* [12 agosto 1995]


Famiglia Coniglio

ANTONIO CONIGLIO, di Giulio, dottore in medicina, sposa
MARIA DI CARLO, di Nicola e di Assenzia Piccione,
il 16/02/1608 (cfr. Reg. “S. Maria”, f. 12v).
[Maria Di Carlo ha altri due fratelli: Timoteo ed Amodeo.]

Figli:

  1. GIULIO nato il 01/12/1608 (cfr. “S. Pietro”, f. 50v)
  2. CATERINA nata il 01/04/1610 (cfr. “S. Pietro”, f. 56v)
  3. GIROLAMA nata il 21/04/1612 (cfr. “S. Pietro”, f. 66v)
  4. GIUSEPPE nato il 29/12/1613 (cfr. “S. Pietro”, f. 80r) morto il 26 (o 28)/10/1666 (cfr. “S. Pietro”, f. 142v)
  5. FABIANO nato il 04/03/1616 (cfr. “S. Pietro”, f. 106v)
  6. VINCENZO nato il 04/04/1618 (cfr. “S. Maria”, f. 22r) morto all’età di 27 anni il 17/04/1645 (cfr. “S. Pietro”, f. 14v). Nel 1645 il padre Antonio era già morto. Così è scritto nell’atto di morte di Vincenzo: “filius quondam Ar: et Med: d. Antonii Cuniglio et Maria de Carlo”.
  7. GIAN BATTISTA nato il 08/10/1622 (cfr. “S. Pietro”, f. 147r)
  8. ANNA nata il 18/04/1625 (cfr. “S. Pietro”, f. 162v)

[Enciclopedia Cattolica, V (EA-GEN), 1950, c. 1106:

FEDECOMMESSO (fideicommissum). – E’ la disposizione di ultima volontà con cui si istituisce uno erede con l’obbligo di conservare e trasmettere in tutto o in parte l’eredità a una persona o a un ente determinato. L’erede dicesi fiduciario; la persona  o l’ente per cui l’eredità deve essere conservata e a cui dev’essere trasmessa dicesi fedecommissario.

L’istituto del f. risale al diritto romano (Instit. Iust., l. II, tit 23, de fideicomm. heredit. § 2). Ebbe vasta applicazione nel medioevo e dopo il 1500 anche per l’influsso della dominazione e della legislazione spagnola. La nobiltà prima e la borghesia poi se ne valsero largamente per assicurare la conservazione del patrimonio e di altri beni (ad es. botteghe, industrie, ecc.) nell’ambito della famiglia o perfino della primogenitura.

I principi di libertà, affermatisi specialmente con la Rivoluzione Francese, portarono a poco a poco all’abolizione dell’istituto del f. Il codice civile del 1865 all’art. 899 escludeva ogni sostituzione fedecommissaria, mentre il codice vigente del 1942 la ripristina esclusivamente entro questi limiti: a) il testatore può imporre al figlio l’obbligo di conservare e di restituire alla sua morte, in tutto o in parte, i beni costituenti la disponibile a favore di tutti i figli nati e nascituri dall’istituito o a favore di un ente pubblico (art. 692); così pure il testatore può imporre a un fratello o a una sorella l’obbligo di conservare e restituire i beni lasciati, a favore di tutti i figli nati e nascituri da essi o a favore di un ente pubblico (art. 692). L’erede fiduciario assume un pò la figura dell’usufruttuario, con il godimento, la libera amministrazione e la rappresentanza dei beni che formano la fiducia (art. 693). L’eredità si devolve al sostituto al momento della morte dell’istituito (art. 696).

La sostituzione fedecommissaria in favore di cause pie è ammessa senza limiti dalla legislazione canonica (cann. 1513-14), la quale prescrive che il chierico o il religioso fiduciario (quando si tratti di fiducia in favore di cause pie) renda edotto l’Ordinario, il quale, come tutore d’ufficio delle pie volontà (can. 1515 § 1), eserciterà il controllo (can. 1516). Nell’ordinamento canonico la sostituzione fedecommissaria può aver luogo anche per atto tra vivi.

