[55] Il Libano è stato in seguito tradito dall’ex-Presidente Frangié di Zghorta, il quale ha il dente avvelenato contro la sua comunità religiosa per la morte tragica di suo figlio, che fu ucciso assieme con la sua moglie in un agguato rimasto oscuro.
Nei torbidi del 1958 egli uccise di propria mani in una chiesa 17 persone, perchè contrarie alla sua famiglia.
Purtroppo la violenza è sempre covata fra i diversi clans di famiglia. Una volta a Zghorta ci fu una lotta armata tra due famiglie. Lo stesso Frangié si rivolse a me per placare gli animi. Mi recai subito a Zghorta e avvicinai i capi delle due famiglie. Scrissi un appello che fu tradotto in arabo e diffuso in tutte le case.
L’influsso del Nunzio Apostolico nella vita religiosa del Paese era molto limitato, come ho detto sopra, per la presenza di quattro Patriarchi ed altre comunità religiose indipendenti.
Di fatto la popolazione del Libano è divisa in due grandi comunità religiose: musulmani e cristiani. I musulmani sono divisi in tre rami: Sunniti, Sceiti e Druzi. I cristiani sono divisi in cattolici e non-cattolici. I cattolici comprendono in ordine di grandezza, i Maroniti, i Greci Melchiti, gli Armeni cattolici, Siriani cattolici, Caldei e Latini. I non-cattolici comprendono i Greci ortodossi, gli Armeni ortodossi, i Nestoriani, i Protestanti. Il Libano, pertanto, è un mosaico di religioni.
La comunità più importante è quella dei maroniti, che rappresenta il cuore del Libano. Il Libano esiste, perchè esistono i Maroniti; essi sono o discendenti dei Fenici e la comunità cristiana più antica e originale. I musulmani sono stati dei conquistatori, gli altri cristiani soltanto dei rifugiati. I Maroniti sono i libanesi cattolici sempre legati a Roma.
Il Patriarca dei Maroniti è considerato come il Capo di tutto il Libano, cristiano e musulmano; a lui fanno capo tutti i dirigenti delle altre religioni. Sono famosi i rapporti tra lui e i capi di stato dei paesi musulmani.

Helou (esquerda) com o presidente egípcio Gamal Abdel Nasser em 1964

Rashīd Karāme in un incontro con Nasser al Cairo nel 1959

[56] L’influenza del Nunzio Apostolico nei riguardi delle personalità politiche era notevole. Andavo spesso dal Presidente della Repubblica, sia dal Generale Chehab, sia poi dal Presidente Helou. Conversavamo spesso sulla situazione politica.
Sotto la presidenza del Signor Helou ebbe luogo la guerra dei 7 giorni fra Israele e i Paesi Arabi, specialmente l’Egitto e la Siria, di cui furono occupati dei territori. Il Primo Ministro Karame incitava il Presidente Helou ad entrare in guerra contro Israele, alla qual cosa mi opposi recisamente. Andavo tutti i giorni dal Presidente per incoraggiarlo a non seguire i suggerimenti di Karame. Ci riuscii. Qualche tempo dopo, il nuovo Ambasciatore di Francia venne alla nunziatura, per farmi la visita protocollare nell’inizio della sua missione e mi disse testualmente: “Sappiamo quello che Vostra eccellenza ha fatto per il Libano“. Ricordo che durante quei giorni di guerra, venne alla Nunziatura una deputazione di maroniti della città di Kahaleh, sulla strada di Aley, e mi disse: “Noi non riconosciamo nessuno, neppure il Presidente; noi riconosciamo soltanto il Papa e Vostra Eccellenza. Siamo sei mila armati, che ci mettiamo a disposizione di Vostra Eccellenza“. Dissi loro: “Mi volete fare Generale?“.
Un singolare intervento presso le Autorità dello Stato è stato nel caso seguente:
Una sera verso le 7.30 si presentò alla Nunziatura Apostolica di Harissa una coppia di giovani. Introdotti nel piccolo salone, il giovane, che mi presentava un foglio di carta, sul quale era notato il suo stato libero, mi pregava di benedire il matrimonio con la signorina che era venuta con lui. Gli dissi subito che io non ero qualificato per assistere a matrimoni e la competenza aspettava all’Ordinario del Luogo. Domandai alla giovane, che era musulmana, se era disposta a compire le condizioni richieste nei matrimoni disparitatis cultus; ed essa mi disse di sì. Dato che erano maggiorenni, lui 30 anni, lei 25 (effettivamente 23) non ci avrebbe potuto essere alcuna difficoltà. Dissi, quindi che si rivolgessero al loro Vescovo, che era quello di Tripoli. Il giovane mi disse che era impossibile andare a Tripoli, perchè tanto lui che lei erano attivamente ricercati e che si sarebbero esposti ad essere assassinati. Quindi mi pregarono di far venire un sacerdote alla Nunziatura e procedere al matrimonio.
