[30]

I. Saltando a piè paro il breve dominio dei Vandali e
dei Goti, arriviamo al periodo della dominazione bizantina o
impero romano d’oriente.
Non esistendo documenti, per le ragioni avanti dette, che
potessero fornire le necessarie nozioni dell’entità ed impor-
tanza di questo sito nell’epoca bizantina, (che pure apparisce
di non lieve interesse) facciamo di rivivere con la mente in
quei tempi, ricostruendo sui ruderi e sulle tradizioni il paese
di allora (1)[1].


[1] (1) Ho fermato maggiormente la mia attenzione su questo periodo, per
mettere in evidenza un’epoca molto interessante, ma del tutto buja ed ignorata
per Castiglione; che, secondo la mia modesta opinione, grande relazione potrà
avere sulle sue origini sconosciute.

[31]

Il borgo della fontana vecchia, (dal fonte Camene sotto
i greci e posteriormente della Bavisa) è incontrastabilmente
il più antico del paese e fu abitato dai greci calcidesi.
Altri borghi si diramavano da esso, ora tutti distrutti,
sì dal lato est che da nord ed ovest. Come si rileva dalle
molte chiese (1)[1], che furono in questa periferia, che rivesti-
vano il centro e la base del colle castiglionese, tutta questa
zona apparisce abitata in tempi remoti.
Muovendo da oriente ad occidente: prima si presenta la
località che ricorda la chiesa di S. Lorenzo, lungi un chilo-
metro circa dall’abitato attuale. Vengono appresso, gli avanzi
della chiesa della Maddalena con l’annesso convento degli ago-
stiniani, quasi alle porte della città. Più su, nei pressi del-
l’esistente ospedale, fu pure la chiesetta di S. Zaccaria, e
andando verso ponente, l’altra esistente di S. Barbara (2)[2].
Salendo ancora fino alla strada, sotto il castello grande (3)[3],
incontriamo i siti dove furono le altre due di S. Costantino
e di S. Febronia (4)[4]. Uscendo alla facciata est troviamo in
buono stato la chiesetta della Madonna della Luce, e giù i
ruderi di quella di S. Francesco. Rimontando ci imbattiamo
in quella di S. Luca, della quale esiste solo il titolo, e poi
l’altra diruta di S. Giacomo apostolo, (allora nel Burgo della
Pattina, che durava fino alla Cittadella, ora Cannizzo). Quella
di S. Antonio Vecchio, infine, che diede il nome al quartiere
tutt’ora esistente, formava il punto di unione col paese at-
tuale, e l’altra di S. Marabino esisteva alla punta estrema
del quartiere di S. Basilio, entrambe distrutte nel XVI secolo.
Quale lo scopo di tante chiese disseminate, così vicine
l’una all’altra, non restando fra esse che la sola distanza ne-


[1] (1) Le chiese, sono forse, i più vetusti monumenti che ci rivelano i siti
di antiche città distrutte.
[2] (2) Tutt’ora esiste nel quartiere omonimo, sebbene è chiusa al culto da
molto tempo, perchè piccolissima.
[3] Strada che gira attorno all’abitato.
[4] Corrotto S. Buffunia.

[32]

cessaria alla divisione dei singoli rioni, (quando molte altre
esistevano nella parte superiore dell’abitato), se non quello
di formare altrettanti quartieri, per quante erano le stesse
chiese o borghi, (come quelli esistenti, ricordati dal Filoteo
e dal manoscritto) che restavano fuori le mura?
Non piccola fortezza, dunque, come dice il Raccuglia:
ma grande, popolosa ed importante città; e ben si rileva dalla
estesa superficie che occuparono detti quartieri o borghi (1)[1].
Importa ancora considerare, che i nomi delle chiese che
furono anche i nomi dei quartieri (2)[2], e la costruzione di
esse chiese, come si rileva dai ruderi, ricordano chiaramente
il periodo bizantino. Nonchè, la campana, rinvenuta vicino
la chiesa di S. Martino (madre chiesa all’epoca bizantina),
che la tradizione vuole, essere stata ivi sotterrata, prima del-
l’occupazione dei saraceni (3)[3]; e la lettera di S. Gregorio
papa a Secondino, vescovo di Taormina nel VI secolo (4)[4], di-
cono molto in favore della nostra argomentazione.
I ruderi più importanti son quelli della chiesa di S. Gia-
como, e quelli della chiesa di S. Domenica, nella campagna
omonima, costruzioni bizantine entrambi. Bizantina è pure
l’esistente chiesa di S. Niccolò. Il voltone dell’ingresso di
ponente del castello: l’abside della chiesetta di S. Filippo,
gli avanzi della cappelletta di S. Barbara, (se pure questi non
rimontano ad un’epoca anteriore), le saccellette, sono anch’essi
testimoni patenti, del periodo che abbiamo in esame, tuttavia
esistenti nel castello medesimo.


