[53]

I. Due anni dopo, nel luglio del 1299, Ruggero ripiom-
bava in Sicilia con l’indegno Giacomo, che veniva a far guerra
al fratello Federico per ritogliergli il regno, che possedea le-
gittimamente e molto saviamente governava, e ridarlo agli
angioini. Il Loria inoltre, ardeva di vendicare il nipote Gio-
vanni, che l’anno avanti era stato decapitato a Messina, per-
chè ribelle.
Fu il Capo d’Orlando il teatro di questa sanguinosa bat-
taglia. Pari fu l’ardore della pugna in ambo gli eserciti; ma
le armi furon propizie a Giacomo. Il vituperio commesso
di aver guerreggiato il fratello, non gli diede l’animo di av-
valersi della vittoria entrando in Sicilia, e moralmente ab-
battuto se ne ritornava nei suoi stati d’Aragona.
Fu invece Roberto che si spinse nell’isola e godere dei
frutti della vittoria. Accompagnato dal Loria, che difilato sel
portava nei suoi castelli, «si accostò al Piano di Mascali, et
quivi avendo di nuovo (1)[1] saccheggiato Mascali gli vennero
molti di Castiglione sua terra a rendersegli con tutte quella
terre che erano nella Valle sino a Calatabiano ».
Francavilla resisteva, perchè tenuta e ben guardata da
Corrado Doria. Per altri due anni Castiglione durò sotto la
signoria di Ruggiero. Ma nel settembre del 1301, cavalcando
Federico, senza scprta alla volta di randazzo, un suo fedele
a nome Pietro Perno, che tratto in catene per insidia, men-
tre portava dei soccorsi in denaro a Blasco Alagona, gemeva


[1] (1) FILOTEO, Storia manoscritta ecc. op. cit.

[54]

nel carcere di Castiglione, fe’ conoscere al re, nascostamente
trovarsi indifesa la rocca (1)[1].
Il re, fatto tesoro di questa rivelazione, a mezzanotte,
senza aver punto dormito, si leva, ordina ai soldati di ar-
marsi tacitamente e immediatamente se li trae appresso. « Ti-
rò la via per sotto le falde di Mongibello et arrivato al Piano
detto Cierro, non più lungi da Castiglione che un miglio da
là della collina, mandò a fare intendere a quei della terra
che aspettassero l’assalto o veramente l’assedio senza ren-
dersigli, farebbe tutti passare a fil di spada e ruinerebbe la
terra dai fondamenti, il perchè gli ufficiali della Terra che
chiamavano Giurati ristrettisi insieme sforzarono i presidi di
Ruggeri andarsene a Francavilla, e dierono la terra al re
Federigo, et ciò ferono perciocchè stimarono cosa più onesta
accostarsi e servar la fede al suo re che al padrone ubello;
et avendo il re occupata la terra, lasciato bonissimo recapito
a Castiglione et fortificate molto bene anche le rocche se ne
passò per Tavormena che era stata saccheggiata da Ruggeri
di Loria (2)[2] ».
In tal guisa Federigo riaveva nuovamente questa im-
portante fortezza, e cacciava per sempre il Loria, la sui au-.
reola era ormai abbastanza offuscata (3)[3].


[1] SPECIALE Nicola, Historia sicula, raccolta e pubblicata da can. Ro-
sario GREGORIO.
[2] FILOTEO, op. cit. Parte seconda manoscritta. In questo avvenimento
il Filoteo differisce non poco dallo Speciale. Quest’ultimo, riferisce: « Fu De-
derico sul far del giorno a Castiglione e invase il csatello, inferiore, che Ca-
stello piccolo era detto. I terrazzani dietro tal tumulto, rifugiatisi nel supe-
riore castello persuasero il castellano e i custodi del castello ad arrendersi.
(SPECIALE, op. cit).
[3] Nella pace di Caltabellotta, firmata il 29 agosto 1302, fu stabilito fra
le altre condizioni: «che i feudatari perderebbero tutti i feudi che teneano
dal principe da cui si fossero ribellati. Da questi andarono eccettuati solo i due
più potenti Ruggier Loria e Vinciguerra Palizzi; fatta ad essi abilità di te-
nere il primo il Castel d’Aci in Sicilia, l’altro Calanna, Motta di Mori e Messa
in Calabria. Con questa pace avea termine il sanguinoso periodo dei Vespri,
che per ben venti anni avea funestato l’isola (Cfr. AMARI, op. cit., vol. 2).