Spiegai subito che ciò non era possibile; ma tutto quello che avrei potuto fare era di [57] telefonare all’Arcivescovo di Beirut, Monsignor Ignazio Ziadé, e affidarli a lui. Effettivamente telefonai subito a Monsignor Ziadé, dicendogli che gli avrei mandato i due giovani, che lui li ascoltasse e facesse quello che era possibile.
Mi dovetti accorgere che i due si trovavano in condizioni di spirito quasi disperate: egli si metteva con i gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani, agitandola e pregandomi di salvarli da sicura morte, provocata o da altri o da sé stessi. La ragazza era pallida, agitata; nell’occhio destro aveva segni di contusione, nella pupilla tracce di sangue.
Mi chiesero asilo nella Nunziatura e risposi che non era possibile. Cercai di calmarli e misi a loro disposizione l’autovettura della Nunziatura per andare da monsignor Ziadé. Essi mi dissero che certamente da Monsignor Ziadé ci dovevano essere agenti di polizia, che andavano alla loro ricerca. Dissi allora che l’autista aveva l’ordine di entrare nel palazzo arcivescovile solo se non vi era nessuno; altrimenti avrebbe dovuto fare marcia indietro e tornare alla Nunziatura. Sembrava che la cosa andasse; ma quando tornò l’autista, questi mi disse che i due vollero scendere a Dowra e andarsene per i fatti loro.
Credevo che tutto fosse finito lì. Il giorno dopo si presenta alla Nunziatura un ispettore di polizia, dicendosi amico del giovane, anche lui ispettore di polizia, e chiedendo sue notizie. Mi dice di essere alla sua ricerca, che il cerchio per prenderlo si stava restringendo e che era mandato dal Direttore Generale della Sicurezza Nazionale. Pensai allora di telefonare a quest’ultimo. Egli mi disse che i due erano ricercati, perchè volevano contrarre matrimonio; che questo non si doveva celebrare e che in questo senso egli aveva telefonato a tutti i Vescovi. Gli domandai con quale diritto aveva osato di telefonare alla Gerarchia maronita di non fare il suo dovere. Mi rispose: la necessità di impedire a tutti i costi una rivoluzione a carattere confessionale. Gli soggiunsi testualmente: “non è questa una ragione“, e alzando la voce: “Il ne fout pas baisser les pantalons devant ces gens-là“. Comunque gli dissi che alla Nunziatura non c’era nessuno e che eventualmente se i due si dovessero presentare, mi sarei messo in contatto con lui.
La sera del giorno seguente, alle ore 11.30 di notte, mentre ero a letto leggendo, mi bussa alla porta della camera la Superiora, dicendomi che al cancello si trovavano i due giovani, che volevano vedermi e parlarmi.
[58] Mi alzai. Con la Superiora stessa mi recai al cancello. Fuori i due mi supplicarono di aprire. Entrarono. Con la voce fatta di implorazione e di disperazione, il giovane mi pregò di mettere la ragazza sotto la mia protezione. Era ormai notte inoltrata e non potevo rivolgermi a nessuno dei conventi vicini. Dissi: “Va bene per questa notte; ma domani mattina la ragazza deve andare via dalla Nunziatura“. La poveretta era agitatissima; andava avanti e indietro; voleva e non voleva restare. In seguito confessò che temeva che il Nunzio la consegnasse ai suoi parenti e che voleva fuggire, andarsene sola, telefonare alla sua famiglia, per dire che tutta la responsabilità era sua, prendere una forte dose di calmanti e finire così la sua vita. Finalmente si convinse di rimanere. Il giovane cercò di farle prendere un pò di denaro, ma essa rifiutò, accettando solo 100 lire libanesi. Entrata in Nunziatura, domandai se aveva cenato. Mi rispose di no; ma non volle nulla. Prese solamente una coca-cola.
Telefonai subito, cioè verso la mezzanotte, al Direttore Generale della Sicurezza Nazionale, dicendogli che volevo parlargli. Mi disse che era disposto a venire subito. Gli risposi che non ne valeva la pena e che le avrei visto il giorno dopo. La mattina seguente venne alla Nunziatura e gli dissi che la giovane si trovava da me e che in giornata l’avrei messa in un convento, e in seguito lo avrei messo al corrente di tutto.
