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CAPITOLO IX

Rivolta di Messina 1674 – Vittorio Amedeo II di Savoia
re di Sicilia – Guerra del 1719 – Opposizione ai dritti
del Principe – Fatti del 1860.

– Il Governo di Spagna, rappresentato in Messina
dallo Strategoto o Governatore Luigi dell’Hoyo, vedeva di
mal’occhio la supremazia dei grandi che dominavano la città
e ne voleva restringere il dominio.
Si avvalevano eglino dei molti privilegi, dei quali erano
stati arricchiti dai re precedenti, e ne erano gelosissimi cu-
stodi e fedeli esecutori. Il dell’Hoyo gettava intanto, il se-
me della discordia nella plebe, sollevandola contro i nobili.
Favoriva il suo tristo intendimento la carestia che affliggeva
Messina e la Sicilia tutta, di che ne riversava le colpe su i
nobili (1)[1].
Molto soffrì Castiglione di questa carestia, e numerose
vittime mietè, delle quali buona parte perì d’inedia; e il
resto (avendo seguito un abbondante raccolto) per aver man-
giato a sazietà di quel pane che da tempo desiderava, morì
appanata (2)[2].
Sorsero così, in Messina due partiti potenti: quello del


[1] (1) SANFILIPPO, Op. cit.
[2] (2) « Nel mese di gennaio 1671 per tutta la stagione ci fu una mal’annata
« grandissima di fame, che il frumento valse la più somma di onze 16 la sal-
« ma ed il pane a capo cento con gran mortalità di persone l’orzo valse a tarì
« 9 il tumolo, la germna (segala) valse a tarì 10 il tumulo, le fave valsero a
« tarì 10 il tumolo. Le donne vennero tutte vacante e ne morsero più di 550
« persone (circa 1/5 degli abitanti di allora).
«L’omini foro n. 350, le femine morte foro n. 200. In venendo giugno e
luglio, foro li gran morti perchè si appanaro e morsiro conforme Dio piac-
que di castigarni per li nostri peccati ». Così il PRESCIMONE nel suo mano-
scritto citato.

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popolo, occultamente capitanato dall’Hoyo, che fu detto dei
Merli; l’altro tutto dei nobili, detto dei Malvizzi, e avvennero
i primi tumulti dove quest’ultimi furono battuti.
Propagossi la rivolta quasi in tutti i castelli, nelle terre
e nei casali del Valdemone (1)[1].
Castiglione, che restava fedele agli Spagnuoli, respinse
i Francesi, che avevano occupato Francavilla, arrivando que-
st’ultimi solo a saccheggiare un mulino, non avendo potuto
espugnare la rocca, per la sua forte posizione. La popolare
tradizione ricorda che i francesi, spintisi fin sotto Castiglione
dal lato orientale, (prospiciente Francavilla, dove essi si te-
neano acquartierati) arrivati alla contrada nominata Arella,
malamente accolti dai Castiglionesi, e spaventati dalla ine-
spugnabile situazione del paese, ritornarono sui loro passi,
lasciando sul posto, nello scompiglio della fuga, quanti va-
lori portavano appresso (2)[2].
D. Michele Gioeni, cugino a D. Lorenzo Onofrio Colonna
allora principe di Castiglione, fedel vassallo di Sua Maestà
spagnuola, servì con zelo e lealtà nello incidente di Messina,
qual Governatore dell’armata di Castiglione. Aveva al suo
comando solo 150 uomini e iniziava la guerra, muovendo
contro la Mola col generale dell’artiglieria de Batula e Don
Luigi de Salsedo, la quale cedeva all’urto degli Spagnuoli.
S’incontrò in seguito col nemico presso Belvedere (il mo-
derno Piedimonte) lo ruppe e passò a soccorrere Lingua-
glossa, do dove in seguito si diresse a Castiglione, per con-
segnare ai cittadini la somma di onze cinque, per avere ri-
parato nella miglior forma possibile, le fortificazioni. Quivi
unitosi al maestro di campo D. Simoneto Rossi e al sergente
maggiore D. Pietro Paolini, di conserva marciarono sulle


[1] (1) V. SANFILIPPO, Op. cit.
[2] (2) Desume da ciò il popolo minuto, trovarsi colà sotterrate le casse mi-
litari contenti i denari per la paga dei soldati, e spesso han tentato degli
scavi, ma infruttuosi per la ricerca del tesoro.

