– 127 –

Costumi. – Questo popolo, ardente come il fuoco dell’Etna,
greco nel tipo e nelle origini, ebbe dai greci anche le super-
stizioni; pigliò dagli arabi la indomita fierezza, la frugalità
del vivere, la semplicità dei costumi, nonché la supineria
musulmana, che lo rende indigente, ma altresì paziente nei
giorni cattivi.
Alla naturale fierezza unisce, però, una squisita affabi-
lità nell’accoglienza del forestiero. La sua tradizionale opi-
talità, diede origine al noto adagio: « cu tasta l’acqua du Ti-
runi (Tirone) non si ‘nni va cchiù di Castigghiuni ».
Mutate le usanze, cadde puire in disuso la vecchia foggia
del vestire nei contadini. Nulla o poca cosa avanza degli a-
biti caratteristici di un tempo, che davano aspetto singolare,

– 128 –

orientale direi quasi, ai cortei nuziali, nei quali facevano
gran mostra.
L’antico vestire dei contadini, formato dalla giacca di
forma speciale (rubuni) e dai pantaloni stretti al ginocchio
dal lato esterno con tre o
quattro bottoni di metallo
completati dai così detti
quazuni (1)[1] e dalla berretta
di color truchino o caffè (2)[2],
è al presente usato rara-
mente da qualche pastore
patriarcale, ligio alle anti-
che usanze.
Sparito è del tutto l’abito
festivo, dalle giacche e dai
calzoni di velluto turchino,
della forma anzidetta, e dai
panciotti di seta, dai vividi
e smaglianti colori, dalle
lunghe filze di bottoni dorati.
Comune è tuttavia l’uso
del capucciu (3)[3] nei con-
tadini.
Sparite son pure, le caratteristiche tolette di un tempo,
nelle donne. Nulla quindi, dei ricchi e vivaci abbigliamenti
di broccato eccellente, dalle tinte abbaglianti, dai corpetti
brevi, (ippuni) e dalle gonne (fodette) pompose, ricche di


[1] (1) Specie di uose di pura lana nera (abbrasciu) che dal ginocchio, dove
li stringono con legaccie riboccandone sovr’esse il di più, per una certa ele-
ganza, vanno fin sopra le scsarpe, (zampitte) che ricordano prettamente la for-
ma turca.
[2] (2) Lunga d’ordinario circa 35 centimetri. La dicono per antonomasia
meuza (milza) perché la sua froma ha la figura di una milza.
[3] (3) Specie di scapolare con cappuccio rotondo di taglio speciale, lungo
quasi sino ai talloni. La stoffa impiegata per detti abiti è l’abrasciu tessuta
in Castiglione di sola e genuina lana pecorina.

– 129 –

pieghe ai fianchi, che tanta grazia aggiungevano al loro in-
cedere, ordinariamente maestoso ed elegante. Ciò avvantag-
giava molto la naturale avvenenza del volto, sfolgorante nei
biondi riflessi degli ori (goliere (1)[4], incorniciato nella can-
dida mantellina (2)[5], che compiva la tradizionale toletta (3)[6].
La beltà, per la quale il ses-
so gentile castiglionese è stato
celebrato fin dagli antichi tem-
pi, è al giorno d’oggi un po’ in
decadenza. Non s’incontrano,
con la frequenza d’una volta,
quei tipi dal profilo greco pu-
rissimo, sfavillanti di grazia
orientale, che diedero luogo
a fama siffatta, ed ispirarono
un antico poeta castiglione-
se (4)[7].
Usanze. – Ogni popolo ha
un corredo proprio di usi e
credenze, (paisi unni vai stili
comu trovi) essenza speciale
del suo vivere ordinario, che
occorrerebbero volumi per con-
tenerli.
Di essi riferiremo i più sa-


[4] (1) Diverse file di collane di oro, di corallo (da loro detto carbunettu) e
granatina ne adornano il seno.
[5] (2) Il suo taglio è semicircolare, non va più giù dei fianchi; di lanma bina-
ca, con lieve sfumatura che si perde in pallidissimo ceruleo, detto bajetta.
[6] (3) Lo scialle, che la civiltà dei tempi ha sostituito alla mantellina, va a
detrimento della naturale leggiadria delle nostre contadine, che nella mantel-
lina mirabilmente spiccava.
[7] (4) « A Castigghiuni su li donni beddi
« Chi notti e ghiornu scaccianu nuciddi;
« A Francavigghia  su li sciacquateddi
« Chi natanu ‘nta l’acqua comu anciddi.