Sin da allora si delineava il contrasto di posizione tra me e lui: io insistevo sul diritto dei due a sposarsi, e lui sullo spauracchio di disordini sanguinosi. Cercai di dissuaderlo da questa sua presa di posizione, anche la sera dello stesso giorno, quando ci incontrammo in un ricevimento all’Hôtel Bristol ed io gli consegnai un biglietto con il nome del luogo, dove avevo fatto rifugiare la ragazza. Qualche giorno dopo, il Direttore Generale mi telefonò, dicendomi che la famiglia della ragazza voleva assolutamente vederla, o almeno che essa incontrasse qualche parente, accompagnato da una signora maronita, amica della stessa famiglia. Siccome egli doveva recarsi all’estero per ragioni del suo ufficio (preparare il viaggio del Presidente della Repubblica nell’Iraq e nell’Arabia Saudita), mi disse che aveva incaricato il Segretario Generale della Direzione a mettersi in contatto con me, per realizzare tale incontro. Effettivamente questi mi telefonò un giorno; ma io cominciavo ad avere dubbi sulla serietà e sul valore morale del Direttore e diedi quindi risposte evasive.
[59] Un pomeriggio, mentre mi trovavo ad Harissa, telefona il Generale Boustani, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il quale sic et simpliciter mi dice: “Le telefono, Eccellenza, riguardo alla ragazza, che si è rifugiata alla Nunziatura“. Gli risposi subito: “Lei, Generale, è male informato; alla Nunziatura non esiste alcun rifugiato; tuttavia avrei piacere di incontrarmi personalmente con lei“. Presi gli accordi, mi recai a casa sua. Mi disse che era stato sollecitato dal Colonnello Comandante la Piazza di Tripoli (musulmano), per impedire il matrimonio della ragazza musulmana con un cristiano, perchè la gente di quella regione si stava agitando e che da un momento all’altro poteva succedere uno scontro.
Gli risposi: “Il colonnello non si immischi in materie, che riguardano le autorità religiose, che faccia il suo dovere per mantenere l’ordine pubblico e basta“. Gli raccontai, poi, tutta la storia. Il Generale rimase impressionato; mi disse che avrebbe preso l’affare nelle sue mani; che era disposto a mettere una guardia armata a difesa della ragazza; che la Direzione Generale della Sicurezza non doveva più immischiarsi nell’assunto.
A un certo momento mi accorsi che molti erano quelli che sapevano il luogo del rifugio della giovane e soprattutto quello che mi spinse ad agire fu la perdita di fiducia, che io avevo nel Direttore Generale della Sicurezza Nazionale. Un pomeriggio mi recai al convento dove era ricoverata la ragazza e dissi che avevo pensato di allontanarla per qualche tempo. Ero risoluto, però, di non lasciarla più tornare, non solo perchè molti conoscevano il suo rifugio, ma anche perchè, sebbene la sua stanzetta fosse pulita, accogliente, ordinata, non mi dava molto affidamento, perchè isolata dal resto della casa e se durante la notte essa avesse avuto bisogno di qualche cosa, nessuno l’avrebbe sentita. Il nuovo rifugio era comodissimo, presso le Francescane della Croce: la Superiora Generale le diede la sua stessa stanza; nessuno poteva andare da lei; la notte dormivano accanto altre suore.
[60] L’affare di una ragazza musulmana scappata dalla sua casa con un cristiano maronita e per di più rifugiata in un convento, doveva suscitare l’interesse di molti, specialmente della sua famiglia, altolocata in Tripoli: deputati cristiani e musulmani, personalità della politica e religione si sono voluti tutti immischiare nell’affare.
Di qui lo sforzo combinato del Capo dell’Esercito e del Direttore Generale della Sicurezza nazionale, per impedire la celebrazione del matrimonio. Un giorno il segretario del generale Boustani mi telefona, dicendomi che il Generale desiderava vedermi. Andai da lui e mi trovai pure Il Direttore Generale della Sicurezza Nazionale. Bisogna notare che tutti e due erano maroniti. Ambedue gli interlocutori mi dissero che bisognava impedire la celebrazione del matrimonio, perchè la situazione a Tripoli era esplosiva.