[1] (1) Così ad occhio e croce può variare, essa superficie, dalle 6 alle 8 ettare.
[2] (2) Come al presente si osserva in quelli che esistono, che quasi tutti
traggono in loro denominazione dalle chiese che furono o tuttavia sono in seno
ad essi.
[3] (3) Questa campana, tutt’ora esiste e trovasi nella chiesa di S. Pietro. Ha
dei caratteri incisi che forse un paleografo potrebbe interpretrare. Dove si par-
lerà della chiesa di S. Pietro si dirà più diffusamente di essa ed il modo come
fu trovata.
[4] (4) V. cap. II del presente volume, pag. 15.

[33]

E come il borgo Camene o della Bavisa, ricorda l’abita-
zione in quel sito dei greci, quello dei Pagani e il Burgo
della Pattina l’abitazione dei saraceni, così i nomi dei borghi
sunnominati, che più non esistono, dinotano l’abitazione dei
greci bizantini! Ignoriamo, però, il nome che ebbe sotto que-
st’ultimi (1)[1].
La scomparsa di detti borghi fu opera dei saraceni,
che danni e desolazione ovunque apportarono cone rapine, uc-
cisioni e incendi. Anche qui pesò la loro funesta mano de-
vastatrice, radendo al suolo tutta la parte inferiore della città.
Atterriti gli abitanti, alla vista dello scempio che i saraceni
facevano della parte bassa di essa, incapaci di oltre resistere
al loro immane furore, temendo d’ora in ora di esser tutti
trucidati, o fatti perire nelle fiamme, si arresero, salvando
dal crudele saccheggio la parte superiore dell’abitato, insie-
me ai castelli, che fu rispettata e conservata.
Malgrado i danni apportati dai saraceni, Castiglione, in
grazia della sua importante posizione, rifiorì sotto i medesi-
mi. Ciò, viene molto opportunamente confermato dall’arabo
Edrisi: (2)[2] « Castiglione (Quastallum) è alto di sito, fortissimo,
prospero, popoloso, ha dei mercati (nei quali molto) si com-
pera e (molto) si vende ». Documento, interessante, di grande
importanza per la nostra argomentazione.
Sotto i saraceni, adunque, risentiva non poco della pas-
sata grandezza. Grandezza che le venne riconosciuta e confer-
mata dai normanni (successivamente conservata fino alla ca-
duta di Ruggiero di Loria) con la concessione della vasta
giurisdizione ecclesiastica, sanzionando con tale atto la supe-


[1] Non possiamo allora attribuire all’ignoranza del nome, sotto il quale
sorse e fiorì Castiglione nei primi secoli, la causa che rende buia ed impe-
netrabile l’epoca della sua fondazione? Che non sia stata qui l’antica Tissa
(come vogliono alcuni), città greca fondata dai cartaginesi, distrutta nell’inva-
sione moresca, giusta Pietro Diacono? (Cfr. E. LA MONACA, Città greche di
Sicilia distrutte).
[2] (2) Storico del XII secolo. Cfr. Michele AMARI, Bibliotheca arabo-sicula.
3

[34]

riorità acquisita, che godeva su gli altri paesi della Valle. Il
Filoteo, accenna anch’esso a questo splendore primitivo, là
dove dice: « che Castiglione dovette essere città regia e ca-
po di tutta questa valle ». Senza tema, quindi, di fallare e-
merge chiara la deduzione, che l’epoca saracenica rappre-
senta l’inoltrata virilità di Castiglione.
Per raggiungere tale età, dovette per necessità attraver-
sare i due secoli precedenti dell’infanzia e della giovinezza.
Del resto, pare che sia stato l’unico centro popoloso sorto
fra le due rovinate città di Nasso e Triracium, a che deve la
immensità del suo territorio (1)[1].
Ad avvalorare maggiormente la presente congettura è lì
la rovinata chiesetta di S. Domenica, qui comunemente detta

 

 

la Cupola (2)[1], te-
stimone dell’epoca
bizantina. Stret-
tissima attinenza
lega questa chie-
setta all’odierno
Castiglione, ciò
che fa pensare
all’esistenza in
quel sito, per lo
meno, di un borgo.