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terre di Motta Camastra, Graniti, Limina, Rocca Florida,
campo di Taormina, che erano anch’esse occupate dai Fran-
cesi (1)[1].
Per l’avvenuta pace di Nimega (1678) seguiva accordo
fra il Re di Spagna e il re di Francia; quest’ultimo lasciava
la Sicilia allo spagnuolo, con grande sconforto dei siciliani,
che avean per poco creduto di essersi sbarazzati del dominio
di Spagna.
Rassettati gli scompigli, e rientrati gli spagnuoli nei loro
possedimenti, punirono i nobili messinesi ribelli, con l’esilio
e con la confisca dei loro beni. Fra questi, D. Carlo Sardo
e D. Bartolo Smorto, castiglionesi, perdettero le loro pro-
prietò in contrada Ficarazzi, territorio di Castiglione, che
vennero incorporati al R. Fisco (2)[2].
II.– Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV sotto il nome
di Filippo V, costituito erede universale da Carlo II, era
chiamato a succedere nel trono di Spagna e di Sicilia. Ma
laguerra di successione, che durò 13 anni, mutò la faccia
alle cose; e in seguito alla pace conchiusa col trattato di
Utrecht, Filippo V ebbe la Spagna, e Vittorio Amedeo di Sa-
voia il reame di Sicilia.
I siciliani a tal nuova furono lieti, perchè finalmente s
emancipavano dalla comunanza di governo con la Spagna e
dopo tre secoli tornavano a riavere un re proprio e dimo-
rante nell’isola, riacquistando la loro prima indipendenza.
Conseguivano inoltre l’intento di uscire da un governo che
era stato causa di tanti mali, e li aveva funestati con sup-
plizii e congiure continuate.
Castiglione, che mai restava indifferente agli avvenimenti
dell’isola, dai quali sperava sempre cavar profitto per il suo


[1] (1) Da un resoconto, scritto in lingua spagnuola, che D. Michele Gioeni
faceva a S. Maestà spagnuola (Archivio Sardo vol. IV f. 275). Questa guerra
è pure riferita in una nota dell’epoca, da D. Filippo Pagliaro.
[2] (2) Archivio Sardo cit. Vol. 18.

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miglioramento, che ne avea davantaggio della mala signoria
spagnuola della quale aveva esperimentato il duro governo
e, nella vendita del mero e misto impero e, nel sant’Uffizio,
che qui come altrove trovavasi nel suo maggiore sviluppo,
investiva dell’alta carica di ambasciatore il D.r D. Melchiorre
Sardo e Palermo sindaco, e inviavalo alla corte del detto re, per
congratularsi del di lui felice arrivo in Sicilia, e della sua
imminente incoronazione. Supplicavalo, inoltre, della di Lui
sovrana protezione.
Il D.r Sardo, ammesso alla presenza di Vittorio Ame-
deo, fatto omaggio a S. M., esposta nel miglior modo l’am-
basciata, e consegnata la lettera che inviavangli i Giurati di
Castiglione (1)[1], ebbe lusinghiere parole dal re il quale lo inca-
ricava di portare la real risposta, che si degnava firmare di
suo proprio pugno. (2)[2]


[1] (1) Lettera dei Giurati di Castiglione a S. M.
VITTORIO AMEDEO
Sire,
Viene il pubblico di tuta questa città per via di noi ad inchinare a
V.M. nostro padrone e monarca.
L’obligo d il desiderio ci spnge a venire di presenza a prostrarci ai Suoi
reali piedi, però l’officio in che ci ritroviamo per la quotidiana assistenza che
dobbiam dare all’Amministrazione della giustizia ce lo prohibisce, per ora si
porta a’ piedi di V. M. il D.r d. Melchiorre Sardo Sindaco e Procurator gene-
rale di questo pubblico, che in nome di questa città prostrato ponerà a’ Suoi
reali piedi i nostri cuori tutti pieni di fedeltà ed amore verso un tanto grana
Padrone e preghando sempre la divina bontà conservi la vostra real persona
ci restiamo
a piedi di V. R. M.
[2] (2)                        Il Re di Sicilia, di Gerusalemme e di Cipro.
Diletti fedeli nostri,
« Quanto siano state da noi gradite l’espressioni di giubilo, e di zelo fat-
« teci prevenire colla vostra lettera sovra il nostro arrivo ed avvenimento a
« questa Corona, e confermateci a viva voce dal D.r Mlechiorre Sardo il me-
« desimo ve lo spiegherà più distintamente, mentre ve ne assicuriamo noi con (%)

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[1]Ma per mutar di governo non mutarono le derelitte con-
dizioni dell’isola, e tantomeno quelle di Castiglione.
Vittorio Amedeo, malgrado avesse promesso ai Siciliani
di rimanere sempre fra loro, e guidare e reggere lui stesso
gli affari del regno, nominava suo vicerè il conte Maffei e
se ne ritornava in Piemonte.
Causa di gravi mali fu l’allontanarsi del re dalla Sicilia,
e i siciliani, che precisamente sfuggir volevano al governo
dei vicerè, nuovamente vi furono sottoposti.
La Spagna, informata delle contrarietà dei Siciliani, co-
glie la palla al balzo, per gettare nuovamente gli artigli sul-
l’isola, e con una potente armata navale muove su di essa.
L’Austria, visto quanto avveniva in Sicilia fra il savojar-
do e lo spagnuolo, pensò cje la possessione di quell’isola
avrebbe fatto al comodo suo; a tal fine, spediva un esercito
di 18000 uomini, al comando di Claudio Florimond conte di
Mercy, il quale molto facilmente s’impadronì di alcune città.
Avanzava il Florimond col suo esercito da Milazzo, e gli
spagnoli al comando del generale Lede per la via dell’Etna,
calavano nella valle dell’Alcantara, dove stabilivano lor cam-
po generale nel piccolo paesello di Francavilla.
S’ingrossarono qui, le file di quest’ultimi «con una quan-
« tità di paisani raccolti dalle città e terre circonvicine, che
« ingannati dalle promesse, e costretti dalle minaccie, con-
« correvano in loro soccorso (1)[2] ». Il 20 giugno del 1719 s’in-
contrarono i due eserciti nella pianura di Campanistri, a nord-


