[15]

I. Alcuni avvenimenti dei primi secoli cristiani, che la
popolare tradizione ha fatto pervenire fino a noi (3)[1], mal-
grado non abbiano il carattere di autentica verità, purtuttavia
rivelano qualche cosa per l’esistenza di Castiglione in quel-
l’epoca.
E’ comune credenza, che S. Pancrazio mandato da San
Pietro nel primo secolo dell’era cristiana a predicare il Van-
gelo a Taormina, e secondo il Di Giovanni « nei luoghi cir-
convicini e forse ancora in tutta la Sicilia »sia venuto a
tal’uopo anche in Castiglione.
Malgrado non si conoscano i luoghi da esso evangelizzati,
data la stretta dipendenza che Castiglione aveva da Taor-


[1] (3) Ricordati dal FILOTEO, dal sac. LAMONACA, dal prof. MANDALARI e
da altri.

[16]

mina in materia ecclesiastica, tale notizia può aver l’aspetto
di possibile veridicità.
Posteriormente, nel secolo V di nostra salute, S. Filippo
costantinopolitano, passò per questa terra, dove operò diversi
prodigi, scacciando molti demonii che infestavano il paese.
La cappelletta di S. Barbara, di remota origine (forse di
qualche tempo anteriore all’epoca bizantina, della quale tut-
t’ora si osservano le tracce nel castello) dove è tradizione
che il santo abbia celebrato messa, e la chiesuola, di cui
tuttavia esiste l’esteriore dell’abside (1)[1] di bizantina struttura,
sorta in di Lui onore nel cawtello medesimo, nella loro in-
contestabile vetustà giovano a confermare la memoria di tale
avvenimento.
Nè di minore rilievo è la vertenza fra religiosi cassi-
nesi e laici di questo sito, composta amichevolmente da Se-
condino, vescovo di Taormina per ordine di S. Gregorio pa-
pa, sullo scorcio del secolo VI, malgrado la contraria opi-
nione di qualcuno (2)[2].
Questo fatto c’insegna, come appena poco tempo appres-
so l’istituzione dell’ordine benedettino, fiorvia già in Casti-
glione un coinvento di essi monaci (3)[3], che in quella con-
troversia seppero far valere le loro ragioni presso il sommo
pontefice, anch’egli dell’ordine cassinese.
II: Ed eccoci al medioevo. Gli avvenimenti importanti di
questo lungo periodo diedero un nome a questo sito, rino-
mato nei secoli. Nei primordi medioevali ebbe origine il ca-
stello « l’antico e celebrato castello di Castiglione (4)[4] »


[1] (1) Questa chiesuola ebbe il mantenimento del culto e vi si celebrava quo-
tidianamente il Divin sacrificio, fino al 1598, come rilevasi da una ricevuta
del tempo.
[2] (2) Questa notizia riferita dal sac. LAMONACA (Cfr. op. cit) fu contestata
dal CORDARO. Ma il LAMONACA la ribadì con ragioni valevoli.
[3] (3) Sito a S. Nicola, lungi da Castiglione un paio di chilometri, nel suo
territorio in riva al fiume Alcantara, adiacente al ponte regio.
[4] Cfr. : FILOTEO, AMARI, LANZA DI SCALEA, MANDALARI ed altri.

[17]

Per la turbolenza dei tempi, la natura battagliera, sel-
vaggia oserei dire, degli uomini di quell’età, trinceravasi in
punti di simile configurazione, isolati, eminenti, inespugnabili
naturalmente, da dove era facile cosa dar testa agli attacchi
frequenti dei nemici esterni ed interni.
Trovo menzionati nella storia del Filoteo e ricordati pari-
menti nel manoscritto del D.r Sardo, tre castelli: Sebbene
dal detto manoscritto rilevasi
che anche allora uno più non
era; e precisamente quello
che sorgeva al posto dell’at-
tuale matrice. Questo castello,
che sostenne l’assedio del 1298,
come racconta Filoteo, dovette
essere anche esso molto vasto;
estendendosi dal lato sud, pre-
sumibilmente fino all’ex casa
Cimino, anticamente casa del-
la nobile famiglia Reggio. Di
esso non rimane che il solo
torrione, costruzione pretta-
mente medioevale, molto ben
conservato (su cui sorge il
campanile) (1)[1] e nel suo in-
terno è l’abside del tempio.
Nel muro di sud e nell’altro ad ovest si osservano tuttavia,
tracce dell’antico castello.


