[77]

Riscatto del mero e misto impero (2)[1]. Tentativo
di una nuova riduzione a Demanio
I. Or son tre secoli, grave e vitale quistione dibattevasi
da questo popolo, per il riscatto del mero e misto impero,


[1] (2) La giurisdizione che godeano i Baroni tanto civile, che criminale si
disse Mero e Misto Imperio. Mero il diritto di esercitare la giurisdizione cri-
minale; Misto il civile. Quest’ultimo era generale e comunemente accordato ai
feudatari dal Principe, non così quello d’amministrare la giurisdizione crimi-
nale. Merum imperium est habere gladii potestatem ad puniendum facinorosos
morte et exilio et relegatione. Tutt’altra giurisdizione si chiama Mixtum im-
perium. ORLANDO, op. cit.

[78]

Ammirabile avvenimento, dal quale si rileva la energia del
carattere, e la tenacia nei propositi, nonchè la nobiltà d’a-
nimo, e la spiccata tendenza a quella libertà, da ferrea ma-
no ostacolata o repressa, che sempre è stata ed è l’agognata
mira di questo generoso e oppresso popolo.
Il tempo inesorabile, che tutto travolge e getta nel più
muto oblio, ha fatto ingiustamente dimenticare i generosi pa-
triotti che in simil congiuntura rifulsero.
Dovere, però, è di noi posteri degnamente ricordarli, fa-
cendoli rivivere nel cuore di tutti, perchè le loro nobili azioni
ci ingrandiscano, o siano di sprone ed esempio alle infiac-
chite generazioni del tempo presente.
Altri tempi, altre leggi, altre usanze.
E barbara legge era di allora, sottomettere le popola-
zioni alla assoluta autorità del signore della terra, renden-
dolo assoluto padrone di essa e dei suoi abitanti.
Questo regime, che mero e misto impero fu detto, e che
Federico II di Svevia, molto opportunamente aveva abolito
con le costituzioni di Melfi nell’anno 1231, rinasceva in Sicilia
sotto il dominio degli Aragonesi (1)[1].
Vi furono dei paesei che in buona pace lo subirono; altri
però, non vollero piegare la testa da schiavi e insorsero alla
riconquista della perduta libertà.
Castiglione, che annoverava tra i suoi figli generosi cam-
pioni, non inferiori a quelli del 1398 e del 1491, insorse ri-
soluta a scuotere sì nefando giogo, e rivendicare i suoi di-
ritti di popolo libero ed indipendente.
Opponevasi, però, alla sua nobile iniziativa la ricompra,
che una doveva essere con Novara ed Aidone, come una
era stata la vendita. Occorreva perciò una tripla somma, es-
sendo le due Unversità di Noara e Aidone contrarie al
riscatto suddetto.
Non si sgomentarono pertanto i Castiglionesi, e sobbar-


[1] MONGITORE, I Parlamenti generali del regno di Sicilia – Vol. I.

[79]

candosi ad inauditi sagrifizii, approntarono per tutte e tre le
Univesità, il denaro necessario, pur di riuscire nella sospi-
rata impresa.
Breve fu la durata di questo periodo. – Solo dopo 39
giorni, dell’avvenuta vendita del mero e misto impero, da re
Filippo III a D. Tomaso Gioeni, una seria agitazione mani-
festossi in Castiglione, e con grande lestezza, furono iniziate
le immediate e opportune pratiche, per la pronta liberazione
dalla gravosa imposizione.
Non ricorse ad atti di violenza, ma fece appello alla
clemenza di Filippo, per essere liberata dallo angarico re-
gime, che aveva ceduto al prepotente feudatario.
Il castiglionese, che è di libera e aperta natura, freme
al pensiero della ribalderia dei tempi, su entusiasta al rimem-
brarne il coraggio, desiderando rendersene emulo.
Le nobili e decisive azioni dei nostri avi, ci hanno fre-
giato dell’aureola di una certa celebrità, attraverso i secoli,
che non si smentisce in noi, perchè il sangue loro scorre
nelle nostre vene, e ci palpita in seno un cuore generoso,
ardente.
Vorremmo, forse sfrondare sì fulgido serto, coll’esser da
meno a noi medesimi, col dimenticare le avite glorie di casa
nostra?
Ricorderò dei nomi di persone, che intiere si votarono
al bene della patria in quel frangente, appartenente a famiglie
di Castiglione, che più non esistono, e forse ignoti del tutto
alla maggior parte dei lettori; nè ricorderò di altri, dei quali
tutt’ora esistono i discendenti, i quali debbono gloriarsi di
avi sì generosi, che seppero emancipare questo popolo da
tanta schiavitù, spezzando le ignominiose catene che l’ave-
vano avvinto al principe, di cui era divenuto vile zimbello (1)[1].