[55]

Fermavasi il re nuovamente in Castiglione per sistemarlo
dal disordine prodotto dal temporaneo dominio di Ruggero,
e affezionarsi gli animi dei terrazzani, carezzandoli, con al-
leggerirli da esose tasse e concedendo privilegi.
Celebrate le nozze di Federico con Eleonora d’Angiò,
Castiglione formò parte del dotario della regina o Camera
reginale (1)[1]. Sentendosi Federico, anni dopo, per un accesso
di gotta, presso a morire in una masseria, (dove si era fer-
mato andando da Castrogiovanni a Palermo) dava la signoria
di Castiglione al figlio suo Giovanni, col marchesato di Ran-
dazzo, la contea di Mineo e la signoria di Troina e Montal-
bano (2)[2].
Nel 1337, Federico, dopo un ben inteso regime di go-
verno, assicurava quasi stabilmente, la autonomia dell’isola.
Consumato dalla gotta, con gran lutto dei sudditi, (perchè fu
molto ben visto ed amato) cessava di vivere in Catania, suc-
cedendogli nel regno Pietro, che fu II di questo nome, che
governò per soli tre anni. Nel 1340 seguiva Ludovico di ap-
pena un lustro; ma gli affari del regno risiedevano tutti nelle
mani del duca Giovanni, suo zio, che era anche marchese
di Randazzo e signore della Valle di Castiglione e Franca-
villa, e Vicario generale ed arbitro assoluto della Sicilia; ca-
pace molto, del resto, a ben guidare e reggere lo Stato.
Matteo Palizzi, per come la storia fa intravedere, in
molta grazia della vedova regina, a cui forse era legato da
intime relazioni, concepiì il folle disegno d’insignorirsi di tutta
la Sicilia. La nobiltà siciliana male apprese l’ascendente che
pigliava il Palizzi, e dava man forte al duca Giovanni, fa-
cendo di tutto perchè non avvenisse una sommossa. Ma im-


[1] Camera: in linguaggio diplomatico significa fisco o patrimonio. In que-
sto senso fu chiamata Camera reginale il patrimonio assegnato dai Re alle
Regine di Sicilia e consisteva nell’usufrutto e godimento delle terre e città
delle Regine. (ORLANDO, op. cit.).
[2] SANFILIPPO, op. cit.

[56]

potenti furono i loro sforzi; e nel 1348 il Palizzi col fratello,
ai quali si erano uniti anche i Chiaramonti, issata la ban-
diera della rivolta, si diedero a scorazzare la Sicilia con
buon numero di armati, attaccando ed uccidendo tutti quelli
che non si univano a loro. Randazzo cedette, Castiglione e
Francavilla seguivanla (1)[1].
Una breve tregua seguì a tutte queste turbolenze, nel
qual tempo Castiglione tornò in possesso del duca Giovanni,
che la dava alla figlia Costanza, insieme a Randazzo e Fran-
cavilla. Questa eredità, difatti, portava in dote al marito Ar-
rigo Statella, signore di Castania e della Limina.
Consunto dai vizi e nella giovanissima età di anni 17 (1355)
moriva il re Ludovico, e gli succedeva nel governo il non
men giovane di lui fratello Federico, appena tredicenne, che
fu terzo di questo nome, per la sua inettitudine ed imbecil-
lità, soprannominato il Semplice e l’orecchiuto.
Dallo Statella, non si rileva ben per quale intrigo Casti-
glione passò a Berardo Spadafora, a cui fu confiscata per
causa della sua ribellione, e aggregata al R. Demanio: come
rilevasi da un privilegio di Federico III emanato dalla Re-
gia Curia (2)[2].
Tornata Castiglione di nuovo in possesso della corona,
Federico la concedette a Blasco Alagona in Capitania, con
cognizione delle cause criminali, che equivale ad un assoluto
dominio (3)[3].
Anche il di lui figlio Artale Alagona ebbe delle pretese
su questa terra, e qui sen venne nel 1355, colla qualità pre-
sunta di Signore, a riceversi atti di omaggio e di fedeltà!
La ribellione dei Palizzi, per poco attutita da fittizio ac-
cordo di pace, riaccendevasi sotto Federico. Questi, allo scopo
di ridurre in calma le terre sollevate, e sottrarle al movi-


[1] (1) BUONFIGLIO, op. cit.
[2] (2) LANZA DI SCALEA, op. cit.
[3] (3)        id.            id.