[1] (1) Costruzione dell’arcipr. D. Giacomo Gioeni nel 1709, mentre prima sta-
va dal lato opposto sulla maggiore porta, (dove tuttavia vi osservano le tracce)
forse crollato nel terremoto del 1693. Dall’inventario dei beni lasciati ed opere
fatte eseguire nelle chiese dell’illustre arcipr. si rileva che esso era stato ricca-
mente edificato con marmi e pietra Siracusa, ma i successivi rimaneggiamenti
ne hanno fatto perdere la forma primitiva. La epigrafe che si legge all’intorno
di esso campanile, ricorda l’epoca della sua inaugurazione.

2

[18]

Dovette far parte di questo castello anche il Portica-
to (1)[1], che fu abitazione di Filoteo, come lui stesso riferisce,
attiguo alla chiesa di S. Pietro, che rappresentava un’altra
fortezza. Molto più perchè fu desso la prima residenza dei
Badolati, (famiglia qui venuta dalle Puglie con Ruggiero di
Lauria), ai quali, egli stesso Ruggiero, assegnava quel quarto
per abitarlo.
Gli altri due, uno il castello propriamente detto e l’al-
tro il castelluzzo, per quanto decimati e mutilati, esistono
anche nell’attualità.
II. Del castelluzzo, così parla il Filoteo: « separato da
quello grande solamente per uno strettissimo passo, dove
anticamente come oggi si vede sta un corridoro (2)[2], che dal-
l’anno all’altro si
andava; vi è
un’altra inespu-
gnabile fortez-
za detta il Ca-
stelluzzo, dove
sono cisterne
d’acqua e so-
prasta a tutta
la terra ».
Tanto i ca-
stelli che le mu-
ra di cinta, sem-
brano, nella
parte più mo-
derna, coevi nella costruzione, e forse rinnovellati dalla
stessa mano. L’attento osservatore molta simiglianza trova in


[1] (1) Ora monastero delle monache benedettine.
[2] (2) Nulla si osserva di esso al presente, poiché a quel posto sorge la chiesa
di S. Giacomo e di Maria SS. della Catena.

[19]

essi, difatti, sì nella modanatura delle porte, che nel mate-
riale impiegato nella costruzione.
III. Il Castello, malgrado sia tutto rimaneggiato. è lì,
testimone eloquente della vetustà di questo sito (1)[1]. La parte
tutt’ora in buono stato, sebbene deturpata da recenti ristauri,
è del periodo normanno; come si rileva dal portone principale,
con arco a sesto acuto, dalle finestre binate, e da altre sem-
plici, che ricordano lo stile dei secoli XII e XIII.
Questo castello, forte ed inespugnabile per la sua natural
positura, quasi
librato nello
spazio; acces-
sibile, allora,
solo da una sco-
scesa e stret-
ta entrata dalla
parte di ponen-
te, e che sta a
cavaliere del
centro della
Valle dell’Al-
cantara, a quei
tempi fu sem-
pre riguardato
come punto im-
portante e stra-
tegico, « perchè, come dice il prof. Mandalari, fortezza impor-
tante sulla grande strada che da Palermo per Termini Imere-
se, Randazzo e Taormina portava a Messina ».
Esso, che tutte riepiloga le vicende di un tempo per
sempre sparito, che or furon di gloria ed ora di ansie terri-


[1] (1) Nelle rovine del lato nord di esso si riscontrano, con preferenza, le
differenti età dello stesso. (Così da rilievi dell’insegne prof. S. Agati, qui venuto
il 6 agosto 1909).