9

– 130 – 

lienti, che nella loro originalità possono ritrarre il carattere
locale.
1. Piena di fede e di grande pietà era l’usanza, (esistente
fino a pochi anni or sono) di sporgere dei lumi sul da-
vanzale delle imposte esterne, alle due ore di notte il
giovedì.
In tutti i giovedì dell’anno, al suono delle due ore di
notte, ricordante ai fedeli l’ora di solenne mestizia nella
quale Gesù coi discepoli si recava all’orazione nell’orto degli
olivi (1)[8], si schiudevano, indistintamente, usci, finestre e bal-
coni deller abitazioni, tanto dei ricchi, quanto dei poveri, il-
luminati da mille e mille lumicini, per rischiarare la via a
Gesù che s’avviava alla passione.
L’aspetto fantastico, singolare diree quasi, che assumeva
in quell’ora Castiglione, dava tutta l’idea di un grandioso tea-
tro, sfarzosamente illuminato.
2. Nel dì dell’Ascensione, (Pasqua rusata) il popolo mi-
nuto e delle campagne prevalentemente, appone agli usci
delle abitazioni, croci composte di fiori freschi, coltivati e
silvestri, simbolo: che la Croce di dolore si è tramutata in
Croce di gaudio.
3. La vigilia di S. Giuseppe le case di tutti i signori si
aprono a banchetti, (di magro s’intende) a bambini dìambo i
sessi, che d’ordinario non oltrepassano i dodici anni di età,
(Virgineddi), ai quali in detto giorno è fatto obbligo del di-
giuno. Sono in numero di sette, quante sono le allegrezze
del glorioso Patriarca, in onore del quale o per scioglimento
di voto vengono fatti, distinti da un nastro azzurro che per
quel dì tengono legato al braccio destro.
Vengono seviti a mensa dalla padrona di casa. Dopo
aver fatto baldoria per parecchie ore, sull’imbrunire sono
rimandati alle rispettive case, carichi di mille golosità ca-
serecce.


[8] (1) La Sacra Scrittura instruisce, che fu quella appunto l’ora nella quale
il Redentore, si avviava all’orto degli ulivi.

– 131 –

  1. Nei parti, di esito dubbio, vengono suonati 9 colpi di
    campana (tocchi) alla chiesa di Maria SS. della Catena, o a
    quella di Maria SS. del Carmine, che invitano i fedeli alla
    recita di un’Ave alla Vergine e un Pater a S. Alberto, per
    invocare l’aiuto sull’infelice, perché esca felicemente da lu ma-
    lu passu.
    Nel difficile momento, l’intima parente che assiste al
    parto, la paziente medesima e la levatrice (mammina) non
    lasciano di mormorare delle preci a tutti i santi, invocando
    in special modo S. Alberto protettore delle partorienti.
  2. Nei battesimi,siano essi di lusso o modesti, di nobili
    o di popolani, è tradizionale la manciata di piccole monete
    da due centesimi (sanari), che il colmpare butta ai monelli,
    che numerosi accorrono all’uscire dalla chiesa. Guai se si
    volesse sottrarre a tale vecchia usanza, lo coprirebbero di urli,
    fischi, schiamazzi, pernacchie, e in caso fortunato non lasce-
    rebbero di gridargli appresso saraca (1)[9].
  3. Gli ammalati d’occhi, ricorrono a S. Lucia per otte-
    nere la guarigione. Nel dì della festa della gloriosa Martire
    le bambine vestite di verde con cingolo rosso, vengono ada-
    giate sulla bara della santa che si gira in processione per
    le vie della città.
  4. Caratteristica, ma piena di fede patriarcale, è la tra-
    dizionale benedizione delle bestie da soma, parate a festa
    per la circostanza, impartita da un sacerdote in cotta e stola
    nel dì della festa (17 gennaio).
    In detto giorno per antica usanza, ha principio il carne-
    vale, il quale si protrae fino alla vigilia delle Ceneri. Gli
    ultimi due giorni sono detti del pecoraro. Si chiude la sera
    del martedì fra numerosi colpi di fucile che vengono tirati
    all’aria per uccidere Carnevale.
    Questa usanza, che adesso va fortunatamente scomparendo,

[9] (1) Forse corrotto dalla voce araba Karag che significa tributo; che è
proprio un tributo creato e sostenuto da vecchia usanza.