Dopo di averli fatti parlare lungamente dissi: “Ma che c’entra la Nunziatura Apostolica in tutta la faccenda? Il Nunzio Apostolico non si trova nel Libano per arrangiare matrimoni“. “Bene, bene” – mi hanno interrotto. “Tutto ciò è di esclusiva competenza della Gerarchia, e nel caso concreto, dell’Arcivescovo maronita di Tripoli. E’ a lui che voi dovete rivolgervi. Tuttavia – soggiunsi – se Monsignor Abed non farà il suo dovere, sarò costretto in coscienza a denunziarlo alla Santa Sede“. Gli interlocutori rimasero allibiti. Dissi loro che i due giovani avevano il diritto sacrosanto di maritarsi e di esigere la missione del sacerdote. Questi non poteva in coscienza rifiutare la partecipazione del suo ministero, senza tradire il suo dovere. Nel caso nostro si voleva commettere una flagrante ingiustizia, per accondiscendere a una ingiusta imposizione. In termini precisi aggiunsi che se il matrimonio non si facesse, i due erano decisi a por termine alla loro vita, suicidandosi.
Uno di loro rispose: “E’ meglio che muoiano due per evitare episodi sanguinosi“. Questa risposta può essere valida soltanto nella bocca dei vili.
Li avvertii poi che avevo saputo che il giovane era braccato dalla polizia per essere arrestato. Li misi in guardia, dicendo che mi era stato detto che egli era armato, e che prima di arrendersi, avrebbe sparato con chi tentasse di mettergli le mani addosso, e poi magari si sarebbe suicidato.
[61] Dopo la preparazione di tutti i documenti necessari, il matrimonio venne regolarmente celebrato.
Il problema era ora di munire la coppia dei relativi passaporti e di farli andare all’estero, per salvarli dalla persecuzione dei parenti e degli altri. A questo proposito, debbo dire che una grande confusione regnava nella mente delle autorità: in un primo momento, mi si diceva che era facile dare il passaporto alla giovane, ma non al giovane; poi tutto il contrario. Difatti, a un certo momento il Direttore Generale della Sicurezza Nazionale fece consegnare il passaporto al giovane con l’ingiunzione di partire immediatamente.
Vedendo che le cose andavano per le lunghe e che le autorità responsabili, contro ogni giustizia, negavano il rilascio del passaporto per la ragazza, mi decisi di chiedere l’intervento dell’ex-Presidente il Generale Fouad Chehab. Andai a trovarlo e gli narrai lungamente tutta la storia, compresa la celebrazione del matrimonio, che si doveva considerare anche consumato. Gli dissi il mio pensiero per la maniera di farli espatriare ed egli lo approvò in pieno. Gli disse fra l’altro che ero disposto a rilasciare un lascia-passare; ma egli mi rispose che non era necessario e che la Nunziatura doveva tenersi all’infuori della questione. Quanto alla maniera di entrare all’aeroporto, gli dissi pure che avrei potuto fare accompagnare gli interessati con l’autovettura della Nunziatura. Anche su questo egli non si mostrò conforme. Le autorità competenti libanesi avrebbero dovuto pensare per tutto. Effettivamente, però, data la codardia dei responsabili, la cosa infine si attuò come io avevo suggerito e previsto.
Il Generale Chehab prese il telefono, per parlare con il Colonnello Lahoud, Capo del deuxième Bureau; questi era fuori. Allora il Generale disse al segretario: “Quando verrà il Colonnello Lahoud gli dica che vada oggi dopo le 3.30 alla Nunziatura Apostolica, di parlare con il Nunzio, e di fare tutto quello che il Nunzio gli dirà“.
Prima di licenziarmi dal Generale, lo pregai di mettersi in contatto con il deputato sheita Dandash, pregandolo di fare opera di persuasione presso la famiglia della ragazza, che ormai non c’era nulla da fare e di mettere il cuore in pace.
[62] Il Colonnello Lahoud venne alla Nunziatura alle 6 della sera. Lo misi al corrente di tutta la dolorosa vicenda e lo pregai di far preparare i passaporti e di pensare d’accordo con la Nunziatura alla maniera di farli uscire dal paese. Egli rimase d’accordo su quanto gli avevo proposto e si licenziò, dicendomi che tutto sarebbe stato fatto, come gli avevo indicato.