Gli avanzi di

 

questo arcaico monumento, sito nella contrada omonima, lungi
un paio di chilometri dall’abitato attuale, molto potrebbero


[1] (1) Anche il defunto arcipr. G. Battista Calì Sardo, la pensava in egual
maniera. Egli diceva che Castiglione, negli antichi tempi (non precisava l’e-
poca) fosse stata una città grandissima!
[1] (2) Per mia iniziativa, il 12 marzo 1909, fu da questo Municipio inoltrata
domanda con elenco di tutto quanto esiste in Castiglione di apparente monu-
mentalità, alla Commissione governativa per la conservazione dei monumenti (%)

[35]

offrire agli studiosi di archeologia. E’ forse il più interes-
sante che vanti Castiglione !
La sua singolare, ma pure architettonica struttura; la
tipica conformazione dell’interno, con tracce tuttavia visibili
di pitture, di cui era tutto decorato; diviso in tre piccole
navate a volta il di cui esterno finisce a cupola, con l’abside
o santuario, ed il diaconio dal lato orientale e l’ingresso dal
lato occidentale; le trifore finestre le danno tutti i caratteri
delle chiese rusticane bizantine. Nè scevra di qualche signi-
ficato è la tradizione, tuttavia viva in questo popolo, della[1]


[1] (%)della prov. di Catania, allo scopo di provocare la venuta di persona competente,
che possa far conoscere le sconosciute ed inesplorate antichità di questo sito.
La supina acquiescenza nella quale viviamo, mai fino adesso, aveva fatto
pensare ad attirare fra noi una persona della scienza, che illustrando con com-
petenti studi e rilievi archeologici i vetusti ruderi, avesse potuto dare auto-
revole impulso e importanza meritata a questa città. E ci siamo contentati
vivere ignorati, sperduti sulla vetta di solitario ma pur salubre e pittoresco
colle, appartati dall’umano consorzio, centro a noi stessi.
Il 9 agosto 1909, finalmente, venne, mandato dal Ministero, il prof. S. A-
gati della R. Sopraintendenza per i monumenti di Siracusa, per constatare e
rilevare l’importanza dei monumenti, che si erano sottoposti allo esame.
Ebbi la fortuna di accompagnare l’illustre professore in questa prima escur-
sione. Non debbo nascondere che mi fu di grande conforto, trovare la conferma
scientifica di tutto quanto era stato in me frutto di impressioni, improntate allo
studio sereno di minute osservazioni, ma deficienti di nozioni archeologiche.
Fui oltremodo sodisfatto, se non lusingato addirittura, trovare in lui le
medesime vedute, con nuovi e più minuti rilievi, che a me profano erano del
tutto sfuggiti, sull’importante e buio periodo bizantino, che io avevo solo in-
tuito, ma che manifestavo titubante. Diverse impronte riscontrò, qui, di esso
periodo; ma il tempietto di S. Domenica lo colpì vivamente; lo definì monu-
mento molto interessante dell’età bizantina, e relativamente in buono stato di
conservazione, superiore, forse, ai rari del genere, che tuttavia esistono nel-
l’isola!
Gli scavi, che forse si vorranno iniziare nelle adiacenze di esso tempietto,
potrebbero rivelare qualche cosa, sulle oscure ed ignorate origini di Castiglione!
Pochi giorni appresso la visita del prof. S. Agati, (31 agosto), a richiesta
del Ministero della P. Istruzione veniva notificato al Sindaco, che la detta
chiesa di S. Domenica, per il suo importante interesse, era stata dichiarata mo-
numento nazionale.

