* [12 agosto 1995]

“Item esso Testatore, e nomina in suoi fidecommessarj presenti e futuri il Rev. D. Cesare Gioeni Archiprete di questa Città, D. Nicolao e Vincenzo di Carlo fratelli cuggini carnali di esso testatore, e D. Giovanni Coniglio nepote di esso testatore quando si troverà in questa Città, quali suoi fidecommessarj abbiino ad amministrare fedelmente detta sua eredità, ed aver cura di detta sua Cappella di S. Pietro, e Paolo, e di eseguire quanto esso testatore li dirà.”

Dunque:

  1. l’arciprete don Cesare Gioeni
  2. Don Nicolao di Carlo (cugino carnale)
  3. Don Vincenzo di Carlo (cugino carnale e fratello di don Nicolao)
  4. D. Giovanni Coniglio (nipote).

E’ certo che la storia dell’eredità si identifica quasi costantemente con la figura dell’arciprete pro tempore, sia per il conferimento dei legati, sia per la rappresentanza legale nei vari contenziosi. Il fatto che sia nominato per primo tra i fidecommissari gli conferisce senz’altro almeno la presidenza, ma mancando in questo testo del testamento altre indicazioni più particolari nulla si può dire sul modo come essi avrebbero dovuto “amministrare fedelmente detta sua eredità”. Quali compiti spetterebbe ad ognuno? In caso di divergenze nelle scelte amministrative, chi avrebbe dovuto o potuto decidere e con quale criterio?

Dalla cronistoria dell’eredità è sempre l’arciprete che difende, subisce, rivendica i diritti dell’eredità.

Così scrive il SARDO riguardo alla fondazione dell’Orfanotrofio ‘Regina Margherita’:

“[196] Dopo la soppressione delle corporazioni religiose, rimasto vuoto l’immenso fabbricato conventuale (1) sorse nella parte inferiore di esso un Orfanotrofio femminile, il quale venne affidato alle buone Suore di S. Anna. Per la fondazione dell’Orfanotrofio furono impiegati i capitali della eredità Coniglio, ricavati dalla transazione col comune di Mineo (2), unitamente alle pie elargizioni di alcuni caritatevoli signori Castiglionesi. Quest’opera, sì altamente filantropica ed umanitaria sotto il patronato della Regina Margherita ha pigliato un notevole incremento, ed è al presente nel suo migliore sviluppo (3). E’ stata ed è la sollevazione morale e fisica di tante sventurate bambine, che prematuramente orbate dal sostegno e dalla guida dei genitori, invece di crescere nel fango e nei pericoli della corruzione, vengono in questo Istituto santamente educate alla religione di G. C. ed al lavoro, che lor prepara un avvenire agiato, onesto e tranquillo (4). [197] La seguente epigrafe, che leggesi nel vestibolo dell’Orfanotrofio, ricorda la munificenza dei signori, che ebbero la pia e nobile idea di dotare l’umanitario istituto, tramandando ai posteri la benedetta e lodata memoria.

QUESTO
ORFANOTROFIO REGINA MARGHERITA
INTESO
AD EDUCARE E REDIMERE L’ORFANELLA CASTIGLIONESE
FU FONDATO
DALLA FIDECOMMISSERIA CONIGLIO
COL
FILANTROPICO AUSILIO DEI CITTADINI
SIGNORI
MELCHIORRE ED ELOISA SARDO ABBATE
ANGELA TUCCARI E CONCETTA FELSINA
ANNO 1886″


(1) Divenne proprietà del Demanio che cedette al Municipio. Si presta benissimo per un grandioso Istituto educativo femminile!
(2) V. a pag. 185 del cap. 1 della parte seconda del presente volume.
(3) Per iniziativa del Rev. defunto Arcipr. D. Vincenzo Sardo Turcis, D. Antonino Di Carlo e signor Rosario Saglimbene Fidecommissarii del Coniglio, e del Cav. Gius. Sardo Avv. e Consulente legale delle chiese, i denari di Mineo furono, con nobile idea, devoluti a questo Istituto.
(4) Merita di esser visitato per vedere come è ben sistemato; e osservare i finiti lavori di ricamo e di cucito, opera delle Orfanelle.