[1] (%)« queste righe ed insieme della nostra protezione e propensa volontà a dar-
«vene effettivi contrassegni nell’opportunità.
« Palermo lì 9 xmbre 1713.
VITTORIO AMEDEO
Alli diletti fedeli nostri giurati della Città di Castiglione.
L’originale di questa lettera si conserva, nel volume dei Capitoli, in que-
sto municipio.
[2] (1) Diario di tutto quello successe nell’ultima guerra di Sicilia fra le due
armate Alemanna e Spagnuola – Colonia – 1721 – ANONIMO.

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est di Francavilla, ed ebbe luogo quella sanguinosissima bat-
taglia, dove i caduti d’ambo le parti ascesero a circa 6000. (1)[1]
Perfettamente estranea mostrossi Castiglione ai fatti av-
venuti sotto i suoi occhi, laggiù nella vicina Francavilla (2)[2].
Non a torto restava indifferente a detta guerra, perchè nes-
sun profitto aveva ricavato per liberarsi dalla feudalità, dal-
l’avvento al trono di Vittorio Amedeo. Che sperar potea dalle
due case contendenti, che si sapeano per fama e per prova
l’una più autocrata dell’altra?
La battaglia di Campanistri fu propizia alle armi au-
striache e decisiva ancora per le sorti della Sicilia, chè come
un balocco qualsiasi dalle mani dello spagnuolo veniva sbal-
lottata in quelle del croato.
Immutate, quindi, restarono le condizioni di Castiglione.
III. Nel 1735 l’isola cambiava nuovamente padrone,
tornando in possesso dei Borboni di Spagna, che durarono
fino alla guerra del risorgimento italiano.
Rivivevano perciò tutti gli abusi e le prepotenze, prero-
gative di essi spagnuoli.
Nel 1743, il Gran Contestabile D. Fabrizio Colonna, prin-
cipe di Castiglione, a mezzo del suo amministratore degli stati
di Giuliana, il conte D. Pietro Guerra Romano, forse qui se-
riamente mandato dal principe, tentò persuadere questi na-
turali a sottomettersi nuovamente alla vednita del mero e
misto impero. Gettando l’esca della difesa degli usurpatori
del territorio di questa città, fece di tutto per avere la loro
spontanea adesione.
Visto però, che nulla ottenne li minacciò: che il prin-


[1] (1) Diario cit.
[2] (2) In una carta del teatro di questa guerra annessa al Diario, vi è se4-
gnata Castiglione, ma nessuno avvenimento vi è notato a margine come è per
gli altri siti ivi menzionati. L’azione campale che iniziavasi a Francavilla an-
dava svolgendosi verso il litorale, dove gli Austriaci piegando, attiravano gli
spagnuoli, perchè protetti dalla squadra che chiudeva l’uscita dallo stretto di
Messina, alle navi Spagnuole. Diario cit.

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cipe avrebbe la detta vendita ottenuta da S. M. Carlo di Bor-
bonio, al quale era molto caro, e poi guai a loro. Ma il sin-
daco D.r D. Giuseppe Luigi Sardo, patriotta insigne e di col-
tura superiore alla comune, rispose per tutto molto dignito-
samente e oppose sì valide e potenti ragioni, per quanto il
Guerra mai più parlò loro di tale argomento, durante la sua
dimora in Castiglione (1)[1].
I tempi intanto, andavano maturando, nuove idee inco-
minciavano a penetrare nelle menti, e i diritti dell’uomo si
facevano strada coll’addensarsi della nube rivoluzionaria, che
più tardi in Francia, sinistramente scoppiava.
Nel 1785, questi naturali incominciarono a trovare abu-
sivi i diritti, che il principe esercitava da secoli su loro e
sulla città di Castiglione. Diritti annessi al feudo, e che da-
tavano dalla primitiva concessione di Castiglione a Perrono
di Gioeni.
Dissero, che la elezione dei Giurati e della corte capi-
taniale ecc. da lui esercitata, era un dritto usurpato, e nel
1. marzo del seguente anno 1786, validi motivi produssero in
appoggio delle loro ragioni (2)[2].
Da quanto abbiamo narrato si rileva, chiarissimamente,
come a malincuore questo popolo sottostasse all’autorità feu-
dale, e mai lasciò occasione intentata, per riconquistare la
perduta libertà.
Possiamo quindi dedurre, che, data l’ardente natura di
questo popolo, intollerante di quel giogo al quale mal suo
grado soggiaceva, il principe non potè esercitare una
vera signoria su di esso!
IV. La rivoluzione francese, che tutta Europa com-
mosse con le sue scelleraggini, e scosse gli arruginiti cardini
dei governi di allora, malgrado l’inaudito scempio e il san-
gue versato a torrenti, di tante innocenti vittime prepa-