[57]

mento insurrezionale, portavasi da Catania a Castiglione, in-
sieme alla sorella Eufemia, vicaria del regno, Artale Alagona
ed altri magnati del regno
Fermossi egli in Castiglione dal 6 al 13 del settembre
del 1356, nel quale breve termine « emanò ben 18 ordini,
documenti di straordinaria importanza per la vallata dell’Al-
catara (1)[1] ». Ricevette, similmente i sindaci di Randazzo,
che a lui venivano interpetri dei devoti sentimenti di obbe-
dienza della loro città.
Il governo dei due re fanciulli, che si successero l’uno
all’altro, rese arditi ed arroganti i grandi della corte con
grave danno della indipendenza siciliana, raggiunta sotto il
buon regime del re Federico II. Difatti nel 1357 Luigi d’An-
giò, che precedentemente aveva avuto offerto Palermo dai
Chiaramonti, favorito da Niccolò Cesareo, impadronivasi della
città di Messina insieme ad altre città dell’isola. Luigi reso
audace tenta insignorirsi di tutta la Sicilia, e spedisce il Ce-
sareo con buon numero di soldati, alla conquista del Valde-
mone. Si spinge il Cesareo verso Aci, dove piantò il quar-
tiere generale, depredando e saccheggiando varii punti di
quelle vicinanze. Ma avanzate le truppe regie di Catania con
a capo Federico, che era accompagnato da tutti i personaggi
più eminenti del regno, fra i quali Guglielmo Rosso, Matteo
Montecateno, Giovanni, Blasco e Artale d’Alagona ed altri,
obbligano i nemici a lasciare Aci con molte perdite, incal-
zandoli fino nelle pianure di Taormina, Calatabiano, Casti
glione, Francavilla, dove li sbandano nuovamente traendone
molti prigione (2)[2].
« Il conte Arrigo Rosso che, era ritornato nel Governo di
Tavormena, (dopo i fatti d’armi avvenuti nella valle dell’Al-
cantar) condottosene a Randazzo che era governato da Gio-
vanni Spatafora barone della Roccella vicino Randazzo, et


[1] (1) Avv. C. GRASSI, op. cit.
[2] (2) Filadelfo MUGNOS, I ragguagli istorico del Vespro siciliano.

[58]

fatto venire Berardo Spatafora signore di Gagliano con molti
cavalli et fanti e Giovanne Mangiavacca da Francavilla con
Pietro Galofaro che governava Castiglione con molti cavalli
et fanti ancora, fatta la rassegna a Randazzo raccolto un com-
petente esercito di fanti e cavalli, e partitisi tutti di compa-
gnia per le montagne dell’Argimusco su per il Tindaro e Mi-
lazzo (1)[1] » muovevano contro il Cesareo che era ritornato in
Messina, dove era governatore per Luigi re di Napoli. Ca-
stiglione non venne meno al suo consueto valore in questa
guerra, della quale fu spesso teatro questa valle, e Federigo,
che sembra le avesse qualche predilezione, ne tenne gran
conto per respingere l’angioino (2)[2].
Conchiuse le nozze del re con Costanza d’Aragona nel 1361,
Castiglione col suo casale di Linguagrossa, venne nuovamente
a far parte della Camera reginale insieme alle altre terre
che originariamente erano state assegnate, per lo stesso ti-
tolo, alla regina Eleonora (3)[3].
Morta la regina Costanza, Castiglione passò al Demanio;
ciò risulta, come riferisce il Barberi[4] (4), dalle varie asse-
gnazioni di feudi e vigneti facienti parte del territorio di Ca-
stiglione, nonchè dalla concessione fatta dallo stesso sovrano,
di onze 24 d’oro a Giovanni di Monlica, castellano di Casti-
glione e capitano del fortilizio della Placa (5)[5], « super ca-
bella xare regie curie dicte terrae ». Come pure, dalla con-
cessione di una vigna a Bernardo Fassari, dalla concessione
del feudo di Bitati (Pittari) a Roggiero Spatafora e dalla
concessione della Secrezia di Castiglione (6)[6], avvenute tutte
e tre nel 1371.


[1] (1) FILOTEO, Parte 2a, manoscritto.
[2] (2) Id.                  id.
[3] (3) LANZA DI SCALEA, op. cit.
[4] (4) BARBERI Luca, Magnum Capibrevium Vallis Nemorum.
[5] (5) V. docum. N. 1.
[6] (6) V. docum. N. 2.