[1] (1) Non sarebbe opportuno un modestissimo ricordo nell’aula
consiliare, che nell’eternare la memoria loro, giovi di monito sapiente a chi è
chiamato alle cure delle pubbliche faccende?

[80]

Nel 1610, sua maestà Filippo III vendeva all’Ill.mo Don
Tommaso Gioeni, Cardona, Saluzzo, Peralta e Aragona, prin-
cipe di Castiglione, la giurisdizione del mero e misto impero
della Città di Castiglione, e terre di Noara ed Aidone, per
il prezzo di onze 4000; più altre onze 150, che erano dovute
alla Magna Regia Curia, per lo stesso effetto, per la ven-
dita di detto M. e M. Imp. da re Alfonso a Bartolomeo Gioeni
nel 1423; quel dritto non fu da quest’ultimo esercitato (1)[1].
Questa vendita fu pattuita con la riserva della ricompra,
e il Gioeni venne rappresentato al contratto, (redatto a 22
gennaio 1610) dal D.r D. Pietro Fisauli.
I castiglionesi, che già conoscevano la burbera natura di
D. Tommaso e ne avevano esperimentato le idee baldanzose,
e lo spirito violento, in una divergenza nata fra essi e il me-
desimo D. Tommaso, avuta notizia di tale negozio, senza por
tenpo in mezzo (2)[2], si apprestano al riscatto di esso mero e
misto impero. Perciò, i giurati di allora, che erano: Girolamo
d’Aiuto, Giovan Domenico Lanza, Giovan Matteo Badolato e
Giuseppe Prescimone, elessero Procuratori allo scopo: il Dot-
tor Marco Aurelio Guarino, Modesto Bonerba, Giuseppe di


[1] (1) Integro statu dictum merum et mixtum imperium ac liberum omni-
modo et plenissima cum plenitudinis potestatis et omnem jurisdictionem Civilem
et Criminalem, altam et abssam quantumcumque, qualitercumque et eorum exer.
citium cum libera et omnimoda ac plenissima causarum omnium civilium et crimi-
nalium cohertione, cognitione, definitione, seu decisione, ac omnimoda plenitudi-
nis potestate, ac animad-versione in delinquentes et facinorosos homines cuiu-
scumque sexus, status, conditionis, ac dignitatis existant orthodoxei fidei aut
alterius cuiscumque sede in dictis eius statibus et terris Castrileonis, Aydo-
nis et Noariae et eorum territoriis, memrbis et pertinentiis, et eorum integro
statu oriundes habitatores, commorantes moram trahentes, sive transeuntes,
cives et extraneos, presentes, praeteritos, ac futuros cum omnibus et singulis
universis ipsius M. et M. imp. ac iurisdictionis civilis et criminalis ecc. inter
alia in ipso contractu contentam extat pactum et potestas reluendi dictum
M. et M. Imp. ecc. (Tutta la pratica di detta reluizione conservasi in questo
Municipio nel volume di Capitoli).
[2] V. doc. N. 14.

[81]

Napoli, e D. Filadelfo Petroccitto, perchè avessero impiegato
tutti i mezzi necessarii per riuscire nell’intento (1)[1].
Occorreva, però, conoscere la volontà del popolo, in
sì importante affare, per lo che dovea riunirsi in pubblico
colloquio, il quale non potea avere luogo, senza uno speciale
permesso di Sua Eccellenza il Tribunale del Real Patrimonio.
A tal uopo, i Giurati inviarono a Palermo il Sindaco Antheo
d’Amodeo e Angelo Lanza, perchè avessero chiesto ed ottenuto
dal suddetto Tribunale, l’ordine relativo (2)[2].
E in data 27 febbraio 1610 il Tribunale rilasciava ai sud-
detti D’Amodeo e Lanza, analoga ordinanza per tenersi il desi-
derato colloquio. Ritornati in patria quest’ultimi, nel giorno 2
del seguente marzo riunivasi il popolo in piazza, al suono di
campana, com’era il costume, alla presenza dei giurati, del
sindaco Antheo d’Amodeo e del Capitano Giuseppe Riganato
per pronunziarsi su detto riscatto, e stabilire le modalità per
eseguirlo.
Il popolo, che ne aveva fin troppo della soggezione feu-
dale, inorridì alla nuova della scellerata giurisdizione alla
quale era stato sottoposto. Presagendo quindi, di vedersi
smunto dall’ingordo feudatario con ingiuste tasse e pesi enormi;
nel terrore di veder sorge la forca, e di veder pendere
dalla porta principale della città le teste dei giustiziati, espo-
ste al ludibrio universale in gabbie di ferro, qual vittorioso
trofeo di selvaggio e pericoloso animale, numeroso concorse
al colloquio.
Il capitan Riganato propose di riscattare in qualunque