BIBL.: C. Ferrini, Teoria generale dei legati e dei f. secondo il diritto romano con riguardo all’attuale giurisprudenza, Milano 1889; V. Oblet, Fidèicommis, in DThC, V, coll. 2295-99; R. Trifonem s. v. in Nuovo digesto italiano, V, pp. 999-1016; A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, 2ª ed., Padova 1950, p. 777 sgg. Luigi Oldani”

* { Cfr. attuali disposizioni canoniche contenute nel Libro V, Titolo IV dell’attuale Codice di Diritto Canonico: cann. 1299-1310.}*

[Grande Dizionario Enciclopedico, V, 1956, p. 578:

FEDECOMMESSO. – I. DIRITTO CIVILE. — L’istituto del F. ha avuto una grande importanza negli ordinamenti giuridici romano e medievale, che riconoscevano al titolare di un diritto la possibilità di disporne mortis causa anche a vantaggio di beneficiari successivi al primo chiamato. Il F. implica appunto una doppia vocazione ereditaria, con l’obbligo imposto al primo chiamato di conservare i beni e di trasmetterli alla sua morte al secondo chiamato. Nel diritto moderno l’istituto è visto con sfavore, perchè contrario alla libertà di godimento e di disposizione dei beni.
Nel nostro diritto ereditario è limitatamente riconosciuta la possibilità di una sostituzione fedecommissaria, agli art. 692 sgg. del cod. civ.: entro i limiti ben precisi che ora esporremo è ammessa la possibilità di una doppia vocazione in ordine successivo, chiamando un secondo beneficiario (detto sostituito o sostituto) per il tempo in cui il primo avrà cessato di godere l’eredità o il legato.
Il F. familiare è riconosciuto quando primo chiamato è un figlio o un fratello del testatore e la sostituzione è fatta a favore indistintamente di tutti coloro che sono nati o nasceranno dall’istituito. Nell’altra forma, che è il F. di beneficenza, istituiti sono sempre unicamente il figlio o il fratello, e sostituto può essere un ente pubblico. Se chiamato è un figlio, il F. può essere costituito soltanto sulla disponibile, poichè la quota legittima deve essergli sempre attribuita in piena proprietà senza pesi. Nel F. familiare si è voluto evitare ogni forma, sia pure larvata e temporanea, di maggiorasco, stabilendo che la sostituzione va necessariamente a favore di tutti i figli, nati e nascituri, dell’istituito.
In tutti gli altri casi non espressamente riconosciuti la sostituzione fedecommissaria è proibita. Però la prima chiamata, l’istituzione, conserva il suo valore, e il chiamato rimarrà semper heres; inoltre, in applicazione del principio di conservazione, la sostituzione fedecommissaria vale come sostituzione volgare nell’ipotesi che il primo chiamato non possa o non voglia accettare.
Il diritto del primo istituito è diritto di proprietà limitato nel tempo da un termine incerto. Il suo contenuto è simile al diritto dell’usufruttuario; anzi la legge rinvia genericamente alle norme dell’usufrutto, le quali impongono, per es., l’obbligo di dare cauzione e di fare l’inventario. A differenza dell’usufruttuario, l’istituito può essere autorizzato dall’autorità giudiziaria ad alienare i beni nei casi di utilità evidente, e con l’obbligo del reimpiego. Le norme sulla sostituzione fedecommissaria sono applicabili anche ai legati.
In nessun caso è ammesso l’usufrutto successivo. Il legato di usufrutto vale soltanto a favore del primo chiamato a goderne. Invece è consentito il legato di somme determinate per erogazioni periodiche, anche in perpetuo, destinate a premi, opere di assistenza, e simili. Le annualità di questi lasciti costituiscono un peso che può essere riscattato nello stesso modo della rendita (art. 699 cod. civ.).
Per evitare che si formino indirettamente delle vocazioni di secondo grado, è stabilita la nullità di ogni limite con il quale il testatore proibisca all’erede di disporre dei beni ereditari. Pertanto, è invalida l’istituzione di secondo grado per quello che rimanesse dell’eredità alla morte del primo istituito: il cosiddetto legato, o F., de residuo costituirebbe una specie di F. parziale, in cui manca l’obbligo di conservare; esso è contrario al divieto di porre limiti al diritto di disporre, anche  mortis causa, dei beni ricevuti in eredità o in legato. A. TRA.