[59]

II. Nell’anno 1373, Pirrono di Iueni Protonotaro del re-
gno, il quale aveva avuto il governo di Castiglione dal re,
avendo rilasciate le scadenze di Castrogiovanni e Calascibetta,
(la quale terra fu assegnata in iscambio alla Camera reginale)
gli fu data liberamente la terra e li castelli con tutte le per-
tinenze di Castiglione, col solo patto di pagare onze 20 e
fornire un milite a cavallo (1)[1]; malgrado la disposizione del
re Giacomo, che imponea la inalienabilità delle terre del
regio Demanio (2)[2].
Dopo tale concessione avvenne una permuta (3)[3] fra il
Gioeni e il conte Rosso, in virtù della quale quest’ultimo
diventava padrone di Castiglione. Il Rosso, che era di tur-
bolenta natura, inorgoglito dal favore della corte, che lo ren-
deva popolare e insieme temuto ai popoli, concepiì il folle
disegno di ribellarsi al sovrano.
Nell’anno 1375, funestando la fausta ricorrenza delle nozze
del re Federico con Antonia del Balzo, dopo avere sollevato
e guadagnato Messina ed altre terre dell’isola, passava ad
ad [sic] occupare Taormina. Federico mandava per espugnare que-
st’ultima, (interessantissima per la sua strategica posizione)
ad Artale Alagona, suo fedelissimo; mentre egli (il re) se ne
stava in questo castello, in attesa del risultato della spedi-
zione dell’Alagona. Questi, trovandosi in quell’assedio, riceve
una rappresentanza della città di Messina, che a lui volea
darsi, facendogli atti di obbedienza e consegnandogli le chiavi
della città. Ma con molta parvenza di rispetto non volle ri-
ceversi le chiavi, e indignato loro rispose: « Et comu! eu
sugnu Signuri? andati et prisintati li chiavi a lu Signuri Re
lu quali esti a Castigluni (4)[4].


[1] (1) V. docum. N. 3.
[2] (2) Costitutionibus et capituli serenissimi Domini Regi Iacobi aliorumque
retro regum super demanialibus non alienandi imposito. (I parlamenti generali
del regno di Sicilia, vol. I del can. MONGITORE).
[3] (3) Cfr., docum. N. 4.
[4] LANZA DI SCALEA, op. cit.

[60]

Sedata la insurrezione nel seguente anno 1376 il Rosso,
in punizione della sua fellonia, ebbe confiscato Castiglione
con tutte le sue pertinenze (1)[1].
Non perdeva per questo i suoi dritti il Gioeni. Ciò im-
pensieriva seriamente i castiglionesi, presaghi del duro re-
gime feudale al quale venivano sottoposti.
Ma se un’èra nova, irta di guai e causa di lunga ed
impari lotta sorgeva per questo popolo, un orizzonte di glo-
ria purissimo insieme schiudevasi, in cui tutti emersero i
nobili sentimenti di liberi cittadini, che in esso albergavano.
La virtù di un popolo, vivissima traluce nello svolgimento
delle nobili azioni di libertà morale e materiale, sdegnanti i
ceppi di servilismo, che avviliscono la umana natura, per sè
stessa indipendente e ribelle.
Castiglione, usa sotto i normanni e gli svevi a ricono-
scere la sola benevola autorità reale, fonte per essa di cele-
brità e splendore; che aveva altresì provato nel breve do-
minio del Loria, più che l’albagia schiacciante di signore la
paterna sollecitudine di generoso e leale cavaliere, intravide
nella nuova concessione in feudo, con più ampia autorità dei
feudatarî (ciò che li rendeva prepotenti ed insieme odiosi ai
vassalli) la schiavitù terribile, alla quale la si voleva far
soggiacere.
I cittadini oltremodo indignati di tal violenza, veduta l’o-
stinatezza del sovrano, che niuna ragione valse a farlo rece-
dere dall’oltraggioso pattuito negozio, vennero nella grava de-
terminazione di osteggiare il possesso al Gioeni, anche con
l’olocausto della propria esistenza.


[1] Così da atto di quietanza e di consignazione delle beni inventariati
del conte Enrico Rosso rubello nel catello di Castiglione per il re ad Anto-
nino de Splana, castellano nell’anno 1375. Di quest’atto esisteva copia in que-
sto Municipio, come si rileva da un elenco di scritture inerenti a questo Co-
mune, rilasciate nel 1600 dalla principessa, dei quali non esiste più alcuna.
L’elenco che ho tolto dall’archivio Sardo si riporta fra i documenti al n°. 15
di essi.