[1] (1) Manoscritto Sardo cit.
[2] (2) B. doc. N. 16.

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rate ed incoscie dalla mala signoria Francese, segnava il
progresso nel governo dei popoli, foriero della civiltà attuale.
La libertà, tanto inneggiata e a così caro prezzo conse-
guita, portò con sè. per legittima conseguenza, l’abolizione
dei governi feudali, e una apposita legge nel 1812 aboliva il
feudalismo nei varii stati d’Italia e di Sicilia, avviando len-
tamente gli italiani alla grande idea dell’unità nazionale.
Così ebbe fine, dopo secoli, il regime feudale, che cer-
tamente fu uno dei sistemi di governo più dannoso ai popoli.
Varie riforme, furono introdotte dai diversi governi d’I-
talia nei loro stati rispettivi.
In Sicilia, nel 1813, si ebbe la Costituzione e il riordina-
mento della Amministrazione municipale. Nel 1818, fu divisa
in sette Valli; (equivalenti alle attuali prefetture) queste in
23 distretti, in 150 circondari e in 343 comuni. Per l’ammi-
nistrazione civile, si ebbe un sindaco per ogni Comune, assi-
stito dai Decurioni (1)[1] e da un numero di Eletti.
In questa nuova divisione dell’isola, Castiglione, libera
appena dalle pastoie feudali, fu, per ciò che riguardava al-
cuni ufficii (2)[2], aggregata al circondario di Linguaglossa. Ve-
niva in tal guisa assoggettata a quella, a cui aveva dato le
origini, e le era stata signora per tanti secoli.
Segnò quest’atto il principio della sua decadenza; nè
valse a rimetterla la riacquistata autonomia, allorquando nel
marzo del 1848 venne staccata da Linguaglossa, ed elevata
a comune libero ed indipendente.
Grande agitazione regnava intanto, in tutta Italia, e
grandi avvenimenti si andavano preparando, per il risorgi-


[1] DI BLASI – Storia di Sicilia – Appendice.
Con questa riforma, ai Giurati, che duravano fin dall’epoca di Federico
lo Svevo, seguirono i Decurioni i quali nel 1860 pigliarono il nome di Consi-
glieri, e Consigli comunali si chiamarono i consessi destinati a presiedere alla
amministrazione dei Comuni.
[2] L’ufficio del Registro, che riebbe nel 1848 e perdette di nuovo nel
1862 e l’ufficio giudiziario che ottenne di nuovo e stabilmente, nel 1848.

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mento della bella e classica penisola. Vennero diffuse, da un
capo all’altro di essa, le Società segrete o setta dei Carbo-
nari, allo scopo diretto enadella formazione dell’unità italiana.
Nel 1819, Bartolomeo Sestini (1)[1] da Pistoia, passava in Si-
cilia a formare la setta dei Carbonari, Percorse a tal uopo,
tutta l’isola; e in Castiglione sorse anche una loggia, che
ebbe affiliati, in buona fede, nobili ed ecclesiastici; con a
capo o gran maestro D. Giuseppe Calì, dei baroni di San
Carlo (2)[2].
Ignoriamo cosa sia avvenuto nei movimenti del seguente
anno 1820 e negli altri del 1830. Ma nel 1848 cercò unirsi
a Messina. I pochi che vi si recavano, guidati da D. Carlo
Abbate Imperi, arrivati a Giardini, apprese le notizie poco
rassicuranti, e la mala piega che pigliava la rivolta, mogi
mogi ritornarono ai patrii lari.
V. Ma l’opera dei carbonari in Castiglione, secondava
incoscientemente le perverse tendenze del basso popolo,
che per nulla educato ed informato del nobile ideale che
tutta la penisola invadeva, intendeva essere arrivata l’ora di
un totale mutamento sociale, e con esso l’opportunità di far
fortuna. Triste e dolorosa fu l’eco della rivoluzione del 1860
in Castiglione, che nella sua breve durata, (lunga di ambasce
e di timori per il ceto dei civili) diversi fatti di sangue fu-
rono consumati.
Io non so se questi fatti sono da imputarsi alla igno-
ranza, che sovrana regnava in questi contadini, o a loro na-
turale malvagità!
E’ da considerare, però, che vissuti per tanti secoli sotto
la schiavitù feudale, dalla quale appresero a riguardare la
classe dei nobili quale principale origine dei loro mali (non
a torto, perchè i fatti ne confermavano le idee, ed il governo


[1] Ricordi su la rivoluzione Siciliana del 1848 e 1849 di Vincenzo
FARDELLA DI TORRE ARSA.
[2] Locale delle segrete riunioni era la casa del fu Antonino Platania
Sardo, attaccata alla Chiesa di S. Antonio.

