[42]

I. L’importanza riconosciuta dai Normanni a questo sito
aveva fatto di Castiglione una città potente, dominatrice;

[43]

e tale fu fu [sic] in appresso riguardata col titolo di città del
Regio Demanio (1)[1] o città libera.
E, salvo quanto ci fa apprendere il Filoteo, (per er-
rore) che ai tempi di Guglielmo il malo fu donata a Rug-
giero di Lauria il vecchio, dal quale discese la famosa An-
giolella, nei tempi appresso, fino al re Federico III d’Aragona,
figura sempre come città demaniale.
Nulla innovarono gli svevi del buono ordinamento intro-
dotto nell’isola dai normanni, attesero anzi, a sempre miglio-
rarne le condizioni.
Il regime di Federico II di Svevia diede uno nuovo e più
serio avviamento al governo dell’isola.
« Le città e terre non concesse in feudo furon chiamate
città di regio dominio o demaniali, ed ivi rivissero le con-
suetudini, divenute poi statuti approvati. Per via di conces-
sioni e privilegi, vennero qua e là riconosciute speciali fran-
chigie; come quelle di conservare l’antico reggimento muni-
cipale, di batter moneta, di rifiutare giudici di altra terra e
simili. Le città demaniali, ebbero ancora il vantaggio di es-
sere rappresentate nei parlamenti generali, che secondo Gre-
gorio, sino al periodo normanno non erano rappresentate sin-
golarmente da cittadini delegati ai parlamenti, o deputati; ma
tutti insieme dal re che ne era il supremo patrono e si-
gnore (2)[2].
Rifulse Castiglione in questo periodo, perchè quasi tutte


[1] (1) La Demanialità e diretta dipendenza dallo Stato e dal Re era titolo
di alta onoranza ed aria di libertà pei Comuni, obbligati a contribuire al Re
non altro che donativi, o facoltati ad eligere non solo i Magistrati municipali,
ma i Giudiziari (Giurati) e politicamente rappresentati all’Assemblea nazionale
dai rispettivi sindaci, eletti a comune suffragio dai capi famiglia, probiviri,
secondo i diversi codici consuetudinarii. (Cfr. V. CORDOVA, Delle famiglie no-
bili tutt’ora non estinte e delle città e terre che presero parte al Vespro si-
ciliano).
[2] (2) Archivio storico per la Sicilia orientale, anno IV, fasc. I.

[44]

ebbe queste concessioni. E rivissero le consuetudini (1)[1], che
aveva da circa un secolo, usufruì del privilegio di coniar


[1] (1) Di esse, si conserva in questo Archivio municipale, una pregevole co-
pia manoscritta (credo del secolo XVIII) la quale fu ricavata da un’altra ve-
tusta del 1415, ch’era stata fedelmente trascritta dall’originale, scritto nel 1118
su carta de papiro, prima che venisse in ruinam.
La singolarità di queste consuetudini, ha richiamato l’attenzione degli
studiosi, sulle origini di esse, trovando discutibile quella che le si addebita
del 1118.
Malgrado la quistione suscitata in proposito, dall’avv. Vito La Mantia,
nulla sembra si debba opporre a ritenere esatta quella data originaria.
L’avv. Carmelo GRASSI, nelle sue Memorie della Vallata dell’Alcantara,
il GIUFFRIDA (fasc. II dell’anno V dell’Archivio sotr. per la Sicilia orientale,
e il prof. Mario MANDALARI nelle Popolazioni dell’Etna, hanno parole di
molta lode per esse e non oppugnano, per nulla la data del 1118.
Nel contesto di esse consuetudini, parmi rinvenire la conferma della au-
tenticità delle origini, sia, per l’originale che era scritto in carta de pàpiro,
sia per le parole che si leggono nella intestatura ab antiquo servatae, sia
ancora per i nomi e le parole saracene, come Geri d’ambla – ticzuni – la cam-
pana di la xurta, detta pure la Diana etc.
Tutto ciò ricorda l’epoca, in cui questo popolo usciuva dalla dominazione araba,
proprio, quando poco apppresso (1160 circa) lo storico Edrisi rammenta Casti-
glione come un centro prospero e popoloso.
Ciò nonostante il Lamantia è d’opinione che il volgare nel quale sono
redatte non si scrisse in prosa se non dopo i tempi normanni, nel qual tempo
nelle leggi e negli statuti era in uso il latino. Dal Che il chiarissimo autore
arguisce potersi ammettere che esse consuetudini esistessero in fatto ma che
furono scritte solo nel 1392!
Lionardo Vigo però, nella prefazione alla sua « Raccolta dei canti popolari
siciliani » sostiene e documenta « che il volgare era conosciuto prima ancora
della venuta dei normanni ». Questa sua idea veniva autorevolmente accettata
dal Tommaseo, dal Cantù, dal Perez, dal Di Giovanni.
Quest’ultimo scriveva, che nel succedersi dei secoli, sia che esistesse il
latino e il greco per la ecclesiastica favella, che il basso popolo non intendeva,
era necessario ricorrere al volgare per fargliela capire.
«E questa parlatura trovò il conte Ruggiero nel 1080 » come rileva
dai modi volgari trasportati negli atti regii, per nominare oggetti siciliani.