– 132 –

nei tempi andati favoriva i delitti che spesso restavano im-
puniti!
Credenze. – Ed ora passiamo alle credenze; delle quali
abbonda questo popolo.
Malgrado la fede di sincero cattolico, che gli è patrimo-
nio avito, tutto ciò che sa di strano, di inverosimile, che va
oltre i confini della umana percezione, avanzo di medievale
credenza, esercita grande influenza sulla fervida e calda
fantasia di esso.
1. I nati nella notte di S. Paolo (24 gennaio) son rite-
nuti privilegiati e vengono denominati Ciravoli. Essi, vengono
al mondo con la scienza infusa e posseggono la prerogativa
di indovinare e predire gli avvenimenti!
2. Le zitelle credono che nella notte che precede la
festività di S. Giovanni Battista (24 giugno), col concorso di
talune operazioni curiose, possano scrutare l’avvenire e co-
scere la condizione dell’uomo che dovranno togliere a com-
pagno. Hanno modi diversi, per leggere nel futuro, ma i più
frequenti sono i due che seguono.
La forma che secondo esse assume il piombo liquefatto
che sogliono versare in un catino d’acqua fredda, o l’una
delle tre fave, che la mattina destandosi tirano di sotto il
guanciale, simboleggiano: il primo il mestiere e la seconda
la condizione finanziaria dell’individuo che le cercherà in
isposa (1)[10].
3. Una burla pare che abbia dato origine, e burla è tut-
tavia, il delizioso profumo di viole che emana una certa pietra
della chiesetta di S. Nicola, durante la dimora in essa del
santo. Il mugnaio del finitimo mulino, che ha la custodia di
detta chiesuola si piglia spasso, corbellando gli sciocchi che


[10] (1) Nelle forme del piombo, la loro fantasia intende riconoscere gli attrezzi
degli artigiani.
Le fave nascoste la precedente sera sono: la prima con tutto il guscio,
simbolo della ricchezza; la secondsa sgusciata a metà, simbolo di mediocre agia-
tezza, la terza finalmente, sgusciata del tutto, è simbolo della povertà.

– 133 –

si decidono ad annusare la pietra miracolosa, spingendoli
contro di essa con pericolo di far loro fiacare il naso.
Il popolo intanto, attribuisce al santo questa specie di
prodigio e non si ricrede!
4. Fra le altre credenze del popolo, evvi comunissima
quella: che le anime degli individui, morti violentemente re-
stino per alcun tempo vaganti sul posto del delitto.
L’immaginazione fervida di esso crede di vedere o sen-
tire degli spiriti invisibili, di anime buone o cattive, in punti
determinati, che intende sotto unica denominazione di cosi
brutti!
Difatti, in fondo al torrente di S. Giacomo, sotto le balze
di S. Vincenzo, assume che nel pieno meriggio dei giorni di
agosto, dei gemiti e dei colpi di maglio risuonino per l’aria,
come di invisibile donna intenta ad imbianchire la tela!
E’ lo spirito di una sventurata, dice, che in tale tempo
vaga pel torrente, dove, mentre accudiva al lavoro trovò la
morte inflittale da nemica mano!
5. Alcuno afferma ancora che allo scocco della mezza-
notte, nelle notti estive, vegga apparire una lunga e fanta-
stica processione di soli lumi appaiati con ordine, che muove
dall’arcaica e rovinata chiesa di San Giacomo verso quella di
S.Francesco, giù a valle, per la lunghezza di circa 200 metri!
6. Le jcone, poi, che frequentemente s’incontrano per le
vie delle campagne, dipinte sul vivo sasso o su tela, richia-
mano alla mente dei passanti un assassinio o una eventuale
disgrazia, di cui quel posto fu spettatore; perché è credenza
che le anime di quei trapassati, presenti in quel luogo, im-
plorino suffragi alla pietà dei passanti!