[1] (1) Procura in N.r Giovan Matteo Badolato a 14 febbraio 1610.
[2] (2) Era uso di quei tempi, nelle quistioni di grave momento convocare il
popolo in pubblica piazza al suono della campana della maggiore chiesa, per
avere il di lui responso. Queste adunanze venivan denominati Pubblici Col-
loquii, e qui eran tenuti nella piazza, ora chiamata Lauria, perchè sottostante
all’ufficio dei Giurati o Banco Giuratorio, che allora trovavasi nell’attuale Cir-
colo dei Civili.

6

[82]

modo; presentarsi a Sua Maestà Cattolica, e sua Regia Corte
e chiedere detto riscatto, col patto che in avvenire Castiglione
non si potesse vendere, donare, pignorare, obbligare, conce-
dere nè al detto principe, nè ai suoi eredi, nè ad altra
persona.
A 14 del detto mese di marzo 1610, venne concluso il
desiderato colloquio, e redatto relativo verbale (1)[1].
Furono in esso colloquio nominati i Sindaci ed i Depu-
tati, che doveano accudire alla pratica del riscatto (2)[2], i quali
alla loro volta avevano la facoltà di eleggere, di accordo, av-
vocati e procuratori, e fare quanto occorreva per portare a
compimento pratica sì interessante (3)[3].
Nessuna opposizione fu fatta dalla M. R. C. alla sup-
plica dei castiglionesi, « tantopiù che per fare servitio a Sua
« Maestà, si contentano presentare il denaro per la reluizione
« di esso M. e M. Imp. e restare come prima, per la R. Corte,
« per liberarsi unitamente di tal servitù che tutto riceveran-
« no a gratia particolare dalla mano di S. E. il Vicerè (4)[4].
Venne per conseguenza confermato il Consiglio e la no-
mina dei sindaci e dei deputati: « Confirmetur per execu-
« zione della quale provista,. vi ordinamo che exequiate e
« facciate da cui spetta exeguire et osservare il suddetto pre-


[1] (1) In plathea pubblica huius Civitatis Castrileonis, ubi talia fieri solent,
detempto Consilio et in presentia supradictorum Iuratorum hodie die 14 cum
vocibus Ioseph Riganato Capitanei et Anthei de Amodeo Sindaci huius civita-
tis nemine discrepante, nisi tamen Mag.co Valentino de Iesi vicecastellano
carcerum huius civitatis filio Magnifici Cisutii de Iesi oriundi Calabria.
[2] (2) Vincenzo Guarino, Angelo Lanza, Marco Carciopilo, Giuseppe Presci-
mone giurato, Antonino Bonoaccolto, Giovan Matteo Badulato, Vincenzo Di-
genua, Bartolomeo Petroccitto e Giuseppe Riganato furono i Sindaci. E i de-
putati Geronimo d’Aiuto, Antonino Coniglio, Dominico Santoro, Giuseppe Gua-
rino, Magnifico Giovan Domenico Lanza e Antonino Carciopilo.
[3] (3) « Per tale effetto farsi siccome meglio per detto conseglio detempto et
« concluso, nemine discrepante, di circa 500 persone, eccetto la voce di Valen-
« tino di Iesi vicecastellano, calabrese. »
[4] (4) 22 marzo 1610 – Panormus.