 

L’Orfanotrofio viene dunque fondato dalla ‘FIDECOMMISSERIA CONIGLIO” con l’intervento generoso di alcuni cittadini. Vengono impiegati i capitali ricavati dalla transazione con il Comune di Mineo (21/12/1882), fidecommissari sono l’arciprete Vincenzo Sardo Turcis e D. Antonino Di Carlo.

Il SARDO scrive:”Dopo la soppressione delle corporazioni religiose, rimasto vuoto l’immenso fabbricato conventuale sorse nella parte inferiore di esso un Orfanotrofio femminile, il quale venne affidato alle buone Suore di S. Anna.” (p. 196).

L’Articolo 1° dello Statuto del 1884 recita: “L’Orfanotrofio sotto il titolo Regina Margherita ha sede nel Comune di Castiglione di Sicilia nel locale all’uopo destinato dal Municipio, ed è fondato a spese della Fidecommissaria Coniglio.” Qual’è questo locale “all’uopo destinato dal Municipio”? Stando a quello che scrive il SARDO (1910) esso “sorse nella parte inferiore” dell’ “immenso fabbricato” rimasto ormai vuoto dopo la soppressione. Ma allora: perché , sempre in testa allo stesso statuto, viene detto che: “L’Orfanotrofio predetto è autorizzato ad accettare la cessione dal Comune di Castiglione di Sicilia del locale dell’ex Convento dei Carmelitani in conformità della deliberazione consiliare I Luglio 1883“, dopo “Veduta la deliberazione I Luglio 1883 del Consiglio Comunale di Castiglione di Sicilia con cui facendo adesione alla proposta erogazione del capitale costituente lo accennato credito, cede a favore del nuovo istituto l’ex convento dei Carmelitani“? A quale scopo il locale dell’ex convento dei Carmelitani? Come rendita sussidiaria? Come edificio pensato in un primo tempo adatto per la nascente opera pia? E come mai l’ex convento dei Carmelitani si ritrova ora di proprietà della Parrocchia?

Le disposizione testamentarie del Coniglio, riguardo alla nomina di fedecommissari, sono oggi ancora valide? Cosa prevede l’attuale codice civile?

“Nel diritto italiano vigente la sostituzione fedecommissaria è valida solo in favore di un ente pubblico o in favore di tutti i figli nati o nascituri dall’istituito, quando questi sia figlio o fratello del testatore e nei limiti della disponibile; in ogni altro caso la sostituzione è nulla (art. 692-699 cod. civ.).” (Cfr. Dizionario Enciclopedico Italiano, Treccani, IV, 1970, p. 658).

Dunque: l’unica persona cui oggi può competere il titolo di ‘fedecommessario’ è quella che rappresenta un ente pubblico quale è la Parrocchia. Pertanto la ricerca di qualsiasi altro fedecommessàrio non solo è inutile ma anche illegale perchè oggi non prevista dalle leggi attuali. Solo l’arciprete pro tempore riveste la funzione prevista dalle leggi attuali. Gli altri eventuali eredi, se mai ce ne fossero (ma già si prevedeva di non andare oltre la quarta generazione) non hanno alcun diritto. E poi, nel testamento, l’erede universale è in ogni caso la cappella dei Santi Pietro e Paolo… Gli eredi eventualmente anche legittimi non possono soppiantare l’erede testamentario.

Erede universale: la cappella dei Santi Pietro e Paolo nella chiesa Madre.