[61]

Sapevano ben essi, che tale atto, più che insubordina-
zione era una aperta rivolta ai voleri sovrani. Ma agli ordini
reali essi anteponevano la propria libertà, mostrando insieme
maggior devozione al sovrano, dal cui immediato governo non
volevano affatto staccarsi. Sventuratamente però. molti di
questi atti arbitrarii derivarono dalla insufficienza della mente
di Federico; al che si devono sopratutto i gravi disordini che
in quel periodo travagliarono il suo governo, con gravissimo
danno degli interessi dell’isola.
Nel 1377 morì Federico, lasciando erede del regno di
Sicilia l’unica figlia Maria. Data la giovanissima età della
neo-regina, lasciavale a balio Artale Alagona, col titolo di
Gran giustiziere e Vicario generale del regno. Questi scelse
a suoi compagni nel governo, Manfredi Chiaramonte grande
ammiraglio, il conte di Geraci e il conte Guglielmo Peralta,
e furono detti i quattro vicari, perchè oltre al titolo ne ebbero
anche l’autorità. I sorprusi e le violenze loro misero sottoso-
pra tutta la Sicilia, ed impossibile era divenuto il vivere ai
poveri siciliani (1)[1].
In questo lungo periodo di generale rivolta dell’isola,
Castiglione, già in arme per il giogo al quale era stata sot-
toposta, soperchiata dalle prepotenze del Rosso, che la morte
di Federico aveva reso audace e malgrado la precedente
confisca si teneva violentemente padrone di Castiglione ed
Aidone (che forse usurpò fino al 1393), vessata altresì dalle
angherie dei soldati catalani, qui di presidio, che tentavano
con severe punizioni ridurre i terrazzani all’obbedienza, fa-
ceva eco alle altre terre.
Giovanni Silvestri, capitano di Castiglione e castellano,
propenso all’Alagona, che in atteggiamento ribelle si era for-
tificato a Catania (1392), e favoreggiatore dei castiglionesi,
ai quali tornava ben accetto, veniva fulmineamente richia-
mato e sostituito dai capitani Federico Spatafora e Aloisio


[1] (1) SANFILIPPO, op. cit.

[62]

di Peralta, congiunto quest’ultimo a quel Guglielmo, che era
uno dei quattro prepotenti vicarii.
A tanto, apertamente si opposero i terrazzani, e forti
dell’appoggio dell’Alagona, a cui avean ceduto nella speranza
di essere tolti dal dominio feudale, respinsero i due nuovi
capitani. Seguì conseguentemente, che colma la misura delle
angarie che affliggevano questo popolo, delle quali il mede-
simo riteneva causa i soldati catalani che qui ancora ritro-
vavansi, ad essi si rivolse con ragione esasperato, e tutti li
massacrò (1)[1]. I catalani caddero, è vero, ma vittime prepa-
rate dall’arbitrio del defunto monarca. Tali eccessi, provocati
dalla violenza ed ignoranza di un governo, dànno il carattere
di feroce e sanguinario ad un popolo d’ordinario innocente
ed oppresso, che tenta giustamente sottrarsi alle prepotenze,
con l’opporre alla violenza la violenza.
Il sollevarsi di un popolo tiranneggiato, simile all’irrom-
pere improvviso di impetuosa bufera, che nella sua marcia
di sterminio tutto scompiglia, abbatte, cruentemente travolge,
produce tutti i disastrosi effetti della massa ignota che vio-
lentemente si agita nello spazio.
Chi può frenarlo, lorquando giusto sdegno il muove alla
rivendica del santo dritto di libertà conculcata?
Chi può rattenere gli impeti selvaggi che lo rendono cieco
crudele?
Castiglione avrebbe certamente conseguito l’intento di
uscire dalla feudalità, se la politica conciliativa del nuovo re
Martino, non avesse disarmato l’animo suo, tuttavia inasprito.
III. Nel 1392 finalmente, dopo 15 anni di terribile lotta
intestina, Martino, per le nozze contratte con la regina Maria,
veniva a pigliar possesso del trono di Sicilia, sbarcando a
Trapani con numeroso seguito e soldatesca immensa.
Ristabilì egli l’ordine e la tranquillità in Sicilia; ridusse
all’obbedienza tutti i signorotti che si erano sollevati sotto il


[1] SARDO dott. Gius. Luigi. Ms. cit.

