Da: La noia e l’offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani, (Antologia a cura di LEONARDO SCIASCIA), PALERMO, SELLERIO, 1991, pp. 216, (£. 18.000). (Il castello, 31):

LEONARDO SCIASCIA, L’eccidio di Castiglione, pp. 179-182:

“Il maggiore inglese Hugh Pond, vivace narratore degli sbarchi alleati in Sicilia e a Salerno, nel libro dedicato allo sbarco e ai quaranta giorni di guerra nell’Isola non risparmia feroci critiche alla disorganizzazione delle forze anglo-americane e al loro modo di fare la guerra, in controparte esaltando la perfetta efficienza delle poche forze tedesche che si trovarono a contendere agli alleati, duramente, sanguinosamente, il suolo siciliano.
E non solo il maggiore inglese si entusiasma in senso, per così dire, astrattamente professionale, da militare per la macchina militare tedesca così precisa e scattante dovunque e in qualsiasi condizione; ma nel suo giudizio sull’efficienza tecnica finisce con l’implicare un giudizio umano e morale, quasi perdendo di vista quei «valori» per cui le disorganizzate armate di Montgomery e Patton combattevano contro quella sparuta ma perfetta  di Kesselring, e per conseguenza indulgendo ad un ritratto del combattente tedesco in cui sullo sfondo si accampano, oltre alla massiccia superiorità di numero e di mezzi del nemico, il «tradimento» dei soldati italiani che disarmano le fortezze e si squagliano ancor prima dell’urto e l’ostilità della popolazione siciliana; un ritratto cioè di tragica solitudine e di eroismo disperato.

Forse per dare maggiore suggestione a questo ritratto, il maggiore Pond, che sulla guerra di Sicilia sa tutto, che ha interrogato generali e soldati semplici, che ha letto memorie, diari ed articoli (persino il diario di Felicita Alliata di Villafranca), passa sotto silenzio qualche significante episodio. Per esempio: dopo aver raccontato lo svolgimento della battaglia di Troina, dal maggiore generale Eberhard Rodt, comandante della 15ª Divisione Granatieri, raccoglie questa dichiarazione: «Salvo qualche difficoltà e poche perdite causate da incursioni a bassa quota, la ritirata si svolse quasi senza incidenti…»; e a questo punto sarebbe stato il caso di chiedere al generale Rodt se considerava incidenti l’eccidio compiuto dalle sue truppe a Castiglione di Sicilia e l’insurrezione armata della popolazione di Mascalucia. Ma il maggiore Pond forse non ha voluto turbare il maggiore generale Rodt.

Il 12 agosto 1943 un reparto tedesco, preceduto da un carro armato, entrava a Castiglione di Sicilia tra le sette e le otto del mattino (i testimoni sono discordi sull’ora precisa). Veniva su dallo stradale di Randazzo, ma pare non fosse un reparto proveniente dal fronte.  La gente stava affacciata ai balconi: in pigiama, in canottiera, in vestaglia; qualcuno era già in strada, per aprire bottega o per comprare quelle pochissime cose che in quei giorni si potevano comprare. Nessun gesto di ostilità o di irrisione verso quel reparto in ritirata. E di colpo i tedeschi si aprirono a ventaglio intorno alle autoblinde e cominciarono a sparare. Prima che gli abitanti di Castiglione si rendessero conto di quel che stava accadendo, sedici persone erano già morte, venti ferite. I tedeschi entrarono nelle case, ne portarono via gli uomini, così come si trovavano. Una donna, che aveva avuto il marito ammazzato dal colpi tirati dalla strada, fu buttata giù dal balcone: restò sul selciato con una gamba spezzata. Gli uomini furono chiusi in uno stabbio fuori del paese, come pecore: vi restarono per tutta la giornata, mentre (a parere di alcuni testimoni) tra i tedeschi, che erano granatieri e SS, e quindi di diverso intendimento (ma qui crediamo siano intervenuti restauri di natura giornalistica), nasceva discussione sul destino dei prigionieri: se farne strage o se lasciarli chiusi nello stabbio. Intanto era venuto fuori, a parlamentare, l’arciprete; e i tedeschi persino consentirono che venissero medicati i feriti. Come Dio volle, se ne andarono: ma verso sera. E così il paese poté piangere i morti.

I cittadini di Castiglione tendono a dare di quel terribile avvenimento un sereno giudizio; dicono che i tedeschi una loro ragione, ingiusta e feroce quanto si vuole, l’avevano: i cesarotani, gli abitanti del vicino paese di Cesarò, davano loro fastidio; e pare che nella notte precedente l’eccidio, nel luogo dove erano accampati, i tedeschi avessero subito non si sa se qualche furto o un piccolo attacco di armati, per cui al mattino erano saliti a farne vendetta su quel piccolo paese che non c’entrava per niente. I cesarotani sono, a giudizio di quelli dei paesi vicini, estravaganti, irrequieti, arrisicati. Francesco Lanza scrisse su di loro alcuni mimi; nei paesi etnei se ne raccontano tanti altri, e qualcuno relativo a quei giorni della guerra di Sicilia in cui i cesarotani più del solito si scatenarono. Come quello del cesarotano che trova un cannone abbandonato, e accanto le casse di proiettili; e poiché aveva fatto il soldato in artiglieria, ecco che gli viene l’uzzolo di caricare il cannone e di spararlo: alla cieca, a chi tocca tocca; e quasi faceva scoppiare una nuova guerra, con gli americani che ad ogni piccolo allarme si mettevano a sparare per giornate intere. O come quest’altro, che ha già una sua forza letteraria degna della penna di Lanza; e non resta che trascriverlo così come ci viene raccontato:

Un cesarotano andava, nei giorni in cui i tedeschi tenevano il fronte a Troina, per una strada di campagna: a cavallo del mulo, e un bel fucile mitragliatore attaccato al basto.

Gli si imbatte uno di un altro paese, e l’occhio gli cade sul fucile mitragliatore.
– Come l’avete avuto? – si informa.
– Se volete, ce n’è un altro – risponde il cesarotano.
– Un altro fucile come questo? E dov’è? E come l’avete avuto?
– Io me ne andavo col mulo – dice il cesarotano: e fa punto fermo, come avesse concluso un discorso.
– Ve ne andavate col mulo, va bene … E che è successo?
– E’ successo che c’erano due tedeschi.
– E questi due tedeschi?
– Volevano il mulo.
– E allora?
– Io ho solo questo mulo. E avevo l’accetta.
– L’accetta?
– L’accetta … Erano due: volevano prendermi il mulo.
– Ho capito … E voi?
– Io ho solo questo mulo: se me lo levano sono morto. Ma avevo l’accetta.
– E dunque?
– Ad uno ho dato di cozzo; e all’altro di taglio.

Un tentativo di requisizione o di razzia fu causa dell’insorgere di un altro paese etneo, Mascalucia, contro i tedeschi. Uccisero, nel tentativo, un uomo: per loro sfortuna era lo zio di uno che aveva bottega d’armi, e le distribuì alla popolazione.

Il primo episodio di resistenza ai tedeschi, così come il primo eccidio tedesco in terra italiana, si registrano dunque nella zona etnea, mentre ancora i tedeschi erano alleati, anche se Mussolini era già caduto.

(«Panorama», ottobre 1964)”

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