Cosi scrive:
esso testatore di Coniglio istituì, ed istituisce, ordinao ed ordina, fece, e fà sua erede universale la sopradetta Cappella sua de’ SS. Pietro, e Paolo esistente in detta Madrice Ecclesia“.
Nei ‘codicilli’ consegnati dal sac. Di Iesi al notaio Leone, invece che la Cappella viene nominata la ‘Madrice Chiesa’:
Item vuole esso di Coniglio, che il Procuratore eletto, seu eliggendo dal sudetto Arciprete presente, e che pro tempore sarà della Madrice Chiesa sua erede Universale li si abbiano dare ogni anno di salario onze sei per ragione di travaglio, che dovrà avere per l’amministrazione della sua eredità, perchè così vuole, e non altrimenti“.
Se l’erede universale è la ‘cappella’, o la ‘Madrice Chiesa’, e il Procuratore della ‘Madrice Chiesa’ eletto dall’arciprete del tempo, (il quale procuratore “per ragione di travaglio” riceve onze sei l’anno) deve amministrare l’eredità, è naturale che oggi tutto s’identifica con la figura dell’arciprete pro tempore, come solo ed unico rappresentante legale tanto della ‘Cappella’ (oggi inesistente come tale),  quanto della Chiesa dei “Santi Pietro e Paolo”.

Il Coniglio lascia la Cappella come ‘erede universale’ perché nel suo testamento solenne del 1664 la indica come il luogo della sua sepoltura: “… vuole, ordina, e comanda che il suo corpo quando a Dio piacerà di pigliarsi  l’anima sua nella sua Gloria del Santo Paradiso, che si sepellisca nel sua Cappella di Santi Pietro, e Paolo novamente edificata da esso testatore esistente nella Matrice Ecclesia di questa Città di Castiglione sub titulo Sancti Petri et Pauli.”.

Proprio di seguito a questa disposizione scrive infatti: “Et perchè il capo, et origine di qualsivoglia Testamento è l’istituzione dell’herede pertanto esso testatore di Coniglio instituio, et instituisce, ordinao, et ordina, fece, e fa sua herede universalele la sopradetta Cappella sua di SS. Pietro, e Paolo esistente in detta Matrice ecclesia con l’infrascritti legati, carrichi, e clausoli, cauteli, patti, e condizioni et non altrimente, et per contemplazione e decoro maggiore di detta Cappella lasciao, e lascia l’infrascritti beneficij e pij legati all’infrascritti personi con l’infrascritti carrichi …“.
In tal modo: l’arciprete pro tempore, oltre ad essere fidecommissario (con il compito insieme agli altri di “amministrare fedelmente detta sua eredità, ed aver cura di detta sua Cappella di S. Pietro, e Paolo”), rappresenta anche “l’erede universale” del sac. Coniglio, come rappresentante legale della medesima cappella.

Cosa resta oggi di questa ‘eredità’?

Essa, risultante dalla transazione con il comune di Mineo avvenuta il 21 dicembre 1882, è investita nell’Orfanotrofio. In tal modo non viene più ‘utilizzata’ per il decoro della Cappella, per la festa dei Santi Pietro e Paolo, per il culto, per i diversi legati e benefici, per opere di beneficenza (legato di maritaggio, e orfane per la festa annuale di S. Pietro) ma esclusivamente per opera di beneficenza a vantaggio degli ‘orfani’.

E’ venuto sicuramente meno gran parte dello spirito del testamento nell’amministrazione dell’eredità da parte dei fidecommisari, anche se rientrava certamente nella mente del Coniglio la destinazione di somme per tali opere. Ma: i fidecommissari hanno questo potere, ritenendo più utile investire i beni dell’eredità in opere che continuano sostanzialmente a rispettare la volontà del testatore. Una volta che iniziano un’opera nuova, qual’è quella della istituzione di un orfanotrofio, quale funzione devono svolgere? Lo statuto lo definisce. L’opera, in ogni caso, fa sempre capo ai ‘fidecommissari’.

Come amministrarla? Direttamente o tramite altri? Nel passato l’eredità Coniglio amministrava direttamente i fondi che pervenivano dalle varie entrate (Mineo …), assegnando le varie somme a chi ne aveva il diritto (beneficiali, orfane, legato di maritaggio, cappellani, sacristi delle tre chiese parrocchiali, procuratori…). Se amministrano l’opera creata attraverso altre persone (nessuno lo impone), nominando cioè un consiglio d’amministrazione, quale criterio devono seguire nella nomina di tali persone?