[83]

« calendato Consiglio, che noi quello in virtù delle presenti
« confirmamo, laudamo et approbamo ac nostro viceregio mu-
« nimine ecc. (1)[1]. »
I deputati ebbero l’incarico di provvedere il denaro oc-
corrente per il riscatto, che molto propiziamente trovarono,
a Taormina dal Barone di Carcaci Nicolò Mancuso, che glielo
cedette in mutuo al tasso dell’8,00, dovendo pagare onze 128
annue sul capitale mutuato di onze 1600.
Pervenuta all’orecchio del principe D. Tomaso, che tro-
vavasi nella sua terra di Chiusa (2)[2], la risoluzione dei na-
turali di Castiglione cercò impedirla col fare ingiungere da
S. E. il Tribunale del R. P. (9 giugno 1610) ai Giurati di
Castiglione, di ridurre i Deputati, Sindaci e Procuratori al
numero di due, e sopprimere il resto, che in tutto erano
quattordici – perchè da essi rappresentanti si pretendeano
lettere di salvaguardia per loro e consanguinei, fino al quarto
grado, ciò che importava la tacita cessazione del mero e mi-
sto impero.
Nessuna esecuzione diedero i Giurati all’ordine del Tri-
bunale; ribadirono invece, le loro ragioni al Tribunale me-
desimo, il quale convinto lasciò che i Giurati suddetti si re-
golassero come precedentemente era stato loro accordato, e
dessero pieno sfogo alle pratiche del riscatto. I Giurati, quinci
innanzi, proseguirono alacremente nella ben avviata faccen-
da. Si rivolsero a quelli di Novara e di Aidone, comunicando
la intrapresa risoluzione, esortandoli a voler concorrere al
riscatto per liberarsi dalla schiavitù. Ma con somma loro
sorpresa, ebbero risposta negativa.
Per lo che, i Giurati di Castiglione, inviarono due depu-
tati, a trattar di presenza l’affare, facendo conoscere a quei
di Novaro ed Aidone, che laddove non concorressero, Casti-


[1] (1) 24 marzo 1610 – Panormus.
[2] (2) Chiusa nella Valle di Mazara vicino il contado di Giuliana; ora pro-
vincia di Palermo.

[84]

glione avrebbe sborsata da sola la somma del riscatto, e
riscattato a suo nome, restando, in questo caso Novara e
Daidone soggetti alla giurisdizione di Castiglione.
Novara, appianate talune difficoltà, si unì a Castiglione
e approntava la terza parte del capitale, insieme alla terza
parte delle spese occorrenti per sostenere la lite. Ma insor-
montabili trovarono i naturali di Daidone i quali non vollero
affatto saperne di detto riscatto, malgrado il completo assen-
timento da essi manifestato nel pubblico colloquio, fatto te-
nere per opera dei castiglionesi. Per la qual cosa, i cittadini
di Castiglione e di Novara, furono costretti anticipare la terza
parte che spettava a Daidone.
Espletate tali pratiche, Nicolò Mancuso depositò in Ta-
vola di Palermo (1)[1] a nome del principe D. Tommaso Gioeni
Cardona, per parte dell’Università di Castiglione, onze 2075
e altrettanta somma depositò D: Stefano Riitano messinese,
per lo stesso scopo, nell’interesse dei naturali di Novara.
Venne così versato l’intierop prezzo del riscatto, in onze 4150,
di cui onze 4000 erano state erogate dal suddetto principe
D. Tommaso, ed onze 150 dovute da Bartolomeo di Gioeni
nell’anno 1423.
Il principe D. Tomaso, che si stava a Chiusa, dove ve-
niva regolarmente e minutamente informato, da alcuni suoi
intimi e devoti di Castiglione, qualmente il riscatto del M. e
M. Imp. procedesse a gonfie vele, e fosse prossima la sua
completa risoluzione, sen venne con tutta la famiglia in Ca-
stiglione. Era sua idea impedire il buon esito, imponendosi
autorevolmente sull’animo dei castiglionesi, e tornando in-
fruttuoso questo primo espediente, ottenere l’intento, anche
con le minaccie e con le violenze.
Primo atto del principe, appena quì arrivato, fu quello
di carcerare tutti i Giurati, dopo averli deposti dalla carica,
surrogandoli con altri quattro individui, a lui ben visti e de-


[1] (1) o Banco dello Stato.