[63]

mal governo di Federico, e rimise in vigore le antiche leggi
e consuetudini. Città e terre presentarono i loro capitoli e
fecero atto di sottomissione, per ingraziarsi la bontà sovrana.
Scandalizzato, oltremodo, restava però dell’attitudine ri-
belle dei castiglionesi, per l’eccidio dei catalani. Si affretta a
severamente ammonirli e scrive loro: « No duvivu fari comu
fideli vassalli maxime neganda lu nomu nostru e chamandu
quillu di lo nobili conti Artali », li invita con longanimità a man-
dare i loro sindaci, promettendo: « omni gracìa et premi con-
digni per forma ki sarriti ben cuntintati ». Così faceva loro
sperare in un amplio perdono dei loro delitti e nell’agognata
riduzione a demanio (1)[1].
Castiglione, adescata dalle lusinghiere promsse della
lettera di Martino e che volea dar termine al periodo turbo-
lento e sanguinario che l’avea per tanto tempo afflitta, causa
di sì lunga e titanica lotta, si arrendè alla reale obbedienza
con onorevoli patti di guerra; e nello stesso anno (1392) in-
viò una larga rappresentanza di sindaci illustri, che presen-
tarono i suoi capitoli (2)[2], supplicando la R. Majestà di volerli
« indultare e perdonare ampliamente » e non alienare mai
questa terra dalla R. Corona.
Martino benignamente accolse le loro suppliche « indul-
tao et perdonao li citatini » (3)[3] e li lusinga, promettendogli
che Castiglione sarebbe stata sempre terra di Demanio. Ma
i miseri castiglionesi furon tratti in inganno,e la real pro-
messa non dovea aver luogo; perchè Bartolomeo Gioeni, che
molto addentro era nelle grazie reali, ed esercitava un certo
predominio sull’animo del re medesimo, per le grandissime
spese e gravi pericoli incontrati nell’acquisto del regno, sol-
lecitava la conferma del feudo e dei castelli di Castiglione


[1] V. docum. n. 7.
[2] V. docum. n. 6.
[3] PREXIMONE ms., cit.

[64]

e il relativo possesso. Di cui, appresso la transazione con gli
eredi del Rosso (1393), ai quali il Gioeni aveva corrisposto
in saldo una somma di denaro, era rimasto assoluto padrone,
malgrado la comparsa di due nuovi pretendenti: Calcerando
di Villanuova e il conte di Agosta.
La lunga guerra sostenuta da castiglione per ben 23 anni
a nualla le valse. Il destino la volle schiava e malgrado il
sangue versato, le furono ribadite le catene della feudalità
con le quali era stata avvinta dal re imbecille Federico III.
Questo periodo di tempo, dal 1373 al 1392, infruttuoso
dovette correre per il Gioeni. Appariscono, è vero, diversi
signori, fra i quali il Rosso, la contessa Beatrice Spadafora, il
conte di Agosta Calcerando Villanuova (1)[1]. Sebbene sembra
contradittorio ed incompatibile con l’ostile atteggiamento dei
castiglionesi, confermato del resto, nei capitoli presentati a
Martino (2)[2]. Da ciò si desume chiaramente che detti signori,
possedettero solo virtualmente Castiglione senza giurisdizione
sui popoli, e dritti di sorta sulle entrate dei feudi.
Nell’anno 1394, il serenissimo re Martino confermò Ca-
stiglione a Bartolomeo Gioeni figlio di Perrono, in compenso
della sua gran fedeltà, e delle grandissime spee e dei gra-
vissimi pericoli da esso affrontati, nell’acquisto del regno.
Artale d’Alagona mancando alla fede regia, dichiarato ribelle
dal re Martino occupò Castiglione che gli venne ritolto dallo
stesso re, e incorporato al Demanio. Bartolomeo ne chiese
la restituzione conforme i suoi privilegi; ma vi fu chi sug-
gerì al re « Castiglione essere stato ed essere del Demanio,
e no si avrebbe potuto di ragione concedere a Perrono nè
confermare a Bartolomeo ». Per tali motivi, sua maestà gli
negò la restituzione, ma gli accordò di avanzare sue ragioni


[1] (1) Nel 1393 il conte di Agosta fu governatore di Castiglione, come rile-
vasi da una lettera dello stesso al duca di Randazzo; e Aloisio di Peralta ca-
stellano, come risulta da lettera allo stesso duca (V. elenco riportato al n. 15
dei documenti).
[2] (2) V. docum. n. 9.