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ne sanciva ed approvava gli abusi) l’alba della rivoluzione
che promettevagli un orizzonte terso e lucente di aura …
ed innovatrice, ne offuscò le idee, ne deviò i sentimenti, ne
ubbriacò gli animi.
Il desiderio da secoli nudrito, avveravasi, finalmente …
concetto di Dante trovava maturi i tempi, e l’Italia insorse
unanime a cacciare gl’intrusi stranieri, che l’avevano per
lungo tempo, dilaniata ed immiserita, solo volendo restre
libera regina, fra i due mari e sotto un solo dominio.
La Sicilia, immolando la sua autonomia, oggetto di lusignhe
e benessere negli antichi tempi, ad essa univasi entusiasti-
camente, e nei primi dell’aprile del 1860 scoppiava in Pa-
lermo la rivoluzione, da dove man mano propagavasi in tutta
l’isola.
Molti paesi della Sicilia trassero profitto, per rivolgersi
contro i ricchi, con animo determinato di ucciderli, e impa-
dronirsi dei loro averi.
Nella provincia di Catania; Trecastagne, S. Filippo d’A-
gira, Bronte e Castiglione, furono i paesi più efferati per i
fatti di sangue che vi si consumarono (1)[1].
In Castiglione l’aura rivoluzionaria penetrava con le idee
avanzate di ardenti giovanotti, studenti in Catania, i quali,
avvenuti colà i primi fatti, si affrettavano rimpatriare, per
organizzare qualche cosa di buono in pro della causa della
unità nazionale.
Il loro intendimento era nobile e patriottico.
Sorse per loro iniziativa il comitato rivoluzionario, e ne
affidarono la presidenza al signor Giuseppe Felsina; e im-
provvisata la prima bandiera tricolore, sventolò sull’altro del
Castelluzzo.
Veniva poco appresso Antonino Savoia, membro del Co-
mitato rivoluzionario di Messina, per consegnare a questo Comi-
tato formalmente, la bandiera tricolore. Si portarono ad incon-


[1] BUTTA’, Da Boccadifalco e Gaeta.

[101]

trarlo il Sindaco, un dabbene dottore ma assai timido, il Pretore,
borbonico impenitente, il Comitato e gran popolo. L’incontro av-
venne a S. Giacomo (1)[1], dove il Sindaco toglievasi a malin-
cuore la bandiera, che un pò per uno portarono col Pretore,
fino alla chiesa madre; dove giunti venne impartita solenne
benedizione.
Poco appresso passava Luigi Pellegrino, che assodava
la rivoluzione in queste contrade.
Ma una cattiva piega pigliava la rivolta in Castiglione.
Un artigiano castiglionese, ubbriaco delle nuove idee, in
relazione intima col comitato rivoluzionario di Messina (al
quale serviva spesso da corriere, molto addentro in tutto
quello che si macchinava in seno ad esso), andava seminando
la zizzania nel basso popolo, aizzandolo contro il ceto dei
nobili, dicendolo causa precipua dei mali del popolo. Fu desso
che portò la sediziosa rivolta in Castiglione. In casa sua, di-
fatti, e sotto la sua direzione tutti i caporioni del movimento,
la maggior parte contadini, riunivansi nottetempo, a congiu-
rare in danno dei nobili.
Conoscevasi nel paese questa conventicola, e si era cer-
cato attirare il capo di essa adescandolo col nominarlo mem-
bro del comitato, e col regalargli delle somme, per far sì che
la rivolta non avvenisse. Il tristo da un lato intascava il de-
naro, e dall’altro non lasciava di spingere gli animi.
Maturati i loro tenebrosi propositi, e certamente aiutati
dal Savoia, dal quale forse ricevettero l’ordine di insorgere,
togliendo a pretesto la rivendica degli usurpi dei terreni co-
munali, muoveansi queste masse. Fu questa l’esca per trarsi
dietro tutto l’intero ceto dei contadini, e la scintilla che fece
divampare il terribile incendio della rivolta.
Esordivano le loro terribili gesta col recarsi a Catena in


[1] Era questa allora la migliore strada vetturale per la quale accedevasi
a Castiglione.
Non aveva ancora vie rotabili – Nacque più tardi il tronco che l’attaccò
alla via nazionale Randazzo – Piedimonte ecc.