[45]

moneta (1)[1] (tutt’ora esistono i ruderi di fabbrica di quella
che fu la Zecca), e da due membri veniva rappresentata nei
parlamenti generali, l’abate dell’Abazia della Trinità l’uno e
l’abate del S. Salvatore della Placa l’altro, dal che chiara-
mente si desume come questa terra fosse allora del real de-
manio.
In un Parlamento tenuto in Messina nel 1233 dallo stesso
Federico, dietro relazione di Riccardo di S. Germano, alcune
città di Sicilia furono insignite di titoli onorevoli, per privi-
legio dello stesso imperatore (2)[2].
Nello elenco di esse città decorate, (che si riporta in nota)
alcune non figurano; come Lentini che abbe il titolo di Fe
condissima, Castrogiovanni di Inespugnabile, Castiglione di
Animosa; forse sarà stata omissione del Villabianca, dal quale
ho tratto la presente notizia. Opino però, che, come Casti-
glione godette dei privilegi e franchigie di questo re, di egual
maniera ne dovette avere l’appellativo onorifico, essendo al-
lora anch’essa città demaniale. Tanto più, che di tal titolo
fregiasi da tempo immemorabile, nè documento alcuno, credo
che esista in proposito, in tempo posteriore (3)[3].


[1] (1) Le molte monete d’oro, grandi quanto un centesimo nostro, rinvenute
nel 1903 in contrada Sovere con la leggenda da un lato e un
fregio dall’altro, e quelle di rame trovate qualche anno dopo, sotto
il castello grande nell’orto del cav. Sardo, sono tutte di esso Fe-
derico; di che ho trovato la conferma nel ricchissimo monetario del
sig. Salvatore Pennisi barone di Floristella, in Acireale.
[2] Così: Palermo fu detta Felice, Messina Nobile, Catania Chiarissima,
Siracusa Fedelissima, Girgenti Magnifica, Trapani Invitta, Patti Magnanima,
Cefalù Piacevole, Mazza Inclita, Sciacca Degna; Noto Ingegnosa, Caltagi-
rone Gratissima, Troina Antichissima, Termine Splendidissima, Marsala An
tica, Naro Fulgentissima, Nicosia Costantissima, Licata Dilettissima, Polizzi
Generosa; Piazza Deliziosa, Randazzo Ennea. – (GAETANI Francesco Emma-
nuele marchese di Villabianca ecc. nella sua Sicilia nobile, vol. I, lib. 3).
[3] Nel 1743 ebbe confermato il titolo di Antichissima ed Animosa città
nella patenti di immunità, rilasciatele dalla illustre Deputazione della salute
del regno, infierendo il morbo nella città di Messina, (ms. SARDO).