[65]

alla Regia Gran Corte. Bartolomeo quindi diede inizio alla
lite contro il R. fisco nella R. Grande Corte; ed essendosi
riuniti molti giudici assai celebri, insieme al famoso arcive-
scovo di Palermo, giurarono di trattare imparzialmente la
causa in base alla verità. Lo stesso Martino, compilato il
processo, e ben discussa la causa con voti favorevoli di tutti
i giudici, pronunziò di propria bocca la sentenza, a 26 otto-
bre del 1397 (1)[1] che fu a favore di Bartolomeo e contro il
fisco. Fu condannato quest’ultimo alla restituzione di Ca-
stiglione, e in virtù della stessa sentenza fu restituita la pos-
sessione a Bartolomeo, e a 2 giugno 1398 l’istesso re con-
fermò il tutto a favore di Bartolomeo e suoi posteri, con la
clausola jure francorum (2)[2].
I castiglionesi, avuta notizia della sentenza, presentarono
nuovi Capitoli, « per reduchirisi alla regia fidelitate (3)[3].
Ma nell’anno 1399, nel Parlamento regio, (chiamato si-
racusano, perchè tenuto in Siracusa, tanto celebre nel regno)
fatto per la maestà di re Martino, per sistemare definitiva-
mente gli affari dell’isola, disordinato dall’ultimo ribellione
dei baroni, venne Castiglione dichiarata di baronia e non
del R. D., e così fu determinato e concluso. Con tuttociò,
Bartolomeo pronto al servizio regio, offerse restituirlo e as-
segnarlo al re, sotto condizione però: che avesse prima ri-
cuperato dalla R. Curia fiorini 3000 insieme con l’interessi,
(dal Gioeni apprestati per abbattere l’Alagona) (4)[4] entro il
mese di marzo di quell’anno.
Scorso tale termine, e restando insodisfatto, Castiglione


[1] (1) V. docum. n. 10.
[2] (2) La concessione in feudo de jure francorum, importava la sola ed esclu-
siva successione del primogenito, esclusi restando tutti gli altri fratelli mi-
nori. SCLOPIR (?); Storia della legislazione, vol. I.
[3] (3) V. docum. n. 9.
[4] (4) Capitula regni Siciliae, v. I.
BUONFIGLIO, op. cit.
FILOTEO, op. cit.

5

[66]

restavagli in Baronia, conforme alla decisione fatta e sentenza
già data (1)[1].
I cittadini conoscendo che Martino non era molto fornito
a denari, raccolsero i 3000 fiorini e li mandarono in corte
in tempo utile, supplicando il re a soddisfare il debito, e re-
stare così la loro terra a demanio. Ma questa convenzione
non fu che un giuoco del Parlamento, per gabbare i casti-
glionesi, essendo volontà decisa di Martino, di lasciare Ca-
stiglione in baronia a Bartolomeo. Il denaro quindi non venne
consegnato entro i termini stabiliti, e Castiglione fu in virtù
della precedente sentenza, confermata ad esso Bartolomeo in
baronia (2)[2].
Martino, avvenuta la morte della regina Maria, sposò in
seconde nozze la regina Bianca di Navarra, e nei capitoli
matrimoniali, non ricordandosi della superiore conferma, co-
stituì il dotario della Camera di essa regina, assegnandole
La città di Siracusa e le terre di Paternò, Mineo, Vizzini,
Lentini, Castiglione, Francavilla e la valle di S. Stefano. Delle
quali città e terre, nell’anno 1403 a 26 maggio, re Martino
con sue regie lettere ordinò della G. C. che avesse
dato la possessione al procuratore di essa regina.
Risentendosi il Gioeni per questa concessione, si pre-
sentò al re con i suoi titoli e privilegi. Il re conobbe l’er-
rore nel quale era involontariamente incorso, e in cambio
di Castiglione offerse alla regina la terra e il castello di San
Filippo d’Agirò, confermando in perpetuum Castiglione a Bar-
tolomeo Gioeni, secondo il privilegio dallo stesso Martino
concesso in data 7 giugno 1403.
Ai 17 luglio dello stesso anno, la regina Bianca, auto-
rizzata dal re suo sposo, in virtù della sentenza data dalla
R.G. C. e della possessione presa della città di S. Filippo,


[1] V. docum. n. 8, 10, 11.
[2] V. docum. n. 10, 11.

[67]

