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Fra le attrattive di maggiore rilievo che danno impor-
tanza a questo territorio, primissime vanno annoverate il monte
Etna e il fiume Alcantara.
Ragione di ricchezza l’uno e l’altro; che pure, talvolta
i loro formidabili fenomeni tramutano in causa di profonda
miseria e di inesprimibile dolore.
L’Etna, l’ignivomo ed indomito colosso, coi suoi misteri
spaventevoli, impenetrabili, in cui l’abisso e l’incanto si
stringono in magico ampless, è divenuto di fama cosmo-
polita per la sua forza immane, arcana, deleteria che ovun-
que si manifesta semina lo squallore, la morte.
I suoi strani fenomeni originarono la mitologia leggenda
di Eucelado e dei giganti. Il superstizioso medioevo per i
fatti straordinari che da essp derivano, che sanno di diabo-

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lico, lo ritenne la fucina d’inferno più immediata alla terra.
I poeti di ogni età si sono in esso inspirati; la scienza
trova campo vasto nelle sue inesauribili meraviglie, mentre
i profani subiscono il fascino potente della natura arcana che
tutto l’avvolge.
Ben lo apostrofò il nostro Filoteo (1)[1] bel seguente epi-
gramma.
« Dum mea perpetuis exardent viscera Flammis
« Opprimit exurens extera membra gelu.
« Hinc igitur quoniam resplendens semper, et ardens
« His videor, sumpsi nomen, et aetna vocor. »
L’etimologia del nome suo etna, di greca provenienza,
Aitne la montagna ardente, pare voglia ricordare i diversi
popoli che l’hanno abitato fin dai tempi preistorici e succes-
sivamente abbandonato, impauriti dai fiumi di fuoco che sgor-
gano dai suoi fianchi.
Gibel Huthmet, Hunthamet o Diebel Nar « la Montagna
di fuoco » fu detto dai Saraceni, che presso loro suona sem-
plicemente il monte; mutato in Monte Gibello dai Normanni
e in Mongibello dalle dominazioni seguenti; inteso al presente
per antonomasia dai popoli etnei « la Montagna » e popolar-
mente Muncibeddu.
Questo nome, che tradotto non significa altro che Monte
dei monti, tutta dinota la suprema importanza di esso che
non ha confronto in tutti gli altri del genere.
Torreggia sublime di contro questa città, e le ali sue
gigantesche protende su tutto il di lei territorio.
Il versante erst, nord-ovest, o delle sciare di Castiglione
che vien giù con dolce declivio, per la sua naturale confi-
gurazione oppone maggiore resistenza all’aprirsi micidiale
dei fianchi di esso.
Ciò non ostante diverse eruzioni registra la storia, se-
guite indistintamente da effetti disastrosi per i terreni colti-


[1] (1) Aetna topographia.

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vati che hanno seppellito inesorabilmente nel loro fatle per-
corso, attraverso le praterie di questa meravigliosa plaga
etnea (1)[2].


[2] (1) Delle lave calate in questo territorio notiamo:
Anno 396 a G. C. eruzione dal monte del Mojo sino a Schisò, nel tem-
po di Dionigi I (GEMMELLARO).
» 1285  di G. C.   id.  che recò gravi danni a questo territorio.
Nel suo percorso incontrò la chiesetta di
S. Stefano, che circondò miracolosamente
senza devastarla (ms. SARDO).
»          1566        »  »           id.  dalle Concazze del bosco di Castiglione (GEM-
MELLARO).
»          1567        »  »           id.  a 1 novembre arrivata fiuno a monte Ala-
struso – durata giorni 6 (ms. SARDO).
»          15…         »  »           id.  a Sciarelle, dove si osserva tuttavia il cono
spento. – Questa lava diede origine al motto
tutt’ora vivo nella bocca di questo popolo:
« Misiricordia dissinu l’ariddi quannu focu
ittanu li Sciareddi. »
»          1603        »  »           id. che devastava le campagne finitime a monte
Alastruso (ms. SARDO).
»          1607        »  »           id. che devastava le campagne finitime a monte
Alastruso (ms. SARDO).
»          1643        »  »           id. nell’altro della contrada Concazze, nel bosco
di Castiglione (GEMMELLARO).
»          1646        »  »           id. da Montenero fino alla strada di Lingua-
glossa, giù per questo territorio (ivi).
»          1735        »  »           id. che avanzava verso questa città. Gran piog-
gia di cenere in città, dalle ore 22 d’Italia
per tutta la notte successiva. Lo strato di
essa cenere raggiunse l’altezza di ben 4
centimetri (ms. SARDO).
»          1755        »  »           id.  avvenuta a ore 18 d’Italia del 9 marzo, di
acqua mista a pietre e sabbia, il tutto si
versava a torrenti (ms. SARDO).
»          1809        »  »           id. dal monte di S. Maria giù per la contrada
Picciolo, verso Castiglione e Linguaglossa.
»          1879        »  »           id. fra Timpa rossa e Monte nero, a valle per
Collebasso, Passopisciaro, Iannazzo, dal 25
maggio alla notte del 6 giugno.