[46]

II. Nel 1265 il trono di Sicilia veniva da Carlo conte

di Angiò usurpato alla casa sveva, perchè il papa Clemente IV
suo connazionale, aveva con sua bolla dichiarato il d’Angiò
re di Napoli e Sicilia, portando a compimento l’aspirazione
della Corte di Roma, da tempo iniziata dal suo predecessore
Urbano IV, anch’esso francese.
Gli angioini tennero in gran conto la fortezza di Casti-
glione; e questo castello fu annoverato fra quelli reali. Tanto
si rileva da uno elenco per l’approvigionamento di vari ca-
stelli reali dell’isola nel 1278, per decreto dello stesso Carlo,
in cui al nostro veniva assegnato salme trenta di miglia (1)[1];
la qual cifra depone che esso era uno dei più importanti per
posizione e più guernito di armati.
Il governo di Carlo d’Angiò, forse mite nel regno di
terra ferma, fu esiziale, sotto ogni rapporto, ai siciliani.
Qui, aggravato dal suo vicario, le violenze furon leggi, ogni
ingiustizia permessa. I popoli non furono più padroni dei loro
averi, per l’inestinguibile bisogno che Carlo s’avea di de-
nari; non furono più liberi di ammogliarsi, che per ciò pra-
ticare dovean corrispondere una forte tassa al Governo, e in
caso d’impossibilità per difetto di censo, soggiacere alla sa-
tannica legge del jus primae noctis (2)[2]. Da qui il generale
malcontento e l’odio, che andava ogni giorno crescendo nel-
l’animo del popolo verso il re.
Al vicario, rappresentante con pieni poteri il re in Sici-
lia, e ai di lui governatori, con la scusa di essere tutto a
servizio e utilità di S. madre chiesa, (in nome della quale
Carlo si tenea re dell’isola), era lecito oltraggiare i popoli,
non di rado con spargimento di sangue.
Ciò premesso, terribile doveva essere la reazione di un
popolo malmenato e leso nei più sacri dritti, che gemeva in
sì dura schiavitù morale e materiale.


[1] (1) M. AMARI, Storia del Vespro siciliano, vol. I.
[2] (2) Lucio MARINEO, Cfr. Guida di Sicilia del 1876 di Francesco ZERMAN.

[47]

Terribile insorse, difatti, a scuotere il nefando giogo.
Il 31 marzo del 1292, all’ora del vespro, ebbe principio
la memoranda e gloriosa rivolta, celebre sotto il nome di
« Vespro siciliano ».
Con incredibile rapidità si propagò essa in tutti i paesi
di Sicilia, (il castigo di Dio che pesava su i francesi dava
le ali alla vendetta) i quali tutti aderirono alla Unione fede-
rale, proclamata in Palermo da Ruggero Mastrangelo, per
liberarsi dalla mala signoria.
Seguiva a Catania la strage dei francesi sei giorni ap-
presso la gloriosa giornata di Palermo, e seco traevasi nel-
l’eccidio i casali di Giace ed altri del Valdemone (1)[1].
Nulla di speciale in quest’epoca risulta per Castiglione;
dovettero seguire però gli stessi avvenimenti, perchè come si
disse, trovavasi il castello presidiato da soldati francesi.
III. Purgata in tal guisa l’isola di quanti francesi vi si
trovavano, i siciliani determinarono offrire la corona di Si-
cilia a Pietro d’Aragona, che trovavasi allora in Africa a
combattere i saraceni.
Questi, informato della ribellione di Sicilia, e intuito che
tal circostanza avrebbe favorito il suo approdo nell’isola, af-
frettò la partenza dalla costa africana, e alli 29 dell’agosto
del 1282 [sic] sbarcava a Trapani, ricevuto con tutti gli onori reali
da Palmeri Abbate ed altri notabili signori siciliani (2)[2].
La nuova che Pietro fosse già in Sicilia, e con grosso
esercito si avviasse per via di terra, a soccorrere Messina,
mentre Ruggiero di Lauria (3)[3], con tutte le galere sicilia-
ne ed aragonesi operava altrettanto dal lato del mare, sgo-


[1] (1) MUGNOS Filadelfo, I ragguagli istorici del Vespro siciliano.
[2] BUONFIGLIO, Istoria siciliana.
[3] Ruggiero di Lauria, che tutti i cronisti dell’epoca lo descrivano uomo
di tempra superiore alla comune, in cui le virtù dell’animo eran pari alle e-
nergie del corpo, fu di geniali e sagaci vedute nell’arte navale militare, nella (%)