[36]

processione che si recava fino alla detta chiesa, nella terza
domenica di maggio, per la benedizione delle campagne, (du-
rata forse, fin nei primordi dello scorso secolo) (1)[1].
I minutissimi avanzi di antiche fabbriche, che rinvengonsi
nei pressi di detta chiesa, gli oggetti antichi, trovati in una cava
di pietra vulcanica, finitima alla stessa (2)[2], i ruderi di altre
vetuste costruzioni che osservansi, andando oltre, verso Mal-
vagna, (3)[3] gli avanzi nella contrada Timarchisa, (4)[4] nonchè
gli oggetti quivi rinvenuti, ci dicono essere stato questo un
locale popolato di abitazioni.
La lontana chiesetta di Santa Maria della Scala, inoltre,
sita nella contrada omonima, dove fino ai tempi di Filoteo
nell’ottava dopo Pasqua celebravasi una grande festa, con
molto concorso di castiglionesi; e l’altra d S. Biagio, pros-
sima a quest’ultima, confermano la estesa abitazione di tutta
questa zona.
Il nome di Gaeto, che intitola la pianura, sita di fronte a

S. Domenica (ma all’opposta riva dell’Alcantara), pare che

qualche grande avvenimento debba ricordare del passaggio
di Gaytus Maimuni (5)[5], gran condottiero arabo-spagnuolo. Che
sia avvenuto in quel posto lo scontro, fra l’esercito di Gaytus
e i naturali di quel sito (esistendo, tuttavia, la tradizione di
una battaglia in quel posto) quando il Gaytus, dopo aver


[1] (1) In tempi più remoti, questa processione spingevasi fino alla chiesa
di S. Maria della Scala, dove scioglievasi risolvendosi in lieta scampagnata.
[2] (2) Furon trovati spade, vasi, anfore ed altro, i quali per non essere stato sotto-
posti a persona competente furono ritenuti di nessun valore e andarono tutti
completamente dispersi. Accanto alla chiesa, in una specie di tomba comune,
furono pure rinvenute molte ossa umane, dal che si può inferire essere stata,
presumibilmente, in tal luogo, la grande Necropoli che accolse i caduti nella
distruzione di Tissa!
[3] (3) La torre di Varino, la torre di Liarditto, la Cuba.
[4] (4) Questa voce Timarchisa, da Marche e Marchia, che suona territorio
ai confini, e Tisa, non può forse significare lo estremo limite di Tissa, che da
Castiglione fino a quel punto si estendeva?
[5] (5) Vi sono di questo cognome delle famiglie qui e a Francavilla.

[37]

preso Patti (1)[1] avanzava nell’isola, seguendo allo scontro l’e-
sterminio (2)[2] della loro città? Il complesso di tutte queste
circostanze e il nome di Timarchisa, ci ha richiamato alla
memoria la vetusta e distrutta città di Tissa! E avuto riguar-
do che gli eruditi non hanno fino adesso determinata stabil-
mente la ubicazione precisa di essa città, pur convenendo
di essere stata in queste plaghe, (il sac. Lamonaca (3)[3] vuole
essere esistita sotto Malvagna, o meglio nella contrada Ti-
marchisa) (4)[4], il progresso dei tempi, coi moderni studi, suf-
fragati da opportuni scavi, potrebbe lumeggiare e render po-
sitive le date per ora ipotetiche (5)[5]!
II. Nuovi popoli, intanto, si apprestavano a conquistare
la bella Sicilia. All’826, infatti, i musulmani o saaceni, po-
poli semitici dell’Arabia, che da circa due secoli pirateggia-
vano nei mari di Sicilia, furon chiamati da un certo Eufe-
mio da Messina, ad invadere l’isola nostra. La tennero essi


