meno della rendita di cui dovrebbesi fare la inscrizione in virtù di dette Leggi e della presente; e da ultimo sul 70 per cento che rimarrebbe da assegnare, si inscriverà in meno tanta rendita, quanta corrisponda al 30 per cento del valore dei canoni, censi, livelli, decime ed altre annue prestazioni, applicate dal Demanio al fondo del culto, sui quali cespiti non si farà prelevazione diretta;

     b) Sul patrimonio degli enti morali ecclesiastici non soppressi si riterrà, inscrivendolo in meno, il 30 per cento della rendita dovuta a ciascun ente, in sostituzione de’ beni stabili passati al Demanio. Sul 70 per cento che sarebbe ancora dovuto per questo titolo, si riterrà, inscrivendolo in meno, il 30 per cento del valore dei canoni, censi, livelli, decime ed altre prestazioni, appartenenti all’ente stesso, sui quali non si farà in questo caso prelevazione diretta. Se il 30 per cento del valore di queste annualità superasse quello del 70 per cento, la differenza della rendita da inscrivere in sostituzione degli stabili, sarà riscossa prelevando una corrispondente quota di detti canoni, censi, livelli, decime ed altre prestazioni;

     c) Sui beni delle soppresse corporazioni religiose di Lombardia si riscuoterà la tassa straordinaria del 30 per cento, in quattro rate annuali, nei modi e col procedimento relativo alla riscossione del contributo fondiario.

 Art. 19.

     Quando, per effetto della tassa straordinaria del 30 per cento, il reddito netto di un vescovado fosse ridotto ad una somma inferiore alle lire 6,000, gli attuali investiti riceveranno dal fondo del culto una somma annuale che compia le 6,000 lire.

 Art. 20.

     La quota di concorso imposta con l’articolo 31 della Legge del 7 luglio 1866 sarà riscossa sul reddito depurato dai pesi inerenti all’ente morale ecclesiastico non soppresso.

 Art. 21.

     La riscossione dei crediti dell’Amministrazione del fondo del culto si farà coi privilegi fiscali determinati dalle Leggi per la esazione delle imposte.

 Art. 22.

     Le disposizioni della Legge 7 luglio 1866 continueranno ad avere il loro effetto in tutto ciò che non è altrimenti disposto nella presente.

[1] Abrogato dall’art. 2 del D.L. 22 dicembre 2008, n. 200, convertito dalla L. 18 febbraio 2009, n. 9, con la decorrenza ivi indicata, ad eccezione degli artt. 1 e 2, sottratti all’effetto abrogativo dall’art. 1 del D.Lgs. 1 dicembre 2009, n. 179. Le disposizioni della presente legge che riguardano l’amministrazione dei beni provenienti dal patrimonio ecclesiastico sono state abrogate per effetto dell’art. 13 della L. 24 dicembre 1908, n. 783.

Source: Legge 15 agosto 1867, n. 3848. Legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico

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