  1. Il vento tempestoso, che per caso siegue alla morte
    di un individuo di cattiva nomea, viene dal popolino attri-
    buito a demoni che vagano per l’aria i quali fanno scempio
    dell’anima di quel tristo, da loro conquistata!
    Superstizioni. – Le superstizioni abbondano nelle femi-
    nuccie e negli uomini dappoco, che vivono tuttora nelle più
    dense tenebre dell’ignoranza.

– 134 –

  1. Provatevi a svellere dalle loro buie menti: che i corvi
    aggirantisi a stormi su una data località, preannunziino una
    annata di cattivo raccolto o un prossimo disastro con vittime
    umane; che il grido notturno del gufo (pivola) sul tetto di
    una casa predica lugubramente la immediata fine di uno
    degli abitatori di essa; (1)[11] che il grido speciale di alcune
    galline (2)[12] sia di cattivo augurio alla famiglia a cui appar-
    tengono e vedrete che vi rideranno sul muso dandovi la
    taccia d’incredulo, né varrà argomento a persuaderli!
    Né sarà mai che un campagnuolo si azzardi ad uccidere
    un rospo, o una serpe nera, che sono per lui animali animali porta
    fortuna – gli potrebbe venir male o nella persona o nelle so-
    stanze!
    Che il corno, l’aglio, la pezza rossa, la zammara (agave
    vulgaris) preservino dal mal’occhio, e il ferro dalla jetta-
    tura, son cose credute dal popolo come articoli di domma!
    Afferma pure che: chi pta, o rimonda, o recide alberi
    di fico, popola la propria casa di figlie femine! L’individuo che
    pianta un virgulto di noce se me muore, quando la circonfe-
    renza del tronco del noce, fatto albero, è pari a quella della
    di lui cintura!
    Egualmente è indizio di prossima fine, per il proprie-
    tario che l’ha allevato, il rompersi per maturità, dello stelo
    della Zammara (agave vulgaris).

  2. Il mese di maggio non vede l’ombra di un corteo
    nuziale.
    Nessuno sposa in tale mese; tutte le avversità, i malanni
    fisici o la morte prematura di uno degli sposi verrebbero,
    senz’altro, attribuiti a quel mese fatale, avverso ad Imene.
    Non si sposa, altresì, nei giorni di martedì e di venerdì; né


[11] (1) Abituati a nutrirsi di carogne, sarà forse possibile che, questi uccel-
lacci, presentano il puzzo dei cadaveri!
[12] (2) « A jaddina cantatura non si vinni e non si duna, si la mangia la
patruna » né avviene diversamente.

– 135 –

in detti giorni si fanno visite di gaudio e tantomeno si muove
per qualsisia posto, o s’imprende un lavoro importante.
« Di venniri e di marti non si spusa e non si parti. »
Tutti gli sposi, indistintamente quando fanno ritorno
dalla chiesa benedetti, ricevono addosso dagli amici e dai
parenti, fiori e grano a piccole manciate; segno augurale di
felicità, di abbondanza e di fecondità.
4. Il fidanzato non regala mai un coltello alla fidanzata,
o l’amico all’amica e viceversa, sarebbe foriero di prossima
rottura e di terribile inimicizia.
5. Di sera non si chiede né si dà in prestito il lievito,
non si spazza la casa, né si buttano via spazzature – son cose
tutte di cattivo augurio.
6. La donna di casa che compra o riceve in dono un
gattino, per far sì che presto si affezioni alla nuova dimora e
per non smarrirsi insieme, gli unge i piedi con olio comune
e gli strofina il deretano col fondo di una mezzina nuova, di
argilla cotta!
7. La donna del volgo si vendica dell’inimico suo, sca-
gliando sui tegoli dell’abitazione del medesimo un piatto di
sale di cucina.
Intende: che avvenga di esso, quello che avviene del
sale squagliandosi!
8. Le imprecazioni (gastime), le maledizioni sono nel
comune linguaggio della infima plebe; di esse ve n’ha ter-
ribili (1)[13].
9. Infine la liatina o fattura (malia); la quale consiste
nell’avvincere con potente passione l’individuo di sesso diffe-
rente, che si vuole obliare ed abbandonare, mettendogli fur-
tivamentge addossom una ciocca di capelli, o dandogli a bere


[13] (1) Focu e frascasintenza di l’ariafrusciu malignumala sorti
mi parti e mi non tornimi mi portanu na mala nutiziami ti ‘mmazzanu
a tradimentuprima ‘mpisu e poi squartaturocca senza bozu (?) paramizia
cilistrina (?) sciumi siccu (?) Funtana stagghiata (?) lampu supranutronu
surducauzi sciaccati a gruppu chianu (?) etc. etc.