[1] (1) Nel 1026. V. Cronica di Sicilia per epitome dall’anno 827 al 1432.
[2] (2) Lumeggiano la nostra congettura: le grandi giare di terra cotta, con
l’orifizio assicurato da due assicelle di piombo messe in croce, e le tombe di
pietre a secco rinvenute in contrada Galluzzo; i vasi di terra cotta ed altri
oggetti in contrada Sciambro; come pure le diverse tombe in solidissima mu-
ratura e frantumi di pietra lavorati ad intaglio di stile curioso ed ignoto; (come
mi hanno raccontato) negli ubertosi terreni irrigui denominati Cuba e Giardi
nelli. Si può dire, che frequentemente si rinvengono di tali oggetti; ma l’i-
gnoranza dei contadini, ai quali è dato fortuitamente trovarli nel coltivare detti
terreni, nulla ha sottoposto a persona competente e tantomeno conservato. Le
sunnominate contrade, insieme a S. Domenica, formano la fertilissima pianura,
(una piccola porzione della vallata dell’Alcantara) che va dalle falde del colle
castiglionese verso Malvagna.
[3] (3) E. LAMONACA, Città greche di Sicilia distrutte dai saraceni.
[4] (4) Il sac. LAMONACA in sostegno della sua idea cita: Tolomeo, Silio,
Stefano Bizantino, Cicerone, Negro, Cluverio, Maurolico.
[5] Lo studio incominciato dall’ill.mo prof. S. Agati, con gli scavi, che
con molta probabilità si vorranno iniziare, potranno illuminare la mia conget-
tura svelando forse la identicità di Tissa con Castiglione, la quale altro non
rappresenta che l’acropoli della distrutta città, che dai castelli serbò il nome
di Castillo o Castellio, che i saraceni tradussero in Quastallum!

[38]

in dominio fino alla metà circa del secolo X, nel qual tempo
fu liberata e conquistata dal gran conte Ruggiero normanno.
Castiglione subì serii danni per la conquista dei saraceni,
specialmente nelle sue chiese. Qual fosse all’epoca loro, ab-
biam visto parlando dei bizantini. Fu da essi tenuta in gra-
dissima considerazione, e stando alla popolare tradizione, fu-
run da loro costrutte le mura di cinta, come in altro posto
dicemmo.
Di questo popolo, che tenne più degli altri il dominio
della contrada nostra, molte vestigia rimangono, sì negli edi-
fizi come nella cultura e nelle industrie, nonché nella topo-
nomastica e nelle usanze; nel linguaggio del basso popolo (1)[1]
e un pò anche nel tipo.
La popolare tradizione ricorda, che il quartiere della
Pagana, quello di S. Caterina e l’altro del Borgo (2)[2] fossero
maggiormente abitati dai saraceni; e il primo, per antonomasia,
ne serba ancora il nome (3)[3].
Il ponte, chiamato della pietra, vicino la chiesa di S. Ni-
cola (4)[4], che allaccia la rotabile Castiglione-Francavilla, cre-


[1] (1) Nella toponomastica: Barsamà da Basamar, nome di un condottiero
saraceno; Gaeto da Gaytus Maimuni; balze di Mira corrotto di Emiro; Ian
nazzo da Ainnazz che significa fiume piccolo; Garagozo da Kharag tributo;
e poi la contrada del Saracino; Zanghì, Orgale, Zafarana ecc.
Nella lingua del popolo molti vocaboli arabi s’incontrano: Saja per acqui-
dotto; abbrasciu, drappo di lana col quale di vestono i contadini; rais per ras
o rays, comandante, capo; zagara zotta, zarba, caffiso, zimmili, zazamila, da
gala, zafara gazana ecc. ecc.
[2] (2) Burg furon detti dai saraceni piccoli luoghi muniti di torri; (e il Borgo,
coma abbiam visto, faceva parte della Cittadella), Archivio storico per la Si-
cilia orientale, anno IV, fasc. III).
[3] (3) Come Nocera, che fu dei dei pagani, per essere stata abitata dai
saraceni.
[4] (4) Questo era detto il Ponte regio, che univa la grande strada Regia che
da Palermo portava a Messina. Nel 1838, il Decurionato di Castiglione dietro
ufficio del Sovraintendente del Distretto di Catania deliberava la spesa di on-
ze 200 per la ricostruzione di quattro archi di esso, dei quali esistevano le (%)

[39]

