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A completare le notizie delle chiese, dei conventi e delle
abbazie, esistenti e distrutti in Castiglione e nel suo territorio,

[226]

daremo anche qualche piccolo cenno sull’Abbazia della Placa,
la quale fu parimente nel territorio[1] (1) di Castiglione.
Circa l’anno 1082 il G. Conte Ruggero il Normanno,
movendo trionfalmente col suo esercito da Taormina a Troina,
nell’attraversare questa valle, conobbe l’anacoreta Cremete,
che vita aspra e solitaria menava in una spelonca, sperduta
nei boschi della Placa.
Restò il Gran Conte sorpreso ed ammirato delle costui
virtù, e fin da quell’istante l’ebbe in concetto di santo.
Ordinò, gli si fondasse in quel sito istesso, (che concede-
vagli con tutti i boschi e le annesse pianure) un chiostro
di Basiliani, del quale il Cremete ebbe affidata la direzione
e fu il primo abate. Centri abitati intanto, non esistevano
nelle vicinanze di quel fondo, all’infuori della città di Casti-
glione; dispose, quindi, Ruggero con suo privilegio, che una
porzione di uomini di essa si fosse prestata alla costruzione
del chiostro[2] (2).
Gli legò, inoltre, quattro famiglie arabe, dimoranti a Taor-


[1] (1) Il capitano di Castiglione era anche Capitano del forte del S. Salva-
tore della Placa, come si rileva nella concessione a Giovanni Monlica nel
1371 (V. doc. n. 1). Inoltre, fino al 1550 i singoli di Castiglione esercitavano
dritti di ghiandare, legnare ecc. nei feudi della Placa, come si rileva da un
atto ricognitorio consentito fra questa Università e l’Abate D. Girolamo Zafa-
rana e consorti, 21 novembre 1530 in notar Alfonso Arnono di Castiglione.
Nel XVIII, durante la visita di Monsignor Ciocchis, con suo de-
creto, incorporò tutti i feudi della Placa all’Abazia, non avendo voluto rico-
noscere i dritti che su di essi avevano i singoli di Castiglione.
Al presente fa parte del territorio di Francavilla.
[2] (2) «Tradidi Abati Cremeti de Placa vigesimam numerationem hominum
Castrileonis causa sublevandi templum Salvatoris, ac ipsum reedificandi et ad
monachorum residentiam ordinandi» (V. doc. n. 18).

[227]

mina[3] (1), (quali ascrittizi)[4] (2) affidando loro la cultura dei
campi.
Nel secolo XVIII i basiliani abbandonarono quel sito
isolato, disagevole e malsano per le acque che nei suoi
pressi stagnavano.
Vennero a Castiglione, alloggiandosi temporaneamente
nel castello, e chiesero di fondare qui, nelle vicinanze di esso,
un nuovo convento. Ma la loro proposta fu molto inopportu-
namente respinta; e nel 1770[5] (3) passarono a Randazzo dove
furono bene accetti e vi eressero un grandioso monastero[6] (4),
fermandosi definitivamente.
A Placa si ammirano ancora, i vetusti ruderi del vasto
e maestoso monastero, corrottamente chiamato la Batiazza.
L’abate di questo convento faceva parte del braccio ec-
clesiastico e pigliava parte ai parlamenti del regno, e al
pari dell’abate della Trinità di Castiglione aveva il dritto di
sedere a mensa col re[7] (5).
Questa Abbazia fu tenuta sempre in gran conto: sì, in
rispetto al fondatore Cremete, che fu il primo abate e


[3] (1) «Tradidi ad ipsius Monasteriis servitium agarenos Tauromenitanos
quatuor cum eorum uxoribus, et filiis quorum nomina haec sunt: Machamusi
Alm Arichias, Setabone vel Monoculum, ac Sulfigut (V. doc. sopracitato).»
L’originale di tale privilegio, la di cui autenticità è molto discutibile «sic-
come si disperse nel XV secolo, dall’Abbate Filippo Ruffo religioso di detto
Monastero, se ne tradusse una copia dal greco in latino, che poi fu tran-
suntata per l’atti di un pubblico Notaro, (Giovanni Di Marco di Messina),
la di cui copia fu della stessa maniera transuntata negli atti di Francesco
Sinastro di Palermo a 10 luglio 1498, indi d’ordine del re Ferdinando ri-
dotto nella R. Cancelleria 15 aprile 1616». (Arch. SARDO cit. vol. 5 p. 557
e seguenti).
[4] (2) Ascrittizi eran detti ai tempi dei Normanni gli addetti alla gleba in
sempiterno ed eran tenuti come cosa propria (schiavi) dai Signori a cui pre-
stavano giuramento di fedeltà. (Gregorio opere rare).
[5] (3) Prof. M. MANDALARI – Le popolazioni etnee.
[6] (4) Ora collegio di educazione tenuto dai P.ri SALESIANI.
[7] (5) V. Cap. Abbazia della Trinità pag. 174.