Qualche giorno dopo lasciai il Libano per recarmi in Italia a causa della malattia di mio papà, convinto che le autorità avrebbero fatto tutto il necessario per far espatriare gli sposi. Ritornato dopo 10 giorni, ebbi l’amarezza di apprendere che non solo gli sposi non erano partiti, ma che erano oggetto di attiva [62] ricerca da parte della famiglia e delle autorità, che nientedimeno consideravano il giovane sposo come perturbatore dell’ordine pubblico e che quindi minacciava la sicurezza dello Stato. Il giorno dopo mi recai dal Generale Chehab, con il quale mi lamentai fortemente dell’agire delle autorità e nel caso speciale del Colonnello Lahoud:Parola di soldato! parola d’onore! Onore che è stato calpestato” – gli dissi. Il Generale allora mi disse che la causa era il Direttore Generale della Sicurezza Nazionale, al quale appartiene il rilascio dei passaporti. E questi aveva letteralmente paura. Allora gridai: “Se lui non si sente il coraggio e la forza di mantenere l’ordine pubblico è meglio che se ne vada e dia le dimissioni“. E aggiunsi: “Qui ci troviamo dinanzi a due innocenti deboli, che non si possono difendere e che sono oggetto di ingiusta persecuzione; questa ingiustizia grida vendetta dinanzi al Cuore di Dio“.
Dissi al generale che le autorità potevano minacciare la truculenza della famiglia della giovane, che restava impune, mentre i suoi membri dovevano stare in carcere, per avere battuto selvaggiamente la povera ragazza. Il Generale telefonò al Colonnello Lahoud, dicendo che si doveva fare quello che il Nunzio domandava e che bisognava ricorrere alle minacce nei riguardi della famiglia. Inoltre, sempre dietro mio suggerimento, di far giocare l’elemento “sorpresa”. Mi disse che avrebbe continuato il suo interessamento e che si sarebbe tenuto in contatto con me.

11 maggio 1965 © Archives Président Charles Hélou – Visit to Rome. Official Photo of the private audience granted by His Holiness Pope Paul VI at the Vatican. With President Charles Helou, his wife Nina.

La sera stessa mi recai dal Presidente della Repubblica, Charles Hélou, per chiedere il suo intervento personale. Il Presidente, che ne aveva avuto notizia in confuso, che cioè si trattava di una ragazza, che sarebbe stata rapita e nascosta in un convento, quando gli raccontai la cosa, rimase sorpreso e mi disse che la sera avrebbe avuto una riunione con tutti i responsabili e in due ore avrebbe soluzionato il problema.
Il giorno dopo si ebbero telefonate tra me e il Generale Chehab: la sera stessa questi mi telefonò dicendomi che le cose si sarebbero fatte come io volevo e che il giorno dopo sarebbe venuto da me il Colonnello Lahoud. Questi venne per dirmi che erano sorte delle difficoltà e che era difficile rilasciare il passaporto alla ragazza. Gli esposi nuovamente il mio pensiero e lo pregai di riferirlo al Presidente della Repubblica.
[63] Dopo il 19 dicembre 1967 andai dal Presidente Hélou, il quale fece una sfuriata contro tutti i suoi collaboratori per la loro vigliaccheria. Mi disse che ormai non aveva fiducia in nessuno e che quella gente era disposta a dissimulare la partenza della ragazza e farla assassinare.
Il giorno stesso era andato da lui il Presidente del Consiglio, Karamé, intrattenendolo per oltre un’ora e mezza, sempre nel senso voluto dalla famiglia, parlando anche contro il Nunzio, il quale, fra l’altro, avrebbe avuto a sua disposizione un contingente di uomini armati. Anche il Mufti si era mosso.

Abdallah Dagher, s.j. (1914-1994)

Rimasi imperterrito sulle mie posizioni, chiedendo giustizia. Il Presidente mi disse che restava in contatto con me attraverso il Padre Dagher, S.J.
Di tutta la dolorosa vicenda ne feci parte ai due deputati di Zghorta, Padre Douahy e René Mawad. Ne parlai al capo dei falangisti, Pierre Gemayel, il quale mi aggiunse tutto quello che sapeva sulla viltà dei responsabili libanesi. Sul valore morale di questi mi parlò pure con sarcasmo all’aeroporto di Roma Raimondo Eddé, quando egli si recava in Francia e negli Stati Uniti ed io rientravo a Beirut il 29 dicembre 1967.
Vi furono delle andate e venute del Padre Dagher alla Nunziatura e alla Presidenza della Repubblica; fino al giorno in cui il Generale Boustani, sollecitato dallo stesso Presidente, prese nuovamente l’affare nelle sue mani.
Stavano così le cose, quando ricevetti un telegramma da casa e dovetti partire per assistere mio papà gravemente ammalato. Al mio ritorno, ebbi l’assicurazione che le cose andavano per il meglio.
Effettivamente, rilasciai il lasciapassare alla ragazza, su cui l’Ambasciatore di Australia vi pose il visto d’ingresso in quella Nazione; e gli sposi furono accompagnati con l’autovettura della Nunziatura fino allo sportello dell’aereo, che doveva condurli fuori del Libano, alla volta di Roma e dell’Australia.
[Continua]

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