[20]

bili, e talvolta ancora di dolori inesprimibili, era la residenza
principesca dei signori della terra e non raramente soggiorno
reale. Per lo che il Filoteo dice: « Laonde veramente senza
dubbio, si può stimare essere stata (Castiglione) città regia
nei primi tempi, e capo di tutta questa valle ».
Danni enormi subì dal tremuoto del 1693, come riferi-
sce il p. Domenico Guglielmino: « ai 9 di gennaio del 1693
di venerd’ a ore 4 e mezza di notte, Castiglione provò le
rovine del tremendo terremoto nel suo Castello, come anche
la caduta di molte abitazioni ». Di che è anche menzione in
un antico scartafaccio, di un certo Bonerba castiglionese,
scritto a quell’epoca, il quale dice: « alli 9 e 11 di gennaio
ci fu un tremolizzo grandissimo che di sdirroparo molte case,
castello e campanaro alla chiesa di S. Maria di questa città
di Castiglione (1)[1] ».
Vasta è la superficie su cui esso castello sorge; ed este-
so dovette essere tutto il corpo dell’edifizio; poiché, tutt’ora
rinvengonsi ruderi di fabbrica che provano come tutta la rupe
fosse stata resa abitabile. Gli enormi massi di arenaria, di
formazione terziaria che formano il basamento, costituivano
la sua maggiore inespugnabilità. E il colle di Castiglione è
tutto un composto di questi massi sovrapposti titanicamente
l’un sull’altro, con l’ima base alla pianura (contrada Tronco)
che sta a livello del fiume Alcantara, che la bagna.
Trovasi sul punto più elevato della roccia un avanzo di
costruzione isolata, volgarmente detta la Solecchia, da altri
l’antica Zecca. Dagli avanzi suddetti, rilevasi la solida e re-
golare costruzione di stile normanno-siculo, di questo piccolo
edifizio; e osservasi ancora la volta dell’entrata, nonchè le
pareti laterali rivestite di lastre di pietra vulcanica ben lavo-
rate.


[1] (1) Fu questo stesso terremoto che recò danni immensi in diverse città di
Sicilia e fu specialmente a Catania, che fu in parte distrutta, dove soccombet-
tere ben 18000 persone, della quali 3000 perirono, insieme al vescovo, sotto le
macerie del Duomo.

[21]

Vuole la locale tradizione, essere stata questa la fabbrica
addetta alla Zecca; dove, cioè, si batteva la moneta.
Solo sotto il governo di federico II di Svevia, Casti-
glione potè godere di simil privilegio, che fra le speciali fran-
chigie che concesse alle città e terre demaniali, fuvvi anche
quello di batter moneta (1)[1]. Sotto le successive dominazioni,
data l’eminenza del luogo dovette essere destinato ad osser-
vatorio militate non avendo riconosciuto tal privilegio nè gli
angioni nè gli aragonesi.
Nell’ala nord-est, che tutt’ora ben si conserva, è il car-
cere giudiziario (2)[2].
Le cisterne (3)[3], scavate nella viva roccia arenaria e che
vi si rinvengono in numero di quattro, potevano servire, oltre
all’uso dell’acqua, anche a quello di riserva di viveri; sapiente
previdenza per gli assedi, che a quei tempi spesso, eran co-
stretti sostenere contro le falangi nemiche. Quello sostenuto
da Giovanni di Lauria nel 1297 contro Federico II d’Aragonea,
con poco fortuna, informi. E ancora sul Castelluzzo osser-
vansi un mucchio di pietre rotonde a foma di grosse palle,
che dicesi sian quelle stesse lanciate in quell’assedio dall’e-
sercito di Federico, con le macchine da guerra di quei tempi
dette Catapulte, per espugnare il castello.
entrando dal portone principale osservasi un rustico e
pesante voltone (avanzo della primitiva costruzione, dell’epo-
ca bizantina) (4)[4] con due fori praticati ad egual distanza,


[1] (1) Archivio storico per la Sicilia orientale. Anno IV, fasc. I.
[2] (2) Le antiche prigioni feudali, dove si trovavano i cosi detti Dammusi,
locali orribili di pena. Nicchie sotterranee fetide, umide, malsane, lunghe m. 2,00,
larghe m. 1,00 e altre m. 1.
[3] (3) In fondo alla cisterna, scavata parimenti nel vivo sasso, attigua ai
ruderi della Zecca, dicesi che esista una apertura chiusa da pesante botola,
alla quale faceva capo una tubolatura d’acqua derivata dall’Alcantara (volgar-
mente nominata ‘a Ugghia) per la rifornitura generale della città, (durante
gli assedii) dell’acqua medesima!!!
[4] (4) Esso è simile a quello centrale dei ruderi della chiesetta di S. Domenica.