[1]desi costruito dai saraceni, dato lo stile dell’arco primitivo,
a sesto acuto, e per quel che in proposito riferisce il sunno-
minato Filoteo: « dove vi è un ponte molto nobile e ben fatto;
opera veramente antichissima, chiamato il ponte di Casti-
glione e della Cantara, nome moresco, appo cui Alcantara
si dice il ponte ». E il manoscritto Sardo, dove parla del
fiume Alcantara, enumerando i ponti che in diversi punti di
questo territorio gli sovrastavano, così dice: « Il secondo è
il ponte della pietra chiamato, situato in detto territorio (di
Castiglione) vicino la chiesa di S. Niccolò, è antichissimo,
supponendosi essere fabbricato dalli saraceni, per esser co-
strutto col modello antico; la sua fortezza si rende incredi-
bile avendo resistito a tante inondazioni ».
Sotto questo popolo fioriscono le scienze, le lettere, le
arti. Vennero insegnato e diffuse la medecina, la giurispru-
denza, la matematica, l’astronomia. Si deve ad esso l’arte di
tessere i così detti abbrasciu, arrivata fino a noi; l’introdu-
zione di diverse piante vegetali come medicinali, l’impor-
tazione di diverse piante di ricca coltura, nonchè i trappeti
per la estrazione dell’olio (1)[2] e le gualchiere.
Molto influirono gli arabi nello incivilimento della Sici-
lia, e non si può disconvenire che furon popolo colti, pro-
speri e conquistatori, ma crudeli, coi vinti (2)[3]. La divisione
della Sicilia in tre grandi Valli fu anche opera loro, seguendo
la grande linea della sua fisica struttura oro-idrografica (3)[4].


[1] (%) fondamenta. Degli archi primitivi ne esiste uno solo. Una lapide marmorea,
che ora conservasi in questo Municipio, sormontata da una maestosa aquila pa-
rimenti di marmo, che più non esiste, ricorda una prima ristaurazione del
detto ponte nel 1750. Quell’arco, però, ha resistito tetragono dalla sua fonda-
zione fino a noi.
[2] (1) GRASSI, avv. Carmelo, Memorie di Motta Camastra e della Valle del-
l’Alcantara.
[3] (2) Id. op. cit.
[4] (3) Archivio storico per la Sicilia orientale, anno II, fasc. III.

[40]

La grande ritiratezza delle donne, il vestire, la forma degli
ori di cui è loro costume di ornarsi (1)[1], l’ospitalità e l’amicizia,
sono usanze e prerogative tramandateci, addirittura, dagli arabi.
III. Verso la metà del 1000, il gran Conte Ruggiero Nor-
manno (2)[2], dopo cacciati i musulmani dalla terra ferma,
con clamoroso successo, conquistava la Sicilia, liberandola
dal giogo dei medesimi, dove con la sua virtù stabiliva un
regime di governo più equo e civile.
Ruggiero, dopo espugnata Taormina (1077), guadagnava
molti altri castelli del Valdemone; fra questi Castiglione, che
necessitava posseder dei primi, per la sua forte ed avanzata
posizione nella valle, per aver libera, da questa parte, l’a-
vanzata nell’isola. Sotto i normanni, Castiglione (detta Ka-
stilion) (3)[3] fu molto riguardata e tenuta in gran conto (4)[4].
Fu fiorentissima e dalli stessi arricchita di concessioni e pri-
vilegi, ed ebbe sottoposti alla sua dipendenza i casali di Fran-
cavilla, Linguaglossa, Roccella, Calatabiano, Motta di Cama-
stra e Mascali (5)[5]. Ebbe il titolo di Città Regia, e per tale
fu anche tenuta.
Nell’estate del 1088, Urbano II, assunto da recente al
pontificato, portossi in Sicilia dal gran Conte Ruggiero per
conferire col medesimo su diversi argomenti d’ordine eccle-
siastico, e « pregarlo, nel contempo, a coadiuvarlo con la sua
influenza per ristabilire una perfetta unione tra la Chiesa
greca e latina » (6)[6].


[1] (1) Goliere, orecchini, anelli; l’orecchino che i contadini portano all’orec-
chio sinistro, (costume che va scomparendo), gli amuleti che si appendono al
petto dei bimbi contro il mal’occhio ecc. ecc.
[2] (2) I normanni, popoli nordici (normanno da nord), scendendo dalla Scan-
dinavia, nei secoli IX, X, XI invasero l’Inghilterra, la Francia e l’Italia. In
Francia denominarono Normandia la regione del nord da essi conquistata.
[3] (3) Cfr. CAPOZZO, Atlante (alla voce Kastilion, anno 1150).
[4] (4) Cfr. SALAMONE Sebastiano, op. cit.
POWER Giovanna, Guida per la Sicilia, edita nel 1842.
[5] (5) FILOTEO, op. cit.
[6] (6) La Storia dei papi del cardinale HERGENMOTHEN.