giura e per atto pubblico di notaro, si dichiara contenta e sod-
disfatta, presente detto Bartolomeo (1)[1].
In seguito a tale atto, Castiglione perdette ogni ulteriore
speranza di sottrarsi al servaggio feudale.
III. Un periodo di calma seguì ai trambusti, che per tanti
anni afflissero Castiglione che subiva tacitamente il giogo feudale,
ma nulla di rimarchevole, troviamo fino al 1491.
In ogni tempo, il popolo di Castiglione ha mostrato di
essere liberale e risoluto, e per nulla propenso a subire so-
prusi da chicchessia, e tanto meno a rendersi strumento del-
l’altrui malizia e prepotenza.
Sullo scorcio del dominio di Perruccio Gioeni, regnando
Ferdinando II detto il cattolico, accadde un avvenimento di
tale importanza, che per il suo felice esito (sebbene avvenuto
in modo tragico) recò gran bene non solo alla baronia di Ca-
stiglione, ma a tutto il regno di Sicilia e di Spagna ancora.
Questo fatto è vivo tutt’ora, nella tradizione del popolo
di Castiglione che indica la località dove esso avvenne.
Esisteva in Castiglione, come ci fa apprendere il pro-
fessore Salomone (2)[2] « una comunità di ebrei che avevano
la loro sinagoga e il ghetto sotto la parrocchia di S. Giu-
liano ».
Pare che buoni rapporti di comunanza non dovessero
esistere fra gli ebrei ed i cattolici, apostolici, romani di Ca-
stiglione. E ciò, tanto per la diversa religione da essi prati-
cata, quanto per naturale antipatia verso gli ebrei, fomentata
dal disposto del Parlamento tenuto da re Federico III in
Piazza nel 1296, col quale escludeva essi ebrei « dal con-
versare coi nostri fedeli » e gli proibiva l’esercizio dei pub-


[1] (1) Archivio SARDO, vol. V. Questo importante archivio, composto di cir-
ca 40 volumi, contenenti in massima parte antiche scritture della famiglia e
carte diverse, forse unico in Castiglione, conservasi dal signor cav. Giuseppe
dottor Sardo Ruggeri, qual discendente primogenito di essa famiglia Sardo.
[2] (2) La Provincia di Catania.

[68]

blici uffici; e perdurando nei loro errori, li obbligava por-
tare appeso al petto un bastoncino rosso, lungo un palmo,
per essere distinti dai fedeli (1)[1].
Questo rigorismo legale, teneva gli animi dell’una e del-
l’altra parte in grande tensione, e in ogni circostanza non
lasciavano di insultarsi e anco di bastonarsi reciprocamente.
Serie furono le conseguenze per gli ebrei nell’accaduto
che ci apprestiamo a narrare:
« Nell’anno 1491 il dì delle rogazioni, conducendosi pro-
cessionalmente nella città di Castiglione il SS. Crocifisso, ove
che il divoto popolo venne a passare dinanzi la casa di Bi-
tone sommo sacerdote dei giudei (2)[2], gittò questi dalla fine-
stra un sasso, che direttamente colpì il Santo Cristo e tron-
cogli un braccio. Sollevatosi a tale sfrontatezza ed empietà
in tumulto la pia gente, e particolarmente Andrea e Barto-
lomeo Crisi fratelli, ne fecero immantinente le vendette, con
la uccisione del sacrilego uomo (3)[3]. I quali poi portatisi in
Ispagna dinanzi al trono del re, non solo restarono prosciolti
da quelle pene alle quali voleva soggettarli l’immatura riso-
luzione presa dai regi ministri, ma vennero di più dallo stesso
monarca lodati ed abilitati alla domanda di gradevoli grazie.
Tra le quali quella fu ch’eglino con preghiera accompagnata
da lagrime, sovra ogni altra cosa domandarono, cioè: che
fossero gli ebrei sfrattati con perpetuo esilio dalla Sicilia, e
da tutti insieme i regni di Spagna, conforme seguì nell’anno
appresso, regnando il religiosissimo re Ferdinando II detto il


[1] (1) VILLABIANCA, op. cit. vol. I, lib. 3.
[2] (2) La di cui abitazione sorgeva adiacente l’antica porta della Bocceria
al posto dell’attuale palazzo del signor Letterio Tuccari, in via Regina Mar-
gherita.
[3] (3) Sacre e tradizionali e degne di ogni rispetto sono le manifestazioni
religiose dei popoli cristiani. Non vi è stoltezza maggiore, che schernirli nel-
l’esercizio di essa, e peggio ancora insultarli. E’ evidente quindi, che in tal
guisa si affrontano le ire sue, che giusto risentimento spinge a pigliarne le
difese.

[69]

cattolico, il quale pieno di quell’eroismo, che suole infondere
nel petto di un pio monarca il rispetto per la religione, ad
umile ardentissima preghiera di Andrea e Bartolomeo Crisi
siciliani, e col consiglio di tutti i supremi suoi ministri, si
determinò a scacciare da tutti i suoi regni quanti ebrei vi
si trovasero, di qualsiasi stato e condizione, uomini e donne,
vecchi e fanciulli, ricchi e poveri, così abitatori come
di villaggi ovvero di feudi ecclesiastici; e a 31 marzo 1492
emanava da Granata il bando di espulsione » (1)[1].


[1] (1) Monsignor Giovanni DI GIOVANNI, L’Ebraismo in Sicilia.

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