[85]

voti, per il futile pretesto di non avergli addobbato conve-
nientemente il castello.
Le violenze, con cui il principe annunciavasi ai casti-
glionesi, mercè le quali si riprometteva di riuscire nell’in-
tento suo, acuirono maggiormente le ostilità fra lo stesso e
i suoi vassalli. Eglino però, anzichè avvilirsi ritempravano in
esse gli animi e nuovo vigore trovavano per l’aspra lotta che
li sospingeva ad affrettare e compire il grande atto di libertà.
Fu fatto, intanto, ricorso a S. E. il Tribunale del R. Pa-
trimonio per le violenze del principe; ed immantinente venne
dal suddetto Tribunale emanato ordine, perchè il principe
avesse in vista escarcerati i Giurati e reintegrati nei loro uf-
ficii. E così venne eseguito difatti. Ma i Giurati non vollero
tornare in carica, per non dar luogo a nuove violenze del
principe, volendo ad ogni costo evitare nuovi dissidii, che
avrebbero potuto tornar dannosi all’interessante riscatto.
D. Tomaso accortosi che perdeva terreno un dì per l’al-
tro, e gli sfuggiva quella giurisdizione, la quale, in mano sua
(che molto violento e crudele doveva essere come lo dimo-
strano i suoi atti) sarìa divenuto terribile strumento di ven-
detta e di rovina per i poveri castiglionesi, cercò di sgomen-
tarli, aggravandoli e soperchiandoli con tutte le angarie pos-
sibili ed immaginabili.
Non mancava ai castiglionesi ripagar di pari moneta il
prepotente feudatario – ma preferirono subirlo, conoscnedo che
erano quelli gli estremi aneliti. Rivoltisi, nuovamente, al Tri-
bunale (23 nov. 1610) ottennero finalmente, lettere di salva-
guardia, in favore di tutti i sindaci, procuratori e deputati,
eletti nel colloquio, e loro consanguinei fino al quarto grado
inclusivo. Dato il piccolo numero degli abitanti di allora (1)[1],
e la larga rappresentanza di tutte le principali famiglie di
Castiglione, nelle persone dei sindaci, procuratori e deputati,
può ritenersi, che tali guarentigie estendevansi a tutto il


[1] (1) Circa 2400.

[86]

paese. Ottennero eziandio, quasi ad onta del superbo signore
la esenzione dal servizio notturno al castello, che essi casti-
glionesi aveano l’obbligo di prestare, per la sorveglianza del
medesimo.
I nuovi Giurati, però, che parteggiavano per D. Toma-
so, non solo trascurarono di spingere la pratica del riscatto,
ma tentarono ancora dissuadere il popolo da tale operato.
Richiamarono alla mente dei cittadini i molti beneficii che
aveano ricevuto dal principe, e soprattutto la elargizione delle
terre dell’Alto Milio (1)[1] agli Agostiniani, senza di che Ca-
stiglione non avrebbe avuto la tanto desiderata casa religiosa
dei medesimi.
Ma inutilmente. Il popolo fu sordo e i deputati, che
molto da vicino sorvegliavano l’operato di essi giurati, che
sapevano claudicanti, sollecitarono ed ottennero dal R. Tri-
bunale ordini precisi, con i quali potevanli costringere a far
loro eseguire fedelmente, quanto si era dai Deputati, procu-
ratori e sindaci stabilito, pena di incorrere nei castighi in
esso prescritti.
Vistosi perduto il principe, ricorse ad un ultimo espe-
diente. Offerse a S. E. il R. Tribunale suddetto altre onze
800 (oltre le 4150), col patto, che in futurum, nè Sua Mae-
stà, nè i naturali di Castiglione, Novara e Daidone potessero
più ricomprare il M. e M. Imp.
Il Tribunale, che conosceva quanto era seguito in Ca-
stiglione, fra il Principe ed i suoi vassalli, prevedendo per
questi ultimi un avvenire di triboli e di spine, respinse la
impertinente offerta del Gioeni, che sarebbe stata vantag-
giosa per lo Stato, e così tranquillò gli animo trepidanti dei
castiglionesi.
Finalmente, le due Università fecero offerta della som-
ma depositata all’Ill.mo D. Pietro de Giron Vicerè di Sicilia,
perchè avesse ricevuto tal denaro, e a nome di Sua Maestà


[1] (1) Nel feudo di Mitogio.