[102]

contrada Cerro (1)[1], a diroccare i muri della proprietà di un
certo Sciacca, perchè usurpo.
Lo Sciacca tentò opporsi, difendendo il fatto suo da
quei forsennati, acciecati da satanico furore, lo uccidono a
colpi di scure, e non si arrestano, se non hanno tutti mas-
sacrati i membri di quella pacifica famigliuola, non rispar-
miando nemmeno una fanciulla di eccelsa bellezza, e un gio-
vine frate, da fresco unto sacerdote.
Rientrati in Castiglione quei tristi, che pretesero essere
guidati da un ricco signore castiglionese, che a viva forza
e con minacce avevano voluto per capo (per la parvenza della
giustizia e per coonestare le scelleraggini loro) recaronsi alla
chiesa di Maria SS. della Catena, a ringraziarla dell’eccidio
che avevano consumato, (umana cecità!) senza incontrare
ostacoli di sorta!
I nobili, visto l’irrompere della plebaglia ubbriaca, che
non ebbe più freno, rinserravansi nelle loro abitazioni, pi-
gliando le dovute precauzioni, per difendersi dal furore di
essa; se difesa poteva opporre un ceto limitatissimo di nu-
mero, a tutto un popolo spinto al parossismo della ferocia!
Fortuna che ancora l’azione del popolo svolgevasi nelle cam-
pagne, ad integrare le proprietà del Comune, diroccando muri,
recidendo alberi secolari, abbattendo case, e distruggendo
quanto si frapponeva al conseguimento della sua idea; co-
me seguiva, qualche giorno appresso gli eccidii avvenuti a
Catena, nelle apriche campagne di Montedolce!
Dopo questi fatti, i facinorosi che si erano lordati di san-
gue innocente, sospettando che dei ragguagli potevano essere
inviati dai nobili all’autorità superiore, pretesero di volere
aperti i dispacci postali, e conoscerne il contenuto, prima di
esere spediti a destinazione. Una folla enorme, di contadini
al solito, (i maestri tenevano per il ceto dei nobili) recossi sotto
la casa del Felsina, presidente del Comitato, tumultuando e


[1] (1) Territorio di Castiglione, in prossimità della stazione di Castiglione.

[103]

minacciando che voleva aperta la posta. Ma il Felsina, fat-
tosi al balcone con gran sangue freddo, restò fermo e inflessi-
bile nella negativa, non si fece imporre dal suo agitarsi fu-
ribondo e minaccevole; disse no e fu no.
La calca, dominata dalla volontà ferrea del Felsina, ma
non domata, allontanavasi dimessa e scontenta, mugghiando
come il mare in tempesta. Fu stabilito dai capi, nella seguente
notte, di chiudere tutti gli sbocchi del paese, piantonarli e
non far sortire chicchessia.
L’indomani infatti, vide il Felsina presentarsi innanzi il
procaccio postale sbigottito, perchè un gruppo di contadini
armati fino ai denti, che si trovava a guardare la via no-
minata della Scalazza, l’avean fatto tornare sui suoi passi si-
gnificandogli con minaccie che dal paese non si usciva nè da
lui, nè da altri.
Il Felsina, che non impauriva di fronte ai grandi peri-
coli, ma l’affrontarli gli dava vantaggio, ingrandendolo e ren-
dendolo terribile agli avversari, udito il rapporto del procac-
cio, con quell’audacia che sapeva di temerità e con la na-
turale impassibilità, sue speciali prerogative, senz’altro com-
pagnia che due corte pistole, che per costume tenea sempre
montate nelle tasche della lunghissima giacca, che d’ordinario
indossava, si avviò a Scalazza.
La sua presenza sconcertò invero i facinorosi che si tro-
vavano alla guardia di quel posto.
Tentarono opporsi anche al Felsina per la partenza del
procaccio postale, mostrarono i denti, e li minacciarono coi
tromboni, di cui lo fecero anche segno. Ma questa volta do-
vettero cedere, la posta partì e dei codardi nessuno si mosse.
Era inutile, la persona del Felsina li soggiogava e qua-
lunque ostacolo infrangevasi alla presenza di quella volontà
eroica risolutiva.
Sullo scorcio del luglio, il D.r Giuseppe Sardo Ruggeri
accompagnato da un piccolo drappello di nobili, maestri e
contadini recavasi a Milazzo, (dove arrivava qualche giorno
dopo la sanguinosa battaglia ivi combattuta) a fare omaggio