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gran santo[8] (1), come per l’importanza strategica del sito dove
sorgeva, nonchè per i vasti tenimenti che possedeva. Per la
qual cosa, venne arricchita di concessioni e privilegi[1] (2) non


[8] (1) Riepilogo la vita di esso, tolta dal Cajetani: Sanctis Siculis.
[1] (2) Intorno l’anno 1060 fioriva per santità, nella contrada nominata della
Placa, Cremete umile eremita, del quale s’ignorano i parenti e la patria. (Quì
si ritiene, per tradizione, essere stato nostro concittadino).
Il Conte Ruggero il Normanno, venuto in quel tempo in Sicilia per cac-
ciare i Saraceni, passando col suo esercito per quei solitari ed ermi luoghi,
s’imbattè in Cremete. Questi, seguito dagli animali di quei boschi, che con
la sua virtù aveva mansuefatti e resi docili e socievoli amici, gli si fè in-
contro umilmente per rendere omaggio a tanto generoso guerriero.
Ruggero stupì a tal vista e compreso di alta venerazione gli si prostrò ai
piedi, implorando la di lui spirituale protezione, e da quel momento lo riguardò
qual santo. In pari tempo lo colmò di doni e gli eresse il monastero, (che fu
detto della Placa) dotandolo di una distesa di terreni circostanti per quanto si
estendeva l’occhio. In tal guisa dotò il Monastero che in appresso servì al
mantenimento degli uomini di buona fede, che si unirono a Cremete a far vita
comune sotto la regola di S. Basilio Magno.
Ma, coll’andar del tempo, alcuni discepoli che voleansi dare a vita licen-
ziosa trovarono aspra ed insopportabile la disciplina del Maestro, e di serio
inciampo, allo sviluppo dei loro cattivi disegni, Cremete.
Spinti da infernale audacia si disfecero del santo uomo, precipitandolo
dall’alta e scoscesa rupe sulla quale sorgeva il convento.
Ma il santo, che per l’altezza del precipizio doveva farsi in minutissimi
frantumi, sorretto certamente dagli angeli, rimase miracolosamente illeso dalla
caduta, e impressa restò l’impronta del piede suo nella roccia che lo accolse.
Cremete, dotato di quella mirabile pazienza, propria dei santi, offerse a
Dio l’affronto mortale che il maligno spirito aveva suggerito ai suoi ciechi di-
scepoli. E, come se nulla avvenuto fosse, animato dallo zelo medesimo dello
spirituale regime della comunità, raccolto un fascio di legna, con esso, tran-
quillo e con la sua consueta mansuetudine rientrò nel monastero.
Ma i frati, atterriti dalla figura, che a prima giunta ritennero fantastica
apparizione, cercarono sottrarsi a quella vista la cui dolcezza li fulminava. Il
buon Cremete però, li richiamò con premura ed affetto a sè d’intorno e dimen-
tico dell’attentato subito, esortandoli a vita migliore li perdonò e li abbracciò
tutti. I frati, pentiti e ammirati di tanta mansuetudine piansero di umilia-
zione e di tenerezza insieme.
Savii consigli legò ad essi al suo letto di morte, inculcando loro amore-%

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ultimo quello di essere abbazia reale, non soggetta a giuri-
sdizione vescovile.

FINE DELLA PARTE SECONDA



%volmente, la scrupolosa osservanza della regola. Gl’impose inoltre per precetto
di ubbidienza, di seppellire sotto i gradini dell’ingresso del tempio la sua
mortale spoglia, perchè fosse calpestata dai fedeli, che in esso tempio af-
fluivano.
Una sorgente scaturì miracolosamente dove fu inumato il suo santo cor-
po; quell’acqua, fu ritenuta prodigiosa, per le molte guarigioni che operò alle
persone che di essa bevevano, affetti da cronica quartana, restia a qualunque
altro terreno rimedio.
Molti secoli dopo (1770), i suoi figli, per la malsanità del sito emigra-
rono a Randazzo, portando seco loro il capo prezioso del santo Padre Cremete;
dove, tutt’ora intatto si conserva e si venera, in pregevole teca d’argento.

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