[87]

Cattolica Filippo III, l’avesse consegnata all’Ill.mo Principe
D. Tomaso, per ottenere il riscatto del mero e misto impe-
ro. In vista della quale offerta, il riscatto ebbe luogo, e fu
stipulato per contratto in N.r Antonino Corona di Palermo,
a 12 maggio 1612, giorno di sabato, dedicato all’Immacolato
Concepimento di Maria SS. protettrice e Patrona della città
di Castiglione.
In esecuzione del quale contratto furono emanate lettere
ossservatoriali da S. E. il Tribunale, in cui veniva ordinato:
tanto al principe D. Tommaso, quanto ai suoi officiali pre-
senti e futuri di osservare e fare osservare l’avvenuto riscatto
del mero e misto impero sotto pena di onze duecento.
Appreso, dall’Università di Daidone, il felice esito del riscat-
to suddetto, la stessa pagò la sua terza parte di denaro occorso
alla bisogna, alla Città di castiglione ed alla terra di Novara.
Castiglione, sobbarcandosi a nuove tasse, allo scopo di sod-
disfare al più presto il debito contratto, nel breve termine
di due anni accumulò la somma occorrente che si affrettò
restituire al Barone di Carcaci (1)[1].
II. Portata a compimento così abilmente e lodevolmente
la grave bisogna del riscatto, nasceva di conseguenza che
questo popolo pensasse a liberarsi anche dalla soggezione
feudale. E nel 1634, agitato da D. Andrea Sardo, elevava
nuova quistione per chiedere la riduzione a demanio della
propria patria, Castiglione (2)[2].
Il di lui fratello, Sac. D. Antonino Sardo, arciprete ed
abbate ne favoriva i disegni, ed i Giurati con il Sindaco il
Dott. D. Fabiano Lanza, (genero di D. Andrea Sardo), a 26
aprile del 1634 spedivano lettere al R. Tribunale per aver
concesso di indire pubblico Consiglio per trattare detta ridu-
zione. Il Tribunale accettò la petizione, e nominò D. Andrea
[1] (1) La notizia della reluizione del mero e isto impero, le ho ricavate dal
manoscritto del Dott. Giuseppe Luigi Sardo citato.
[2] (2) Vedi Archivio Sardo, cit. vol. 5.

[88]

Mugnos, qual Delegato a presiedere detto Consiglio, e pro-
cedere alla nomina del Sindalco che doveva attendere a tale
riduzione.
Il principe dal suo lato, presentava le sue ragioni scritte
in contradittorio, alla pretesa riduzione avanzata dai singoli
di Castiglione.
Il 28 giugno, dell’anno seguente 1635, il Dott. D. Vin-
cenzo Cuculza, rappresentante il principe in tal quistione,
significava per atto al Mugnos, Delegato e Capitan d’armi,
perchè avesse sollecitato il Sindaco Lanza per la riunione
del parlamento (Consiglio) per l’indomani nella quale adu-
nanza si doveanop nominare sei persone, e fra queste eligerne
una che dovea rappresentare il principe in detto Consiglio.
Il Cuculza, insieme a Giovanni Rocco governatore di Ca-
stiglione imposero, che nessuno dei pretendenti della riduzione
dovesse assistere a detto Parlamento, e tanto meno D. An-
dra Sardo, come capo del movimento, e perchè « uomo di
« forza e capace di metter timore alle genti e fratello del-
« l’Arciprete ».
I Giurati, che per ordine e bando del Mugnos, erano
detenuti nelle proprie abitazioni, fino allo espletamento di
detto Consiglio fecero conoscere allo stesso Delegato Mugnos
che doveano assistere a detto colloquio. Diverse lettere Vice-
regie, lor conferivano questo dritto, non per dar voto ma per
tutelare gli interessi dei cittadini, e tutto procedere tranquillo
in detto giorno, chiesero quindi di essere rilasciati in libertà
per attendere ai loro uffici, Il Mugnos non ritirò il bando,
ma lo modificò, permettendo ai giurati di recarsi solo alla
casa del Dott. Cuculza, per trattare degli affari dell’Università.
Nello stesso giorno, 28 giugno, l’Algozino (1)[1] Onofrio An-
tomani per ordine e mandato del Mugnos Capitan d’armi e
delegato di S. E., rilasciava ingiunzione al Sindaco Dottor
Lanza. « Iniungi, notifica et intima al Dott. Fabiano Sindaco


[1] (1) Algozino – usciere giudiziario.