– 136 –

a sua insaputa, qualche goccia del sangue, della persona
cui si vuol tenere legato! (1)[14]
Durante la passione dice l’individuo; chi mi lianu o
ficinu a fattura?
Quand’essa cede, esclama: si rumpiu a majaria!
Trabuti e incantesimi. – L’origine degli incantesimi pare
che abbia davvero una base storica (2)[15].
E’ tutta una orribile tregenda che si svolge per la rot-
tura di essi.
Per la sicura e completa riuscita occorrerebbero delit-
tuosi scongiuri col sangue di un bambino o di una donna
incinta (che devono essere sgozzati sull’incantesimo) e con
l’intervento di un prete col leggendario libro del 500, per le
cabalistiche evocazioni.
Per fortuna malgrado qualche tentativo fatto, mai si è
avverato nulla di sinistro in proposito.
Moltissimo punti nel territorio, vengono designati per
detti incantesimi, ai quali d’ordinario non va disgiunta la
leggenda.
1. In fondo alla cisterna, che esiste lassù sul cocuzzolo
del castello, sotto una mobile ma pessantissima pietra (che
mai alcuno ha potuto rimuovere) si crede vi sia nascosta la
chioccia coi pulcini d’oro!
2. Sul monte di Pietramarina, formato di immani blocchi


[14] (1) Sarebbe questa, una forma di filtro amatorio?
[15] (2) Durante la greca denominazione in Sicilia (sec. 8.) Michele Balbo im-
peratore, dovendo trasferirsi temporaneamente in altre contrade
abbandonava l’isola seguito da tutti i suoi connazionali. Bella speranza di
far presto ritorno nascosero essi, tutti gl’immensi tesori che pssedevano « no-
tandoli nei loro libri, con tutti quei segnali, dove l’avevano riposto. » (Questo
spiega il libro del 500). Ma la morte dell’Imperatore ruppe i loro intendimenti,
né più tornarono in Sicilia.
I successori, però, rinvenuti detti libri, a piccoli gruppi si avventurarono
alla ricerca dei tesori. Ignari com’erano dei luoghi, fu loro necessario ricorrere
agli abitanti dell’isola, per la designazione dei punti desiderati.
I Siciliani, li accordarono sperando in una congrua ripartizione. Ma i %

– 137 –

[16] di arenaria, si dice vi sia sotterrato un tesoro immenso, che
potrebbe costituire la fortuna di una nazione, detto del Gran
turco; ma è difficilissima impresa il rinvenirlo! (1)[17]
3. Nel monte di S. Maria, lassù alla base del cratere
dell’Etna, si ha fede nella esistenza di una grotta di una
certa dimensione, nominata della Femina e del calzaloio,
(per un uomo ed una dama che vi perirono in ceppi) della
quale non si ha più nozione dell’ingresso.
Narra la leggenda, che dessa fosse l’abitazione di una
banda di briganti in numero di 24.
Catturati in unica retata, durante la messe, in quel della
Piana di Catania, non si ebbe più nuova di loro.
Dopo un certo tempo un pastorello, che forse di nascosto
serviva i banditi, conosceva che l’entrata o buco della grotta
a mò di botola, era chiusa da una pietra quadrata (cciappa),
con un grosso anello di ferro, per unico segnale di ricono-
scimento.
Vi si recò con le bisaccie, sperando di far fortuna, per-
chè sapeva che immensi tesori vi erano nascosti. Restò ab-
bagliato, infatti dai 24 mucchi d’oro (equivalenti al numero
dei banditi) che vide disposti in giro della grotta. Riempie in
fretta le bisaccie e le tasche e ripromettendosi di tornare
altra volta si appresta ad uscire.
Ma appena sul limitare del buco, una lementevole ma
sepolcrale voce di donna, che partiva, dal fondo della grotta
medesima gli grida: viddanu accusì ti ‘nni vai e ti porti i di-
nari? Il povero pastore, che non aveva visto alcuno, com-


[16] % Greci, per restar soli ed indisturbati nella preda, astutamente li spaventarono
facendo lor credere che occorrevano scongiuri con sangue e vittime per sco-
prire i diversi tesori, Tale favola fece breccia nel popolo, dando agio ai Greci
a portar via i tesori; ingrandita è passata in credenza, pervenuta senza osta-
coli, fino ai giorni nostri. (Archivio SARDO cit, vol 5°).
[17] (1) I ruderi di antichi edifizi abbandonati, (conventi, abbazie, castelli ecc.
e i punti emineniti che presentano qualche cosa di strano, sono i luoghi desi-
gnati per la esistenza degli incantesimi.