[41]

« Lu conti standu in lu asseggiu di Butera, eccu viniri
uno missagio cu litteri Papali, come lu Papa era vinutu in
Sichilia, et venia a Trayna per parlari cu lu Conti; et chi
venissi di continenti, emperochì lo Papa era a cussì fatigato,
et non potia andari plui per li montagni. Lo Conti richipio
li lettiri, et appindi malinconia, chi li paria forti lassari lu
assegiu; et pariali forti ancora di no andari ad incuntrari lu
Papa ch’era venutu sì longa via; et havendo so consiglio, fu
determinato chi si potrà fari l’uno, et l’altro; a lo assegiu
lassassi la genti cu li soi fidili, cu uno Capitaniu, chi divissi
fari et molestari sempri la terra; et illu cu pocu agenti an-
dassi a Trayna ad scontrari lu Papa. Lo Conti andau et in
quilla debita reverentia et honuri incontrau lu Papa, li quali
li donau la sua beneditioni (1)[1] ».
Come si vede il convegno debbe luogo in Troina, e una
antica nota manoscritta, in un volume della Segreteria di San
Pietro, ci fa apprendere, come il Papa sia passato per que-
sta Vallata; e che, laggiù a S. Nicola vicino il ponte regio,
soffermossi alquanto per riposarsi del lungo e disastroso
viaggio. Dove, fu, presumibilmente, ospite dei monaci cassi-
nesi, che a quell’epoca dimoravano in quel sito.
Avvenimenti di tal natura, non consueti a paesi come il
nostro, dai quali talvolta deriva loro un nome, meritano di
essere segnati a caratteri indelebili nelle cittadine cronache,
perchè un dì i posteri possano conoscere quali illustri per-
sonaggi abbiano calcato questa terra (2)[2].
Inosservato, ne son certo, non passò ai castiglionesi d’al-
lora un avvenimento di tanto rilievo; e incontri e onori, de-
gni di un pontefice dovettero essergli stati fatti. Nulla, è vero,


[1] (1) La conquesta di Sicilia per manu di lu conti Rugeri, scritta da fra
SIMONE DA LENTINI.
[2] (2) Ciò malgrado, è deplorevole che nessuna manifestazione di simpatia
abbia fatto Castiglione agli augusti sovrani d’Inghilterra, che nel 27 aprile
del 1909, facevano il giro in ferrovia dei paesi circumetnei, quando, festose
accoglienze si ebbero per tutta la linea!

[42]

ho trovato di specificato, di quanto in simil congiuntura ope-
rossi in Castiglione; ma avuto riguardo all’assoluto difetto di
documenti, per le ragioni avanti dette, non è da farsi gran
caso.
In documenti importanti dell’epoca normanna, incontria-
mo spesso, menzionato Castiglione. In un diploma dell’eroe
normanno, per il trasferimento della sede vescovile da Taor-
mina a Troina nell’anno 1082, Castiglione è nominato nell’e-
lenco delle citta e dei castelli che formavano quella diocesi,
« Nomina autem Civitatum et Castellorum sunt Messana, Ri-
metta, Milatium, Tauromenium, Castillo, Senagra ecc.
Nel 1090, per la traslazione della medesima sede da Troi-
na a Messina, e nella conferma di detta traslazione di Papa
Eugenio III con sua bolla 1151. E finalmente, nel 1198 quando
Innocenzo III insignì di pallio l’arcivescovo di Messina (1)[1].
Coi normanni venne trapiantato in Sicilia il feudalismo.
Questo popolo, che governò molto paternamente l’isola no-
stra, amò grandemente il progresso, e tutto rifulse sotto il
suo governo. E in ispecial modo l’architettura ebbe un par-
ticolare impulso, e chiaro si rileva nei sontuosi templi e in
altri edifici di quell’epoca. La cattedrale di Messina, (sven-
turatamente distrutta dal terremoto del 28 dicembre 1908),
quella di Cefalù, il duomo di Monreale ed altri son lì a te-
stificare la magnificenza e la ricchezza delle costruzioni nor-
manne. Qui ne abbiamo una pallida ricordanza nel Castello
e nella torre della chiesa madre.


[1] E. LAMONACA, op. cit.

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