[89]

« di questa terra di Castiglione, quatenus fra il termine di
« ore sei ultime et perentorie, habbia, voglia et debbia pre-
« sentare et havere presentato in potere Mastro NOtario del-
« l’ufficio di esso Spettabile Delegato: tavola seu lista delle
« persone, che sono di sua satisfazione per assistere al Conseglio,
« che s’haverà di tenere dimane vennerdì per notare li voti,
« che si donano sopra quello almeno di tre, havendosi da
« parte dell’Ill.mo Marchese di Giuliana, presentata tavola di
« sei persone, e questo in esecutione dell’ordine di S. E. ad
« esso Spettabile Delegato diretto, altrimente detto termine
« elasso e detta tavola non presentata, s’eligerà in contumacia ».
Il Sindaco Lanza, che tanta ostilità vedeva alla riuscita
dell’affare, procrastinava il Consiglio, nella speranza di av-
venimenti che avessero mutato gli eventi. Ma, messo alle
strette, inviò al Delegato i nomi seguenti: « l’Abate D. An-
tonino Sardo Arciprete – D. Sebastiano Lo Faro Sac. – D. An-
drea Sardo – N.r Paolo di Arnao.
« E le predette prenominate esso di Lanza Sindico, che
« ha nominato in detta Tavola ha fatto, per non havere per-
« sone secolari di confidenza in detta terra.
« Idem de Lanza qui supra – 28 giugno 1635. »
E il 29, giorno festivo di S. Pietro e Paolo, seguì il Con-
siglio. Preceduto dalle solite formalità, « pulsata prius cam-
« pana per diversas vices Majoris Ecclesiae huius predictae
« terre et fastibus omnibus solemnibus quae in talibus re-
quiruntur et prout moris est, et congregatis omnibus viribus
« in predicto foro pubblico, solito statuto consueto ubi talia
« fieri solent, ebbe luogo in presenza del Giurati: Paolo Bo-
« nerba, Antonino di Napoli, Bartolomeo Caracoci e Gioac-
« chino Caltagirone ».
Il Delegato Mugnos espone al pubblico: « che, dietro
petizione fatta dal D.r D. Fabiano Lanza Sindaco e procu-
ratore generale predictae terrae, ad istanza del quale fu da
S. E. e R. Tribunale Patrimoniale, e in virtù di lettere date
in Plaermo a 6 aprile, 12 maggio, 23 e 29 giugno 1634, fu
indetto il presente consiglio, per sentire l’opinione dei con-

[90]

venuti, sulla Riduzione di questa terra a Demanio, ed eli-
gere un Sindaco per trattare detta Riduzione. »
D. Michele Gioeni, capitano di questa terra e cugino del
principe, aringa per il primo il popolo, ed espone: che, mal-
grado alcuni, (ed erano pochi) pretendessero questa riduzione,
non conveniva, sotto tutti i rapporti assoggettare l’Università
alla ingente spesa, occorrente per detto ricattivo (1)[1], dovendo
per tal fatto applicare nuove ed esose tasse. Ed essendo di
già aggravatissima, nè avendo da lagnarsi del governo del
principe, che li trattava bene, e molto amorevolmente go-
vernava, era prudente non insistere e rinunziare a detto ri-
cattivo. Pochi infatti, furono i caldeggiatori di essa Ridu-
zione; poichè, per le ragioni scritte, già avanzate dal prin-
cipe, dove faceva rilevare il dritto che da secoli aveano i
suoi antenati sul feudo di Castiglione, a lui pervenuti qual
legitimo successore ed erede, e per le ragioni esposte a voce
dal Gioeni, che molto interesse sposava alla causa del parente
suo, la desiderata riduzione non ebbe luogo.
La solidarietà che i Castiglionesi mostrarono nella re-
luizione del mero e misto impero, mancò in quest’altro atto
di libertà.
Non perchè fossero in essi venuti meno i naturali sen-
timenti di indipendenza ma per l’influenza che il principe
seppe esercitare sull’animo dei castiglionesi, dei quali buona
parte avocava alla sua causa, e per le molte aderenze altresì
che il medesimo si aveva in corte.


[1] (1) La Demanialità però andava soggetta a modi diretti ed indiretti di
vendita ed alienazione pei bisogni dello Stato, ed allora i Cittadini tutti con
uno sforzo spesso superiore ai loro mezzi, raccozzando moneta si riscattavano.
(Cfr. V. CORDOVA, Op. cit.).

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