[104]

al generale Garibaldi, rendendosi interprete dei sentimenti
di questo popolo plaudente.
Presentavagli una somma in denaro, (onze cento della
cassa del Comune), molti polli, qualche capo di bestiame bo-
vino, e sfilaccie per i feriti. Garibaldi l’accolse benevolmente
e lo ringraziò del gentile pensiero dei Castiglionesi.
Si riteneva qui generalmente, che quest’atto avesse cal-
mato gli animi del popolo infuriato.
Ma la sua mira speciale era tentare un colpo decisivo
su tutto il ceto dei nobili; e l’avea preparato per la notte
della Madonna del Carmine, (che si è soliti qui festeggiare
l’ultima domenica di luglio).
Avevano i furibondi stabilito incendiare il fienile di Don
Carlo Ciprioti, civile; dar l’allarme dell’incendio a suono di
campana, (come è qui usanza) per chiamare in soccorso la
gente, e attirare così tutti i nobili (che pronti sono ad ac-
correre in simili circostanze) coglierli alla sprovvista, e farne
strage per le vie e nelle loro stesse abitazioni.
Circa 60 erano i contadini congiurati, riuniti nella di-
ruta chiesa di S. Giacomo, che a notte inoltrata doveano
portare a compimento il triste disegno. Quando improvvisa-
mente, forse per miracolo della Vergine SS. del Carmine, si
scatena un furiosissimo temporale che li sbanda tutti, e im-
pedisce che il tremendo eccidio abbia luogo.
I più efferati, rimasti in numero di pochi, visto fallire
il colpo, si avviano a Pietramarina e a Virzella (1)[1], ove sa-
peano trovarsi il signor Gaetano Abbate e il signor Giusep-
pe Tuccari che figuravano fra i primi della loro scelle-
rata lista, e sfogare su di essi la bile. Non trovarono il
primo, che eludendo la vigilanza del proprio servo, segu-
gio degl’insorti, pigliava il largo, rifugiandosi a Linguaglossa.
Ma il Tuccari, malgrado avesse ricevuto un primo avverti-
mento nell’andata a Milazzo, ove mancò poco non venisse


[1] Campagne nel territorio di Castiglione.

[105]

assassinato, credevasi sicuro a Virzella, e lì si era ridotto
con tutta la famiglia.
Era già inoltrata l’ora di quella notte fatale, ed il Tuccari ed
i suoi erano da un pezzo sepolti nel sonno; quando ripetuti
colpi echeggiarono alla porta d’ingresso. Si desta di sopras-
salto la famigliuola, ed il Tuccari, ignaro del destino che at-
tendevalo, balza dal letto e così in mutande come si trovava
schiude la finestra, per rendersi ragione di chi avesse bussato
in maniera così poco urbana. Ma n’ebbe in risposta un colpo
di pistola che foravagli la guancia, facendolo cader riverso,
e privo di sensi nel mezzo della stanza. Grande fu lo scom-
piglio e lo spavento delle donne; alla caduta del marito,
padre e genero, che ritennero morto. La di lui suocera, che
in quell’istante si trovava ad aprire, cercò di rabbonire quei
forsennati, ma in buon punto, quello stesso che l’aveva colà
condotti e che la faceva da capo e da guida, e che ancora
non aveva del tutto spenti i sentimenti di umanità, volle evi-
tare altri delitti, e persuasi i compagni della morte del Tuc-
cari, non avendo più a far nulla in quella casa, che aveano
funestato con la morte e il dolore, impose loro di partire
e l’un dopo l’altro dileguarono.
Solo il capo, dopo allontanati i compagni, accortosi che
il Tuccari era leggermente ferito gli apprestò le prime cure,
e dopo compito quest’atto pietoso, si affrettò raggiungerli.
L’indomani di questi fatti il Felsina, animato dal suo
coraggio consueto, rivolge un caldo e fiero appello ai nobili,
incitandoli alle armi, per difendersi da quella canaglia che
avea dato di volta, da cui nulla di buono aveano da sperare.
Unico fu il grido di assentimento e tutti vecchi e giovani,
sotto la direzione del Felsina, che avevano acclamato capo
di quel piccolo esercito improvvisato, furono subito in armi,
e uniti e pronti se ne stavano nella sede del circolo dei no-
bili, che avevano scelto a loro cittadella.
La reazione del ceto dei civili, fu una contrarietà inaspet-
tata pei contadini. Ma il capo di essi, che sperava in quelli di
Messina, rinfocolava il loro ardore che andava attenuandosi.

[106]