[22]

comunicanti con l’abitazione superiore, che servivano a spiare
e proteggere l’entrata.
Il quarto di ponente (1)[1], che costava di unico e im-
menso stanzone (nelle cui pareti, fino a nmezzo secolo fa
osservavansi tracce di antiche pitture) era il quarto nobile
del castello (2)[2].
Il salone, cioè, dove il principe dava udienze, convegni,
feste, ed altro; dove ancora, par di vedere la bella e malinco-
nica castellana, tutta intenta ad ascoltare le sirventesi e le
ballate dei trovatori e dei menestrelli! Quando non era il
principe, in persona, che con le sue non rare violenze, ag-
gravava la mano sul popolo! …
Se quelle pareti potessero parlare! …
Vari sono stati i Signori di questo rinomato castello e
della terra; reso acnora più celebre dall’antica tradizione ad
esso legata della storia del Dlefino di Francia con Angelina
di Lauria, che merita di venire, anche qui, ricordata.
Penetriamo, intanto, nel suo interno, portiamoci col pen-
siero nel secolo XIV, e apprendiamo dalla magica penna del
Lanza di Scalea il lusso, proprio orientale, col quale era te-
nuto ai tempi di Enrico Rosso, conte di Aidone, come fu
trovato al momento della confisca dei suoi beni in Casti-
glione (3)[3].
« In quel Castello che oggi colmo di macerie ha le mura
corrose ed infrante
E suvvi ci si abbarbicava l’edera serpeggiante
si trovarono bicchieri dorati e tazze e coppe e coltelli dal ma-
nico d’argento ismaltato e icone con immagini d’avorio e
specchi e cassetti ripieni di gioielli, si trovarono tovaglie di seta,
[1] (1) Questo lato misura una trentina di metri in lunghezza, con dieci di lar-
ghezza.
[2] (2) Così da tradizione. Al presente è destinato a granaio.
[3] (3) L’inventario del Castello di Castiglione e il conte Enrico Rosso.


[23]

lenzuoli multicolori e sericamente listati, panni aurati. C’in-
segna quest’inventario (1) come quei feudatari che sembra-
vano nelle loro brutali e faziose passioni, condottieri selvag-
gi di orde devastatrici, si vestissero di velluti e si ornassero
di pietre preziose, quando stanchi dal guerreggiare, si ri-
traevano nei loro domicilii. Ci dice il vecchio inventario che
il Barone dormiva coperto di coltri di sciamito dal fondo
d’oro come un sultano d’oriente, ci apprendono come perfino
nelle figliature si profondesse a piene mani il danaro, e si
vedessero, come scrive il Di Blasi, i bambini e le loro cune
traricche d’oro, d’argento e di perle e il neonato di nobile
stirpe passare i primi giorni della sua vita infantile in fascie di
velluto ornate di stelle d’oro.
« La storia, rigidamente severa, sembra che schiuda un
sorriso a quelle pagine che ricordano la vanità degli uomini,
e vi scoprono le debolezze e le passioni intime di una morta
società. La lettura di questi inventarii farebbe dimenticare
forse allo studioso le croniche lamentevoli e tristi, e quei
tempi che in esse appaiono feroci e turbolenti, gli apparireb-
bero come una visione gaia e sorridente. Nel castello di Ca-
stiglione si trovò pure quel lusso tanto decantato dai cronisti e
dagli storici. Il fiero conte di Aidone dormiva su materassi di vel-
luto rosso ricoperto da finissimi lenzuoli, listati di seta, con
cuscini anch’essi listati di seta, una cortina di rossa sargia,
un cielo di zendado rosso e giallo dal fondo d’oro, una ricca
aurea coperta compivano il sontuoso addobbo del suo letto,
e gli angusti armadietti, incavati forse in questo come in al-
tri castelli medioevali, nel grosso dei muri conteneano pro-
fusamente e lenzuoli e coltri e asciugamani in seta, tutta
biancheria finissima che l’opulento signore faceva anche ve-
nire da lontane contrade ».