Non si tratta più di persone che hanno titolo per richiedere un bene dell’eredità, ma sono invece persone che vengono scelte per amministrare beni dell’eredità. Dunque: la scelta dipende dalla loro competenza amministrativa. Quale criterio interno devono seguire i membri della fidecommissaria? A quali leggi devono attenersi perché le loro decisioni sia valide? E quanti membri devono essere perché si realizzi questa validità? E’ chiaro che per risolvere tali difficoltà non si può ricorrere al testatore perché tali problemi risultano del tutto estranei alle sue disposizioni. Del resto egli avrebbe potuto in tutta libertà nominare uno o più fedecommissari. Averne nominati più di uno si può forse giustificare dal fatto che gli stessi fedecommissari amministratori dell’eredità sono a loro volta essi stessi beneficati dall’eredità. E’ il caso per esempio dei vari legati di maritaggio o monacato o dei vari beneficiali da scegliere tra i parenti più stretti in grado o è anche il caso dell’arciprete che usufruisce dell’eredità, per esempio, come primo Cappellano.

Qui, più che le leggi oggi in vigore (almeno tre membri) dovrebbe valere invece la ‘storia dell’eredità’. Questa non si è mai trovata, sembra, nel passato a dover scegliere per discrezionalità ma per titoli. Qualcuno rivendicava un diritto (beneficiale, orfana, cappellano…) e i fidecommissari non facevano altro che constatarne la consistenza.

Ma oggi che si tratta di scelta discrezionale ci si può trovare facilmente in disaccordo. Quale criterio seguire per decidere? Lo statuto del 1884 sembra non si sia posto questo problema in modo serio, prospettando una chiara soluzione. All’articolo 15 viene detto: “I membri della Commissione saranno eletti dai Fidecommissarî Coniglio a maggioranza di voti mercè apposito verbale che sarà depositato nell’Archivio dell’Orfanotrofio“. Eppure i fidecommisari (attuali) sono due. Quale ‘maggioranza’? Strano modo di esprimersi. E’ lecito invece pensare che i membri della fedecommissaria siano costretti, proprio perché tutti sullo stesso piano, come fa supporre l’articolo, a decidere all’unanimità, ‘ad un sol voto’. E cioè: fin quando non si ritrova il pieno accordo vicendevole non è lecito prendere alcuna decisione. Tutto si ferma allora, se l’altro è sempre in disaccordo? Lo statuto del 1884 non ha pensato di risolvere questa difficoltà, forse perché non era vista come tale, in quanto la Fidecommissaria agisce e delibera come ‘soggetto unico’ e non come pluralità di soggetti concorrenti.

Se scorriamo la storia dell’eredità essa assicura una certa preminenza alla figura dell’arciprete pro tempore, per diversi motivi: sia per la sua carica istituzionale super partes, sia anche come rappresentante legale dell’ ‘erede universale’, sia per il contenuto materiale dell’eredità, consistente sopratutto in benefici da conferire o in altre opere a scopo di culto. Perché questo sembra almeno chiaro: il Coniglio ha lasciato i suoi beni pensando in primo luogo all’elevazione spirituale della città e dunque avendo di mira il buon funzionamento del culto, oltre alle necessità dei poveri. Da sempre gli arcipreti sono stati impegnati a difendere l’eredità, anche perché esplicitamente (così recita il solenne testamento del 1664) essi ne sono i ‘cassieri’ .

Scrive Coniglio nel testamento quando nomina i fidecommissari: “… Il Reverendo Archiprete di Gioeni, et in caso di morte |…| il Reverenddo Archiprete che pro tempore sarrà in perpetuum et infinitum qual vole tenghi la cascia del deposito del modo si dirrà“.

Ma se si fosse costretti ad essere in numero dispari per poter validamente decidere, quale criterio seguire per la nomina di altri eventuali fedecommissari, visto che ormai i due che sembrano certi sono l’arciprete pro tempore e l’attuale Sig. Tuccari Michele?

Almeno negli ultimi due secoli si parla costantemente sempre di due fedecommissari e si deve pensare che ciò è avvenuto per l’estinzione degli altri discendenti dei fidecomissari nominati dal Coniglio. Si può anche pensare per disinteresse, perchè in fondo amministrare l’eredità non rapprensentava certamente un affare.