[48]

[1]mentò Carlo e i suoi.Quest’ultimo, spinto dai consigli di essi,
abbandonò Messina, prima ancora vi arrivasse l’esercito del-
l’aragonese. Il Lauria, quindi non raggiunse nel porto la
flotta nemica che aveva pigliato il largo. Si diede, non per-
tanto ad inseguirla, e raggiuntala, diverse navi catturò ed
altre ne incendiò.
I re Pietro, dovendo fare ritorno in Aragona, lascò al
governo dell’isola il figlio suo maggiore Giacomo, sotto la
guida della regina, di Alaimo gran giustiziere, del Loria, che
in premio del suo valore creava grande ammiraglio (1)[2], di
Gugllielmo Calcerand, capitan generale, col titolo di vicario
del re, e di Giovanni da Procida gran cancelliere.
Venuto a morte Pietro, i siciliani indignati dell’atteggia-
mento poco leale di Giacomo, acclamarono re Federico, a
cui del resto il regno spettava per paterna disposizione, mal-
grado le vive opposizioni del fratello Giacomo e del papa,
che volevano ridare l’isola agli angioini.
Il Loria, intanto, nel cui animo svegliavasi una insolita
ambizione, lusingato dai clamorosi successi riportati nelle
passate battaglie, apparentemente fedele a Federico, parteg-
giava segretamente per Giacomo.
Favoriva le di costui mene e quelle del papa, per av-
vincere con nuove catene la Sicilia e ridarla agli angioini,
a qual giuoco vigliaccamente si prestava macchiando la sua
gloria, favorendo quelli stessi che poco tempo innanzi, così
valorosamente aveva battuti dall’isola. Conosciuti Federico
i subdoli e tenebrosi intendimenti del Loria, invece di ca-


[1] (%)quale era sommo, e gli meritarono il nome del più grande ammiraglio del tempo.
Il nome suo spandeva il terrore nelle flotte nemiche ed era arra sicura di vittoria.
Discendente di baronale famiglia e barone anche lui, dalla Calabria sua terra
natìa, passò in Ispagna alla corte di Aragona, dove crebbe e fu educato, come
dice l’Amari.
[2] (1) Creato grande ammiraglio il 22 aprile 1283 [sic] da re Pietro; riconosciuto
e confermato da Federico a 25 marzo 1296; confermato a vita da Giacomo a
2 aprile 1297. (AMARI M., La guerra del Vespero siciliano, vol. 1 e 2).

[49]

rezzarlo ed avocarlo a sè, tenta di farlo carcerare (1)[1]. Ma
questi che molto avveduto si era, viste sventate le sue trame,
contrariato nei suoi divisamenti, scappa e abbandonando la
reggia, per scale recondite esce da una porta segreta, e oc-
cultamente cavalcando dì e notte, seguito da tre soli militi
prima dell’ora terza del giorno seguente, entrò in Castiglione (2)[2].
Si affretta a fortificare i suoi castelli di Noara, Tripi, Fi-
carra, Castiglione, Aci, Francavilla, ed altri luoghi che pos-
sedea in Sicilia, con armi ed armati, ed affida il supremo
comando del castello di Castiglione, « importantissimo fra tutti
per esservisi chusi con Giovanni Loria, Guglielmo Palotta,
quel valoroso del ponte di Brindisi, Tommaso Lentini e molti
altri guerrieri di nome, congiunti o clienti dell’ammiraglio (3)[3] ».
Organizzata in questo modo la rivolta nei suoi castelli
di Sicilia, accompagna a Roma la regina Costanza e l’infante
Violante, che erano aspettate dal papa, dove apertamente
abbraccia il partito di Giacomo. Fa pervenire gli ordini al