II. STORIA DEL DIRITTO. — F. (= fidei commissum) è in diritto romano una disposizione di ultima volontà fatta fuori del testamento, mediante un incarico affidato alla fides dell’erede, testamentario o legittimo, o di altra persona beneficata. L’evoluzione storica dell’istituto è molto complessa: queste disposizioni fiduciarie ebbero una sanzione giuridica agli inizi dell’età imperiale, e tanto si estese l’uso di ricorrervi, redigendo un semplice scritto senza requisiti di forma, detto codicillo, che gli imperatori, a cominciare da Costantino, dovettero intervenire con norme limitatrici della soverchia libertà, imponendo per i codicilli formalità analoghe a quelle proprie dei testamenti. Nel diritto giustinianeo i F. sono assimilati ai legati in una disciplina unitaria, ispirata al massimo riguardo per la volontà del defunto: dal legato o F. singolare si distingue il cosiddetto F. universale (fuso col legato dell’universalità o di una quota del patrimonio ereditario), che, in seguito all’involuzione del concetto classico della eredità romana, si viene sempre più accostando a questa, fino a dar vita a un nuovo regime di successione fiduciaria. Infatti nel fideicommissum universitatis l’erede fiduciario è tenuto a restituire al fedecommissario l’eredità, o una quota parte di essa, e il testatore può gravare lo stesso fedecommissario dell’obbligo di restituire alla sua morte il patrimonio ereditario a un parente destinato dal disponente, o anche dal fedecommissario, purchè entro la famiglia: si ha così la cosiddetta sostituzione fedecommissaria, la cui applicazione più importante è costituita appunto dal F. di famiglia.

Nel diritto medievale non si spense mai la pratica dei F. e delle sostituzioni, e specialmente dopo il sec. XII ebbe rinnovata diffusione il F. familiare (spesso con diritto di accrescimento fra sostituti del medesimo grado): l’uso delle sostituzioni fedecommissarie fu apertamente rivolto a eludere le norme sulla successione legittima contro il testamento, ovvero a stabilire una preferenza assoluta dei maschi in confronto delle femmine. Già nel sec. XIII vi sono correnti che tendono a trasformare il F. in modo da concentrare in uno o più eredi preferiti, a danno degli altri, l’intero patrimonio familiare, instaurando a somiglianza della successione feudale una successione fedecommissaria «ex pacto et providentia maiorum». Tali F. fiorirono ancor più nell’età del Rinascimento, specie per l’influsso dell’uso spagnolo: e anche in Italia si diffusero primogeniture, seniorati, maggioraschi, diretti a conservare l’unità dei patrimoni immobiliari allodiali, e con essa la potenza delle casate. Così i patrimoni divenivano indivisibili e inalienabili, con grave danno non solo per i legittimari e ultrogeniti, i cui diritti venivano ridotti o annullati, ma anche per l’economia generale, a causa degli ostacoli frapposti alla commerciabilità delle terre vincolate e ai miglioramenti fondiari. Nei secc. XVII e XVIII i F. perpetui avevano assunto tale diffusione che le leggi dovettero intervenire a limitarli e a disciplinarli, nell’interesse delle famiglie e in quello generale dello Stato e della pubblica economia, ripristinando, fra l’altro, la disposizione del diritto giustinianeo, per cui i F. non potevano estendersi oltre la quarta generazione. Nel periodo delle riforme si ebbero ulteriori restrizioni, e qualche sovrano decretò lo scioglimento dei F. esistenti e il divieto di costituirne dei nuovi. L’abolizione dei F., ritenuti strumento di prevalenza poilitica e inammissibile impedimento alla liberta di disposizione dei beni, fu attuata in modo radicale dal Code Napoléon con la proibizione generale delle sostituzioni fedecommissarie. Il cod. civ. italiano del 1865 confermò e aggravò i divieti napoleonici, dichiarando nulle anche le sostituzioni di primo grado: il vigente cod. civ. del 1942 ha invece ripristinato con gli artt. 692 sgg. le sostituzioni fedecommissarie di primo grado. G. AST.”

[Dizionario Enciclopedico Italiano, Treccani, IV, 1970, p. 658:

fedecommésso (ant. fidecommésso o fidecommisso) s. m. [dal lat. fideicommissum, propr. part. pass. neutro sostantivato di fidei committere, v. FEDECOMMETTERE]. – 1. Disposizione di ultima volontà per la quale chi è istituito erede ha l’obbligo di conservare e restituire in tutto o in parte l’eredità a un’altra persona. 2. La cosa che è oggetto di tale disposizione.  L’istituto risale al diritto romano classico e serviva soprattutto allo scopo di favorire persone incapaci. Le disposizioni che lo regolarono nacquero dal bisogno dell’opera di una terza persona tra il disponente e il successore, e dalla necessità di reprimere gli abusi cui l’istituto dava luogo. Dapprima furono i consoli e i pretori ad aver l’incarico di garantire la volontà del disponente; più tardi i senatoconsulti Trebelliano e Pegasiano regolarono i rapporti tra l’onerato e il fedecommissario. Giustiniano infine fuse i legati e i f. speciali, accordando a questi le garanzie dei primi. Il f. servì soprattuto quando il testatore voleva lasciare il patrimonio all’erede solo temporaneamente e fino al verificarsi di circostanze speciali (il f. di famiglia). Questa forma di f. si venne precisando più decisamente nel diritto bizantino, quando si lasciarono agli epitropi molte di quelle mansioni che erano un tempo proprie dei fiduciari romani, per assicurare la conservazione temporanea dei beni nella famiglia. Vi influì egualmente l’analogo istituto germanico dei salmanni , contribuendo ad accentuare la doppia tendenza, verso l’inalienabilità e la indivisibilità del patrimonio, che verranno poi a loro volta rafforzati, la prima, nel sistema feudale a tipo longobardo (inalienabile), la seconda, nel sistema del feudo a tipo franco (indivisibile e pieno di limitazioni per i diritti successori delle donne). All’epoca del diritto comune, e la dottrina e la giurisprudenza sistemarono la costruzione dell’istituto, perticolarmente per quanto riguardava l’inalienabilità del patrimonio e la tasmissione dei beni attraverso la linea agnatizia maschile. Questa costruzione teorica era compiuta nei sec. 16° e 17°; ma proprio allora, nel giuoco complicato, antisociale e spesso disumano, delle primogeniture, dei maiorascati, dei seniorati e dei iuniorati, cominciava a mostrare i suoi difetti. Limitazioni vennero dalle legislazioni di Vittorio Amedeo II, Francesco I di Lorena, Leopoldo I e Francesco II d’Este: ma fu la Rivoluzione Francese ad abolire i f.  (4 agosto 1789), sancendo poi, coi decreti del 1792, che i beni fedecommissari restassero nelle mani di chi li possedeva o andassero al prossimo chiamato. La legislazione francese passò in Italia con la dominazione napoleonica, ma fu annullata dalla restaurazione (1815); rimase però nella Toscana. Il codice civile italiano del 1865 vietò le successioni fedecommissarie (articoli 899, 900), equiparando ad esse, agli effetti del divieto, l’usufrutto successivo (art. 901). L’ultima ad abolire il f., a poca distanza dalla Germania e dall’Austria, è stata la Spagna (1931).  Nel diritto italiano vigente la sostituzione fedecommissaria è valida solo in favore di un ente pubblico o in favore di tutti i figli nati o nascituri dall’istituito, quando questi sia figlio o fratello del testatore e nei limiti della disponibile; in ogni altro caso la sostituzione è nulla (art. 692-699 cod. civ.). L’istituito ha il godimento e la libera amministrazione dei beni che formano oggetto della sostituzione e a lui sono applicabili le norme sull’usufruttuario. Con l’autorizzazione del tribunale, in caso di utilità evidente, i beni possono essere alienati, con l’obbligo di reimpiegare le somme ricavate. L’eredità si devolve al sostituto al momento della morte dell’istituito. Se la sostituzione è a favore dei figli dell’istituito e questi muore senza lasciare prole, i beni si trasmettono ai suoi successori legittimi o testamentarî. Se l’istituito premuore al testatore o è incapace o indegno o rinunzia, l’eredità si devolve al sostituito, con effetto dal momento della morte del testatore.

fedecomméttere (ant. fidecommitere) v. tr. [dal lat. fidei committere «affidare alla lealtà di qualcuno»] (coniugato come méttere). – Lasciare qualcosa in fedecommesso.
fedecommissàrio (ant. fedecommessàrio o fidecommessàrio o fidecommissàrio) agg. e s. m. [dal lat. tardo fideicommissarius]. – 1. agg. Del fedecommesso (v.): successione f.; sostituzione f. 2. s. m. (f. –a) La persona a cui devono essere trasmessi i beni che l’erede ha ricevuto in fedecommesso.”

[DEVOTO-OLI, Vocabolario della lingua italiana, 1979:

fedecommesso s. m. Disposizione testamentaria per la quale chi è istituito erede ha l’obbligo di conservare l’eredità e di trasmetterla, a un momento stabilito, in tutto o in parte, ad un’altra persona / concr. Quanto costituisce l’oggetto di tale disposizione”

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