Come rintracciare ora eventuali discendenti? Chi ha il diritto di proporre criteri per la loro nomina? E poi: non dovrebbe, caso mai, essere il contrario? E cioè: non dovrebbero essere gli eventuali discendenti a rivendicare tale carica? I ‘diritti’ sono qualcosa che si richiedono da parte dell’interessato, non si dispensano o si impongono magari contro la propria volontà e il proprio interesse. Almeno che non si ricerchino proprio per salvaguardare propri interessi consolidati. Quale interesse ad essere ‘fidecommissario’? E poi: quali compiti specifici assegnare agli eventuali diversi fidecommissari? Solo quello di essere ‘grandi elettori’?

‘Creare’ nuovi ‘fidecommissari’ se, in apparenza vuol salvaguardare la legalità degli atti deliberativi, in sostanza vuole vanificare la figura dell’unico fedecommissario che storicamente ha rappresentato ed amministrato l’eredità.  E se è proprio questo che si vuole ottenere, perchè è troppo chiaro che sia così, non sarebbe cosa più onorevole minacciare la rinuncia da parte dell’arciprete pro tempore alla funzione di ‘fedecommessario’, tanto più che essa ha oggi ben poco a che fare con il testatore Coniglio? O ancora: perchè non tirar fuori la ‘fedecommisseria’  da un’attività che non ha più nessun utile sociale e reinvestire in una nuova attività, quella che proprio la macchinosità di queste operazioni cerca in ogni modo di non voler promuovere? Cosa potrebbe ostacolare i fedecommissari ‘reali’ ad azzerare lo stato attuale dando vita ad una nuova realtà operativa? Ma poi: cosa ha in cassa la fedecommisseria una volta estinto l’Orfanotrofio proprio i beni che nel frattempo esso ha avuto per la sua sussistenza (Avv. Paolo Zingali Tetto)?

– La ‘Fedecommissaria’ può fare a meno di un C. d. A.?  Se è necessario o utile che lo crei è completamente autonoma nella sua formazione e, in ogni caso, non può che rifarsi alla sua storia.

– Il testatore Coniglio ha istituito quattro fidecommissari, naturalmente senza porsi il problema di cosa sarebbe successo in caso di deliberazioni, proprio perché essi non agiscono come assemblea, come singoli, ma come garanti, come esecutori. E dunque la legalità dei loro atti sta nella legalità degli atti degli aventi diritto a qualche prestazione da parte dell’Eredità e ciò non può essere frutto di votazioni. Ma immaginando una simile situazione: chi prevarrebbe essendo in parità? …

– In tutto il rapporto tra la Fidecommissaria e l’Orfanotrofio sembra essersi instaurato un equivoco di fondo: essa appare ormai come qualcosa di esterno all’opera,  quasi una sorta  di ‘presidenza della repubblica’ nei confronti del parlamento o dell’esecutivo. Qui il rapporto è invece proprio l’opposto: mentre il presidente viene eletto dal parlamento e sottoscrive gli atti, il C. d. A. viene invece eletto dalla Fedecommissaria e ad essa dovrebbe rendere conto. L’opera nasce dalla volontà della Fedecommissaria e non può che mantenersi con la sua volontà e la sua concreta e reale presenza operativa. Perché: nulla vieta alla Fedecommissaria di tirarsi indietro e di stornare, come ha già fatto una volta, i propri mezzi per altra opera ritenuta più utile e rispondente alle necessità dei tempi.

Non è dunque il CdA che deve ‘crearsi’ altri fedecommissari, ma eventualmente sono questi ultimi (o l’unico che legalmente oggi può detenere questa funzione), a liberarsi di esso dando vita ad un’altra situazione che meglio risponda alle proprie finalità.

E’ certo che l’Abbate Coniglio avrebbe forse fatto meglio a guardare con più affetto dentro la propria famiglia. Se ha assicurato secoli di benefici e ha mantenuto con decoro il culto e la carità, ha anche onerato di tanti pesi e gravi contenziosi i fedecommissari.

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