[1] (1) Di questo agire, pare che Federico si pentisse in appresso, perchè gli
produceva la defezione di tanto uomo. (SPECIALE Niccola, Storia sicula).
[2] (2) SPECIALE, op. cit.
[3] (3) «Ruggier Loria possedeva in Sicilia i feudi di Aci, Castiglione, Fran-
cavilla, Novara, Linugagrossa, Tremestieri, San Pietro sopra atti, Ficarra e
Tortorici (di cui la primitiva investitura forse aveva avuto da re Pietro nel
1283 [sic]) e in Ispagna quelli di Concentayna, Alcoy, Ceta, Calis, Altea, Navar-
res, Puy de Santa Maria, Balsegue e Castronovo, nominati in un diploma di
Giacomo, dati di Valenza il 5 dicembre 1297, che accordò in quelle terre a
Loria il mero e misto impero. In altro diploma rilasciatogli da Giacomo a 1 lu-
glio 1299, al posto di Tremestieri si legge Cremestadis.
« La inespugnabile rocca di Castiglione era fra i feudi di Sicilia, la citta-
della prediletta dall’Ammiraglio. In essa si riteneva invincibile e ad essa ri-
volse tutti i suoi pensieri, avvenuta la rottura con la corte di Federigo. Mai
più, conchiuse, mai più non sarò ludibrio di chi sta a susurrare perfidi consigli
agli orecchi del re. A man giunte, dalla rocca di Castiglione, vedrommi il fine
di questa guerra. E tempo verrà che i ribaldi calunnianti or me in corte tre-
meranno in faccia al pericolo ». (AMARI, op. cit. vol 2).

[50]

nipote Giovanni di ribellarsi, issando la bandiera angioina,
insorgendo con tutti gli altri suoi feudi.
Ruggero, che voleva essere presente agli avvenimenti da
lui preparati in Sicilia, affrettavasi a farvi ritorno celata-
mente. Travestito da pescatore avventuravasi al tragitto in
una piccola barchetta, ma scoperto dalle navi di Federico,
che perlustravano quei mari, dovette alla sua avvedutezza di
non essere caduto nelle loro mani, nei pressi delle isole di
Vulcano e Stromboli (1)[1].
Federico pertanto, dichiarata la guerra, da Palermo av-
viossi a Messina, passando per questa Valle; (avendo battuta
la via regia di Termini, Polizzi, Nicosia, Randazzo e Taor-
mina) e vi entrava in gran trionfo, ricevuto da tutti gli or-
dini e dal popolo (2)[2].
« Or Giovanni di Loria, (alla notizia dell’agguato teso allo
zio, abbandonando immantinente la corte), se ne andò a Ca-
stiglione (3)[3] et quivi fatto un competente esercito se ne pas-
sò verso Mascali, che era allora una terra e giardino, tenuto
per le delizie e solazzi del re Federigo et arrivatovi subito
la pose a fuoco, e quindi ritornato a Castiglione, subito andò
a Randazzo, dove allora era Corrado Lanza cognato di Rug-
geri, et sperando con qualche trattato pigliar la terra non
gli consentendo Corrado, se ne ritorna a Castiglione, dove
aveva fondata la sua salvezza per la fortezza della terra, per
la natura del sito, et quivi avendo seco Tommaso di Lentini,
Guglielmo Ballotta, e molti altri signori, et uomini valorosi,
amici et parenti di Ruggeri, fortificata molto bene la terra,
si stava con quei signori a Castiglione. Ma il re Federico,
inteso questo movimento di Giovanni, essendo entrato l’anno


[1] Buonfiglio, op. cit.
[2] id.                         id.
[3] Questa descrizione l’ho tolta dal nostro FILOTEO. Parte seconda del-
l’Istoria di Sicilia, lib. 8°, ancora inedita. (Copia manoscritta che si con-
serva nella Biblioteca della Matrice chiesa).

[51]