[24]

Storia di Angelina di Lauria col Delfino di Francia (1)[1]

IV. La storia seguente (se storia veramente si può chia-
mare) fu oggetto, anni or sono, dia una piacevole conferenza
tenuta dal prof. Sebastiano Salomone, in questo Circolo Prin-
cipe Amedeo.
Abbenchè il Mandalari e il Grassi vogliono ad ogni costo
che questa narrazione, sia stata esclusivamente inventata dai
castiglionesi, per far rilevare la loro supremazia in fatto di
origine storica su quelli di Francavilla, (quando credo ci sia
punto o nulla di tutto questo) pure, ha sempre un valore
relativo nelle ricordanze di questa citta, che occorre di es-
sere rispettata. Noi non discutiamo sulla sua veridicità, solo,
la rammentiamo come una leggenda inerente alle memorie
di Castiglione. Essa è stata narrata da diversi, ed io per non
tornare a ricamarvi sopra, ripoto integralmente quella del
nostro Filoteo.
« Avendo Rugiero di Loria, uomo ricco e liberale, al-
bergato in questo castello certi mercanti francesi, uno dei
quali era chiamato Giacchetto, gli faceva grandissime acco-
glienze com’era suo costume. Laonde, avendo Giacchetto ve-
duta la bella Angiolella, di stupenda bellezza, ritornando in
Francia, ne ragguagliò il Delfino, il quale,. innamorato so-
lamente per fama, se ne venne sconosciutamente a Messina
ed indi a Castiglione in compagnia di Giacchetto, dove alber-
gato similmente dal barone, vidde la sua bella figliuola, e
tanto operò per mezzo d’una vecchia chiamata Franca, balia
della donzella, che, senza venire ad altro effetto giovanile ed
amoroso, contrassero tra loro segretamente sposalizio, pre-
mettendole il Delfino, prima di partire di Sicilia, darsi a co-
noscere per Delfino di Francia veramente, ed indi ritornare »


[1] (1) Che secondo il FILOTEO avvenne sotto Guglielmo il malo e di Ruggiero
di Lauria il vecchio, primo barone di Castiglione!

[25]

il mese d’agosto prossimo e menarsela via in Francia e farla
regina, prima che consumasse il matrimonio, con farle il se-
gno col fuoco sopra un monte sopra la sponda del fiume
Cantara, lungi da questo castello circa due miglia. Il che
gli venne fatto; imperciocchè, facendosi una gran festa a Pa-
lermo, in una giostra si diede a conoscere; ed indi andato in
Francia, e ritornato il mese di agosto in Sicilia con alcune
galere nella riviera di Tauromena, smontò a terra a Schisò,
e venendo in questo monte, vi fece il segno; il quale subito
veduto da Franca, che per far la guardia quella notte stava
vigilante, avvisatene la donzella, subito s’accostò sotto la ca-
mera di Angiolella, donde scendendo con una scala di corda
legata ad un pilastro di marmo, che era nella finestra (che
anche oggi si vede) (1)[1], via la condusse; ed arrivato in Fran-
cia, la fece regina. Ed indi ritornato in Sicilia, per liberalità
e grazia del re buon Guglielmo fece edificare sopra quel
monte, dove aveva fatto il segno, una terra, la quale in me-
moria di Franca chiamò Francavilla; perciocchè si dice, che
Angiolella quella notte, facendo stare Franca alla vedetta,
altro non le andava dicendo che « O Franca, veglia ». E per le
franchigie, che il re le concesse, fu detta Francavilla. Laon-
de, per la fama di ciò, pochi, anzi rari, sono quei principi
forestieri, che venghino in Sicilia e non vogliano vedere que-
sto castello e le stanze, dove ella abitava ».


[1] (1) Cioè ai tempi di Filoteo. Al presente, quel lato che guarda Franca-
villa, è il più rovinato di tutto il Castello.

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