– 138 –

preso da immenso terrore da quella voce ignota, misteriosa,
si libera immantinente delle bisacce, chiude l’orifizio della
grotta e via a gambe!
Gli spiriti dei due disgraziati che stanno a guardia del
tesoro; la pietra, che il pastorello nel precipizio della furia
rimise a rovescio, mandano all’interno l’anello, hanno rese
vane le ricerche della grotta e del tesoro  insieme!
Riporto infine, la descrizione di tutto quanto seguì nella
rottura di un incantesimo narratomi con aria di grande mi-
stero, da un credenzone, che assevera du esserne stato parte
integrante.
Si ha per fama antichissima, che in una determinata
località della contrada Chiappazza (1)[18], in una pietra contro-
segnata da speciali geroglifici, esista un tesoro di grande
rilievo.
Molti tentativi sono stati fatti, fin da epoca remota, per
cercare d’impossessarsene. Fino adesso però nessuno è riu-
scito nell’intento.
Questo tesoro, appunto, attirò l’attenzione del nostro nar-
ratorem insieme ad altri tre campioni che avevanom la febbre
dell’oro.
Furono sul posto in una fosca giornata di inverno.
L’uno di essi, pratico di scongiuri, tracciati dei cerchi
attorno la pietra, vi fece entrare i compagni. Imposto loro
di non infrangere i cerchi e prestargli la massima attenzione,
diede, senz’altro principio alla tregenda con segni strani, mi-
steriosi, inesplicabili, accompagnati da cabalistiche evocazioni.
I compagni assitevano terrorizzati e impazienti nel tempo
istesso, di vedere l’esito di quel dramma infernale. Ad un
tratto avvertirono come un fremito tremendo sotto i loro piedi,
la terra traballava, ed all’istante videro spalancarsi la rupe
(era rotto l’incantesimo) e presentarsi ai loro cupidi sguardi
una cassa rigurgitante di monete d’oro e di argento!


[18] (1) In quel di Balsamà poco lungi da paese – un paio di chilometri circa.

– 139 –

Ma non era ancor tempo di megttere le mani su quell’o-
ro. Bisognava calmare l’evocato spirito irritato, che minac-
ciava di voler fare una tempesta sulle acque del mare o dei
fiumi. Gli fu risposto di no per non compromettere la vita dei
numerosi naviganti – ma piuttosto avesse sfogato l’ira sua
sulla vetta di Mongibello. Non l’avesse mai detto . si richiude
all’istante la rupe con spaventevole fracasso, fra dense co-
lonne di fumo ed acre puzza di zolfo e pecem mentre due dei
compagni misteriosamente scomparivano !!
Sol dopo qualche giorno ebbero nuova di essi – l’unoù
in un baleno era stato scaraventato sulle alture di Motta Ca-
mastra (distante parecchie diecine di chilometri) e l’altro nel
centro del Pantano, lungi una mezzoretta dal luogo della in-
fernale evocazione!
Entrambi però, non patirono ingiuria di sorta!
Attribuirono l’insuccesso, all’incertezza degli scobgiuri
operati con poca abilità.
Ma la febbe dell’aureo metallo scaldava loro la mente,
e piuttosto che abbandonare l’idea, si ripromettevano riten-
tare l’impresa sotto migiori e più sicuri auspicii, con affi-
darla ad altro individuo, di sperimentata capacità in affari
cabalistici.
Confesso che malgrado l’ilarità destatami da tale narra-
zione, non potei sottrarmi ad un profondo senso di commi-
serazione, costatando òa deplorevole ignoranza che avvolge
questa gente; la quale, in piena luce di progresso morale e
scientifico, con tali tenebrose pratiche, fa rivivere un tempo
che dovrebbe essere per sempre sparito.

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