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Malgrado però la sua irrequietezza, oggetto di ansie ter-
ribili e di continuati timori, non si può disconvenire (stante
techè buona parte del territorio di Castiglione sta in grembo
ad esso) che deve allo stesso la feracità del suo suolo, la
pregevolezza dei suoi svariati prodotti.
Le lave (sciare), che secondo la natura del terreno dove
scorrono or colmano valli, or creano colli, nel rincorrersi
delle onde di fuoco danno luogo alla formazione di immensi
vuoti sotterranei, dalle ampie volte, che il capriccio della
natura, talvolta, dispone con mirabile simmetria, noti sotto
in nome di grotte (1)[3].
Queste lave, che il tempo sgretola e successivamente ter-
rifica, formano i terreni vulcanici, la di cui potenzialità pro-
duttiva è nota e celebre da tempi immemorabili.
La flora di essi, in vero, ricchissima delle più svariate
essenze forestali e pratensi, che si estende fino alla base del
cono principale, dove cessa ogni traccia di vegetazione, che
larga messe di cognizioni fornirebbe allo studio delle scienze


[3] (1) frra le molte grotte che s’incontrano ricordiamo le più importanti:
Nell’ex feudo di Collebasso: la grotta delle Ballerine o di Mazzaruto.
di Testazza(il famigerato brigante
compagno a Zumbo) o di Monte
Nero.
id. delle Colombe (per gli stormi di
uccelli che vi si ricoverano).
id. di Montedolce (che secondo il FI-
LOTEO passando sotto l’Alcantara
comunica con l’isola di Vulcano!).
id. della Virzella che va a sboccare
a Timarchisa vicino al fiume (ms.
SARDO).
Infine la grotta di Monte rosso e quella
di Elcio, detta pure il Riconco (o cono
spento della lava, forse del 1566!) entrambi
nell’ex feudo di Germanera.

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naturali, è il mirabile testimonio della vasta e spontanea
fecondità di questi terreni (1)[4].


[4] (1) Fra le essenze forestali e pratensi più importanti, che s’incontrano a
diverse altezze, notiamo:
Ess. forestali    di alto fusto: il Pino, la Quercia, il Cerro, l’Acero, il
Faggio, la Betula, il Pioppo, l’Acero falso
platano, il Leccio, il Castagnoi, l’Agrifoglio,
il Carpino ecc.
id. di mezzo fusto e cespugliosi: il Pero sevatico, il Crespino,
il Lentiscom il Ginepro, il Sambuco, la Gi-
nestra, la Fusaggine, l’Ulex europeus, il
Caprifico ecc.
Ess. pratensi eduli: l’Asparago, la Viticella, il Finocchio, l’Anice, il Zaf-
ferano, la Fragola dei boschi, il Lampone,
i piccoli Carciofi spinosi ecc.
id. di virtù mediche: l’Aconito, la Belladonna, la Canfora, la
Cicuta, l’Agnocasto ecc. note alla scienza.
La Parietaria, il Vilucchio, l’Acanto, la
Donna vite, il Giusquiamo, l’Ortica e mille
altre di uso comune, nella empirica medi-
cina popolare.
id. industriali: l’Erba vetraria, l’Ortica e la Felce, utilissima
quest’ultima e molto diffusa, nella conci-
mazione delle vigne, degli agrumi, dei
frutteti in genere.
Di fiori silvestri, ve n’ha dovizia: la candida Margherita, il Geranio ele-
gantissimo, l’appariscente Ciclamino, l’olezzante Violetta ecc. ecc.
Né vi fanno difetto i funghi che vi si ritrovano abbondanti, tanto mange-
recci quanto sospetti e velenosi. Di essi ricordiamo, nei nomi coi quali sono
qui conosciuti: quelli di ruvulu (quercia) che s’incontrano a famiglia intiera,
numerosa. Si prestano ottimamente per la conservazione e per l’esportazione.
La Nasca e l’Agnellina (spugnola-ditola) che crescono parassiti sul tron-
chi, o sui rami delle quercie vive o alla base di quelle morte e recise.
Il fungo firritu o di ferula perché si produce dovevegetano le ferule, e
successivamente il musso di bue, bianco o rosso; il ventre di pecora; il cap
piddinu, il galluzzo (gallinaccio); il lardusu; il rizza di castagna; il farinedda;
il fungo d’ordine profumatissimo, il russeddu ecc. ecc.
Chiudiamo questa nota ricordando la Fauna di questa regione, anch’essa
ricca ed abbondante, non come un tempo, che forma gli abitatori della Flora.
Di quadrupedi indigeni abbiamo: la volpe, il lepre, il coniglio, l’istrice, il %

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% La flora etnea, forse per una speciale funzione eserci-
tata sulla clorofilla delle piante dall’ossido di manganesio
(che abbonda nei detriti lavici dell’Etna) eccelle per il suo
verde intenso, profondo, direi quasi singolare, che nulla ha
di comune con quello degli altri terreni.
La quiete solenne della natura esteriore dell’Etna; il ri-
goglio meraviglioso della vegetazione; l’orizzonte terso e lu-
cente dalle albe argentee e dai dorati tramonti; il carezze-
vole bacio del sole, e l’aura pura, balsamica, che lassù si
respira (placidi fenomeni che contrastano stranamente col
violento agitarsi della occulta e ribelle natura sotterranea)
danno a questi luoghi deliziosi pittoreschi, qualche cosa che
sa di soprannaturale!
Il complesso di queste circostanze indusse ad esclamare
il professor Durante, (in una delle sue non rare escursioni in
questi luoghi), che sarebbe qui il posto di un sanatorio mon-
diale, chè tutti riunisce i requisiti di superiorità sui sanatori,
pur celebrati, della Svizzera!


% riccio, la tartaruga, il topo  macchiato; e in tempi andati pure il ghito e i
daini da cui provenne la denominazione ad una campagna giù a valle vicino
Montedolce.
Fra i volatili indigeni notiamo: la pernice, la colomba, il colombaccio, il
merlo, il tordo, lo stornello, il passero (a stormi), l’allodola ecc.
Fra i migratori: la quaglia, la tortorella, il rigogolo (che nidificano qui),
il germano reale, la beccaccia, il beccaccino ed altri ed altri ancora.

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