La misura era colma, l’orgasmo era generale e i giovani
nobili non sapeano più tenersi a freno; un energico ese…
occorreva per calmare i bollenti spiriti dei rivoltosi.
E a tanto era stato prescelto dal destino il più furi-
bondo di essi. Triste arnese era costui, che si era vantato
di saziar l’odio suo implacabile nel sangue dei nobili, dei
quali voleva mangiarne anche il cuore!
Saliva egli, l’indomani della organizzazione dei nobili
alla piazza tutto solo con aria smargiassa da conquistatore.
Quando lungo la via venne avvertito di non avanzarsi perchè
nel casino vi erano riuniti tutti i nobili, armati fino ai denti
e non tirava buon vento per la sua persona. Ma egli petu-
lantemente, con una scrollata di spalle, aggiungendo con la
bocca una smorfia molto significativa « di me ne infischio »
proseguì per la sua via. Appena all’angolo della piazza, vide
l’atto minaccioso di qualcuno dei nobili e allora capi che
l’avviso non era una favola, e in due salti fu nella imme-
diata bottega di un barbiere; dove socchiudendo mezza porta
credette sottrarsi alla sentenza inappellabile che attendevalo.
Ma il dottore in medicina signor Giuseppe Tuccari Di-
marco, giovane ardito e di gran coraggio, lo affronta, e ac-
chiappandolo per il panciotto (che per costume portava sem-
pre di color scarlatto) lo tira fuori, come avesse fatto con
un mucchio di cenci, dove fu fatto segno ad una salve com-
pleta di fucileria. Morì, manco a dirlo, sull’istante, restando
all’impiedi addossato al muro, mostrandosi anche dopo morto
in atto provocante e minaccioso.
Il cumulo di tanti avvenimenti richiamava finalmente
l’attenzione del Governatore di Aci, il quale qui portavasi
con intendimento di conciliare gli animi e rimettere l’ordine.
Esige costui che i nobili avessero deposto le armi, rendendosi
egli garante della sicurezza ed immunità del ceto. Il Felsina
si rifiuta e si oppone per tutti. Il Governatore insiste, il Fel-
sina allora rassegna le dimissioni da Presidente, ed esula
dal paese. Il Dr. Tuccari Dimarco fu chiamato a sostituirlo.
Gli eccidii di Bronte, che furono i più terribili, attira-

[107]

rono l’attenzione di Garibaldi, che vi mandava Nino Bixio
nei primi di agosto, con sei compagnie di soldati piemontesi,
e due battaglioni Cacciatori dell’Etna e delle Alpi.
Due battaglioni al comando del maggiore Dezza vennero
qui, per ristabilire l’ordine, e cirrcondato il paese e chiusi
tutti gli sbocchi, operarono due o tre arresti; dopo 4 o 5
giorni andarono via senza nulla aver definito.
Gli animi accennavano a calmarsi, e l’ordine poco a poco
ritornava, non già per la venuta dei garibaldini, ma per
l’odor di polvere che ancora alitava per l’aere per l’avve-
nuta fucilazione di quel tristo.
Ai 9 di agosto, sotto la direzione del capitano I. Simone
formavasi la Guardia nazionale (1)[1], e solo allora l’ordine
venne rimesso, e la tranquillità tornò in seno a questa po-
polazione (2)[2].
Il capo della rivolta, dopo la fucilazione del suo mag-
giore aiutante, si era prudentemente allontanato da Casti-
glione, ma anche lontano, non cessava dal lavorar sotto ce-
nere, lusingandosi ancora di riuscire nel sospirato colpo. Se-
greti informatori segnalavano agli ufficiali della guardia na-
zionale, che soccorsi in denaro, in armi e munizioni perve-
nivano al Capo da Messina; sperava questi nel ritorno dei
garibaldini, che si diceva dovesse aver luogo nel 1862, per
tentare l’ultimo e definitivo colpo.
Ripassarono difatti, i garibaldini al 1862 al comando
del tenente generale La Porta; la guardia nazionale che non
si fidava gran fatto di essi, credendo in un segreto accordo
col capo dei rivoltosi, stette vigile e pronta per ogni impreve-
duta evenienza. Fermaronsi, fortunatamente, un giorno solo,
e ripartirono, non avendo trovato il Capo.


[1] (1) V. doc. N. 17.
[2] (2) Numero complessivo dei soldati della Guardia nazionale in Castiglione
454 cioè: prima categoria N. 138; seconda categoria (dai 30 ai 40 anni) N. 11;
terza categoria N. 268, Militi di riserva N. 234. (Da elenchi che conservansi
nell’archivio municipale).

[108]

Costui, scovato qualche tempo prima con molta abilità
dalla guardia nazionale, mentre veniva condotto al carcere
malgrado fosse accompagnato da due Signori di rispettabile
età e condizione, venne in mezzo di essi fucilato. Cadde in
tal guisa, giustamente punito, il turbolento suscitatore della
rivolta sediziosa in Castiglione.
Questo turbolento periodo ci fa appendere, che il ceto
unito e compatto, sotto la savia direzione del Felsina seppe
energicamente frustrare le cattive intenzioni dei facinorosi,
mostrandoci ancora una volta che l’unione fa la forza.
I viventi, eroi di tali giornate, son degni di venerazione
perchè furon prodi e con il loro operoso coraggio, stabilirono
un precedente di superiorità morale e materiale; mai fin
adesso smentito, malgrado i tempi presenti siano molto di
quelli dissimili.
Castiglione, con decreto ministeriale del 14 dicembre
1862, fu autorizzato aggiungere la qualifica di Sicilia, per
esser distinto dagli altri Comuni omonimi, che numerosi vi
sono nel regno; e così d’allora in poi vien chiamata.

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6 risposte a "CAPITOLO IX Rivolta di Messina 1674 – … Fatti del 1860"

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