della nostra salute 1298 (?) subito venne in persona a Casti-
glione (1)[1], et non il potendo assaltare per essere la terra e
li castelli posti in luoghi inaccessibili, e di natura fortissimi,
vi pose l’esercito attorno in tre luoghi, una parte con le mac-
chine di tirar grossissime pietre, la pose per la parte di
mezzo in un luogo chiamato il Tirone, a rimpetto la terra
non più lungi di circa mezzo miglio, essendovi in mezzo
una gran vallata, questa parte di esercito di distendeva dagli
alloggiamenti sino ad una sola via, che v’era di venirsi da
verso Catania, e le falde di Mongibello a Castiglione, et quindi
lanciando gran quantità di pietre (2)[2] facevano alcuni piccoli
danni alla terra, la quale di stava di contro riparata da una
catena di masso, sopra il quale erano le mura della terra,
et una bellissima et fortissima chiesa detta S. Pietro, di pietre
nere quadrate che assembra una rocca, dove anche oggi si
vedono le botte e i segni nelle mura della chiesa, come ne
predica la fama degli antichi, e così ancora in una gran casa
che pare una rocchetta attaccata per la parte di levante alla
chiesa e volgarmente oggi detto il Porticato, casa mia, dove
nelle mura vecchie, e nella rupe sopra la quale è fondata,
poco fa si vedevano i segni delle botte; l’altra parte poi, la
pose giù verso tramontana e ponente, tra Randazzo e il fiume
della Cantara, per impedirgli qualche soccorso dentro l’isola
e la terza parte dell’esercito l’accampò tra Castiglione e Fran-
cavilla che ancora era ben fortificata, in un luogo detto San
Nicola sopra la sponda del fiume Cantara, sotto quasi il ca-
stello grande di Castiglione da là del fiume, attorno il ponte
detto della Cantara, per lo quale gli avrebbe potuto venire
qualche soccorso da Tripi, la Noara e Francavilla. Ma il re


[1] (1) La presenza di Federigo all’assedio di Castiglione, si attesta da un
diploma del 27 agosto 1297, dato nel campo sotto Castiglione, pubblicato
dal TESTA, Vita di Federigo, dec. II. (Cfr. M. AMARI, La guerra del Vespro
siciliano, vol. II):
[2] Di esse, rotondeggianti come grossissime palle, si osserva una colle-
zione esistente sull’ultima terrazza del Castelluzzo.

[52]

conoscendo che l’assedio doveva esser lungo, si ritirò con
la sua guardia a Randazzo, massimamente come la fama
racconta portata di mano in mano sino ai nostri tempi, che
quei della terra in dispregio degli assediatori, tuttochè all’ul-
timo avessero mancamento delle vettovaglie, buttavano nel-
l’esercito nemico, qualche volta di molte cose da mangiare,
e tra le altre cose si narra che non avendo più di che so-
stenersi, sperando levar l’animo agli assediatori che vi erano
stati molti messi attorno, raccolsero quanto latte poterono e
fattene molte forme di cacio fresco, che i siciliani chiamano
tuma, le mandano in presenza, e come altri dicono le butta-
rono con le macchine all’esercito in quella parte di tramon-
tana sotto il castello grande, che essendovi di sotto un gran-
dissimo precipizio, non è molto distante, per il che delibe-
rarono abbandonar l’assedio; se non che furono per certi fug-
gitivi avvisati della strettezza degli assediati; finalmente non
potendo più sostenere la fame, non avendo speranza veruna
di soccorso, si resero d’accordo, con patto che quei cavalieri
in compagnia di Giovanni Loria, con le loro famiglie e robbe
fossero condotti in salvamento con la galee del re nella Ca-
labria, e così fu osservato, e Giovanni di Loria poi s ne
andò a ritrovar Ruggeri ».
La porta ad oriente, nominata del Re e la via detta Fe-
derico, fan supporre che il re sia stato presente alla capi-
tolazione di Castiglione, e di là entrato, soggiornò in que
castello, che fu l’orgoglio di Ruggero, sì perchè affaticato
dalle cure e disagi della guerra, come pure per farsi cono-
scere dagli abitanti per il vero signore, e cattivarsene gli
animi.
La resa di castiglione portò con sè la spontanea dedizione
delle altre terre del Loria, al dominio reale, determinando
la di costui caduta. Federico allora ordina la confisca di tutti
i feudi di Ruggero, lo bandisce nemico pubblico e lo scaccia
dal regno, punendolo in tal guisa della di lui fellonia.
Questo, fatto, però costituiva un mortale affronto al sa-
tanico orgoglio del Loria, nè di buona voglia ingoiava l’amara

[53]

pillola dei perduti dominii di Sicilia; e a questi pensava di
frequente e al modo come poterli riavere.

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